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S. Guijarro, I detti di Gesù. Introduzione allo studio del documento Q
Messo in linea il giorno Lunedì, 01 agosto 2016
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S. Guijarro, I detti di Gesù. Introduzione allo studio del documento Q

Santiago Guijarro, I detti di Gesù. Introduzione allo studio del documento Q, Carocci, Roma, 2016 (tit. orig.: Los dichos de Jesús. Introducción al Documento Q, Ediciones Sígueme, Salamanca, 2014).

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il libro che qui presentiamo all’attenzione dei nostri lettori risulta essere pregevole sotto diversi punti di vista. L’autore, noto esegeta spagnolo, docente di Nuovo Testamento all’Università di Salamanca (Spagna), lo ha strutturato attorno otto capitoli, brevi ma assai densi, aggiungendovi una Conclusione ed una bibliografia dettagliata, se si tiene conto della lunghezza del testo (143 pagine in tutto).

Nella breve Premessa Guijarro evidenzia l’oggetto della sua ricerca: si tratta “di uno dei testi cristiani più antichi” che generalmente “gli studiosi indicano con la sigla Q o con l’espressione ‘documento Q’”. Il fine del volume è quello di “offrire una visione sintetica, ordinata e chiara dei principali risultati della ricerca su Q”.

Il primo capitolo, intitolato La scoperta della fonte Q, esordisce evidenziando come la scoperta del documento Q, se paragonata ad altri noti rinvenimenti che hanno inciso in maniera significativa sulla comprensione del Cristianesimo delle origini - su tutti: i codici di Nag Hammadi e i manoscritti di Qumran - “fu molto meno spettacolare. Questo antico testo cristiano non era sotterrato nelle sabbie d’Egitto, né nascosto in una grotta, ma celato nei Vangeli di Matteo e di Luca. Non fu rinvenuto da contadini o da pastori, ma da coloro che studiavano pazientemente le relazioni di dipendenza letteraria tra questi Vangeli. La scoperta non fu repentina, ma lenta e progressiva, poiché il documento e la forma di Q sono stati individuati a mano a mano che avanzava la ricerca moderna sulle origini dei Vangeli”. Esaurita questa premessa, l’autore prosegue suddividendo in tre fasi distinte il processo che ha portato ad isolare Q, sviluppo che deve essere inquadrato entro una cornice più vasta ed articolata, costituita dal cosiddetto “problema sinottico” e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: “La scoperta di Q si è sviluppata gradualmente nel corso del tempo, al passo con il progredire della ricerca sui Vangeli e con l’applicazione di nuovi metodi di studio. Prima si svelò la sua esistenza, quando si provò che tanto Matteo quanto Luca avevano utilizzato un’altra fonte oltre al Vangelo di Marco. Dopo si capì che si trattava di un documento che poteva essere studiato indipendentemente dalla funzione che aveva svolto nella composizione dei Vangeli. Da ultimo, grazie al paziente lavoro di analisi che ha coinvolto un gruppo di studiosi di alto livello, si è riusciti a ricostruire un testo archetipo che ci permette di conoscere con più precisione i tratti peculiari di questo documento”. La ricostruzione storica del processo che ha portato la maggior parte degli studiosi dalla identificazione del documento Q alla sua edizione critica nell’anno 2000, è costellata anche da una minoranza di specialisti che ha opposto delle sostanziali obiezioni all’esistenza dello stesso. Parte del primo capitolo è dedicata alla confutazione di tali obiezioni e all’esposizione delle ragioni per le quali l’esistenza di Q risulti ancora essere l’ipotesi più plausibile, capace di rendere ragione dell’intreccio dei vari fattori ed elementi che entrano in gioco.

Com’era il documento Q? È l’interrogativo che dà il titolo al secondo capitolo, nel quale Guijarro affronta in primo luogo il problema della lingua. Se nella prima fase delle indagini su Q gli studiosi erano convinti dell’originaria composizione aramaica, più di recente si è giunti invece a concludere che “tanto il vocabolario quanto lo stile del documento Q rivelano […] che il greco utilizzato non possiede le caratteristiche del greco tradotto, ma quelle di un’opera scritta originariamente in greco”. Di estremo interesse sono poi le osservazioni riguardanti l’estensione di Q: “lo studio dei testi di triplice attestazione dimostra, infatti, che Matteo e Luca non incorporarono nei rispettivi Vangeli tutti i versetti di Marco e ciò permette di supporre, per analogia, che lo stesso accade con il documento Q”. Questo significa, detto in altri termini, che sarebbe impossibile ricostruire il documento Q nella sua interezza originaria. “Tuttavia - prosegue l’esegeta spagnolo - non ci si deve affidare ciecamente a tale analogia, soprattutto se consideriamo la natura delle sezioni raccolte da Marco e da Q”. Un’analisi approfondita di tali testi permette comunque di “affermare che la maggior parte di questo documento si è conservata nel materiale comune a Matteo e Luca che non ha paralleli in Marco”.  Per quanto concerne l’ordine, poi, è ferma convinzione degli esperti che “Luca abbia conservato meglio di Matteo l’ordine del documento Q […[ Pertanto, per citare la versione di Q così come può essere ricostruita a partire da Matteo e da Luca, si usa la sigla Q seguita dal capitolo e il versetto o i versetti secondo l’ordine di Luca, senza fare riferimento alla citazione parallela di Matteo”. Infine, assodato che Q possegga “una notevole unità letteraria”, l’ultima questione cruciale che chiude questo capitolo è la seguente: tradizione orale o documento scritto? L’ipotesi che Q costituisse uno strato della tradizione orale è stata condivisa in passato da esegeti del calibro di Martin Dibelius e Joachim Jeremias. Più recentemente, grazie anche ad una migliore conoscenza dei meccanismi che presiedono ai processi della trasmissione orale e ai rapporti tra oralità e scrittura, gli studiosi sono pervenuti ad una visione più articolata e complessa, per cui “pur riconoscendo che nei primi stadi della sua composizione il documento Q possa essere stato un documento orale destinato alla recitazione in gruppi locali, dobbiamo concludere che questo testo potrebbe essere stato messo per iscritto molto presto e che, grazie a questo passaggio, abbia avuto una notevole diffusione. È quindi molto probabile che tanto Matteo quanto Luca abbiano conosciuto e utilizzato una versione scritta di Q”. 

Il terzo capitolo - La struttura e il contenuto del documento Q - è il più lungo. A partire dalla suddivisione proposta da John Kloppenborg, l’autore analizza in modo dettagliato tutte le sezioni, con particolare attenzione ai paralleli rappresentati dai Vangeli di Marco e di Tommaso. Lasciando ai lettori del libro l’approfondimento delle analisi delle singole pericoli proposto da Guijarro, mi sembra utile sottolineare in questa sede l’esito significativo a cui approda l’esegeta spagnolo riguardante una differenza importante tra il documento Q e i Vangeli canonici. Una disamina dettagliata dimostra infatti che Q “possiede un orientamento escatologico. L’evento che dà senso e consistenza alla vita pubblica di Gesù e ai suoi insegnamenti è la sua seconda venuta”, mentre i Vangeli “in effetti, adottano uno schema biografico come criterio ermeneutico della vita di Gesù, mettendo l’accento sulla sua morte e resurrezione. Per tale motivo danno molta importanza al racconto della passione e della morte di Gesù, assente in Q.” Pertanto, in Q “gli insegnamenti e le azioni di Gesù non fanno parte di un passato originario, ma sono una realtà presente; presente ma incompleta, perché attende il suo compimento con la venuta del Figlio dell’uomo”.

Gli argomenti del capitolo seguente sono due, quelli annunciati nel titolo: La composizione e il genere letterario del documento Q. Per quanto concerne la composizione, è degno di nota il fatto che nessuna proposta avanzata dagli studiosi sia stata accettata all’unanimità; pertanto, “la precisa definizione delle fasi redazionali resta un argomento discusso”. Quello che invece è ampiamente accettato tra gli studiosi di Q è “l’idea che questo documento sia arrivato alla sua forma attuale tramite un complesso processo di composizione”, all’interno del quale, dunque, la redazione finale costituisce solamente l’ultima tappa. Occorre inoltre precisare che “nel caso particolare del documento Q risulta molto più difficile distinguere tra tradizione e redazione, soprattutto perché non partiamo da un testo antico ben attestato, ma da un testo ricostruito". Resta infine da osservare che gli studi sulla redazione di Q evidenziano un processo articolato attraverso cui essa sarebbe passata, scandito da quattro tappe fondamentali: i singoli detti, i gruppi di detti, le raccolte di detti e, da ultimo, la redazione finale. Diversi fattori concorrono invece a definire il genere letterario di Q, definizione che è alla base dei modi diversificati a partire dai quali questo documento è stato denominato: “Vangelo dei detti”, “Protovangelo dei detti Q”, ecc. ecc.. Fu uno dei massimi studiosi di Q, James Robinson, coautore, insieme a John Kloppenborg e a Paul Hoffmann, dell’edizione critica risalente all’anno 2000, a definire per primo il genere letterario del nostro documento, identificandolo come “Detti di saggi”. Tuttavia, sostiene Guijarro, Q costituisce “un caso singolare all’interno del suo genere, visto che possiede un’ambientazione temporale del tutto particolare. Questa peculiarità si percepisce facilmente quando lo si mette a confronto con il Vangelo di Tommaso, una composizione molto simile dal punto di vista del contenuto, della forma e della lunghezza”.  I detti che compongono Q rappresentano “un’unità in sé coerente dall’inquadramento cronologico ben preciso, che riferisce tutti questi detti e aneddoti al tempo della vita di Gesù.” Tale cornice temporale “induce a classificare il documento Q come una forma iniziale di biografia”, una “forma embrionale di biografia antica”, per cui “risulta inevitabile pensare che i contemporanei possano averlo considerato come una ‘vita di Gesù”. Ciò assodato, osserva il nostro autore, tale definizione ha senso se si considera la sostanziale differenza che caratterizza la biografia antica da quella contemporanea: solo a partire da tale puntualizzazione, si possono evitare anacronismi fuorvianti ed è possibile comprendere il significato preciso dell’inquadramento di Q all’interno del genere “biografia”.

Il capitolo quinto  - Il contesto vitale del documento Q - si occupa del  Sitz im  Leben e cerca di conseguenza di rispondere a domande come: chi lo compose? A chi era diretto? Dove fu scritto? Quando? Qual era la caratterizzazione dei gruppi che soggiacciono a Q? “Questo tipo di domande - osserva Guijarro - ci ricordano che il documento Q ebbe origine in una situazione di vita concreta per rispondere a problemi concreti”.  Nel nostro caso, gli studiosi, per rispondere a questi importanti interrogativi, si devono basare quasi esclusivamente sui dati che vengono offerti dal documento medesimo, non possedendo altri elementi di riferimento esterni. Ne consegue che le ricostruzioni fornite hanno un carattere ipotetico; ciò spiegherebbe inoltre, almeno in parte, la varietà delle proposte e delle soluzioni avanzate, che vanno da quelle di Paul Hoffmann e Gerd Theissen, secondo cui il gruppo che trasmise Q era costituito da profeti carismatici itineranti, a quella di Richard Horsley che “reputa che il gruppo di Q fosse formato da gruppi locali che aspiravano a rivitalizzare le comunità rurali della Galilea”, e di Dieter Zeller che costituisce una sorta di articolazione sintetica delle due ipotesi precedenti; fino ad arrivare ai contributi di Leif Vaage e Burton Mack, imperniati sull’analogia con lo stile dei filosofi cinici e a quelli, decisamente più complessi e articolati, di John Kloppenborg e Esther Miquel. Al di là delle singole ricostruzioni e proposte, ciò che sembra emergere complessivamente da questi contributi è un profilo del gruppo di Q composto da individui originariamente “legati alla missione di Gesù. Durante la prima generazione, questo gruppo ebbe un’evoluzione significativa, probabilmente motivata da fattori esterni. Al momento della composizione principale del documento Q, il gruppo stava attraversando un intenso processo di costruzione della propria identità, processo che implicava non soltanto la comparazione e il confronto con altri gruppi, ma anche […] un recupero creativo della memoria culturale di Israele”. Per quanto riguarda invece il luogo e la data di composizione, dopo un confronto critico con le principali ipotesi avanzate dagli studiosi, Guijarro abbraccia la tesi maggiormente accreditata, vale a dire che il documento Q sarebbe stato composto in Galilea prima della guerra giudaica. Utilizziamo il condizionale in quanto, come rileva Guijarro stesso, essa possiede “soltanto un certo grado di probabilità, giacché la localizzazione e la datazione di Q, come anche quelle di altri scritti anonimi, non possono essere stabilite se non partendo da dati indiretti”.

Il capitolo sesto è intitolato Il gruppo di Q come ‘comunione di memoria’ ed è dedicato a delineare l’identità del gruppo che trasmise i detti contenuti in Q. Il dato centrale da cui occorre partire è che tale gruppo era impegnato in un “processo di definizione della propria identità”, processo per il quale “il riferimento alla memoria culturale di Israele presente nei testi sacri svolse una funzione fondamentale”. Dunque, il richiamo al passato di Israele, il legame con Abramo e, soprattutto coi profeti perseguitati, che presuppone la categoria di “persecuzione” come chiave interpretativa del vissuto esistenziale presente del gruppo di Q; così come pure il rimando ad alcuni personaggi ed avvenimenti non ebraici, ma già considerati esemplari in ambiente giudaico - gli abitanti di Ninive, la Regina del Sud - e altri ancora introdotti ex novo e ridefiniti come paradigmatici - gli abitanti di Tiro e Sidone -, permettono di sottolineare “il carattere distintivo del gruppo, contrapponendo i tratti della sua identità condivisa a quelli di altri gruppi (‘questa generazione’)”.  È degno di nota che, se da un lato il recupero del passato “fu un efficace strumento che servì a definire l’identità del  gruppo “, dall’altro tale ripresa del passato da parte del gruppo di Q dovrà essere inteso in modo creativo, attraverso il ricorso ad una ridefinizione di “personaggi ed avvenimenti” che comprende anche la “sottolineatura di alcuni aspetti che fino ad allora erano assenti dalla memoria culturale di Israele (Abramo nel banchetto del regno, Abele come profeta, Tiro e Sidone come esempio di conversione)”. Dal punto di vista socio - antropologico, infine, il quadro tratteggiato è proprio di quei gruppi che vivono una “‘rottura con la tradizione’, la quale si genera quando il gruppo sperimenta una novità che lo separa dalla situazione precedente e ne prende coscienza”. In queste circostanze, il recupero del passato e il confronto oppositivo con altre compagini sociali presenti sul territorio contribuisce alla ridefinizione dell’identità. 

Il penultimo capitolo - Gesù nel documento Q -  affronta un tema delicato e complesso poiché, se da una parte “il documento Q contiene una delle testimonianze più antiche su Gesù”, dall'altra “il fatto che il documento Q sia un’opera molto antica non implica necessariamente che contenga tradizioni affidabili dal punto di vista storico, ma neanche che l’immagine di Gesù, per come viene presentata, sia poco elaborata dal punto di vista teologico”. Infatti, “il documento Q non è una semplice raccolta di detti, ma un’opera piuttosto elaborata”. Pertanto, se occorre abbandonare una visione ingenua, secondo cui Q tratteggerebbe una figura di Gesù direttamente identificabile col “Gesù della storia”, è anche vero che, in ogni caso, il nostro documento costituisce una fonte importante per lo studio del Gesù storico, in quanto “può facilitare l’accesso a uno stadio della tradizione anteriore alla redazione dei Vangeli”. A questo proposito, un aspetto molto significativo è rappresentato dal fatto che “l’interesse per Q come fonte per lo studio del Gesù storico è […] relativamente recente, ed è sorto nel contesto della cosiddetta ‘terza ricerca’ del Gesù storico, che ha sottolineato il legame di Gesù con il suo contesto ebraico”. Lo scenario dell’azione di Gesù, i temi e i dettagli della sua attività, le relazioni e il rapporto coi Vangeli canonici, sono tra gli argomenti approfonditi da Guijarro in questa sezione del testo, prima di concludere con l’analisi di un aspetto che ha costituito, e costituisce tuttora, un vivace oggetto di dibattito tra gli studiosi: si tratta del fatto che la morte e la resurrezione di Gesù - centrali in altri ambienti del Cristianesimo delle origini - non vengano menzionati in modo esplicito. Più precisamente, Q conosce la morte di Gesù: in alcuni detti si fa riferimento ad essa implicitamente; non le si attribuisce però un carattere soteriologico. Piuttosto, Q rappresenta la morte di Gesù facendola rientrare in una categoria nota all’ambiente culturale giudaico dell’epoca, quella del “profeta rifiutato dal popolo”. Per quanto concerne la resurrezione, poi, la questione è ancora più complessa, data l’assoluta assenza di riferimenti al riguardo. Anche qui, però, “alcune allusioni al Figlio dell’uomo […] sembrano riferirsi ad una forma diversa di riscatto di Gesù. A differenza della resurrezione, che colloca il riscatto di Gesù nel presente, la speranza della sua venuta la colloca nel futuro”.

Ma Q costituisce una fonte storica di rilevante importanza anche per la ricostruzione del Cristianesimo delle origini. Il documento Q e il Cristianesimo nascente è il titolo del capitolo che conclude il volume. Il nostro autore intravede tre ragioni principali per l’utilizzo di Q come fonte storica del Cristianesimo delle origini. La prima consiste nel fatto che Q contiene “informazioni storiche di grande interesse, permettendo di identificare un gruppo di discepoli di Gesù di cui parlano poche altre fonti”. Il secondo motivo è di carattere teologico e consiste nel fatto che il documento Q “riflette un kerygma diverso, che si basa su una cristologia differente” il cui “centro non è la morte e la resurrezione di Gesù, bensì la sua venuta come Figlio dell’uomo. Questa venuta è strettamente legata all’annuncio del giudizio imminente e affonda le sue radici nella proclamazione di Gesù che annunciò l’arrivo del Regno di Dio”. Pertanto, “l’annuncio della venuta del Regno, tema centrale della predicazione di Gesù […], fu interpretato da Q in chiave apocalittica”. Infine, il pregio di Q consiste “nell’adozione di un nuovo genere letterario”, quello che Guijarro definisce come “biografia” nel senso indicato sopra. La progressiva evoluzione di tale “genere biografico”  ebbe come prima tappa la stesura del Vangelo di Marco, in cui la cornice cronologica risulta ancora più delineata rispetto a Q attraverso l’incorporazione del racconto della passione e, come fase culminante, i Vangeli di Matteo e di Luca, dove il genere biografico si precisa ulteriormente, assumendo le connotazioni tipiche della “biografia ellenistica, che doveva iniziare con il racconto della nascita e dell’educazione del protagonista e finire con una rassegna degli eventi successivi alla sua morte”. La nota a fine capitolo dell’esegeta spagnolo, di carattere ermeneutico, mi sembra molto significativa e vale la pena di riportarla per intero:” Privilegiando il genere biografico, la Chiesa esprimeva la convinzione che la chiave per interpretare le parole di Gesù fosse la sua propria vita. Estrapolate dal contesto, le sue parole potevano essere interpretate, come infatti accadde, in modo arbitrario o tendenzioso. Il contributo di Q in questo processo consistette nel collocare i detti di Gesù nella cornice cronologica delle sue attività, dando così origine ad una forma incipiente di biografia”.

Le Conclusioni - perché vale la pena studiare e conoscere il documento Q - sono state scritte con l’intento di confutare una serie di obiezioni comuni che tendono a screditare l’importanza del nostro documento e che consistono sostanzialmente nell’affermare che Q costituisce in ultima analisi un’ipotesi e “un’ipotesi poco affidabile” in quanto fondata unicamente su “congetture”. Pur ammettendo - precisa il nostro autore - che Q sia “in effetti uno dei postulati della cosiddetta ‘ipotesi delle due fonti’, rimane il fatto che, “nonostante il suo carattere ipotetico, questo postulato non solo ha retto ottimamente all'esame di una critica assai rigorosa, ma si è anche consolidato col passare del tempo”, senza contare poi che “le ipotesi costituiscono parte della nostra tradizione scientifica e del nostro modo di conoscere”. Un discorso analogo vale pure per quanto concerne il carattere congetturale della ricostruzione di Q, poiché “tali congetture poggiano su analisi molto minuziose delle forme redazionali di Matteo e Luca in modo da permettere di identificare la forma originaria dei detti comuni a entrambi”. Non prendendo in considerazione in questa sede la risposta ad obiezioni di carattere teologico circa la non canonicità del testo di Q, che Guijarro affronta e confuta in breve, in positivo si possono enumerare almeno tre motivi per cui valga la pena accostarsi come storici ed esegeti a questo documento. Il primo riguarda il fatto che la “conoscenza del documento Q ci permette di approfondire un momento fondamentale del processo di formazione dei Vangeli”. In secondo luogo, “la conoscenza del documento Q ci mette in contatto con l’esperienza di vita e di fede di un gruppo di discepoli molto vicino a Gesù” e, da ultimo, “ci introduce nella loro esperienza religiosa permettendoci di conoscere quale fosse la loro immagine di Dio, come intendevano il suo intervento nella storia, o come percepivano il progetto di Gesù”.

Si tratta, come accennavo all’inizio, di un libro di modesta lunghezza, ma assai denso, in cui il rigore scientifico si coniuga con la capacità da parte dell’autore di utilizzare un linguaggio accessibile a chiunque. La competenza didattica di Guijarro si evidenzia anche dall’avere inserito nel testo schemi riassuntivi e dalla scelta di porre al termine del volume il documento Q. La bibliografia posta alla fine del libro è ricca e consente ai fruitori del testo di disporre di un elenco più che sufficiente per eventuali approfondimenti. Un’unica riserva nella struttura dell’opera è ravvisabile, a parer mio, nella disposizione delle note: sarebbe stato più opportuno inserirle a piè pagina, anziché in fondo al volume, prima della bibliografia: la lettura sarebbe risultata decisamente più scorrevole.  Credo infine che il libro costituisca una più che valida introduzione al documento Q e che pertanto sia indicato in modo particolare per quei lettori non (ancora) esperti sull'argomento, ma interessati a possedere un testo chiaro ed esaustivo capace di illustrare le problematiche, le ipotesi e le soluzioni proposte dagli esperti in materia. A tal riguardo, mi sembra doveroso sottolineare due pregi che il volume presenta. Il primo consiste nel fatto che Guijarro  non dia nulla  per scontato: si premura ad esempio di definire concetti e categorie - ad es. quelli di “critica letteraria”, “struttura letteraria”, ecc. ecc. -, su cui difficilmente, in opere specialistiche, ci si sofferma; il secondo aspetto, ancor più rilevante, consiste nel non tacere al “grande pubblico” - cui il volume è principalmente destinato -, una deduzione a cui approda chiunque si accosti allo studio di Q: la pluralità che caratterizzava il Cristianesimo nascente. Ora, se questa rappresentazione è ormai diffusa e ampiamente condivisa da parte di studiosi e accademici, essa non lo è affatto a livello di immaginario collettivo: l’averlo evidenziato proprio all'interno di un lavoro dedicato al documento Q mi sembra di estrema importanza.


 
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