Benvenuto a Christianismus - studi sul cristianesimo
Cerca
Argomenti
  Area utenti Pagina iniziale ·  Novità ·  Scaricamenti ·  Collegamenti ·  Classifiche ·  Archivio  
Sezioni
· PAGINA INIZIALE
· Il Gesù della storia
  e i suoi seguaci
· Il giudaismo
· L'Antico Testamento
· Il Nuovo Testamento
· Gli apocrifi
· Qumràn
· Letteratura cristiana
  antica
· Incredibile...
  ma falso!
· Recensioni e schede bibliografiche

Christianismus


Per conoscere il progetto Christianismus

· Presentazione
· Andrea Nicolotti
· Gli autori
· I volontari
· Sostienici
· Contattaci


Nicolotti, Il processo negato (recensione)
Messo in linea il giorno Giovedì, 28 luglio 2016
Pagina: 1/1


Nicolotti, Il processo negato (recensione)

Andrea Nicolotti, Il processo negato: un inedito parere della Santa Sede sull'autenticità della Sindone, Roma, Viella, 2015. Recensioni.

di Franco Quaccia.
Tratto da «Bollettino storico-bibliografico subalpino» 114 (2016), pp. 374-379.

Tratto da Il tema affrontato da ANDREA NICOLOTTI in questo studio riguarda il dibattito sull’autenticità della Sindone, per come ebbe modo di svolgersi a Roma e in Francia fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Andando oltre ai termini, comunque interessanti, di una diatriba sull’autenticità di una reliquia – afferma l’A. – la vicenda assume maggiore pregnanza «se viene inserita nel suo contesto storico, osservata attraverso il filtro della sua epoca: un’epoca caratterizzata da una crisi nel mondo cattolico che riguardava i difficili rapporti tra fede, scienza e storia» (p. 12). Al centro del lavoro di Nicolotti vi è la figura del canonico e medievista francese Ulysse Chevalier (1841-1923); quest’ultimo, fra il 1899 e il 1903, diede alle stampe vari saggi sulla storia della Sindone di Torino volti sia a dimostrare l’origine medievale della reliquia sia a evidenziarne, sulla base delle testimonianze di archivio, le travagliate circostanze iniziali. La denuncia dell’opera di Chevalier a tre distinte congregazioni pontificie e la successiva posizione assunta dalla Santa Sede rappresenterebbero un significativo «capitolo della storia della censura e della repressione di orientamento antimodernista» (p. 9): un episodio che viene a integrare lo studio complessivo sulla reliquia torinese recentemente pubblicato da Andrea Nicolotti (cfr. «Bollettino storico-bibliografico subalpino», CXIII/2 (2015), pp. 573-579). L’A. – ricostruendo nel suo complesso svolgersi questa vicenda – riporta alla luce e interpreta non solo la documentazione processuale romana ma anche la corrispondenza privata di Ulysse Chevalier: viene in tal modo pubblicato un significativo insieme di «lettere e verbali sconosciuti o secretati, che – scrive Nicolotti – qualora fossero stati resi esecutivi avrebbero avuto un effetto dirompente sul culto che la Chiesa aveva nei riguardi del telo torinese» (p. 9).
In apertura del volume – affrontando la genesi del dibattito che coinvolse l’opera del canonico francese – l’A. rimanda innanzitutto al significato assunto dal culto delle reliquie alle soglie della crisi modernista; ovvero a come tale culto venne difeso mentre andava crescendo l’esigenza di applicare il metodo storico-critico nel campo dell’indagine del fenomeno religioso: esigenza che «costringeva a fare i conti con certe tradizioni ecclesiastiche venerabili che sembravano sgretolarsi fra le mani dei dotti» (p. 12). Per le reliquie più antiche – in particolare per quelle che si voleva far risalire all’epoca apostolica – l’antichità di culto, ricorda lo studioso, «era considerata titolo sufficiente per garantirne la legittimità anche in assenza di documentazione storica o canonica» (p. 14). Orientamento, quest’ultimo, a cui si opposero non solo diversi ecclesiastici «versati nelle discipline storiche» (p. 15) ma anche gran parte degli esponenti del movimento modernista che «si espressero in maniera negativa verso gli eccessi del culto delle reliquie e in certi casi giunsero a negarne totalmente l’utilità pastorale» (p. 16). Il problema delle reliquie, nella sostanza essenzialmente storico e pratico, finiva dunque con l’assumere anche una connotazione teologica: aspetto sul quale, afferma ancora Nicolotti, «la repressione antimodernista non avrebbe esitato ad esercitare il proprio controllo» (p. 20). L’irrigidimento della gerarchia ecclesiastica, e dello stesso pontefice Leone XIII, nei confronti delle «rischiose “novità” progressiste» (p. 12) viene pertanto a caratterizzare il momento – all’indomani dell’ostensione del 1898, con le sue celebri fotografie del lino torinese – in cui «la questione dell’autenticità della Sindone si ripropose con forza e la reliquia divenne argomento di scontro» (p. 8). L’insieme di questi eventi – coronato da un aspro dibattito pubblico – si rivelerebbe «oggi come un esempio, forse il più lampante, di conflitto intra-ecclesiale che poneva in gioco diverse questioni»: da quelle in precedenza riassunte sino al rapporto fra Chiesa italiana e potere politico (con il ruolo di protezione e legittimazione della dinastia sabauda svolto per secoli dalla Sindone) (p. 20). Vittima del susseguirsi delle anzidette contingenze, scrive l’A., fu Ulysse Chevalier: «il maggiore storico» che nel XX secolo si sia occupato della Sindone; i documenti inediti riguardanti il suo caso contribuirebbero a gettare «nuova luce su un episodio rispetto al quale, negli scorsi decenni, è stato attuato un processo di sistematica rimozione e manipolazione» (p. 20).
Evidenziata dunque la figura di Chevalier – conservatore in politica, tuttavia, nell’ambito degli studi, «aperto alle istanze della modernità e fiero propugnatore dell’utilizzo del metodo storico-critico nella storia ecclesiastica» (p. 21) – Andrea Nicolotti ricorda come il canonico francese – a fronte degli entusiasmi e delle discussioni che accompagnarono l’esposizione della Sindone – «comprese subito la posta in gioco: l’argomento della fotografia miracolosa [la Sindone definita una “vera lastra fotografica” (p. 17)] era presentato come prova scientifica incontrovertibile dell’autenticità della reliquia, in grado da sola di spazzare via qualunque opposizione di natura storica o esegetica» (p. 21). Ritornare ai documenti medievali, alle fonti di archivio, fu quindi per Ulysse Chevalier la dimostrazione che «non era disposto a fare della storia e dell’esegesi biblica due discipline ancillari della fotografia» (p. 22). Seguendo queste intenzioni lo studioso transalpino riprese e integrò le informazioni criticamente fondate sulla reliquia torinese – in particolare il lavoro del colto canonico Charles Lalore (1829-1890) –; un’indagine, quest’ultima, grazie alla quale «fu in grado di ricostruire linearmente gran parte della storia delle origini della Sindone» (p. 22): storia, sottolinea Nicolotti, «poco conosciuta e spesso mal raccontata» (p. 18) forse anche per quanto conteneva (dai conflitti ai divieti, dalle illegalità alle scomuniche). Le ricerche effettuate, d’altronde, permisero a Ulysse Chevalier di affermare come il «Sudario» conservato nel duomo di Torino fosse «“una copia dipinta da mano d’uomo” e quindi, per usare il linguaggio delle fonti medievali, “una figura o rappresentazione del lenzuolo nel quale il corpo di nostro Signore Gesù Cristo fu seppellito”» (p. 27). Su queste conclusioni, risalenti al 1899, si apre il capitolo dedicato alle minacce e al processo. In primo luogo sono esaminate le critiche rivolte a Chevalier da due canonisti – Emanuele Colomiatti (1846-1928) pro-vicario generale della diocesi di Torino (presidente della commissione dei festeggiamenti per l’ostensione del 1898) e Albert Pillet (1842-1928) dell’Università cattolica di Lille –; accuse che, spostando la discussione «dal puro piano storico a quello teologico e giurisdizionale» (p. 28), tendevano concentrarsi «sul presunto sgarbo compiuto da Chevalier nei riguardi dell’autorità ecclesiastica»: non aver sottoposto, in qualità di prete, la questione alla Santa Sede (invece di rivolgersi all’opinione pubblica, «incompetente in materia») ed essere tornato sul tenore di un provvedimento emanato da un antipapa del XIV secolo (Clemente VII di Avignone) (p. 27). La posizione assunta da Pillet e Colomiatti, secondo Andrea Nicolotti, rimanderebbe in realtà ai molti elementi che li accomunavano: erano «entrambi devoti alla Sindone, entrambi conservatori, ed entrambi impegnati nell’affermazione intransigente dei diritti della Chiesa e del papa» (p. 29); le loro argomentazioni d’altro canto, come traspare dalle prime appendici pubblicate dall’A., vennero apertamente contestate da personaggi quali il patrologo benedettino Germain Morin e il bollandista Albert Poncelet che le giudicarono «inconsistenti» e tali da fare «torto sia alla Chiesa sia agli studiosi cattolici» (p. 29). Nella risposta a Colomiatti, ricorda infine Nicolotti, Chevalier – ribadendo chiaramente come l’autenticità della Sindone di Torino sia «pura questione di critica storica» (una libertà di giudizio da esercitarsi comunque, «con carità e rispetto») (p. 29-30) – propose di chiamare in causa un «tribunale competente»: i padri Bollandisti di Bruxelles (massimi esperti di agiografia), oppure i membri dell’Académie des Inscriptions et Belles-lettres di Parigi; dal canto suo si riservava di dare alle stampe una nuova edizione del suo studio, fornendo «in esso tutti i testi rimasti inediti sulla questione» (p. 30) (si tratta del saggio Étude critique sur l’origine du St. Suaire de Lirey-Chambéry-Turin, presentato alla Sorbona il 6 giugno del 1900 e che riceverà «un’ottima accoglienza nei circoli accademici» (p. 31). Entro i termini sopra esposti prende avvio la vicenda che porta il canonico francese a essere denunciato da Emanuele Colomiatti – con l’approvazione del cardinale arcivescovo di Torino Agostino Richelmy – dapprima al Sant’Uffizio e all’Indice e, in seguito, alla Congregazione delle Indulgenze e Reliquie (ancora una volta la prima delle accuse è quella di «aver persistito nel voler discutere la questione in sedi accademiche religiose o addirittura laiche “non altrimenti che si trattasse di cosa affatto profana, letteraria o storica, nella quale la Chiesa nulla abbia da vedere”» (p. 32). Il Sant’Uffizio decise di trasmettere la causa alla Congregazione dell’Indice: quest’ultima – dichiarando la questione «non degna di trattazione» (8 agosto 1900) – riterrà lo scritto di Chevalier «incensurabile» (pp. 32, 33). La Congregazione per le Indulgenze e le SS. Reliquie – ricevuta a sua volta la richiesta del cardinal Richelmy con i dubia che essa avrebbe dovuto risolvere (4 dicembre 1900) – istruisce la causa: accanto al cardinal Luigi Tripepi, in veste di relatore, incarica, secondo il costume, un consultore di preparare un votum. Ruolo, quest’ultimo, che viene ricoperto dal gesuita Franz Beringer (1838-1909), dottore in filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Alla relazione stesa da Beringer nella primavera del 1901 – 37 pagine in lingua latina, edite integralmente nell’Appendice 11 (pp. 106-135) – Nicolotti dedica una puntuale lettura da cui si evince la sostanziale presa di posizione del consultore stesso per la non autenticità della reliquia torinese. Partendo dalla constatazione che la Sindone «non può vantare tradizione immemorabile e identità stabilita» – secondo quanto hanno dimostrato «alcuni autori» con «motivazioni certe ed evidenti» (p. 35) – Beringer, nel rispondere alle obiezioni mosse da Colomiatti, ripercorre meticolosamente la storia medievale del sudario di Torino. In base ai documenti, afferma il consultore, sull’autenticità della reliquia «sembra non potersi dare altra risposta se non negativa» (p. 48): il culto nei confronti della Sindone «per come è oggi attuato», conclude Beringer, «va pertanto interrotto perché “destituito di un fondamento di verità”» (p. 45); potrà soltanto permettersi «quella venerazione che spetta alle rappresentazioni o imitazioni degli strumenti della passione, cioè nel modo in cui Clemente VII ha dichiarato nel 1390» (p. 46). Accanto a questa ampia presentazione, di cui qui si è potuto solo riassumere le linee principali, Nicolotti non manca poi di esaminare il resoconto della discussione che seguì nell’opportuna sede – la congregazione preparatoria del 4 luglio 1901 – in merito al votum del consultore: pur essendo concordi nel non sostenere l’autenticità della Sindone, i membri della commissione si divisero riguardo alle risposte che avrebbe dovuto dare la Chiesa. Emblematica, infine, la segnalazione delle annotazioni, vergate da un anonimo, che affiancano la documentazione precedente (Appendice 12, pp. 136-138): l’estensore – che forse, ipotizza l’A., ricopriva una carica non secondaria nella curia romana – «mostra di avere opinioni divergenti, molto più vicine a quelle degli autenticisti» e propone di affidare ad altri consultori un ulteriore studio delle carte medievali (pp. 51, 52).
L’esame delle reazioni sollevate dagli scritti di Ulysse Chevalier, quali nel frattempo si andavano delineando nella comunità scientifica internazionale, introduce il capitolo conclusivo del volume. All’«approvazione incondizionata» espressa da un folto numero di studiosi – a incominciare da personalità come Louis Duchesne, direttore dell’École Française di Roma, e Hippolyte Delehaye insigne esponente dei gesuiti Bollandisti – sembra fare riscontro il perdurevole «silenzio» italiano. Un silenzio interrotto – annota l’A. – dallo storico piemontese Luigi Cesare Bollea; quest’ultimo, nel novembre del 1901, «confessa privatamente a Chevalier di “non avere trovato in questa libera (!) Italia né una rivista, né un giornale quotidiano, anche fra i liberali schietti, il quale abbia voluto far cenno della sua dotta pubblicazione solo per non attirarsi ire”»: quindi annuncia al canonico francese «di voler pubblicare una nota sul Bollettino storico-bibliografico subalpino, per concessione di Ferdinando Gabotto» (nota che poi uscirà sulla «Rivista storica italiana») (p. 60 e Appendice 17 p. 149). Accanto alle poche altre voci che tentarono di infrangere la «congiura del silenzio» – da Umberto Benigni, storico della Chiesa e sacerdote, a Giuseppe Piovano, canonico della cattedrale torinese aperto alle nuove istanze culturali e sociali – Nicolotti non manca di richiamare la posizione del gesuita di Torino Giammaria Sanna Solaro volta a confutare Chevalier. L’A., pur riconoscendo a Sanna Solaro «lo sforzo che impiegò nella raccolta di materiale e l’impegno che mise nell’interpretarlo», sottolinea come il suo pensiero fosse «tipico di una certa cultura intransigente dell’epoca, orientata a percepire all’interno della società la nefasta presenza di cospirazioni massoniche di ispirazione giudaica» (pp. 62, 63). Sempre rimanendo nell’ambito delle reazioni si segnala, da ultimo, l’episodio che portò al ritrovamento di alcune bolle nei registri avignonesi degli archivi vaticani – già commentate secondo una prima redazione del loro testo dallo studioso francese –: episodio culminato con l’uso che fece di tale documentazione il barone Joseph du Teil, sostenitore dell’autenticità della reliquia torinese, «presentandola come se essa servisse a confutare tutta la ricostruzione storica» di Chevalier (pp. 65, 66). Ritornando poi al punto cruciale dello studio – il processo romano – Andrea Nicolotti afferma come i documenti della Santa Sede finora reperiti «non permettono di sapere ciò che avvenne in seguito» (p. 73). Avvalendosi tuttavia delle informazioni giunte a Chevalier da Roma – in particolare delle missive di monsignor Albert Battandier, fondatore e direttore dell’Annuaire pontifical catholique (Appendici 38, 42, 47, 55) e del canonico Alexandre Grospellier, amico dello stesso Chevalier (Appendici 32, 49, 53) – l’A. tenta una ricostruzione dei fatti a incominciare dall’intervento del papa, risalente forse alla primavera del 1902, per formare una commissione di studio ufficiosa. Quest’ultima sarebbe giunta alle medesime conclusioni del luglio 1901, informandone Leone XIII. Il pontefice, scrive Nicolotti, «accolto il parere, se ne sarebbe personalmente convinto e ne avrebbe anche informato il gesuita torinese Giammaria Sanna Solaro, pronunciando la famosa formula: non sustinetur. Per non dare scandalo e per non pregiudicare i rapporti con la famiglia reale sabauda, egli avrebbe deciso di non intraprendere alcuna azione consequenziale» (p. 73). Prudenza e opportunità avrebbero dunque spinto la Santa Sede, riguardo alla questione della Sindone, a «non esprimersi ufficialmente né in un senso né nell’altro».
L’epilogo rimanda all’ordine di silenzio emanato da Roma nei confronti di Ulysse Chevalier: quest’ultimo, a partire dal marzo 1903, interruppe ogni sua ricerca e non scrisse più sulla Sindone. La censura che colpì a loro volta i padri Bollandisti (e in particolare le osservazioni di Delehaye favorevoli al canonico francese) inflissero, commenta sempre Nicolotti, «un colpo mortale ai negatori dell’autenticità della reliquia, lasciando invece campo libero all’altra fazione» (p. 76). In seguito su tutta la vicenda andò calando una coltre di censura e rimozione in cui può individuarsi «l’incolmabile distanza fra due anime della Chiesa» (p. 78). Dichiarazioni che tentavano di negare l’esistenza di qualunque consultazione romana sulla Sindone di Torino si affiancarono alle accuse rivolte dai sindonologi a Chevalier: accuse che, ancora ai nostri giorni, valutano l’opera dello studioso francese «come espressione della parzialità, della passionalità e dei preconcetti del suo autore» (p. 80). Con questa pubblicazione, conclude Andrea Nicolotti, si è voluto rendere giustizia a Ulysse Chevalier a distanza di più di un secolo, salvando la sua opera da quanti «vorrebbero far passare come regola della scienza e dell’ortodossia» non solo le «loro fantasie da romanzieri» ma anche i loro «proclami» ben lontani da una seria ricerca storico-documentaria (secondo quanto scriveva Germain Morin, p. 80, Appendice 52).



 
Opzioni

 Stampa Stampa


Argomento


Spiacente, non sono disponibili i commenti per questo articolo.
 

 

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale. 


Sito internet realizzato da:
E' una TRX Idea...


Sito realizzato con PHP-Nuke