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Nicolotti, Sindone (recensione)
Messo in linea il giorno Domenica, 07 agosto 2016
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Nicolotti, Sindone (recensione)

Andrea Nicolotti, Sindone: storia e leggende di una reliquia controversa, Torino, Einaudi, 2015. Recensioni.

Tratto da «Rivista di Storia del Cristianesimo» 12/2 (2015), pp. 431-436.

Di Pier Angelo Gramaglia.


La presente monografia è la naturale prosecuzione di due altri libri pubblicati in precedenza dall’autore (I Templari e la Sindone. Storia di un falso, Salerno Editrice, Roma 2011, pp. 186, e From the Mandylion of Edessa to the Shroud of Turin. The Metamorphosis and Manipulation of a Legend, Brill, Leiden 2014, pp. 228). Il nuovo libro offre una sintesi storiografica esemplare sulla nascita e sulla sorte dei panni funerari riferiti alla sepoltura di Gesù e poi sulla più tardiva Sindone di Lirey-Chambéry-Torino. Soprattutto per il periodo postcarolingio fino al sec. XIV d.C. Andrea Nicolotti presenta una panoramica eccezionale, che riassume con chiarezza e con rara precisione documentaria una disperata frammentazione di studi, la quale metteva in difficoltà qualsiasi studioso dei teli funerari di Gesù. Segnalo in modo particolare le note bibliografiche annesse al primo capitolo (pp. 42-54) che presentano finalmente una rassegna completa delle fonti, le quali sono state sempre verificate e analizzate dall’autore sulle documentazioni originali e che attestano limpidamente certe superficialità e falsificazioni ermeneutiche compiute da alcuni autori che hanno affrontato il tema in passato.
Può lasciare allibiti la spericolatezza con cui le chiese bizantine e soprattutto quelle latine postcarolingie hanno arricchito di falsi e di “invenzioni” intenzionali l’area storica della passione di Gesù, e non solo, giungendo a “inventare” un po’ di tutto: panni, oggetti e miracoli dalla grotta di Betlemme fino al legno della croce, ai chiodi, alla spugna, alla canna, alla lancia sacra, alla veste, alla tunica, ai lini sepolcrali, alle fasce cadaveriche, ai pezzi del sepolcro e alla pietra della tomba. Ciascuna di queste reliquie è stata duplicata e triplicata, anzi moltiplicata tra varie chiese in concorrenza reciproca, spesso a scopo di proselitismo e di lucro a vantaggio di ecclesiastici più o meno consapevoli. A leggerne le vicende, pare proprio che nel medioevo le reliquie funerarie di Gesù non siano mai apparse per caso e in totale buona fede; le loro “invenzioni” non derivano da reali “ritrovamenti” archeologici, ma obbediscono a logiche di domanda e offerta religiosa che si ripropongono con evidente ripetitività.
Giustamente Nicolotti pone la sua attenzione su tre di queste reliquie: il sudario di Cadouin, attestato a partire dal 1214 d.C., il sudario di Carcassonne (il Saint Cabouin) e il sudario di Cahors (la Sainte Coiffe). Nel 1933 si scoprì che il sudario di Cadouin era un panno islamico ed egiziano decorato con alcune iscrizioni cufiche e con ricamato addirittura il nome del califfo fatimide al-Musta‘lî, morto nel 1101; il sudario di Carcassonne venne datato con il metodo del carbonio 14 agli anni fra il 1220 e il 1397 d.C.; il sudario di Cahors venne studiato e attribuito al sec. XI d.C.. Il sudario di Magonza è invece un pezzo di lino del sec. XII.
I Bizantini a Costantinopoli nel sec. X già possedevano tutto il guardaroba funerario di Gesù: legni, titolo della croce, lancia, canna, sangue del costato di Cristo, veste, sacre fasce (confuse con quelle di Gesù bambino), la sindone teofora e altri arnesi. Sulla famosa stoffa/velo alla chiesa del palazzo imperiale delle Blacherne di cui parla il crociato Robert de Clari, che «ogni venerdì si drizzava tutta dritta in modo che si poteva vedere bene la figura di nostro Signore» e che era scomparsa da Costantinopoli dopo la quarta crociata, Nicolotti fa opportunamente notare che tale stoffa, più o meno miracolosa, non fornisce nessuna prova di essere identica alla Sindone di Torino e soprattutto non vi è certezza che l’immagine di Gesù stesse sopra il velo.
Davvero rocambolesche sono le avventure del sudario di Oviedo (un fazzoletto di lino di circa 83 x 53 centimetri intessuto ad armatura tela, con piccoli fori, sul quale sono visibili alcune macchie rossicce). Secondo il suo primo patrocinatore moderno, monsignor Giulio Ricci, questo sudario, dopo essere stato piegato in due, sarebbe stato poggiato sopra la Sindone di Torino che avvolgeva il volto di Cristo nel sepolcro, e legato al collo con una fascia, senza circondare tutta la testa. La nuova versione proposta in questi ultimi anni è che il tessuto fu adoperato per incappucciare la testa di Gesù mentre pendeva dalla croce. Tralasciando le fonti storiche erronee e contraddittorie, tutte fabbricate nel basso medioevo, qui basti ricordare che fra il 1990 e il 1992 furono effettuate tre datazioni indipendenti di tre diversi frammenti del Sudario di Oviedo presso i laboratori di radiodatazione di Tucson e di Toronto; tutti e tre i frammenti furono datati fra il sec. VI e il sec. IX; nel 2007 una nuova datazione ha fornito gli stessi risultati; merito di Nicolotti è l’aver descritto gli opportunismi messi in campo da non pochi sindonologi in questa circostanza.
La parte più lunga e più importante del libro riguarda ovviamente la Sindone di Lirey-Chambéry-Torino. Per intanto occorre annotare che la datazione della misurazione del contenuto di radiocarbonio (isotopo C14 che decade gradatamente dal momento della morte di un organismo vivente) ottenuta dai laboratori dell’Università di Arizona, dell’Università di Oxford e del Politecnico di Zurigo nel 1988 assegna l’intervallo di data del tessuto sindonico torinese tra il 1260 e il 1390 (del resto della Sindone di Lirey si inizia a parlare proprio a partire dal 1355 circa); vale a dire che il reperto appartiene al periodo medievale, quando in Oriente e in Occidente vennero inventate tutte le sindoni funerarie di Gesù. A tale risultato possiamo aggiungere altre argomentazioni tecnologiche segnalate da Nicolotti: ad esempio l’armatura tessile della Sindone prevede l’uso di un telaio orizzontale a pedali con quattro licci; la conoscenza dei telai a pedali è giunta, forse dalla Cina, nel sec. XI o poco prima, e quello con quattro pedali fu probabilmente introdotto dai Fiamminghi nel sec. XIII. Ecco perché finora non è mai stato riscontrato in tutta l’antichità un tessuto tecnicamente simile a quello sindonico; il più vecchio esemplare paragonabile finora identificato risale pure esso alla metà del sec. XIV.
A questo punto si apre la parte storiografica più affascinante: quella dedicata al cavaliere Geoffroy de Charny, a Pierre d’Arcis-sur-Aube, vescovo di Troyes dal 1377 al 1395, al papa di obbedienza avignonese Clemente VII (Robert de Genève) e al re di Francia Carlo VI. La questione della Sindone apre un quadro storico che coinvolge la religiosità popolare, il sistema giuridico medioevale francese del rapporto tra i vescovi, il regime dello ius patronatus (quel complesso di privilegi e oneri spettanti alla famiglia del patronus, che si accollava l’onere della costruzione e del mantenimento di un edificio ecclesiastico, scegliendo e sovvenzionando in aggiunta il personale di culto che vi prestava servizio) e soprattutto gli intrighi presso la corte papale nonché le astuzie della collegiata del villaggio di Lirey per non perdere quella fonte di guadagno, che era diventata appunto la Sindone. Finalmente possiamo leggere in traduzione italiana il testo integrale del famoso “Memoriale di Pierre d’Arcis”, che era rimasto isolato e monopolizzato nella edizione critica di Ulysse C. Chevalier, pubblicata a Parigi nel 1900; è un peccato che il vescovo Pierre d’Arcis nella sua denuncia al papa sul falso della Sindone abbia inviato una notizia assolutamente vaga in merito all’esame fatto dal precedente vescovo Henry de Poitiers, che al termine della sua indagine «scoprì la frode e in che modo quella stoffa era stata artificiosamente raffigurata; e fu comprovato, anche grazie all’artefice che l’aveva raffigurata, che era stata fatta per mezzo umano e non realizzata o concessa miracolosamente». Purtroppo non si sa nulla di certo dell’artefice, che l’avrebbe raffigurata; in compenso si sa con certezza che una bolla papale del 1390 concedeva l’ostensione della Sindone a patto che il predicatore «predichi pubblicamente al popolo e dica con voce alta e intelligibile, cessando ogni frode, che la suddetta figura o rappresentazione la espongono non come il vero sudario del Signore nostro Gesù Cristo, ma come una figura o rappresentazione del detto sudario». Come si vede, all’epoca il papa dichiarava esplicitamente che la Sindone di Lirey non era il vero sudario di Cristo. Vi saranno poi illustri sindonologi che accuseranno il papa di opportunismo e di beghe, timbrate di interessi, mentre sarà invece l’intera storia successiva a coprire le ostensioni e i pellegrinaggi di sottaciute motivazioni di interessi finanziari fino alla demagogia politica più smaccata.
Le successive vicende della Sindone a Lirey vengono bene ambientate nel contesto più generale della religiosità medioevale in ricerca di reliquie a scopo di protezione magica o come segni di prestigio di una chiesa, capace in tal modo di attirare pellegrini e garantirsi sicure offerte per la venerazione; il tutto si inquadra in una generale inclinazione verso qualsiasi tipo di materializzazione di qualche potere salvifico divino, nelle reliquie come nell’eucaristia.
Nell’analisi di questo contesto è notevole la competenza araldica di Nicolotti sui blasoni delle famiglie degli Charny e dei Vergy; ma è soprattutto ammirevole e rimane un capolavoro di ricerca notarile e di pazienza certosina la documentazione protocollare proprio sul periodo cruciale durante la guerra dei Cent’anni, fino a che nel 1453 avvenne il passaggio della Sindone da Marguerite de Charny al duca Ludovico di Savoia con una vendita illegittima di sottobanco a danno dei canonici di Lirey. Marguerite de Charny aveva vagato per la Francia, per il Belgio e per la Svizzera, organizzando ostensioni e incassando notevoli somme di denaro. Il risultato fu che la Sindone, passata al duca Ludovico, era diventata l’opposto di quanto si diceva al tempo del papa Clemente VII, cioè era ormai spacciata come sudarium seu sanctuarium, vale a dire come una vera e autentica reliquia del cadavere di Cristo. Per questo i duchi di Savoia portavano spesso con sé la Sindone in una specie di cappella ambulante come protezione contro ogni genere di infortunio, prima che essa venisse stabilmente depositata nella Sainte-Chapelle di Chambéry nel 1502, trasformandosi in protezione divina e strumento di legittimazione del potere politico, dotata anche di una propria liturgia per il suo culto con approvazione papale.
Un altro esempio di inchiesta quasi poliziesca è la scrupolosità con cui Andrea Nicolotti formula e verifica tutte le più disparate ipotesi sul famoso incendio di Chambéry nel dicembre del 1532; prende infatti in esame tutte le spiegazioni e le narrazioni formulate o inventate: intensità e vastità dell’incendio con annessa eventuale miracolosità negli spostamenti delle fiamme, i reali danneggiamenti al telo della Sindone, l’eventualità della scomparsa della reliquia e di una sua sostituzione con un altro telo di lino e con fabbricazione di bruciature manuali, ecc. Infine, dopo qualche riferimento alla devozione del cardinale Borromeo (che era già devotissimo del Santo Chiodo) esternata nel suo pellegrinaggio da Milano venticinque giorni dopo l’arrivo a Torino della Sindone, avvenuto il 14 settembre 1578, viene aperta la seconda fase delle avventure del sacro lenzuolo.
I successivi quattrocento anni – che vedono frequentissime esposizioni della sacra reliquia, corredate di oceaniche folle di pellegrini e di visitatori, istigati da una propaganda capillare ad un culto trionfale in cui la Sindone divenne anche un emblema militare, come la croce dell’imperatore Costantino, e oggetto di una vera e propria letteratura poetica della dinastia reale sabauda – sono sintetizzati in modo inequivocabile: «la Sindone continuò ad essere vista… come segno tangibile della protezione celeste accordata alla casa ducale che ne era proprietaria. E la casa ducale, da parte sua, fece in modo di favorire questa persuasione, accreditandosi quale stirpe prescelta dal Cielo per custodire la più insigne reliquia della cristianità e legittimando, sulla base di questo, la propria pretesa di apparire come famiglia sovrana superiore alle altre» (p. 155).
Non si può non notare come in tutto questo periodo la Sindone venisse descritta come un panno, in cui sarebbe stato avvolto il cadavere di Cristo, appena deposto dalla croce e madido di sangue, sudore e aromi, la cui immagine si sarebbe formata per semplice contatto adesivo fra la pelle e il telo. La dinastia dei Savoia inaugurò una nuova storia epica della Sindone, totalmente falsa: la Sindone sarebbe pervenuta ai Savoia dall’Oriente, perché dopo la morte di Gesù essa sarebbe rimasta in Terrasanta; sarebbe poi passata all’epoca della prima crociata nelle mani dei re cristiani di Gerusalemme. E così il regno della città santa e di Cipro, gestito dal secolo XI al secolo XV dalla casata dei Lusignano e passato poi a Luigi di Savoia nel 1458, avrebbe permesso dopo la caduta di Costantinopoli del 1453 di trasferire la sindone a Chambéry, dove regnavano Ludovico e sua moglie Anna di Cipro-Lusignano. Tale leggenda politica permise di eliminare dalla concorrenza tutte le altre “sindoni”, compresa quella di Besançon, che era apparsa improvvisamente solo dopo il 1523 (e venne poi distrutta dalla Rivoluzione francese nel 1794); la superstite Sindone di Torino trovò poi il suo sacrario nella cappella reale di Guarino Guarini, terminata nel 1683.
L’autenticità della Sindone diventa indiscussa dopo l’opera di Prospero Lambertini (papa Benedetto XIV), De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione (1734) e soprattutto grazie alla distribuzione di indulgenze da parte dei papi successivi; fra i papi più devoti alla Sindone vi sarà Pio XI, e fra i proprietari più gelosi Vittorio Emanuele III.
Gli ultimi due capitoli dello studio di Nicolotti sono la rassegna sintetica più completa e più precisa oggi esistente, soprattutto negli elenchi bibliografici, sulle problematiche storiche e scientifiche suscitate dopo le famose fotografie, riprese durante l’ostensione del 1898, fino ai nostri giorni.
Oltre al ricordo dell’opera storiografica benemerita del canonico Ulysse Chevalier, alla quale si oppose il degrado culturale del clero torinese sotto la guida reazionaria e antimodernista del cardinale Agostino Richelmy, penso valga la pena accennare all’originalità con cui viene affrontata la questione del “negativo fotografico”, proclamato fin da allora come la prova più evidente e miracolosa dell’autenticità della reliquia. Nicolotti fa invece notare che la fotografia di Secondo Pia restituiva semplicemente l’inversione chiaroscurale del risultato di una impronta, il che implica che l’immagine sul negativo si distingua molto meglio dell’immagine positiva, nella quale il colore pallido che disegna il corpo tende a confondersi con lo sfondo chiaro del tessuto; ma la Sindone non può certo dirsi un vero e proprio negativo fotografico, che peraltro implicherebbe sempre l’inversione dei valori tonali dei colori, lì assente. La riduzione al bianco e nero e l’accentuazione del contrasto mediante tecniche fotografiche sono utili per mostrare l’immagine al pubblico, ma falsificano le autentiche relazioni fra i colori. Quanto all’inversione dei chiaroscuri rispetto alla realtà, nella Sindone originale essa è già presente, perché l’immagine dell’uomo della Sindone non vuole essere la raffigurazione di un corpo reale esposto alla luce (come si farebbe in un dipinto) bensì l’effetto di una impronta, come nel caso dei timbri, ove le parti più sporgenti sono quelle che lasciano il colore sulla carta, o come nel caso dei sigilli, o comunque di qualsiasi oggetto che lasci una figura stampata per contatto. Proprio il ricorso recente al frottage è stato in grado di ricreare su stoffa immagini pseudonegative, sfumate, adirezionali, superficiali, a mezzatinta, non fluorescenti e contenenti informazioni tridimensionali come nella Sindone.
Invertendo i chiaroscuri, la fotografia del 1898 ha dunque restituito sulla lastra negativa un’immagine simile alla figura che aveva provocato l’impronta quanto alla distribuzione della luce. Proprio il fenomeno dell’impronta spiega perché le parti più sporgenti del corpo (o del bassorilievo) adoperato, cioè quelle entrate maggiormente a contatto con la stoffa, hanno lasciato una colorazione maggiore rispetto a quelle rimaste più a distanza o sottoposte a una pressione di contatto inferiore; il negativo della fotografia è semplicemente l’inversione chiaroscurale di tale impronta in quanto esso rende in colore chiaro i punti entrati in contatto con la stoffa (cioè quelli che nella realtà sindonica sono scuri) e restituisce non più l’impronta ma il suo opposto, cioè un’immagine umana che assomiglia alla realtà di un corpo umano esposto alla luce.
Rimane escluso che l’immagine della Sindone si sia formata per solo contatto con un corpo impregnato di un agente colorante (in tal caso si avrebbe soltanto una immagine deformata). Essa appare invece come il risultato di una proiezione ortogonale dell’immagine di un corpo su una superficie piana, il che esclude anche l’ipotesi “vaporografica” proposta nella prima metà del secolo scorso (è infatti impossibile che un cadavere emani vapori di sudore e vapore ammoniacale fortemente volatile, capaci di produrre in modo ortogonale un’immagine così ben definita su una stoffa).
L’ipotesi più plausibile è che tale proiezione ortogonale nella formazione della figura della Sindone – che presupporrebbe tra il resto un telo ben disteso e tenuto manualmente senza una piega sul cadavere – sia il risultato di un evidente manufatto, del tutto impossibile come panno avvolgente un cadavere; lo conferma anche il fatto che i glutei e i polpacci della figura sindonica presentano una rotondità di forme senza compressioni e i capelli non si adagiano sul terreno ma sono sollevati in alto in direzione del lenzuolo.
Anche l’ipotesi del “sindonocetrismo iconografico” (l’iconografia religiosa avrebbe copiato lungo i vari periodi della storia il volto del Gesù della Sindone) si dimostra del tutto arbitraria; si veda al riguardo la magistrale analisi descrittiva del cadavere di Gesù e dei panni funerari nella miniatura del Codice Pray a pp. 302-306. La tesi di Ian Wilson (1978) sulla identificazione del Mandylion di Edessa con la Sindone di Torino falsifica radicalmente tutti i testi siriaci e bizantini sulla natura del panno di Edessa, che raffigurava il solo volto di Gesù ad occhi aperti, e si inventa l’acquisizione della reliquia da parte dei Templari; a tutto ciò si aggiungono le derive di Daniel Scavone, che identifica il Mandylion con il Santo Graal, e di Keith Laidler, che fa di Gesù un discendente del faraone Akhenaton, al quale sarebbe stata decapitata la testa, che sarebbe stata imbalsamata e poi venerata dai Templari; la Sindone riporterebbe allora l’immagine della testa imbalsamata di Cristo associata al corpo di un altro individuo.
La cronaca e la critica alle pretese sindonologiche successive al 1973 sono sorprendenti e ben documentate da Nicolotti soprattutto nei loro aspetti rimasti celati dietro le quinte. I presunti pollini di Max Frei-Sulzer, che si dichiararono provenire da piante «presenti esclusivamente nell’area palestinese e vive venti secoli fa», sono pure e semplici falsificazioni giornalistiche, visto che i pollini non possono essere datati e che le piante identificate da Frei non sono affatto estinte e non sono neppure esclusivamente circoscritte all’ambito palestinese o turco.
Infine gli studi dello STURP (Shroud of Turin Research Project) che nel 1978 formularono l’osservazione secondo cui l’immagine sindonica sarebbe stata prodotta da qualcosa che ha portato a un processo di ossidazione, disidratazione e coniugazione della struttura polissacaride delle microfibrille del lino, un effetto riproducibile in laboratorio con alcuni processi chimici e fisici. Di qui prendono il via certe fantasie americane (la Sindone di Torino, che avrebbe funto anche da tovaglia dell’ultima cena, avrebbe avvolto un corpo, diventato improvvisamente radiante e meccanicamente trasparente; mentre essa si afflosciava per forza di gravità, attraversando il corpo che scompariva, le radiazioni residue ne avrebbero impresso l’immagine nella stoffa) e contraddizioni (ad esempio le sofisticate analisi dello STURP escludono la presenza di aloe e mirra, mentre Pierluigi Baima Bollone assicura di avere trovato tali sostanze sui fili da lui prelevati; oppure gli esperti della Commissione Pellegrino del 1969 che non riescono a trovare del sangue, mentre i sindonologi non solo dichiarano di averlo trovato ma di averne stabilito persino il gruppo sanguigno, mentre il microscopista McCrone vede solo del vermiglione invece del sangue, assieme a tempera e ocra rossa).
L’ultimo capitolo conduce a riflettere sugli effetti della moderna propaganda sindonologica pseudoscientifica, e sulla sua indebita invadenza negli ambiti della storiografia e della scienza. Andrea Nicolotti ce ne fornisce una attestazione filologica e scientifica incomparabile, passando in rassegna le teorie più strampalate degli ultimi decenni: il caso Dmitri Kouznetsov (una truffa economica ormai accertata, che pretendeva di poter dimostrare un effetto di ringiovanimento radiocarbonico su tessuti chiusi in reliquiari ed esposti al calore, come sarebbe avvenuto nell’incendio del 1532), Leoncio Garza-Valdés (inventore di speciali “rivestimenti bioplastici”), Eberhard Lindner (sarebbe stata la risurrezione di Cristo ad emettere neutroni che avrebbero arricchito la Sindone di isotopo radioattivo), Alberto Carpinteri (scopritore della cosiddetta energia piezonucleare, sollecitata dai terremoti biblici all’interno del Santo Sepolcro), Joseph Marino (fautore della teoria della Sindone rammendata in modo invisibile) nonché tutte le campagne denigratorie contro il risultato della datazione della Sindone al radiocarbonio. In tutto ciò si scorge un certo fanatismo, non difforme da quello di taluni che, in passato, hanno inquinato la storia della Chiesa con falsi in ambito scritturistico, letterario, architettonico, giuridico e liturgico, allo scopo di consolidare il proprio potere culturale egemone e teocratico.


 
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