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Documento: I generi letterari ed il linguaggio del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Sabato, 22 marzo 2003
Pagina: 4/7
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Apocalisse

La definizione del genere letterario di questo libro è più difficile che per altri generi, perché la critica moderna, che ha tratto il termine «apocalittico» dall’inizio dello scritto canonico, che comincia con Apokalypsis Iêsou Christou, ossia «Rivelazione di Gesù Cristo» (ma «Apocalisse» è già usato come titolo nel Canone Muratoriano), ha poi individuato i caratteri del genere apocalittico soprattutto a partire da una serie di altri scritti, per lo più apocrifi giudaici del periodo intertestamentario (II sec. a.C.-II d.C.): Libro di Enoc, Assunzione di Mosè, IV Libro di Esdra, Apocalisse di Baruc, ecc., ma anche il libro di Daniele e sezioni di altri profeti veterostestamentari (Is 24-27; Ez 37 e 40; Zc 9-10), presupponendo una stretta parentela, formale e contenutistica, con l’Ap giovannea1. E questo comporta anche gravi conseguenze sull’interpretazione del significato del libro, che è tuttora molto discusso (le divergenze incominciano fin dall’antichità). In realtà, non è possibile dimostrare un rapporto di dipendenza reciproca tra apocrifi giudaici e Ap; molte somiglianze formali si possono in realtà spiegare con la dipendenza comune dall’AT, e non si può neppure escludere che l’Ap utilizzi elementi propri degli apocrifi in senso polemico.

Rispetto agli apocrifi l’Ap presenta alcune analogie formali, ma anche differenze. Sono comuni la descrizione di rivelazioni (da parte di un autore che si presenta lui stesso come veggente) attraverso visioni o audizioni, la penetrazione in regioni celesti sotto la guida di angeli, l’accentuato simbolismo (di oggetti, animali, vesti, colori, numeri, ecc.) con le connesse spiegazioni. È comune anche l’interesse per la storia della salvezza concepita come lotta e distruzione delle potenze del male da parte di Dio e dei suoi seguaci, avvento della beatitudine per i giusti. È comune il convergere dell’attesa verso la venuta del Messia, il compimento del giudizio divino e l’instaurazione del Regno.

Ma ci sono poi differenze significative. Ad esempio, mentre per lo più gli autori degli apocrifi (ma anche di Daniele) si celano sotto la pseudonimia, cioè il nome di un grande personaggio biblico del passato (Enoc, Mosè, Baruc, Esdra, ecc.), è dubbio che Giovanni sia uno pseudonimo. Mentre negli apocrifi l’interesse per la fine dei tempi e il rivolgimento escatologico della storia si esprime spesso nel tentativo di prevederne e calcolarne il momento in rapporto con la durata complessiva del mondo, e si accompagna talora a speranze millenaristiche, mancano nell’Ap speculazioni e calcoli sulla fine. Anche i cenni al regno di mille anni, secondo interpretazioni recenti accreditate2, più che in senso millenaristico dovrebbero essere intesi come una sorta di critica e correttivo al millenarismo: per l’autore il compimento della storia della salvezza, l’eschaton atteso fin dalle origini del mondo, la realizzazione del giudizio di Dio sul mondo si sono già avuti con l’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, che ha messo fine all’economia antica.

L’Ap stessa si presenta come «profezia» (cfr. 1,3; 22,7) e attinge ampiamente al materiale profetico dell’AT: ora, la profezia veterotestamentaria è fondamentalmente interpretazione della parola di Dio, rivelazione del mistero divino che si realizza unitariamente nella storia, è spiegazione degli oracoli divini in rapporto al presente e al passato più che al futuro, è richiamo alla fedeltà a Dio. Letta secondo questa chiave di lettura, che appare la più appropriata, l’Ap si mostra consonante con l’orientamento di tutti gli altri scritti del NT, dove è centrale la dimostrazione che Gesù è il Messia, la sua vita e la sua morte sono conformi alle Scritture e al piano di Dio e rappresentano il culmine della storia della salvezza. L’uso dei simboli (tutti derivati dall’AT o dalla tradizione giudaica) non corrisponderebbe, allora, all’intenzione di coprire di oscurità le rivelazioni, ma rinvierebbe a concetti e immagini note, reinterpretandole. L’Ap sarebbe, sostanzialmente, un’opera di esegesi, come gran parte del NT.

Si può anche discutere e rivedere il rapporto dell’Ap con tempi di persecuzione, rapporto che molti hanno ritenuto caratteristico di tutto il genere apocalittico: questa produzione avrebbe lo scopo di sostenere la speranza e la resistenza dei fedeli spiegando il senso della prova, promettendo la fine dei persecutori e di tutti i malvagi, la restaurazione della pace e della prosperità. Di conseguenza, quando nell’Ap si parla di uccisi per la testimonianza (martyria), si pensa comunemente ai martiri cristiani. Ma, secondo E. Corsini, i cenni alla persecuzione (thlipsis) non sarebbero sempre da leggere in rapporto con una situazione contemporanea, ma, quando si parla di «grande persecuzione», si alluderebbe all’attacco sferrato contro Gesù dai suoi avversari fino alla condanna a morte.

Problemi analoghi riguardano anche l’altro materiale «apocalittico» presente nel NT e che è costituito dal discorso escatologico dei sinottici o «apocalisse sinottica» (Mc 13, Mt 24, Lc 21), con cui l’Ap mostra affinità strutturali e tematiche. C’è chi ha pensato che la mancanza di questa sezione nel IV Vangelo sia compensata appunto dall’Ap, composta dal medesimo autore o nella stessa cerchia.


1 Uno studio tradizionale in questo senso è quello di W. SCHMITHALS, L’apocalittica, trad. ital., Brescia, Queriniana, 1976.

2 Cfr. E. CORSINI, Apocalisse prima e dopo, Torino, SEI, 1980, rist. 1993; Apocalisse di Gesu Cristo secondo Giovanni, Torino, SEI, 2002; ma anche M. SIMONETTI, L’«Apocalissi» e l’origine del millennio, in «Vetera Christianorum» XXVI (1989), pp. 337-350.




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