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Documento: Lo studio e la conoscenza della Bibbia oggi
Messo in linea il giorno Martedì, 15 gennaio 2002
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Assenza della Bibbia nella scuola

Forse più che di "presenza" si dovrebbe parlare di "assenza". Non sembra che la Bibbia abbia occupato finora molto spazio nella cosiddetta "ora di religione", di competenza della Confessione cattolica e gestita dalle Curie, e non si è riusciti ad organizzare un insegnamento laico e scientifico, simile a quello delle altre materie. Neppure nelle altre materie viene in genere dedicata attenzione ai temi religiosi, se non per certi aspetti particolari (ad esempio, nell'ambito della storia, per la Riforma protestante); sarebbe interessante farne la verifica sui manuali in uso nelle scuole. Comunque tale carenza della Scuola secondaria risale a molto tempo addietro e si ripetono nel corso del tempo le deprecazioni anche da parte di rappresentanti del pensiero laico.

Più di un secolo fa era lo storico della letteratura Francesco De Sanctis ad affermare: «Mi meraviglio come nelle nostre scuole, dove si fanno leggere tante cose frivole, non sia penetrata un’antologia biblica, attissima a tener vivo il sentimento religioso, ch’è lo stesso sentimento morale nel suo senso più elevato»1. E per parte sua spiegava il grande effetto che provò lui e provarono i suoi allievi quando, volendo trattare della lirica, affrontò da profano («Non avevo mai letto la Bibbia, e i giovani neppure») anche la lirica ebraica (il libro di Giobbe, il cantico di Mosè, i salmi, i profeti): «Rimasi atterrito. Non trovavo nella mia erudizione classica niente di comparabile a quella grandezza». Più recentemente (1989) il semiologo Umberto Eco si è domandato sulle pagine di un periodico popolare: «Perché i ragazzi debbono sapere tutto degli dei di Omero e pochissimo di Mosè? Perché debbono conoscere la Divina Commedia e non il Cantico dei Cantici (anche perché senza Salomone non si capisce Dante)?»2. Qualche anno fa (1993) è stato pubblicato un libro, risultato di un convegno precedente, a cura del Comitato Bibbia Cultura Scuola, dal titolo emblematico: Bibbia: il libro assente (ed. Marietti). Brunetto Salvarani ha scritto, richiamandosi a quel volume, A scuola con la Bibbia. Dal libro assente al libro ritrovato (Bologna, EMI, 2001), in cui, nonostante il nuovo titolo, si sostiene che la Bibbia è ancora troppo assente nella cultura italiana, specialmente scolastica, e si suggeriscono idee per illustrare l'importanza della Bibbia in tanti ambiti culturali moderni.

Ha suscitato scalpore la dichiarazione del ministro dell’istruzione, Tullio De Mauro, fatta in un’intervista al periodico Famiglia cristiana e pubblicata il 10 settembre 2000. Egli manifesta il desiderio di imporre la Bibbia come libro di testo nelle scuole e, all’obiezione dell’intervistatore: «Ma come, lei, ministro ‘comunista’ ...», giustifica tale proposta dicendo: «Dal punto di vista didattico la Bibbia è una bomba conoscitiva. Non si capisce la nostra storia, né l’arte, senza Bibbia». Alla successiva domanda: «Dovrebbe essere il libro di testo dell’ora di religione?», risponde: «E perché no? L’ho detto anche al cardinale Ruini e ai suoi collaboratori esperti di problemi di scuola ... E il discorso è finito sull’insegnamento delle religioni». Osserva inoltre che in base a una verifica fatta dal ministero sull’ora di religione risulta che «quell’ora non è occupata al meglio».

Commentando la battuta del ministro, una studiosa ebrea, esperta e divulgatrice di cultura ebraica, Elena Loewenthal (su La Stampa del 12 settembre 2000) ha di nuovo rilevato la contraddizione insita nel fatto che «il corpus della letteratura biblica sta alla base della civiltà europea non meno della cultura classica. Eppure la Bibbia è il libro assente per eccellenza nei piani educativi nazionali». Giustamente poi ella nota che «il fatto che gli studenti liceali abbiano tanta - e benedetta - dimestichezza con la levità dei lirici e il carico esistenziale dei tragici greci, senza nulla sospettare del fatto che nella lingua di aoristi e spiriti molesti s’esprimono anche gli abissi apocalittici di Giovanni e il ritmo lento e primitivo dei Vangeli sinottici, ha profonde radici storiche e culturali». E richiama il fatto che in Italia, a differenza dell’Inghilterra e della Germania, è mancata una traduzione in lingua corrente del testo sacro, al di fuori di quella di G. Diodati (1607), che era un calvinista proveniente da una famiglia italiana esule a Ginevra: per questi motivi la sua traduzione non ebbe vasta diffusione al di fuori dell’ambito protestante e non contribuì a diffondere la lettura della Bibbia nella popolazione. In Italia «nella formazione religiosa comune si è badato sempre più al dogma che alla conoscenza, alla catechesi piuttosto che al racconto e alla ricerca dentro il testo sacro». Solo le minoranze religiose, ebrei e protestanti, posseggono una certa familiarità con la Parola sacra.


1 F. DE SANCTIS, La giovinezza, Milano, Garzanti, 1981, p. 193. Il testo fu pubblicato postumo e De Sanctis morì nel 1883.

2 Su «L’Espresso» del 10 settembre 1989. Gli fa eco R. UGLIONE, in L’insegnamento della Letteratura cristiana antica nella Scuola media superiore, in AA.VV., Per una cultura dell’Europa unita. Lo studio dei Padri della Chiesa oggi. Atti dei Colloqui di Torino e Roma, 30-31 ottobre 1991, Torino, Sei, 1992, pp. 20-21: «È mai ammissibile che ci siano docenti di latino e greco che sanno tutto sulla questione omerica e nulla sulla questione sinottica? Ben consci che i poemi omerici non sono dei poemi scritti a tavolino nell’VIII secolo a.C. da un poeta chiamato Omero, e nel contempo convinti, invece, che i Vangeli siano la vita di Gesù scritta a tavolino da quattro biografi di nome Marco, Matteo, Luca, Giovanni?».




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