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G. Lohfink, Gesù di Nazaret. Cosa volle - chi fu
Messo in linea il giorno Domenica, 29 ottobre 2017
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G. Lohfink, Gesù di Nazaret. Cosa volle - chi fu

Gerhard Lohfink, Gesù di Nazaret. Cosa volle - chi fu, Brescia, Queriniana, 2014; tit. orig.: Jesus von Nazaret - Was er wolte, wer er war, Freiburg im Breisgau, Herder, 2012.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.




Degno di attenzione sotto diversi punti di vista, che cercheremo di evidenziare, è il libro di Gerhard Lohfink, noto esegeta cattolico.

Incastonati tra la Prefazione e l’Elenco dei passi biblici, una nota di ringraziamento e l’Indice generale, ventuno, densi capitoli compongono il volume. Per esplicita ammissione dell’autore stesso, i primi dodici sono dedicati all’approfondimento del tema espresso dalla parte iniziale del sottotitolo: cercano cioè di illustrare “cosa Gesù volle”, mentre la seconda parte del testo è destinata a sondare “chi egli fu”. Nel breve spazio che qui mi è concesso, sarebbe velleitario proporsi di riassumere ed analizzare criticamente ciascun capitolo: seguirò pertanto la divisione strutturale bipartita a partire dalla quale Lohfink ha progettato il suo testo.

Un caso a parte è rappresentato dal primo capitolo, intitolato Il cosiddetto Gesù storico. La sua importanza è intuibile non solamente dal fatto che esso sia collocato in apertura, ma anche dalla relativa lunghezza dello stesso (ben 26 pagine!). In esso, l’autore affronta l’orizzonte ermeneutico all'interno del quale intende muoversi. La tesi che viene sostenuta, a mio parere alquanto discutibile, è la seguente: i cosiddetti “fatti” e le “interpretazioni” degli stessi, anche volendolo, non sono mai separabili. Di conseguenza, sarebbe inutile, oltreché fuorviante, cercare di rintracciare “il cosiddetto Gesù storico” dietro e oltre i testi che possediamo. L’approssimazione storica più probabile e plausibile è restituita dai testi medesimi. Ora, poiché l’interpretazione stessa non emerge dal vuoto, ma necessita sempre e comunque di un preciso contesto sociale e culturale, per quanto concerne la figura di Gesù di Nazaret la “comunità interpretante” è costituita dal popolo di Dio: «L’’interpretazione’ presuppone una comunità interpretante. Presuppone la comunicazione tra persone. Presuppone infine, per dirla in termini sociologici, un grande gruppo che vorrebbe accertarsi a proposito della propria identità storica. […] Qui il grande gruppo, che rende possibile l’interpretazione storica, è il popolo di Dio». Con simili premesse, è comprensibile la preferenza quasi esclusiva accordata dall'autore agli scritti che compongono il canone biblico (in modo particolare al Nuovo Testamento) e lo stretto rapporto che, a parer suo, intercorrerebbe tra “conoscenza” e “fede”: «Lo studioso delle religioni, che si accosta in modo metodicamente corretto e appunto per questo anche ‘critico’ a Gesù, arriva prima o poi a un punto nel quale riconosce ‘criticamente’ di dovere abbandonare gli abituali criteri della critica e di dovere accettare la diversità di questo così totalmente altro al fine di poterlo comprendere nel modo giusto. Precisamente qui sta il punto o corre la linea di confine, dove la critica storica conduce di per sé ad abbandonare i suoi criteri normali. Essa è infatti appunto solo un settore molto limitato della capacità conoscitiva umana. Alla base delle cose più importanti della vita umana, come per esempio alla base della simpatia, dell’amore, della fedeltà e della dedizione, ci sta un altro tipo di conoscenza. La critica storica, non appena è arrivata a questa linea di confine e la riconosce onestamente, rimanda al di là di sé. E questa è appunto la sua più grande e bella possibilità. Precisamente a questo punto essa dimostra di essere più che mai oggettiva. Un accesso puramente storico, puramente religioso – scientifico, a Gesù è quindi possibile. Ma ha i suoi limiti. Questo libro utilizza pieno di gratitudine le ricerche prevalentemente storiche di molti biblisti. Né prova la minima inibizione a ricostruire criticamente il senso originario di detti e parabole di Gesù. Molte cose saranno in esso una ricostruzione. Però sono convinto che così facendo non ho bisogno di andare contro la conoscenza di Gesù dei primi testimoni, né contro la fede in Cristo delle prime comunità». Ho voluto riportare per esteso questa lunga citazione poiché essa mi sembra sintetizzare in modo eccellente la posizione assunta dallo studioso tedesco e, al tempo stesso, i suoi limiti. Mi pare evidente infatti come Lohfink recepisca correttamente contributi di diversa provenienza (ermeneutica, epistemologica, sociologica, psicologica, ecc. ecc.); al tempo stesso, però, è per me altrettanto palese che egli li utilizzi in maniera opinabile, confondendo piani di indagine e orizzonti conoscitivi che è opportuno che rimangano differenziati. Mi riservo di approfondire ulteriormente questi aspetti al termine del presente contributo, in sede di valutazione critica dell’intera opera. Era indispensabile però introdurre i nostri lettori alla prospettiva adottata dall'autore, prima di esaminare più dettagliatamente i contenuti del testo.

Cosa volle dunque Gesù di Nazaret? Undici capitoli sono dedicati al tentativo di rispondere a questa domanda. Emerge la figura di un uomo profondamente radicato nella mentalità, nella cultura e nella religiosità del suo popolo, Israele. Un uomo totalmente dedito a quello che è il tema centrale del suo messaggio, dei suoi gesti e della sua intera vita: Il “Regno di Dio”, di cui lo studioso tedesco mette giustamente in evidenza le caratteristiche sociali e politiche e la stretta connessione col destino di Israele. Dal Padre Nostro alla scelta dei Dodici, dalle parabole ai racconti di miracoli fino al tema del giudizio (indebitamente dimenticato) e del rapporto di Gesù coi grandi temi dell’Antico Testamento e con la Torah: tutto questo rischia di essere fortemente frainteso (come è avvenuto nel contesto del Protestantesimo liberale: in modo particolare Lohfink si confronta criticamente con le posizioni espresse da Adolf Von Harnack nella sua fondamentale opera L’essenza del Cristianesimo) se non si tiene presente il legame di Gesù con Israele. Dal mio punto di vista, questa parte del volume è particolarmente preziosa. Il bagaglio culturale dell’autore, la facilità con cui egli padroneggia i contenuti e gli strumenti dell’esegesi e la sua abilità didattica sono palpabili. Il risultato principale, al di là delle singole tesi sostenute, consiste nella capacità di dischiudere orizzonti di comprensione in grado di incrinare le rappresentazioni più diffuse e l’immaginario più consolidato intorno al personaggio storico Gesù di Nazaret. Ritengo pertanto che soprattutto i lettori meno preparati potranno beneficiare di tutto ciò. Un dato apprezzabile da chiunque, può essere, a titolo di esempio, verificare come le parabole di Gesù rivelino significati per molti inimmaginabili qualora si conosca il retroterra storico, culturale e sociale a cui esse alludono. Se non è possibile comprendere Gesù a prescindere dal suo essere profondamente radicato nel popolo ebraico, è pure vero che, per Lohfink, Israele è per Gesù il punto di partenza: per il nostro autore, infatti, Gesù recupera il senso originario dell’elezione per cui, secondo il pensiero biblico, il significato profondo dell’elezione di Israele consiste nel fatto di rappresentare agli occhi degli altri popoli una sorta di punto di attrazione, nella misura in cui esso è in grado di incarnare al suo interno una “società” caratterizzata dalla sovranità dell’unico Dio e dai valori etici ad essa connessi. Così, commentando la guarigione della figlia della donna siro-fenicia (Mc 7,24-30), l’autore può affermare: «Gesù non vuole guarire la figlioletta della donna pagana. Il fatto che in un primo momento non voglia esaudirla non significa che egli non si curi dei pagani. Al contrario, proprio perché i pagani gli stanno a cuore, deve concentrarsi su Israele. Se infatti il nuovo mondo di Dio non prende corpo in Israele, non prenderà corpo neppure nel mondo pagano. Di qui la preminenza di Israele, una preminenza in favore del mondo». Con la scelta dei Dodici in particolare e, più in generale, all'interno della cerchia dei discepoli e di tutti coloro che nella multiformità possibile della chiamata collaborano alla costruzione del Regno di Dio, Gesù crea un “luogo” dove, a partire dall’”oggi” (il “Regno di Dio”, sottolinea ripetutamente l’autore, non è un’entità astratta: esso possiede uno “spazio” preciso ed un “tempo” specifico), la “Sovranità di Dio” – così andrebbe tradotta e intesa la locuzione “Regno di Dio” – può avere inizio e dispiegarsi in maniera nascosta e silenziosa - proprio come mette in evidenza un insieme di parabole ispirate all'ambiente dell’agricoltura e che Lohfink definisce “parabole della crescita” – fino ad abbracciare, partendo da Israele, tutti i popoli. Esattamente la qualifica socio-politica, che, a parere di Lohfink, definirebbe in modo essenziale il “Regno di Dio” e la sua dinamica, porta l’autore a riconoscere la tensione interna tra “già” e “non ancora”, con una particolare sottolineatura data alla presenza in questo mondo del “Regno di Dio”, più che alla sua futura e definitiva realizzazione: l’autore, quindi, sembra orientarsi tendenzialmente nel senso dell’”escatologia realizzata”. Sicuramente è apprezzabile la sottolineatura di un aspetto talvolta sottovalutato, come la dimensione socio-politica caratterizzante il concetto di “Sovranità di Dio”; viene però da domandarsi se, da un punto di vista storico, tale rappresentazione sia esaustiva di quello che per un ebreo del I sec. – e quindi anche per Gesù di Nazaret e i suoi primi seguaci – questa locuzione significasse. Si ha come l’impressione che Lohfink sia in difficoltà una volta posto di fronte alla “necessità” di spiegare un dato evidente, quando non si voglia rinunciare al “Gesù escatologico”: quella cioè di dovere giustificare il fatto che Gesù annunci come prossimo l’avvento di una realtà (= la piena e definitiva “Sovranità di Dio”) nella quale lui e i suoi seguaci hanno creduto – dato questo giustamente sottolineato anche nella seconda parte del volume, specialmente nel capitolo consacrato alla ricostruzione degli eventi pasquali – , ma che non si è verificata. Il tema del “Regno di Dio” rende esplicito, a mio parere, quello che si può considerare il nodo critico e problematico del libro e che deriva direttamente dalla prospettiva ermeneutica adottata dall'autore, tesa, come abbiamo cercato di sottolineare in apertura, ad integrare “conoscenza” e “fede”: là dove lo storico e l’esegeta si limitano a constatare un dato o un’ipotesi, il credente, come accade nel caso presente, può sentire la necessità di fornire spiegazioni ulteriori. E così, se si può essere senz'altro d’accordo con l’autore nel ritenere che sovente, nell'ambito degli studi esegetici, si sia sottolineato poco il “già” del “Regno di Dio”, più problematico risulta invece stabilire fino a che punto affermazioni come la seguente possano essere suffragate dai testi: «Il ‘non ancora’ del Regno di Dio non dipende perciò dal temporeggiamento di Dio, ma dalla conversione dell’uomo che tarda ad arrivare. L’uomo non vuole avere Dio troppo vicino. Preferisce le danze delle sue proprie nozze a quelle delle nozze a cui Dio lo invita». Lohfink è troppo colto ed avveduto per non accorgersi della capitale importanza che riveste questo punto: non meraviglia, quindi, che egli vi ritorni a più riprese. Significativo a tale proposito è ciò che egli scrive al termine del capitolo dedicato ad approfondire gli eventi pasquali. «Io mi domando se Gesù avrebbe potuto concepire ed esprimere in termini diversi – all’interno della mentalità escatologica del suo ambiente, in cui anch'egli era profondamente radicato – questo pressante “adesso” della decisione. Con la nostra idea di un tempo che continua a scorrere all'infinito, di un tempo in cui non c’è più alcun kairós, ma ci sono solo degli eventi, siamo noi infatti realmente più vicini alla verità della nostra esistenza e alla verità della storia umana di quanto lo fosse Gesù con la sua pronunciata mentalità escatologica? Io ne dubito moltissimo». Dunque, ad essere chiamata in causa qui è la rappresentazione contemporanea del tempo: il discorso storico esegetico viene abbandonato, in favore di un livello di riflessione filosofico - esistenziale.

La seconda parte del libro, come accennato, è dedicata alla comprensione di “chi Gesù era”. È da rimarcare, in primo luogo, il fatto che l’autore dedichi attenzione ad aspetti psicologici della persona di Gesù di Nazaret solitamente considerati marginali. Senza esporsi ai rischi che normalmente presenta un approccio strettamente psicologico (e più ancora psicanalitico) a qualsiasi personaggio storico, l’autore dimostra, ad esempio, in maniera convincente, come la “risolutezza” fosse un tratto caratteristico della personalità di Gesù. Ma questa parte è anche quella in cui Lohfink affronta le questioni salienti dell’esistenza di Gesù, che coincidono con quelle più dibattute dagli studiosi: la decisione di recarsi a Gerusalemme, il significato che egli attribuì alla sua morte, il processo, la crocifissione, gli eventi pasquali, i titoli cristologici. Di estremo interesse è il capitolo conclusivo, in cui si indaga se e fino a che punto il “Regno di Dio” si connoti in senso utopico. Tralasciando anche in questo caso di analizzare dettagliatamente le singole tesi sostenute, mi accontenterò di evidenziare come la trattazione dell’autore si caratterizzi per una sostanziale fiducia accordata agli scritti del Nuovo Testamento. Storici sarebbero dunque il significato “espiatorio” attribuito da Gesù stesso alla propria morte, precisamente durante lo svolgimento dell’ultima cena, nell'imminenza della fine. A questo riguardo, l’autore precisa però il senso biblico del termine “espiazione”, profondamente diverso da quello attuale:” ‘Espiazione’ non è altro che rappresentanza vicaria che spesso si spinge fino alla morte in favore di altri”, ma più ancora: Israele ha conosciuto tutti i meccanismi dell’espiazione di cui abbiamo parlato. Esso era stato infatti in Egitto e aveva conosciuto i luoghi di culto della terra di Canaan. Era stato in esilio a Babilonia e aveva conosciuto i rituali liberatori di quel paese. Aveva visto tutto questo e lo ripensò in modo nuovo in base alla propria esperienza di Dio. In fondo Israele capovolse il concetto di espiazione delle religioni. Infatti in Israele tutta l’’espiazione’ parte da Dio. È una sua iniziativa. La ’espiazione’ è una nuova possibilità di vita donata da Dio”; ma una sostanziale storicità andrebbe pure accordata alla vicenda del “sepolcro vuoto”, mentre per quanto concerne l’autocoscienza di Gesù, Lohfink si orienta nel senso di una “cristologia implicita”, che implica il fatto che Gesù abbia utilizzato per sé sia il titolo di “Messia” (dapprima in modo enigmatico ed allusivo, infine in maniera esplicita durante il suo processo), sia quello di “Figlio dell’uomo”. La formula del Concilio di Calcedonia (“vero Dio e vero uomo”) oltre ad essere già esplicitamente presente nel quarto Vangelo, affonderebbe in ultima analisi le sue radici nel modo assolutamente unico a partire dal quale Gesù rivendicava la sua autorità, agita in nome e al posto di Dio. Su queste premesse, si comprende come il nostro autore possa affermare che la presunta “divinizzazione” di Gesù (termine che Lohfink contesta) non sarebbe avvenuta sul terreno delle comunità ellenistiche, ma tradisca un immaginario di fondo interamente ebraico: l’inno al Kyrios di Fil 2, 6-11 e quello al Logos, che costituisce l’incipit del quarto Vangelo, così come altri testi, ne sarebbero la prova. È da sottolineare che la fiducia – a mio parere in alcuni casi eccessiva – accordata ai testi, si traduce sovente in un’applicazione implicitamente riduttiva dei criteri di storicità e in un utilizzo ristretto delle fonti medesime: in termini concreti, si ha l’impressione che la ricerca di Lohfink coincida spesso con la preoccupazione di mostrare la plausibilità della narrazione di Marco (sarebbe sufficiente scorrere l’indice dei passi biblici per rendersi conto del fatto che Marco sia il testo più citato). Questo orientamento di fondo finisce poi di frequente col presentare come certe tesi ancora oggi ampiamente dibattute dagli esegeti. Per fare un esempio, proprio il Vangelo di Marco viene fatto risalire da Lohfink «alla testimonianza di Simon Pietro e a quanto era stato da lui tramandato», senza la minima preoccupazione di avvertire i lettori che tale ipotesi circa l’origine di Marco è controversa.

Non è semplice valutare complessivamente un’opera come questa. Sicuramente, essa presenta numerosi aspetti estremamente positivi: il linguaggio, accessibile a chiunque, permette all’autore di rivolgersi ad un pubblico numeroso di lettori, senza peraltro mai scadere nel banale o in semplificazioni sconvenienti. Da non sottovalutare, poi, è pure la capacità dell’autore di fare risaltare il radicamento di Gesù nel popolo ebraico, senza per questo rinunciare a porre in evidenza l’originalità con cui egli si confronta ed interpreta le tradizioni e gli aspetti culturali e religiosi di Israele. La costante attenzione all’orizzonte storico-culturale e antropologico, di cui i testi sono espressione, aprono, specialmente ai lettori non (ancora) esperti, prospettive di lettura inedite. Ho già accennato a quello che, a mio avviso, costituisce l’aspetto maggiormente criticabile del volume. In conclusione, penso sia doveroso puntualizzare ulteriormente alcuni dettagli della questione. Quando affermo che i risvolti discutibili del libro possono essere fatti risalire alla prospettiva ermeneutica abbracciata dall’autore, non intendo certamente negare validità e legittimità ad altre tipologie di letture (spirituale, esistenziale, teologica, ecc. ecc.) della figura di Gesù che non si rifacciano esplicitamente al punto di vista storico: anzi, occorre, a questo riguardo, riconoscere all’esegeta tedesco un’onestà intellettuale spesso assente in altri; infatti, egli, come prima cosa, si premura di esplicitare la cornice interpretativa e i criteri epistemologici a cui si ispira la propria indagine. Ciò assodato, la posizione dell’autore al riguardo suscita alcuni interrogativi di fondo: pur nella consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere un’oggettività assoluta, l’indagine storica può (o deve?) veramente rinunciare a distinguere i “fatti” dalle “interpretazioni”? Acquisita coscienza dei limiti di qualunque disciplina – compresa la storia e l’esegesi biblica – che non intenda rinunciare alla qualifica di scientificità e del pericolo dell’autoreferenzialità, per quale ragione lo studioso dovrebbe arrivare «prima o poi ad un punto nel quale riconosce […] di dovere abbandonare gli abituali criteri della critica»? Perché la «più grande possibilità [della] critica storica» sarebbe quella di rimandare «al di là di sé»? Si potrebbe proseguire con quesiti di tal genere, forse riassumibili, in estrema sintesi, nella seguente domanda: quale storico, che non intenda abbandonare gli strumenti scientifici di cui dispone, volendo ricostruire la figura di qualsiasi altro personaggio, sarebbe disposto a sottoscrivere simili premesse? Sebbene Lohfink non ne faccia mai riferimento, si sarebbe tentati, alla luce di quanto abbiamo cercato di sintetizzare, di annoverare la presente opera all’interno della corrente del “Gesù ricordato”. Forse, però, le preoccupazioni che guidano l’autore nella sua disamina ne fanno una sorta di testo sui generis, difficilmente catalogabile. Può essere considerato ancora un libro sul Gesù storico? Il titolo e il sottotitolo lo lasciano presagire.

 


 
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