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Documento: I generi letterari ed il linguaggio del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Sabato, 22 marzo 2003
Pagina: 2/7
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Atti degli Apostoli

Gli Atti risultano essere, già dal prologo, una seconda parte del Vangelo di Lc, a cui si richiamano esplicitamente: sono dedicati allo stesso personaggio (Teòfilo) e cominciano là dove finisce il III Vangelo (con l’ascensione di Gesù); presentano precise riprese concettuali e terminologiche.

Il titolo, Praxeis tôn apostolôn, probabilmente non è originario: è stato applicato successivamente, forse quando l’opera è stata separata dal Vangelo di Lc per l’inserimento del IV Vangelo. Si riferisce al fatto che nel libro si parla di azioni e detti dei primi capi della Chiesa, soprattutto Pietro e Paolo; ma non è del tutto adeguato, perché l’attenzione non è in realtà concentrata sulla vita e le azioni di questi personaggi. Del resto, gli Atti degli apostoli non hanno molto a che fare con gli «Atti» (praxeis) del mondo ellenistico, come gli Atti di Alessandro di Callistene o gli Atti di Annibale di Sosilo, che trattavano delle grandi gesta di un personaggio.

Si può dire degli Atti quello che si è detto dei Vangeli: che non sono e non vogliono essere un libro di storia: non c’è interesse per la psicologia degli eroi, non c’è cura per ricostruire scrupolosamente i fatti. Eppure la storicità dei fatti è presupposta, ma il racconto è in funzione della riflessione teologica.

Il contenuto e l’impostazione dell’opera si possono dedurre dalle parole che Gesù rivolge agli apostoli dopo la risurrezione e prima dell’ascensione, parole che sono poste programmaticamente all’inizio: «Ricevete la potenza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino alle estremità della terra» (1,8). Non tanto gli apostoli in sé sono i veri protagonisti, dunque, quanto l’azione dello Spirito Santo e l’espansione universalistica del Vangelo: gli apostoli ne sono solo lo strumento.

Visti nel loro stretto legame con il Vangelo di Lc, si coglie meglio il significato degli Atti. Essi presentano una «storia religiosa» nella linea delle storie bibliche: la storia di Gesù e la storia della Chiesa da lui fondata proseguono la storia antica del popolo di Dio. C’è unità e continuità nella storia della salvezza, per cui è anche possibile stabilire parallelismi tra le figure degli apostoli e dei ministri della prima Chiesa (Stefano, Pietro, Paolo), da una parte, e la figura di Gesù, dall’altra, ma anche tra queste e figure dell’AT. Tutto avviene secondo il piano indefettibile di Dio; lo Spirito, che si è espresso nelle profezie, continua a manifestarsi nella testimonianza degli apostoli e interviene inoltre prodigiosamente (ad esempio, con visioni, sogni, apparizioni di angeli). Costantemente si constata l’avverarsi delle Scritture, il compiersi delle profezie.

È questo quadro teologico e provvidenzialistico, in cui è centrale l’idea della necessità che l’annuncio evangelico si estenda dai giudei ai pagani, più che criteri di successione temporale, a spiegare meglio in certi punti l’ordine e la collocazione dei fatti. Ad es., la collocazione della conversione del centurione Cornelio, con la conseguente fondazione della chiesa di Antiochia, che viene descritta alla fine della sezione su Pietro (capp. 10-11) - mentre potrebbe essere posteriore -, serve a preparare l’azione di Paolo presso i pagani, secondo uno schema che prevede appunto la successione giudei-pagani nell’estensione del messaggio evangelico1.

Gli Atti degli apostoli sono dunque essenzialmente una sorta di catechesi destinata all’istruzione religiosa dei credenti. Secondariamente è possibile pensare anche a motivazioni apologetiche nei confronti del mondo romano o a proposito di Paolo.

Anche per quest’opera sono state colte analogie con la letteratura classica: ad esempio, l’importanza attribuita ai discorsi (occupano ben un terzo del libro), secondo un modulo tipico della storiografia pagana; il tema della sunkrisis o confronto, piuttosto insistito nel caso di Pietro e Paolo (con numerosi parallelismi in miracoli compiuti, situazioni di persecuzione, ecc.), e che potrebbe determinare, secondo una proposta di ripartizione, la struttura di tutto il libro, divisibile in due parti (capp.1-12: Pietro; 13-28: viaggi di Paolo; oppure; 1-12: Pietro; 13-15: assemblea di Gerusalemme e incontro di Pietro e Paolo; 16-28: Paolo).

Ma occorre anche rilevare che eventuali elementi comuni alla letteratura classica vengono profondamente modificati. Ad esempio, sarebbe alquanto approssimativo valutare come semplice sunkrisisil parallelismo tra Pietro e Paolo, se teniamo conto del significato che aveva originariamente questo topos: serviva, secondo la precettistica delle scuole di retorica, a mettere in rilievo l’importanza di un personaggio, che risultava sempre superiore ai personaggi insigni del mito o della storia con cui veniva confrontato. Ma negli Atti il significato è diverso. È possibile che si voglia attribuire a Paolo, che non era propriamente un apostolo, la medesima importanza del primo degli apostoli, ma, a parte questo eventuale scopo apologetico, le somiglianze tra i due vanno viste anche come risultato dell’imitazione dell’unico modello che è Gesù Cristo. Questo aspetto è di fondamentale importanza, non solo negli Atti, ed è in rapporto con l’uso, tipicamente cristiano, della «tipologia»: come Gesù fa rivivere figure fondamentali della storia antica (è il nuovo Adamo, il nuovo Mosè, il nuovo Giosuè, ecc.), così i suoi discepoli e i cristiani a loro volta riproducono i tratti della figura di Gesù. Già gli scritti neotestamentari si servono della tipologia nella descrizione dei personaggi (si veda, in At 6-7, anche la figura di Stefano, il cui martirio richiama da vicino la Passione), ma poi questo modulo ritorna in modo caratteristico in tutta la narrativa cristiana (nella letteratura martirologica, nelle biografie, nelle storie monastiche).


1 Cfr. Ch. PERROT, in A. GEORGE - P. GRELOT (a cura di), Introduzione al NT, vol. II, p. 270.




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