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Documento: Lo studio e la conoscenza della Bibbia oggi
Messo in linea il giorno Martedý, 15 gennaio 2002
Pagina: 3/4
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Scarsa famigliarità dei cattolici con la Bibbia

I cattolici, anche quelli praticanti, non possono vantare conoscenze davvero soddisfacenti per quanto riguarda la Bibbia, sebbene siano stati fatti enormi progressi a partire dal Concilio Vaticano II (40 anni fa circa), in particolare dalla costituzione dogmatica Dei verbum (1965), che ha affermato autorevolmente: "E' necessario che i fedeli cristiani abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura" (DV 22). La riforma liturgica, se non altro, ha introdotto letture bibliche durante la Messa che, seguendo cicli triennali, consentono di accostarsi a numerosi testi dell’AT e del NT. E tuttavia si tratta di letture frammentarie, non sempre seguite da un commento adeguato nelle omelie, e che difficilmente vengono comprese e ricordate. Inoltre chiaramente il commento è di tipo pastorale ed edificante. Un accostamento diretto e più approfondito ai testi è affidato ad eventuali gruppi biblici, o ad ancora più eventuali letture personali, e in questo caso crea difficoltà la mancanza di strumenti critici e di metodo, e continua a prevalere l’attualizzazione («ciò che il testo mi dice») rispetto all’analisi del significato che i testi originariamente potevano avere.

Tale situazione poco rosea è dovuta al fatto che il clero non ha spinto, fino a tempi recenti, alla conoscenza della Bibbia nei fedeli. Oggi è in corso un deciso cambiamento di rotta, come segnalano le numerose iniziative degli organi ufficiali della Chiesa: l’istituzione, a partire dal 1988, di un settore di Apostolato biblico a livello nazionale; la promozione, a partire, dal 1993, di una collana apposita, Bibbia. Proposte Metodi, presso la LDC, Leumann, Torino, destinata ad accogliere studi pertinenti; un documento della Pontificia Commissione Biblica del 1993 su L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa; la Nota pastorale della Commissione episcopale per la dottrina della fede e la catechesi su La Bibbia nella vita della Chiesa, nel 1995 (in occasione del trentennale della costituzione conciliare Dei verbum dedicata appunto alla Bibbia); il Sinodo dei vescovi italiani sulla Bibbia, tenuto nel 1997, dichiarato dal Giovanni Paolo II «anno della Bibbia» (di questo sinodo sono usciti nel 1998, nella collana sopra menzionata, gli Atti: La Bibbia nel Magistero dei Vescovi italiani). In tutti questi documenti e iniziative è ben viva la consapevolezza del ritardo da recuperare in vista della diffusione della conoscenza della Bibbia.

La radice storica risale alla questione della Riforma protestante e della polemica tra cattolici e protestanti, che invece ponevano la Bibbia al centro della loro fede in modo esclusivo, a scapito anche della tradizione, e incoraggiavano l’accostamento diretto al testo con traduzioni. Il timore che letture bibliche a ruota libera facessero incorrere i fedeli in fraintendimenti ed errori dogmatici è prevalso a lungo nella chiesa cattolica: ancora nel ‘700 si ribadivano i divieti di leggere individualmente la Bibbia e di tradurla in lingua moderna. Ma anche la ricerca scientifica sui testi biblici fu vista per molti secoli con diffidenza: solo con l’enciclica Divino afflante Spiritu del 1943 fu ufficialmente approvata l’applicazione del metodo storico-critico alla Bibbia.

Il senso di tante cautele si può capire: la Bibbia è un testo sacro, è il testo fondante della religione cristiana (l’AT lo è anche, e ancor prima, per la religione ebraica), è considerata «parola di Dio», ispirata da Dio. In una prospettiva religiosa, che le è propria, non si può abbandonarla all’arbitrio di ciascuno. Si può notare che già all’interno dei libri biblici è presente la preoccupazione di salvaguardare l’integrità del testo da possibili manipolazioni: da un capo all’altro della Bibbia risuonano minacce in questo senso: cfr. Deut 4,2: «Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla»; Apoc 22,18-19: «Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro». E, per quanto riguarda le traduzioni, già la traduzione latina di Gerolamo, quella che divenne la versione ufficiale della Chiesa, la Vulgata, suscitò agli inizi perplessità e critiche da parte di Agostino (possediamo un interessante carteggio tra i due a questo proposito), il quale temeva che le variazioni apportate alla forma del testo, che era divenuta familiare ai fedeli attraverso le versioni latine correnti, potesse provocare in loro sconcerto e confusione.

E oggi rimane aperta la discussione sulla possibilità di una lettura davvero laica e aconfessionale della Bibbia. C’è chi afferma che la Bibbia stessa esige una lettura in chiave di fede, e ne deduce che perciò debba essere esclusa una lettura diversa; c’è chi invece ritiene - e noi siamo tra questi - che possa anche essere studiata come qualsiasi altro libro, tenuto conto che è, sì, parola di Dio, ma espressa attraverso le parole di uomini, con un linguaggio e secondo schemi culturali propri del suo tempo. La risposta di fede è un’esigenza degli autori biblici; ma una lettura condotta secondo metodi critici è un potente strumento per penetrare a fondo nel messaggio del testo. Altrimenti il rischio - oggi presente in molti gruppi e sètte - è quello di una lettura «fondamentalista», ossia strettamente letterale, che è il peggiore di tutti, anche in un’ottica di fede, come denuncia il documento della Pontificia Commissione Biblica dedicato a L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (Città del Vaticano 1993, pp. 62-65).




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