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C. Gianotto, Pietro. Il primo degli apostoli
Messo in linea il giorno Mercoledì, 03 marzo 2021
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C. Gianotto, Pietro. Il primo degli apostoli

Claudio Gianotto, Pietro. Il primo degli apostoli, Bologna, il Mulino, 2018. 

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il personaggio di Pietro ha conosciuto di recente un rinnovato interesse. Tra gli studi che si inseriscono in questo solco, figura l’agile volume che qui presentiamo ai nostri lettori, che la nota casa editrice bolognese il Mulino ospita nella collana Farsi un’idea. L’autore, docente di Storia del Cristianesimo e Storia delle origini cristiane presso l’Università di Torino, suddivide il testo in tre capitoli, a cui seguono le Conclusioni, l’elenco delle abbreviazioni e, infine, una bibliografia essenziale ragionata.

 Nel primo capitolo, intitolato Discepolo di Gesù, Gianotto conduce il lettore attraverso una serie di tematiche e di questioni concernenti il ruolo di Pietro durante il ministero pubblico di Gesù, a cominciare dai racconti che descrivono “il momento e le circostanze in cui Gesù lo chiamò a seguirlo”. Benché tali narrazioni presentino divergenze anche sensibili, “questi racconti della chiamata di Pietro ci forniscono numerose informazioni sul personaggio”: l’apostolo Simone, detto Pietro, era originario, come suo fratello Andrea, di Betsaida; “i due fratelli dovevano essersi successivamente trasferiti per qualche ragione a Cafarnao, un villaggio distante da Betsaida meno di dieci chilometri, ma sulla sponda nord-occidentale del lago, al di qua del Giordano. […] La principale risorsa economica per gli abitanti di Cafarnao e dei villaggi circostanti doveva essere la pesca che si svolgeva sul lago di Tiberiade” e poiché “le attività di pesca e di lavorazione del pesce che si svolgevano intorno al lago erano fiorenti e anche remunerative”, si può supporre che “la famiglia di Pietro […] se è vero che non apparteneva alle opulente élite cittadine, doveva comunque disporre di un reddito sufficiente ad assicurare una vita dignitosa, ben lontana dal bisogno e dall’indigenza”. Cafarnao, poi, dovette svolgere un ruolo molto particolare nell’attività di Gesù e del suo movimento: questo è un altro importante dato storico che è possibile ricavare tra le pieghe dei racconti dei Vangeli (Mt 9, 1 – come l’autore osserva giustamente – definisce Cafarnao “la sua città”, ovvero, la città di Gesù), così come è possibile intuire, alla luce anche dei contribuiti dell’archeologia – che Gianotto espone in maniera sintetica -, la centralità che può avere assunto per il gruppo radunatosi attorno a Gesù la casa di Pietro a Cafarnao. Un altro tema discusso in questo primo capitolo riguarda il nome del personaggio che successivamente sarà universalmente conosciuto come Pietro: “Il nome originario del nostro personaggio è Simeone […] grecizzato in Simone. […] Il nome, che è quello di uno dei figli di Giacobbe (Gn 29, 33), doveva essere molto diffuso ai tempi di Gesù”. Decisivo, però, è il fatto che Simone ricevette, molto probabilmente da Gesù stesso, un soprannome: Kefa’, in aramaico, successivamente traslitterato in greco -Kêphas – ed infine tradotto col termine Petros. Gianotto accetta la tesi di Ulrich Luz, di cui ha curato per l’editrice Paideia l’edizione italiana del Commentario al Vangelo di Matteo, al quale il nostro autore, nella bibliografia commentata posta al termine del volume, rimanda - in modo particolare per l’esegesi ed il commento della pericope di Mt. 16, 16-20. L’esegeta svizzero accetta a sua volta la proposta che Peter Lampe sostenne in un articolo pubblicato nel 1979 sulla prestigiosa rivista New Testament Studies, in base alla quale lo studioso tedesco difendeva l’ipotesi secondo cui il modo abituale di intendere il termine aramaico Kefa’, traducendolo con roccia, risentirebbe eccessivamente dell’influsso del passo di Mt 16, 16-20 – che, sia dal punto di vista storico che da quello letterario, costituisce il punto di arrivo di un complesso processo - e sarebbe pertanto errato. L’interpretazione corretta dovrebbe invece essere pietra, come attesterebbe anche la traduzione del soprannome in greco – Petros = pietra – che, col tempo, seguendo la parabola che solitamente compiono i soprannomi, avrebbe sostituito il nome originario Simone. Sulla falsariga di Peter Lampe e di Ulrich Luz, quindi, Gianotto ritiene che tale soprannome – che trova un parallelo in quello di Boanêrges attribuito ai figli di Zebedeo – potrebbe essere stato “assegnato a Pietro forse per il suo carattere deciso, duro” e potrebbe anche essere servito per risolvere il problema dell’omonimia all’interno della cerchia dei Dodici. Infatti - evidenzia l’autore – “un modo per distinguere le persone che portavano lo stesso nome era quello di indicare anche il nome del padre”: è ciò che si verificò con Simone, identificato in Mt 16, 17 come Simone bariôna (= figlio di Giona), in Gv 1, 42 Simone, figlio di Giovanni e in Gv 21, 15-17 più semplicemente Simone di Giovanni, e/o di attribuire un soprannome: “lo stesso avviene con Simone, figlio di Giona, il quale riceve il soprannome di Kêphas/Petros, che lo distingue da un altro Simone, soprannominato lo Zelota […] oppure il Cananeo […]”. La scelta di tradurre il soprannome Kefa’/Petros con pietra – anziché con roccia – gioca un ruolo fondamentale nell’interpretazione del famoso passo matteano del Tu es Petrus, a cui Gianotto rivolge la sua attenzione dopo avere dedicato un paragrafo alla posizione di Pietro nel gruppo dei Dodici e all’analisi delle relative principali pericopi, da cui emerge un ruolo di primo piano, di “portavoce” e di “primo attore” svolto da Pietro nel gruppo, ma anche una conferma di quei tratti caratteriali ambivalenti, che vanno dallo slancio generoso al contrasto col capo carismatico, tratti chiaramente rinvenibili, ad esempio, nell’episodio del tradimento, alla cui disamina il nostro autore dedica il paragrafo che conclude il primo capitolo. La posizione rilevante occupata da Pietro all’interno del gruppo dei più intimi di Gesù è testimoniata anche da un altro indizio: “Alla scena di Gesù che costituisce il gruppo dei Dodici segue, in tutti e tre i sinottici, la lista dei nomi; ora, in tutte e tre le liste, Pietro figura al primo posto”, così come Giuda Iscariota occupa sempre l’ultimo. Se è poi verosimile, dal punto di vista storico – osserva l’autore – “che la costituzione del gruppo dei Dodici sia stata effettivamente opera di Gesù […] Quello che, invece, risale probabilmente al periodo successivo alla morte di Gesù è la valenza gerarchica sottesa alle liste dei Dodici, in particolare il primato riconosciuto a Pietro e l’ultimo posto a Giuda”. Senza volere negare il peso effettivo esercitato dagli eventi posteriori alla morte di Gesù e quindi l’inevitabile influsso svolto sul piano storico dal protagonismo di Pietro nelle vicende che contribuirono al ricompattamento e alla ricostituzione del gruppo dei seguaci di Gesù dopo il trauma della sua condanna a morte e di riflesso, su quello letterario, nella raffigurazione delle immagini di Pietro tratteggiate dagli autori del Nuovo Testamento, mi risulta difficile attribuire esclusivamente ai fatti accaduti dopo Pasqua il “primato” assegnato a Pietro nell’elenco delle liste dei Dodici. In altri termini, ritengo più probabile che tali liste testimonino, seppure indirettamente ed implicitamente, il ruolo di primo piano che Simon Pietro ebbe effettivamente già durante l’attività pubblica di Gesù e che costituì il fondamento del suo successivo ruolo di “primo attore” nella comunità delle origini. Questa osservazione mi sembra giustificabile anche sul piano sociologico, come l’autore stesso del resto riconosce, nonostante la sua tendenza a ricondurre la messa in primo piano di Pietro prima di Pasqua agli eventi successivi alla Pasqua: “Pietro è senz’altro il discepolo che compare più frequentemente di ogni altro nei racconti dei quattro vangeli canonizzati. Questo dato, che indubbiamente risente dell’importanza e del prestigio riconosciuti al personaggio all’interno del movimento di Gesù al momento della redazione dei vangeli, non è del tutto inverosimile dal punto di vista storico. Le dinamiche che caratterizzano i gruppi sociali prevedono che, nel processo di differenziazione dei ruoli, alcuni personaggi acquisiscano una rilevanza maggiore di altri e assumano in certi casi funzioni di rappresentanza e di guida. È quello che dovette succedere anche all’interno del gruppo dei discepoli più stretti di Gesù”. Tornando al Tu es Petrus (= Mt 16, 17-19), dopo avere esaminato sinteticamente il testo nei suoi punti chiave, Gianotto assume una posizione in sintonia con l’orientamento della maggior parte degli esegeti contemporanei: “Dalle osservazioni fatte, appare evidente che la piccola composizione dei tre logoi di Mt 16, 17-19 difficilmente può risalire a Gesù stesso. Essa riflette con ogni verosimiglianza una situazione successiva. Dopo la morte violenta del capo carismatico, il movimento di Gesù riuscì non senza difficoltà a riorganizzarsi, ma lo fece in modo plurale e decentralizzato. Diversi gruppi si differenziarono fin da subito, raccogliendosi intorno ad alcuni personaggi autorevoli, tra i quali figurano certo Pietro, ma anche Giacomo, fratello di Gesù, Paolo, Giovanni e così via”, i quali, dopo la loro uscita di scena, furono oggetto di un “processo di mitizzazione che ne fece delle figure di riferimento intorno alle quali ancorare il patrimonio dottrinale che a poco a poco si andava accumulando e che costituiva l’identità comune nella quale si riconoscevano i diversi gruppi del cristianesimo nascente. […] E’ verosimilmente in questo contesto che va collocata la composizione di Mt 16, 17-19: il personaggio di Pietro diventa, in quanto rappresentante dei Dodici, il fondamento e il garante della tradizione apostolica, sulla quale la chiesa di Gesù si sta progressivamente costruendo”. Interessante, a questo riguardo, risulta essere il fatto che l’autore consideri come parte del processo descritto anche gli altri due passi petrini “classici”, Lc 22, 31-32 e Gv 21, mostrando come un’attenta disamina di entrambi i testi riveli, più di quanto generalmente si sia disposti a riconoscere, che la centralità di Pietro in quei passi sia in realtà più smussata di quanto potrebbe apparire ad una prima superficiale analisi, essendo la sua funzione speciale – che il testo giovanneo sintetizza nella metafora del “pastore” – interpretabile come parte di un mandato più generale che coinvolge tutti i discepoli ed i seguaci. Detto in termini sintetici: “ Lo speciale incarico conferito da Gesù a Pietro […] ha un carattere esemplare, ma non esclusivo”.

 Se è vero poi che “per i tre sinottici, la scena del rinnegamento è l’ultima che veda Pietro coinvolto nella vicenda terrena di Gesù”, è anche indubbio che egli rivestì un ruolo da protagonista nello svolgersi del processo che condusse al sorgere della fede nella resurrezione, nella leadership della primitiva comunità di Gerusalemme e nell’impegno missionario. A queste tematiche, Gianotto dedica il secondo capitolo del libro, intitolato Testimone e missionario. La fede nella resurrezione che, secondo l’autore, “non presentava particolari difficoltà dal punto di vista del pensiero ebraico” e che, per tale ragione, “a prescindere dalle diverse interpretazioni che furono date della morte di Gesù […] fu largamente condivisa”, permise ai seguaci di Gesù, che avevano assistito impotenti alla sua crocifissione, di superare il trauma della sua morte violenta. Nella genesi di tale fede, giocarono un ruolo fondamentale le esperienze di apparizione “nelle quali Gesù ‘si fa vedere vivo’ alcuni giorni dopo la sua esecuzione capitale”; ora, a prescindere da come si vogliano effettivamente interpretare tali eventi, è assodato che le fonti – che li raccontano in modo differenziato quanto ai soggetti dell’esperienza e alla loro localizzazione - assegnino in ogni caso un ruolo eminente al nostro protagonista, riconoscendogli il primato della prima apparizione. Visto più da vicino, però, il quadro che la documentazione a nostra disposizione consente di ricostruire, appare ancora una volta più articolato e complesso di quanto potrebbe sembrare ad un primo approccio. Se lette criticamente, infatti, le fonti lasciano intuire l’esistenza di tradizioni alternative, orientate ad attribuire la protofania ad altri due personaggi: Maria Maddalena e Giacomo, il fratello di Gesù: “Secondo i racconti dei vangeli canonizzati, quindi, Maria Maddalena (secondo Gv 20, 11-18) e Pietro (secondo Lc 24, 34) sono i due personaggi che potevano vantare il primato nella lista dei destinatari delle apparizioni del Risorto. La Maddalena, in quanto donna, aveva qualche difficoltà in più, rispetto a Pietro, a far valere il suo primato all’interno della società patriarcale in cui entrambi vivevano e quindi Pietro ebbe senz’altro la meglio sulla sua concorrente”. E’ invece il testo di 1 Cor 15, 3-8 a rappresentare un punto chiave per la disamina dei rapporti tra Pietro e Giacomo: “I parallelismi puntuali che si registrano tra i versetti 5 e 7 inducono a pensare che Paolo possa avere qui riunito due liste di apparizioni originariamente distinte e indipendenti, che facevano capo l’una a Cefa/Pietro e l’altra a Giacomo, fratello di Gesù. È verosimile che in origine le due liste potessero essere in competizione e alternative l’una all’altra”. La tensione tra i personaggi che si sarebbero contesi il primato nella visione del Risorto, è rinvenibile anche in testi meno noti al grande pubblico, ma che da tempo hanno attirato l’attenzione degli studiosi, come ad esempio il detto 114 del Vangelo di Tommaso e il Vangelo di Maria – per quanto concerne la relazione tra Pietro e Maria Maddalena – e il Vangelo degli ebrei, “che noi conosciamo grazie ad una citazione di Girolamo”, per ciò che riguarda invece la relazione tra Pietro e Giacomo. È estremamente interessante poi che tale non facile relazione venga letta dall’autore a partire dalla teoria weberiana della successione al capo carismatico. Il sociologo tedesco Max Weber, considerato come uno dei padri della Sociologia contemporanea, ha formulato l’ipotesi secondo la quale il problema della successione ad un capo carismatico, all’interno del movimento che gli sopravvive, viene generalmente risolta in due modi distinti: il primo consiste nel riferimento a tradizioni nelle quali viene esplicitato un incarico ufficiale che il leader, prima della morte, conferisce ad un membro del gruppo da lui costituito e che coincide con la designazione di quest’ultimo come guida legittima del gruppo destinata a succedere al leader stesso; l’altra modalità è invece rappresentata dalla successione familiare, in forza della quale un membro della famiglia del capo carismatico assume, dopo la sua dipartita, la guida del movimento: “È esattamente la situazione che ritroviamo nel caso della successione di Gesù. Si confrontano due gruppi: il primo si richiama a Pietro, designato da Gesù come suo successore nell’episodio della confessione di Cesarea di Filippo (Mt 16, 17-19); il secondo fa riferimento a Giacomo, fratello di Gesù. La competizione ha lasciato qualche traccia all’interno degli scritti protocristiani. Il fatto che i vangeli sinottici parlino molto poco dei fratelli di Gesù e, quando lo fanno, tendano a metterli in cattiva luce, indica che essi rappresentano il punto di vista dei gruppi che si richiamavano a Pietro e ai Dodici. Questo significa che, sul lungo periodo, questi gruppi risultavano vincenti e riuscirono a imporsi. Ma, almeno nel breve periodo, anche i gruppi che si richiamavano a Giacomo ottennero risultati significativi; segno che la competizione per la successione di Gesù si dovette risolvere con una sorta di compromesso, che tenesse conto delle esigenze di entrambe le parti”. Il rapporto di Pietro con la comunità di Gerusalemme è indagato ed approfondito da Gianotto a partire da due fonti principali: le lettere di Paolo e gli Atti degli apostoli: “L’attendibilità storica di queste due fonti è alquanto diversa, così come in certi casi sono diversi i fatti raccontati, vuoi nei loro dettagli, vuoi nella loro disposizione sequenziale”. Dal punto di vista storico, occorre osservare che, mentre nel caso di Paolo abbiamo a disposizione dati di prima mano che fanno riferimento ad eventi di cui Paolo stesso è stato testimone e protagonista, il racconto lucano si colloca all’interno di un preciso progetto teologico, “caratterizzato, da un lato, da una forte tendenza centralizzatrice, preoccupata cioè di ricondurre tutte le vicende narrate al gruppo ristretto dei discepoli che avevano seguito Gesù durante la sua attività pubblica […] e di focalizzare l’attenzione sulla città di Gerusalemme, considerata come il punto di origine dell’irraggiamento missionario del Vangelo; e dall’altro, da una esigenza armonizzatrice altrettanto forte, volta cioè ad attenuare e a smussare le tensioni e i conflitti”. Se dunque, nel caso di Paolo, lo storico non potrà trascurare il fatto che i dati salienti riguardanti il suo rapporto con Pietro sono in ogni caso narrati a partire dal proprio punto di vista, le caratteristiche degli Atti degli apostoli che l’autore ha evidenziato non potranno “non incidere sul grado di attendibilità storica delle informazioni contenute in questa fonte, che restano preziose, soprattutto quando sono uniche, ma che debbono essere vagliate di volta in volta e talora anche disarticolate dalla trama del racconto, quando questa è palesemente funzionale al progetto teologico lucano”. L’analisi critica delle fonti conduce pertanto a riconoscere, tra le pieghe della costruzione e della rappresentazione lucana del personaggio di Pietro quale guida dei Dodici e dei discepoli “stanziati a Gerusalemme nei primi anni dopo la sua [= di Gesù] morte” e come “modello ideale dell’annunciatore del nuovo messaggio cristiano di salvezza in Gesù Cristo”, un ruolo molto più articolato e complesso svolto dal nostro personaggio nella comunità delle origini, caratterizzato da problematiche e tensioni non sempre componibili ed armonizzabili secondo lo schema lucano. Paradigmatici a tal proposito sono il rapporto tra Pietro e Giacomo, già introdotto da Gianotto nel precedente capitolo e qui ulteriormente approfondito e la relazione tra Pietro e Paolo, la cui portata è particolarmente evidenziata da quello che tradizionalmente viene identificato come l’incidente di Antiochia, a cui l’autore dedica la seconda parte del capitolo, allargando anche in questo caso la sua indagine a fonti extra canoniche.

  Parecchi anni fa, Franz Mußner affermò lapidariamente che “Pietro non morì con Pietro”. Con questa considerazione iperbolica, l’esegeta tedesco intendeva evidenziare il fatto che la figura Pietro, più di ogni altro protagonista delle origini cristiane, conobbe anche dopo la sua scomparsa – ed anzi: in certi casi proprio dopo la sua morte – una ripresa ed una rivalutazione destinati ad incidere profondamente sull’evoluzione della storia del Cristianesimo. Questo aspetto non sfugge all’autore del presente volume, che dedica l’ultimo capitolo dal titolo emblematico: Pietro dopo Pietro, all’analisi di due questioni cruciali a cui andò incontro la figura di Pietro: la morte dell’apostolo come martire a Roma e la pretesa, avanzata dal vescovo di Roma, di assumere il ruolo del “successore di Pietro”, con i conseguenti risvolti in termini di diritto e di politica ecclesiastica a tutti noti. Sul martirio, Gianotto osserva che “il fatto che Pietro fosse morto martire a Roma sotto Nerone (54-68 e.v.) non è mai stato seriamente messo in discussione almeno fino alla metà del Novecento. […] Le prime voci critiche su quella che era una tradizione plurisecolare indiscussa si manifestarono a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, sollevando seri dubbi sull’attendibilità delle fonti sia letterarie che archeologiche”. Merito indiscusso dell’autore è quello di segnalare nella bibliografia posta al termine del volume una serie di titoli che “rappresentano posizioni diverse e, in alcuni casi opposte”, permettendo ai lettori che volessero approfondire questo aspetto della vicenda petrina di potere disporre di testi che offrono uno spettro di opinioni e di valutazioni alquanto differenziate. Da parte sua, Gianotto è del parere che “la documentazione letteraria e archeologica di cui disponiamo, spesso poco chiara e a volte contraddittoria, non ci permette di trarre conclusioni certe sul martirio di Pietro a Roma. Tuttavia è possibile constatare che le diverse testimonianze, le quali, se prese singolarmente, restano al livello di fonti indiziarie, quando sono esaminate nella loro totalità e incrociate le une con le altre, si completano e si confermano reciprocamente. Inoltre, il fatto che la rivendicazione del martirio di Pietro a Roma non sia attestata soltanto da fonti romane, che potrebbero essere state condizionate da preoccupazioni di politica ecclesiastica, ma da documenti di origine e collocazione geografica molto diverse, e, dato ancora più significativo, che la rivendicazione romana non si stata contestata o messa esplicitamente in dubbio da altre città, orienta a rendere plausibile e verosimile tale rivendicazione”. Alla questione del martirio di Pietro a Roma, come già accennavo, è connessa la pretesa avanzata dai vescovi romani di rappresentare i “successori di Pietro”, assumendo in tal modo una posizione particolare all’interno della chiesa universale. Il nostro autore evidenzia come la storia del primato del vescovo di Roma non abbia in alcun modo seguito un percorso lineare; al contrario, è stata oggetto di contestazioni a più riprese e l’interpretazione “in senso squisitamente giuridico della permanente autorità e delle prerogative del vescovo di Roma” si è imposta gradualmente ed in modo definitivo solamente tra il IV ed il V secolo. Estremamente significativo, a questo proposito, è il fatto che al passo del Tu es Petrus come pezza d’appoggio per giustificare il primato della chiesa di Roma abbia fatto ricorso per la prima volta papa Damaso nel IV secolo. L’interpretazione “papale” del passo matteano non godette però di un consenso unanime; anzi, si può affermare che anch’essa si impose col tempo, contemporaneamente al rafforzarsi della posizione del vescovo di Roma e del suo primato sugli altri vescovi. A questo riguardo, Gianotto sottolinea come nel processo di affermazione delle pretese papali, per molto tempo, l’esegesi di Mt 16, 17-19 fu largamente condizionata dall’interpretazione di Agostino – ripresa più tardi dai Riformatori nel XVI secolo - secondo la quale la “pietra” a cui fa riferimento il testo di Matteo, sulla quale viene edificata la chiesa, non sarebbe costituita dalla persona dell’apostolo, bensì da Gesù stesso. Degno di nota è poi il fatto che, in questo capitolo conclusivo, Gianotto prenda in considerazione le due Lettere attribuite a Pietro nel Nuovo Testamento, che egli considera “pseudoepigrafe, vale a dire presentate in modo fittizio come scritte da una grande autorità del passato, analogamente alle lettere non autentiche di Paolo” e la figura di Pietro all’interno di quella “profusione di scritti del cristianesimo nascente, rimasta esclusa dal canone e che noi classifichiamo tra gli apocrifi”. Tale letteratura, estremamente differenziata ed articolata, “si richiama a Pietro, vuoi come autore fittizio, vuoi come personaggio di riferimento; tra questi scritti, una speciale considerazione meritano quelli legati alla tradizione gnostica” i quali, a loro volta, “si possono grosso modo suddividere in due gruppi”, volti il primo a ridimensionare la figura di Pietro “rispetto all’importanza e all’autorità che gli venivano riconosciute da parte della Grande chiesa” ed il secondo a confermare tale autorità. Molti di questi testi (come, ad esempio, la Lettera di Giacomo apocrifa, gli Atti di Pietro e dei dodici apostoli, la Lettera di Pietro a Filippo) appartengono alla “cosiddetta Biblioteca di Nag Hammadi, una raccolta di tredici codici papiracei scoperti in Alto Egitto, in una località che porta quel nome, nel 1945-46, con modalità analoghe alla scoperta dei più famosi Rotoli del Mar Morto”.

  Il capitolo conclusivo, dal titolo Conclusioni. Sulle tracce dell’eredità di Pietro, ha, almeno in parte, carattere riassuntivo. Gianotto, in quest’ultima parte del libro, rilegge inoltre la figura dell’apostolo Pietro a partire da “alcuni elementi tipici della sua iconografia”: la chiavi, la barca, il rotolo ed il libro, il gallo e, infine, il martirio e la crocifissione a testa in giù. Si tratta di aspetti che solo raramente, nei testi che mettono al centro la figura di Pietro nella letteratura cristiana primitiva – in modo particolare nel Nuovo Testamento -, ricevono una dovuta attenzione da parte degli studiosi e che costituiscono invece degli elementi significativi entrati ormai a fare parte dell’immaginario collettivo occidentale e che rappresentano pertanto una parte integrante ed irrinunciabile della definizione dell’immagine di Pietro a livello simbolico - culturale. La scelta, da parte dell’autore, di trattare tali immagini nel capitolo finale conferisce al testo completezza ed esaustività sul piano del contenuto. Un’affermazione, posta all’inizio del capitolo, suscita però a mio giudizio qualche perplessità. Gianotto, infatti, scrive: “Pietro, insieme a Paolo, a Giovanni e a Giacomo, fratello di Gesù, è stato uno dei protagonisti del cristianesimo delle origini. A differenza dei suoi colleghi, però, Pietro non ha lasciato in eredità un patrimonio di insegnamenti dottrinali ed etici dai tratti distintivi: diversamente da Paolo, al quale è spesso abbinato, e da Giovanni, che hanno consegnato in un gruppo di scritti un pensiero teologico ben articolato; e diversamente da Giacomo, il quale, pur non avendo lasciato nulla di scritto, ha tuttavia incarnato una corrente del cristianesimo nascente dai contorni particolari, più legata di altre ai valori e alle concezioni della tradizione giudaica”. Ora, se le asserzioni relative a Paolo e a Giacomo sono, a mio giudizio, ineccepibili, l’idea secondo la quale Giovanni avrebbe “consegnato in un gruppo di scritti un pensiero teologico ben articolato” risulta essere problematica. In generale, ritengo si possa affermare che gli studi sulla letteratura giovannea, se da una parte sono lontani dall’avere suscitato un consenso unanime tra gli esperti, dall’altra sono in larga misura orientati a non attribuire a Giovanni, figlio di Zebedeo, il corpus di scritti che la tradizione ha fatto risalire al discepolo di Gesù. Se, invece, il nostro autore, con l’affermazione citata per esteso, intendesse aderire all’opinione di quegli studiosi che ritengono plausibile far risalire gli scritti giovannei al discepolo Giovanni non tanto come autore materiale dei testi, quanto piuttosto come sua originaria fonte ispiratrice, allora, a mio parere, un’ipotesi simile non dovrebbe essere scartata a priori anche nel caso di Pietro, almeno per quanto concerne – attenendoci al Nuovo Testamento - la Prima Lettera di Pietro.

  La valutazione generale del libro non può che essere positiva. L’autore sintetizza in modo semplice e comprensibile a chiunque gli elementi principali che hanno contraddistinto la ricerca su Simon Pietro nella sua evoluzione, non rinunciando ad una propria valutazione critica; degno di interesse è anche il fatto che, in più di un’occasione, i brani letterari commentati vengano addirittura riassunti: questo agevola senz’altro la lettura e la fruizione del testo ai lettori meno esperti. Infine, l’allargamento della prospettiva a opere meno conosciute al grande pubblico, le immagini iconografiche prese in considerazione nel capitolo finale, la ricchezza di informazioni e la precisione con cui vengono riportate – nelle Abbreviazioni Gianotto illustra persino il modo con cui si citano i passi biblici… - in un piccolo volume inserito dalla casa editrice in una collana che ospita opere che hanno come scopo quello di rappresentare un primo approccio a svariati temi, rendono il libro adatto ad un vasto pubblico e particolarmente raccomandabile a coloro che desiderano conoscere ed approfondire il personaggio di Simon Pietro - in modo ancor più specifico a tutti coloro che approcciano per la prima volta gli studi su questa figura chiave del Cristianesimo primitivo - pur non volendo rinunciare all’esaustività delle informazioni. E, proprio in quest’ottica, sarebbe stata forse opportuna la presenza nel testo di cartine geografiche che rendessero visibili i luoghi citati che, come si è visto, nella vicenda di Pietro, risultano tutt’altro che secondari.


 
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