Benvenuto a Christianismus - studi sul cristianesimo
Cerca
Argomenti
  Area utenti Pagina iniziale ·  Novità ·  Scaricamenti ·  Collegamenti ·  Classifiche ·  Archivio  
Sezioni
· PAGINA INIZIALE
· Il Gesù della storia
  e i suoi seguaci
· Il giudaismo
· L'Antico Testamento
· Il Nuovo Testamento
· Gli apocrifi
· Qumràn
· Letteratura cristiana
  antica
· Incredibile...
  ma falso!
· Recensioni e schede bibliografiche

Christianismus


Per conoscere il progetto Christianismus

· Presentazione
· Andrea Nicolotti
· Gli autori
· I volontari
· Sostienici
· Contattaci


Bons, Candido, Scialabba, La Settanta. Perché è attuale la Bibbia greca?
Messo in linea il giorno Mercoledì, 06 ottobre 2021
Pagina: 1/1


Bons, Candido, Scialabba, La Settanta. Perché è attuale la Bibbia greca?

Eberhard Bons, Dionisio Candido, Daniela Scialabba (a cura di), La Settanta. Perché è attuale la Bibbia greca?, Edizioni San Metodio, Siracusa, 2017

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

ACQUISTA ONLINE

Sostieni il progetto Christianismus

Il libro che qui presentiamo all’attenzione dei nostri lettori “raccoglie le conferenze introduttive e due approfondimenti presentati in occasione del Convegno internazionale dal titolo La lessicografia dei Settanta e i papiri, organizzato dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Metodio di Siracusa e dalla Faculté de Théologie catholique” dell’Università di Strasburgo (Francia). Il volume raccoglie quindi cinque differenti contributi di autori diversi: si tratta di filologi classici e/o esegeti dell’Antico Testamento, esperti in letteratura intertestamentaria e accomunati dall’interesse specifico per la Settanta, cui hanno dedicato specifici studi ed approfondimenti.

Dopo la Prefazione, il primo saggio presentato è quello di Eberhard Bons, filologo classico e docente di esegesi dell’Antico Testamento presso l’Università di Strasburgo. Il contributo, che si intitola La traduzione greca della Bibbia oggi, verte intorno a tre questioni fondamentali: la prima concerne il “ruolo subalterno” giocato dalla LXX “nell’ambito della Chiesa occidentale”; la seconda riguarda invece il dato meta-testuale: fino a che punto è possibile, dietro le scelte dei traduttori, cogliere “discussioni teologiche che si collocano sullo sfondo della traduzione”? Infine, l’ultimo aspetto indagato approfondisce il contributo fornito dallo studio della LXX per la comprensione del Nuovo Testamento e le possibili prospettive di ricerca future.  Per ciò che riguarda il primo tema, l’autore mette in evidenza il ruolo giocato dalla figura di Girolamo e dal primato che questi accordava all’hebraica veritas: “Tuttavia, nonostante la sua inclinazione a favore dell’hebraica veritas, Girolamo non respinge del tutto la LXX […] Per lui la LXX avrebbe avuto di fatto molta importanza in relazione al canto liturgico ed invece l’hebraica veritas avrebbe dovuto essere alla base dello studio scientifico della Scrittura”. Girolamo esercitò un’enorme influenza nel cristianesimo occidentale “essendo la Vulgata diventata nel frattempo il testo biblico di riferimento della chiesa latina”, ma l’Umanesimo prima e la Riforma successivamente misero in discussione tale supremazia, insistendo sulla necessità di realizzare nuove traduzioni della Bibbia sulla base dei testi originali per emendare cambiamenti ed alterazioni accumulatisi nel corso del tempo e riscontrati nella traduzione di Girolamo. Nel confronto tra Riforma e Controriforma, la dialettica tra hebraica veritas  da una parte e Vulgata dall’altra torna in primo piano, relegando di fatto la LXX ad una sorta di “miniera per ‘pezzi di ricambio’: là dove il testo biblico ebraico presentava delle difficoltà o sembrava enigmatico, si cercava di ricostruirlo sulla scorta del testo della LXX, purché questo si presentasse meno problematico”.  Bons precisa come quelli qui accennati siano da considerarsi aspetti parziali di una problematica complessa che, come si può comprendere, attraversa i secoli e accende il dibattito anche ai nostri giorni: “Di sicuro la discussione su queste questioni non si è ancora definitivamente conclusa”; anzi, si può affermare che essa è divenuta ancora più articolata, comprendendo aspetti quali, ad esempio, la relazione tra la LXX ed i testi di Qumran e questioni che esorbitano dallo stretto ambito letterario: “I testi della LXX non sono soltanto un testimone della storia del testo dell’Antico Testamento, ma consentono anche uno sguardo sul mondo delle comunità giudaico-ellenistiche e sulle loro idee teologiche. Consentono allo stesso tempo deduzioni sul rapporto di queste comunità con il giudaismo di lingua ebraica o aramaica così come con il loro ambiente ellenistico”. A partire da queste premesse, non sorprende l’affermazione dell’autore secondo cui “negli ultimi decenni – in particolare dalla scoperta dei frammenti biblici di Qumran – anche la LXX è entrata con maggiore decisione nel campo della scienza esegetica”. Per ciò che concerne invece le linee teologiche della LXX, Bons affronta la questione, con particolare riferimento al libro dei Salmi, concentrandosi sui vari aspetti della concezione di Dio, dal problema del discorso antropomorfico, ai titoli divini, passando attraverso la tematica del rapporto tra il Dio unico e gli dèi. Infine, per ciò che riguarda la relazione tra la LXX ed il Nuovo Testamento, il nostro autore rileva che “per molti versi la LXX è la Sacra Scrittura a cui rimandano i testi del Nuovo Testamento: essa forma l’unico sfondo terminologico e concettuale a partire dal quale molte affermazioni del Nuovo Testamento sono comprensibili. Molto più della Bibbia ebraica, infatti, la LXX è l’Antico Testamento del Nuovo Testamento […]”. Tuttavia, tali osservazioni non devono spingere a trarre conclusioni affrettate sulla natura della LXX, in relazione al suo rapporto col Nuovo Testamento. In altri termini, esse “non devono indurre a ritenere semplicisticamente che nella LXX si trovino già in nuce il vocabolario e le idee che il Nuovo Testamento e la teologia del cristianesimo primitivo svilupperanno ulteriormente”. In conclusione, dunque, ancora una volta, ciò in cui il ricercatore si imbatte è “la complessità dei dati: la LXX introduce concetti ed idee che il Nuovo Testamento assume, modifica e sviluppa, mentre altre rimangono inosservate. Questa complessità non si lascia riassumere in una formula, ad esempio quella della praeparatio evangelica, con cui poter comprendere la LXX. Per questo la ricerca esegetica deve prendere sul serio la molteplicità del vocabolario teologico della LXX e del Nuovo Testamento. […] Si giunge a conclusioni ancora più precise quando si tiene conto – oltre che degli scritti biblici – anche della letteratura giudaica dell’epoca ellenistico-romana e, non ultimi, dei testi di provenienza non giudaica: la letteratura greca, le iscrizioni e i papiri, un terreno ampio della ricerca biblica che per buona parte non è stato ancora esplorato”.

Il secondo contributo, dal titolo La critica testuale dell’Antico Testamento. Identità, edizioni, casistica è a cura di Dionisio Candido, docente di esegesi dell’Antico Testamento presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Metodio di Siracusa. La prima parte del saggio è dedicata ad illustrare la natura della critica testuale, una disciplina che lavora con strumenti scientifici, ma che, allo stesso tempo, può essere paragonata anche ad un’arte, nella quale giocano un ruolo fondamentale non solo il rigore razionale, ma pure l’intuizione e l’esperienza del critico. La duplice valenza di “scienza” e di “arte” che connota la critica testuale rinvia allo stretto intreccio tra “buona teoria” e “pratica continua” a cui il critico deve fare riferimento. Questi è definito dal nostro autore con due metafore: quella del “geologo”, “che, con i suoi strumenti di indagine del terreno, assicura che questo sia stabile abbastanza da consentire di edificarvi un palazzo in tutta sicurezza”. Dunque, “l’accertamento dell’affidabilità del testo è il primo passo anche del metodo storico-critico, che consente all’esegeta di collocare il testo nel contesto spazio-temporale in cui è nato e si è sviluppato”; e quella del “radiologo”: “Il critico testuale è come un radiologo, che si pone di fronte ad una lastra radiografica: la sua competenza gli consente non solo di riconoscere le ossa radiografate (i dati), ma anche di coglierne eventuali lesioni o patologie (l’interpretazione dei dati). Lo specialista vede quello che vedono tutti, ma è anche in grado di capire ciò che vede, di intuirne le cause e di prospettare la terapia migliore”.  Tale disciplina che – ci ricorda opportunamente l’autore - “di per sé si applica anche ai testi della letteratura non sacra, da quella classica antica a quella più recente”, intrattiene una relazione ed un dialogo fecondo con altre aree di ricerca, in modo particolare con la linguistica, la filologia, la storia e l’archeologia. Un aspetto sottolineato da Candido che forse potrà sorprendere qualche lettore consiste nel fatto che la critica testuale, in quanto “scienza che studia i testi antichi per accertarne il valore”, non necessariamente si propone il fine di recuperare il testo originale, operazione non sempre possibile a causa delle complesse vicissitudini a cui i testi vanno incontro nel loro percorso storico: “Pertanto, il critico testuale oggi si prefigge con realismo e umiltà non tanto di raggiungere i testi originali, quanto di accertare nei manoscritti disponibili i testi più attendibili in sé e più significativi […]”. La seconda parte del contributo è dedicata alla presentazione ed all’esame delle varie edizioni critiche dei libri biblici, mentre gli ultimi tre paragrafi sono consacrati a tre esempi emblematici di “critica testuale applicata”. Questo saggio, così come quello precedente di Eberhard Bons, ritengo sia particolarmente utile per i lettori meno esperti: il carattere generale della trattazione, infatti, ha il pregio di offrire la possibilità ai lettori meno versati di accostare discipline, metodologie e strumenti di indagine particolari, perlopiù sconosciute al grande pubblico. Le problematiche ad esse inerenti sono poi affrontate e spiegate dai due autori con un linguaggio semplice, accessibile a tutti. A questo riguardo, è un vero peccato che Dionisio Candido quasi mai traduca i brani in latino e in inglese che propone nel suo contributo. Oltre a questo, egli condivide quello che, a mio parere, è un limite trasversale a tutti i saggi che compongono il volume: i brani in greco antico e in ebraico sono tradotti, ma non traslitterati. Si tratta di un aspetto che, forse, potrebbe non facilitare la lettura e renderla poco fruibile a coloro che non sono in grado di decodificare l’alfabeto di quelle lingue, alla luce anche del fatto che, sovente, dopo la citazione, gli autori si concentrano sulla disamina di alcuni termini specifici precedentemente citati.

I tre saggi rimanenti (La prima traduzione dell’insegnamento di Mosè: dall’Egitto alle genti. Un destino legato ai papiri, di Anna Passoni dell’Acqua. Le parole del “buon ladrone” in Lc 23,41 alla luce del loro sfondo papirologico, di Daniela Scialabba. La φιλανθρωπία tolemaica: indagine alla luce della letteratura greca classica e dei papiri, di Antonella Bellantuono) sono accomunati dal fatto di essere parecchio specifici e di concentrarsi su temi molto peculiari. L’aspetto particolarmente interessante del primo contributo risiede a mio parere nella descrizione del contesto geografico e culturale alessandrino in cui avvenne la traduzione detta dei LXX: “Le meraviglie di Alessandria erano costituite non solo da ardite costruzioni architettoniche, fra cui ricordiamo la più nota, il Faro, che prese il nome dall’omonima isola, ma anche da realizzazioni naturalistiche, quali giardini e parchi reali, ispirati al mondo persiano, ricchi di piante e animali esotici, all’interno del quartiere reale del Brucheion”. Questo contesto non esisteva solamente per “produrre stupore e meraviglia […] ma anche per favorire gli studi di botanica e zoologia degli esperti del Museo” Interessante a tale riguardo è il fatto che “la loro esistenza ha lasciato una traccia, ancora visibile a noi, nella traduzione greca della Bibbia, chiamata dei LXX. Una delle caratteristiche fondamentali, infatti, di questa versione è l’aggiornamento culturale dei dati, cioè la nuova ambientazione ellenistica del contesto semitico ed ebraico originario. Non si tratta di uno stravolgimento, ma di una transculturazione rivolta a tutte le genti parlanti greco, agli “altri”, rispetto all’Israele che aveva ricevuto la Rivelazione, cioè dal mondo internazionale di allora, come emerge da Dt 4,6-9”. Andando oltre il “mito di fondazione” contenuto nella Lettera di Aristea, che “presenta in modo ideale i rapporti fra ebrei e greci, fra il sovrano e la comunità giudaica di Alessandria, la più vivace anche dal punto di vista intellettuale […] La traduzione dei LXX va, quindi, considerata come una fondamentale opera di interpretazione per far conoscere al mondo parlante greco l’insegnamento della tradizione giudaica e la rivelazione di Dio”. Da ultimo, non va dimenticato che “alla realizzazione della versione dei LXX concorsero vari fattori da entrambe le parti, giudaica e greca: un esplicito interesse culturale e politico della corte tolemaica, un’esigenza pedagogica e missionaria del giudaismo, che rientra nel fenomeno del proselitismo, un’aspirazione culturale volta ad entrare nell’agone letterario contemporaneo con una produzione nella lingua internazionale del tempo, infine una spinta identitaria desiderosa di mostrare ai contemporanei la propria caratteristica di popolo di Dio e, come tale, la propria superiorità”. Secondo l’autrice, il legame tra la versione dei LXX ed i papiri emerge già a partire dall’etimologia del termine “Bibbia, che deriva dal greco attraverso il latino biblia, [che] significa ‘papiri/rotoli di papiro’: il rotolo è la più antica forma libraria”.  Sempre per quanto attiene a tale rapporto, occorre altresì rilevare che “fra gli scritti su papiro abbiamo sia le più antiche copie del testo biblico in greco, sia la serie di documenti che ci attestano la vita quotidiana nei suoi vari aspetti. Quindi i papiri, intendendo il termine nel senso più ampio possibile di materiale cartaceo come la pergamena, rappresentano una risorsa indispensabile per lo studio della Bibbia greca: LXX e Nuovo Testamento”. Un ultimo aspetto significativo del saggio di Anna Passoni dall’Acqua consiste a mio giudizio in un passaggio in cui la studiosa esplicita il valore culturale della Bibbia: “La Bibbia è per noi ‘il libro per eccellenza’ e dovrà continuare ad esserlo a livello spirituale e morale, per una civiltà più umana e più giusta e culturale: senza la Bibbia non comprenderemmo più l’immensa produzione artistica europea. Si pensi a Dante, Milton, Manzoni, Michelangelo, Leonardo, Raffaello senza la Bibbia; si pensi a Bach, Händel, Rossini, Verdi senza la Bibbia”. Si tratta di un aspetto - messo a tema anche da Bons nel saggio introduttivo del volume che ho già commentato – che mi sembra doveroso rimarcare in quanto, se a livello accademico si tratta di un’acquisizione indiscussa, a livello di immaginario collettivo e di senso comune si ha spesso l’impressione che tale consapevolezza non sia ancora pienamente presente.  

Il contributo di Daniela Scialabba si concentra sul testo di Lc 23,41, concentrandosi sul significato dell’aggettivo átopon al fine di comprendere l’esatto valore delle parole pronunciate sulla croce da quello che la tradizione chiama “il buon ladrone”. La studiosa, dopo avere passato rapidamente in rassegna le principali traduzioni delle bibbie inglesi, francesi, italiane e tedesche e notato la difficoltà di scegliere tra le varie traduzioni proposte (“nulla di male”; “nulla di indecente”; “nulla di ingiusto”…), sia perché mancano studi specificatamente dedicati, sia in quanto tale termine costituisce “un hapax nei Vangeli [ed è] raramente attestato nel Nuovo Testamento”, esamina il senso del vocabolo nella letteratura greca classica, nella LXX e nei papiri, concludendo che “[…] si può asserire che l’affermazione del ‘buon ladrone’ […] ha un uso corrispondente, in modo particolare, in alcuni papiri di epoca tolemaica e nella LXX”. L’espressione posta sulle labbra del “buon ladrone” dal terzo evangelista “è usata per mettere in rilievo la valenza moralmente negativa di un’azione, piuttosto che la sua precisa natura. In particolare, l’espressione ricorre in contesti in cui si vuole sottolineare la colpevolezza o l’innocenza di qualcuno che ha commesso o meno azioni malvage e per le quali si richiede la disapprovazione o la punizione da parte di uomini o da parte di Dio”. Entro questa cornice semantica, il contesto nel quale tale concetto è utilizzato da Luca intende sottolineare “la totale innocenza di Gesù che non ha fatto nulla di male: di conseguenza, non merita alcuna condanna”. Degno di nota, infine, è pure il fatto che, nella scena in questione, l’evangelista impieghi “un linguaggio che è vicino a quello della vita quotidiana. Piuttosto che scegliere un termine giuridico, il ‘buon ladrone’ usa un linguaggio sostanzialmente comune e colloquiale. Diversamente da Pilato, egli non ricopre una carica ufficiale e, in più, non ha la funzione di dovere parlare ad un pubblico né di dover pronunciare una sentenza di vita o di morte davanti a ad esso. Al contrario, egli è un condannato e, come Gesù, è appeso in croce”.

Il saggio che chiude il volume si sofferma sul concetto di φιλανθρωπία (philanthrōpía) nella diaspora dell’epoca tolemaica. All’interno di un serrato confronto e grazie anche alle potenzialità offerte dalla lingua greca, il versante giudaico dialoga con la cultura dominante, senza però abdicare alla propria identità che antepone il Dio d’Israele a tutti gli altri dèi, garantendo in tal modo l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, siano essi greci o ebrei: “Alla luce della presente indagine sul lessico della φιλανθρωπία, si può concludere che il giudaismo della diaspora tentò di dialogare con la società contemporanea, senza rinnegare la propria cultura e la tradizione dei padri, ma ‘traducendo’ queste in forme greche. […] Questo fenomeno ebbe però dei caratteri peculiari: non si può parlare di assimilazione degli ebrei da parte dei greci, perché i giudei non espressero i loro costumi alla maniera greca, ma operarono piuttosto un processo di transculturazione, tentando di spiegare la propria eredità religiosa mediante categorie concettuali conosciute dai cittadini greci di Alessandria, mantenendone allo stesso tempo le peculiarità che avevano nella società ellenistica e ricontestualizzandole. […] Si può presupporre quindi che l’uso della famiglia lessicale di φιλανθρωπία sia nato come risposta alle accuse mosse al mondo giudaico, il quale reagì con il desiderio di un’attualizzazione della figura di Jhwh, affinché fosse resa più comprensibile nel mondo contemporaneo da ebrei e greci”.

Si tratta indubbiamente di un libro particolare, che ha il pregio di affrontare tematiche poco conosciute presso il grande pubblico attraverso un approccio ed un linguaggio perlopiù comprensibile a chiunque, senza rinunciare però ad entrare anche nel merito di argomenti molto specifici e particolari. Un testo, dunque, che sia i lettori non (ancora) esperti, sia quelli più ferrati sull’argomento potranno senz’altro apprezzare. Oltre alle lacune di tipo “didattico” già segnalate, sarebbe stato forse opportuno corredare il testo con cartine geografiche e porre al termine una bibliografia orientativa generale, questo soprattutto a beneficio dei lettori che per la prima volta si accostano agli argomenti trattati.


 
Opzioni

 Stampa Stampa


Argomento
Recensioni e schede bibliografiche
Recensioni e schede bibliografiche

 

 

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale. 


Sito internet realizzato da:
E' una TRX Idea...


Sito realizzato con PHP-Nuke