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Documento: Cronologia degli scritti del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Sabato, 22 marzo 2003
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Diverse datazioni dei Vangeli

In tempi recenti da più parti si è tentato di rivedere, ed anticipare, la datazione dei Vangeli, sulla base di altri argomenti: la scoperta di papiri di Mt e Mc che sarebbero anteriori al 68; l’ipotesi che Mt e Mc siano traduzioni di Vangeli precedenti scritti in ebraico.

1) O’ CALLAGAN E THIEDE

Negli anni ‘70 il papirologo gesuita José O’ Callaghan (1922-2001) si occupò di un frammento papiraceo rinvenuto in una grotta di Qumràn (scoperta nel 1947), la settima (donde la sigla di 7Q5 per il frammento): lo studioso arrivò ad identificare il passo riportato (in tutto neanche una ventina di lettere disposte su cinque righe) con Mc 6,52-53 e, in base al fatto che la grotta dovette essere stata chiusa nel 68 (nel periodo della guerra), suppose che il Vangelo fosse stato composto anteriormente. Anzi, la forma della scrittura (Zierstile), attestata in altri documenti databili tra il 50 a.C. e il 50 d.C., induceva ad anticipare a prima del 50. Fece molto scalpore questa datazione, che contraddiceva l’opinione dominante, ma anche il fatto che in queste grotte, dove si sono trovati scritti giudaici e veterotestamentari, e che sono state collegate con una comunità essena, risultasse presente uno scritto cristiano. Se ne discusse molto e ancora se ne discute. Successivamente, anche riagganciandosi a questa scoperta, data per certa, abbiamo avuto gli studi di C. P. Thiede su tre frammenti di Mt (Papiro Magdalen greco o P64), che appaiono simili a 7Q5 e quindi databili nello stesso periodo: è significativo il titolo di un volume scritto da Thiede, in collaborazione con M. D’Ancona: Testimone oculare di Gesù1.

Contro queste ipotesi sono però state sollevate obiezioni, che riguardano sia l’identificazione stessa del frammento col passo di Mc (sono molto poche le lettere di lettura sicura), sia il fatto che la grotta sia stata effettivamente chiusa nel 68 e non più utilizzata: esistono indizi di una sua utilizzazione posteriore, e inoltre questa grotta presenta troppe peculiarità rispetto alle altre: contiene solo frammenti greci, mentre tutte le altre contengono testi in ebraico.

Ci siamo occupati ampiamente di questi frammenti nella sezione dedicata a Qumràn.

2) JEAN CARMIGNAC.

Padre Jean Carmignac (1914-1986), specialista di ebraico ed aramaico e fondatore della Revue de Qumrân, pubblicò nel 1984 lo studio La nascita dei Vangeli sinottici2, nel quale arrivò alle seguenti conclusioni (pp. 103-104):

  • È certo che Marco, Matteo e i documenti utilizzati da Luca sono stati redatti in una lingua semitica (probabilmente l’ebraico e non l’aramaico);

  • È molto probabile che il nostro Vangelo di Marco sia stato composto in lingua semitica dall’apostolo Pietro;

  • È possibile che l’apostolo Matteo abbia redatto una raccolta di discorsi utilizzata dagli evangelisti Matteo e Luca;

  • La redazione greca del Vangelo di Luca è verosimilmente da collocare intorno al 58-60, quella semitica di Matteo nello stesso periodo, quella semitica di Marco intorno al 50;

  • Se si può riferire a Luca (come fanno alcuni antichi) l’accenno di 2 Cor 8,18-19 al «fratello, la cui lode, a motivo del vangelo, è diffusa in tutte le Chiese» e che viene designato ad accompagnare Paolo nel suo viaggio, intendendo che Paolo pensi al Vangelo scritto, e non solo a quello predicato, allora la redazione di Luca risalirebbe al 50-53 e lì vicino quella definitiva di Matteo, mentre il Marco semitico si collocherebbe nel 42-45;

  • Il Vangelo semitico di Pietro sarebbe stato tradotto in greco da Marco, a Roma, verso il 63 (Carmignac interpreta in questo modo le informazioni tramandateci da Papia di Gerapoli);

  • È verosimile che il traduttore greco di Matteo abbia utilizzato Luca.

A proposito dei Vangeli di Matteo e Marco Carmignac (insieme ad altri) utilizzava la presenza di semitismi, ossia di costrutti che non appartengono alla lingua greca, ma risentono della struttura della lingua ebraica, per dedurne l’ipotesi che si tratti di traduzioni dall’ebraico o dall’aramaico. Queste ipotesi, tuttavia, non hanno finora potuto scalzare le tesi più tradizionali e sono rimaste pure ipotesi. Una confutazione sistematica di queste tesi, con rilettura di tutta la documentazione, è stata elaborata da Pierre Grelot e pubblicata in italiano nel 19893. In questa chiave di lettura, la presenza dei semitismi può essere spiegata anche in altri modi: come traccia del fatto che l’autore ha l’aramaico come lingua madre, o come risultato di una cosciente imitazione dello stile della traduzione dei Settanta, che ricalca volutamente l’ebraico, per fedeltà al testo sacro.

Carmignac era dunque persuaso che i vangeli sinottici, specie quelli di Matteo e Marco, fossero una traduzione greca di un originale semitico. Egli giunse a questa conclusione dopo aver tentato alcune retroversioni dal greco in ebraico, che a suo parere dimostravano una pedestre dipendenza da un originale semitico. La sopraggiunta morte gli impedì di dar alle stampe queste retroversioni commentate, assieme alla documentazione tecnica (in grossi volumi) di cui parlava nel suo volumetto; quest’ultimo infatti costituiva, a detta sua, solamente una presentazione divulgativa delle tesi alle quali stava lavorando da vent’anni. Purtroppo, a distanza di quindici anni, il materiale già pronto non è ancora stato pubblicato, né è accessibile agli studiosi4.

3) JOHN A. T. ROBINSON

Nel 1976 il vescovo anglicano John Arthur Thomas Robinson (1919-1983)5 pubblicò un volume dal titolo Ridatare il Nuovo Testamento6. Il libro è altrettanto provocante di quello di Carmignac. Robinson, dopo aver analizzato le varie ipotesi di datazione degli scritti del Nuovo Testamento che si sono succedute nel tempo, è del parere che le cronologie preparate dai diversi studiosi non rispondano a criteri oggettivi interni ed esterni, ma piuttosto seguano punti di vista soggettivi e a priori sull'evoluzione teologica del cristianesimo nascente. Dal suo punto di vista invece la datazione più probabile per questi scritti è antecedente al 70. La caduta di Gerusalemme del 70 secondo l'autore fu un avvenimento così importante, che avrebbe dovuto lasciare impronte molto evidenti negli scritti ad essa successivi; Robinson non ritiene di poter ritrovare nulla di ciò nei discorsi apocalittici dei Vangeli sinottici, che la maggioranza degli studiosi ritiene in parte profezie ex eventu della catastrofe.

Che la maggior parte delle epistole paoline siano precedenti al 70 è un dato comunque acquisito. Per quanto riguarda le altre lettere, la pseudoepigraficità delle epistole normalmente considerate non paoline è qui messa in discussione. L'interruzione improvvisa degli Atti degli Apostoli viene spiegata a motivo della loro redazione nell'anno 62, quando ancora il processo di Paolo doveva essere concluso; di conseguenza, il Vangelo che li precede non potrebbe essere posteriore. Matteo e Marco sarebbero anch'essi antecedenti il 70, e parti di Giovanni sarebbero addirittura state scritte prima dell'anno 407. La lettera di Giacomo, datata molto diversamente dagli studiosi, sarebbe un'arcaica testimonianza del 47-48; se la prima lettera di Pietro è autentica, la seconda sarebbe stata scritta da Giuda a suo nome. L'epistola agli Ebrei sarebbe anch'essa anteriore al 70, forse attribuibile a Barnaba; l'Apocalisse, riferita alla persecuzione neroniana, andrebbe datata al 68-70, e la sua attribuzione a Giovanni non potrebbe essere dimostrata né rigettata. La paternità giovannea del Vangelo e delle lettere invece sarebbe molto più credibile.

Ecco un prospetto delle datazioni proposte da Robinson (p. 352):

Giacomo

c. 47-8

I Tessalonicesi

inizio 50

II Tessalonicesi

50-51

I Corinzi

primavera 55

I Timoteo

autunno 55

II Corinzi

inizio 56

Galati

fine 56

Romani

inizio 57

Tito

fine primavera 57

Filippesi

primavera 58

Filemone

estate 58

Colossesi

estate 58

Efesini

fine estate 58

II Timoteo

autunno 58

Marco

c. 45-60

Matteo

c. 40-60+

Luca

-57-60+

Giuda

61-62

II Pietro

61-62

Atti

-57-62+

II, III e I Giovanni

c. 60-65

I Pietro

primavera 65

Giovanni

c. -40-65+

Ebrei

c. 67

Apocalisse

fine 68 (-70)

 

 

L'opera di Robinson, sebbene vada contro l'esegesi dominante, è stata comunque accolta con interesse, ed è stato riconosciuto il valore delle argomentazioni e la serietà dell'approccio8. Le sue tesi, spesso messe in relazione con quelle indipendenti di Carmignac, sono state accettate da alcuni studiosi; in Italia ne abbiamo un rappresentante nella persona di Paolo Sacchi.


1 Casale Monferrato, Piemme, 1996; si veda anche Il papiro Magdalen, 1997, per i tipi della stessa casa editrice.

2 Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1986.

3 P. GRELOT, L’origine dei Vangeli. Controversia con J. Carmignac, Città del Vaticano, Libreria ed. Vaticana, 1989.

4 Su questo punto è sorta una grossa polemica: è noto che Carmignac aveva già completato le retroversioni commentate almeno del Magnificat (Lc 1,46-55) e del Benedictus (1,68-79). La documentazione, assieme a tutto ciò a cui l’autore stava lavorando, è stata lasciata per volontà del defunto all’Institut Catholique di Parigi, perché potesse essere consultata dagli studiosi. Ma tuttora non ne è concessa la visione a chi ne faccia richiesta. Una raccolta di interviste, articoli e commenti in proposito in S. ALBERTO (a cura di), Vangelo e storicità. Un dibattito, Milano, 1995, pp. 223-282.

5 Dedicato al nuovo Testamento, anche il libro Possiamo fidarci del Nuovo Testamento?, trad. ital., Torino, Claudiana, 1980; ediz. orig. Can we Trust the New Testament?, London, Mowbrays, 1977.

6 Redating the New Testament, London, SCM Press, 1976; trad. franc. Re-dater le Nouveau Testament, Paris, Lethielleux, 1987.

7 Cfr. la sua monografia successiva The Priority of John, London, SCM Press, 1985.  

8 Cfr. Ad esempio l'equilibrata recensione di Pierre Benoit in «Revue Biblique» LXXXVI (1979), pp. 281-287.







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