Benvenuto a Christianismus - studi sul cristianesimo
Cerca
Argomenti
  Area utenti Pagina iniziale ·  Novità ·  Scaricamenti ·  Collegamenti ·  Classifiche ·  Archivio  
Sezioni
· PAGINA INIZIALE
· Il Gesù della storia
  e i suoi seguaci
· Il giudaismo
· L'Antico Testamento
· Il Nuovo Testamento
· Gli apocrifi
· Qumràn
· Letteratura cristiana
  antica
· Incredibile...
  ma falso!
· Recensioni e schede bibliografiche

Christianismus


Per conoscere il progetto Christianismus

· Presentazione
· Andrea Nicolotti
· Gli autori
· I volontari
· Sostienici
· Contattaci


Documento: Autori degli scritti del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Venerdì, 15 agosto 2003
Pagina: 5/9
Precedente Precedente - Successiva Successiva


Marco

La prima testimonianza1 importante che possediamo, quella di Papia, vescovo di Gerapoli nei primi decenni del II secolo, si sofferma ampiamente sul Vangelo di Mc, mentre non parla di quello di Lc. Conosciamo il passo di Papia (tratto da una sua opera esegetica intitolata Spiegazione dei detti del Signore) da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica III,39,15) e vale la pena di soffermarsi su di essa, perché rappresenta in modo significativo il metodo seguito e perché si può dire che da esso dipenda tutta la tradizione successiva sul Vangelo di Mc, che reinterpreterà e arricchirà la notizia di nuovi particolari, per chiarirla e rafforzarla.

Ecco la traduzione del testo di Eusebio (14-17):

“Trasmette (sott. Papia) nella propria opera anche altre spiegazioni delle parole del Signore appartenenti al già citato Aristione e tradizioni del presbitero Giovanni: ad esse rinviamo coloro che desiderano conoscerle. Dobbiamo però ora aggiungere alle parole di lui prima citate una testimonianza che riporta a proposito di Marco, autore del Vangelo, e che suona così: «Anche questo diceva il presbitero (= l’Anziano): ‘Marco, divenuto interprete (ermêneutês) di Pietro, scrisse accuratamente (akribôs), ma non certo in ordine (taxei) quanto si ricordava di ciò che il Signore aveva detto o fatto’. Infatti non aveva ascoltato direttamente il Signore né era stato suo discepolo, ma in seguito, come ho detto, era stato discepolo di Pietro. Questi svolgeva i suoi insegnamenti in rapporto con le esigenze del momento, senza dare una sistemazione ordinata ai detti del Signore. Sicché Marco non sbagliò affatto trascrivendone alcuni così come ricordava. Di una cosa sola infatti si preoccupava: di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire nulla di falso in questo». Questo è quanto viene esposto da Papia a proposito di Marco”2.

Come possiamo notare, Eusebio cerca e riporta tutta una serie di notizie che ritiene significative ai fini della canonicità degli scritti del NT, non stabilita ancora definitivamente ai suoi tempi (è questo uno dei grandi temi della sua Storia ecclesiastica). In questo capitolo 39 del libro III ha dato, nei paragrafi precedenti, particolare rilievo alla questione dell’autore dell’Apocalisse, che è per lui molto spinosa, ma subito dopo dà uno spazio discreto a Marco, mentre accenna appena a Matteo, alla prima lettera di Giovanni e alla prima lettera di Pietro e al Vangelo secondo gli Ebrei (scritto poi ritenuto apocrifo).

L’importanza delle notizie di Papia deriva dal fatto che, non solo si tratta di un autore antico, ma riporta a sua volta notizie di un «presbitero» Giovanni a lui anteriore: forse, come si ricaverebbe da Ireneo, l’apostolo stesso o, come pensa Eusebio (non del tutto degno di fede su questo punto), un personaggio della generazione immediatamente successiva. In ogni caso saremmo in un’epoca pressoché contemporanea a quella della composizione del IV Vangelo.

Tuttavia la notizia presenta alcuni elementi poco chiari, soprattutto per quanto riguarda i termini usati da Papia che suscitano difficoltà di comprensione, a cominciare dal termine essenziale che qualifica il rapporto tra Marco e Pietro, ermêneutês: è stato inteso sia nel senso di traduttore, portavoce (Pietro avrebbe parlato in ebraico e Marco avrebbe tradotto in greco), sia nel senso di interprete vero e proprio, cioè di chi spiega e commenta, con allusione appunto all’opera di rielaborazione dell’insegnamento di Pietro nel Vangelo. Quest’ultimo è forse il significato più adatto, sia perché è difficile supporre che Pietro, nato in Galilea, in una regione ai margini della Palestina, a stretto contatto con genti pagane, non fosse bilingue, sia perché questo significato si adatta meglio al contesto, in cui si parla di un lavoro di ricostruzione dei ricordi lasciati dall’insegnamento di Pietro.

Il primo aspetto della notizia verte dunque sullo stretto rapporto tra Marco e l’apostolo Pietro, a proposito della composizione del Vangelo, un dato che rimarrà acquisito in tutta la tradizione successiva3. Se ne coglie meglio il risvolto apologetico da quanto Papia aggiunge, notando che Marco non fu discepolo diretto di Gesù, ma fu discepolo di Pietro, l’apostolo di Gesù.

Un secondo aspetto che salta agli occhi è l’implicita risposta ad un’obiezione sul contenuto del Vangelo, che evidentemente appariva ad alcuni non sufficientemente ordinato nell’esposizione delle parole e dei fatti del Signore. Il presbitero sente il bisogno di compensare la mancanza di ordine con un elogio per l’«esattezza», «accuratezza», del racconto. Una giustificazione può già essere quell’ osa emnêmóneusen («quanto ricordò»), che fa riferimento a un lavoro di memoria, non necessariamente completo. Papia a sua volta sviluppa questo punto e aggiunge qualcosa di suo: scagiona Marco e attribuisce a Pietro stesso un certo disordine nel suo insegnamento, che viene presentato come un po’ «occasionale», privo di preoccupazioni di sistematicità. In qualche modo, per lui il disordine di Marco diventa un pregio, una garanzia di maggiore fedeltà all’insegnamento di Pietro, che era appunto disordinato. Esplicitamente sostiene che «Marco non sbagliò» riportando «alcuni» di questi insegnamenti sulla base di quanto ricordava. Papia rivendica comunque a Marco l’esattezza («non tralasciò nulla») e l’autenticità («non mentì»), per quanto riguarda l’esposizione degli insegnamenti di Pietro.

Molte sono le questioni che gli studiosi moderni sollevano a proposito di questa notizia. In base a quali elementi il presbitero e Papia stabilivano questo rapporto di discepolato tra Marco e Pietro? Dove e quando si sarebbe svolto? Dove e quando sarebbe stato effettivamente scritto il Vangelo? E ancora: quali erano i motivi delle critiche rivolte al «disordine» di Marco? In base al confronto con quali altri Vangeli? È però possibile notare che la tradizione successiva, che dipende probabilmente in tutto dalla testimonianza di Papia, cercherà di chiarire molti punti rimasti oscuri.

Per quanto riguarda il rapporto tra Marco e Pietro, si è pensato a un riferimento alla I Lettera di Pietro, che nei saluti finali ha: «Vi salutano la Chiesa, che è stata eletta come voi e dimora a Babilonia, e Marco, mio figlio» (1 Pt 5,13). Si suppone che questa lettera, che come si vede da Eusebio (III,39,17) Papia conosceva, sia stata scritta a Roma (sarebbe definita «Babilonia» in senso polemico, apocalittico) e che Marco, che doveva essere «figlio» di Pietro in senso spirituale, convertito da lui e suo discepolo, fosse in quel momento a Roma insieme a Pietro. Che sia presupposto in Papia questo riferimento a 1 Pt è un’ipotesi: il collegamento con il Marco della lettera di Pietro sarà fatto esplicitamente in seguito, a partire da Clemente Alessandrino e da Origene4, e qualche studioso pensa che non si tratti di notizie indipendenti, ma tutte derivate da quella di Papia, perché non sarebbero esistite altre fonti, ma tutti avrebbero attinto da lui ampliando e sviluppando quanto ricavavano dalla sua testimonianza.

Anche la composizione a Roma del Vangelo di Marco verrà indicata più esplicitamente da testimonianze posteriori (Ireneo, Clemente Alessandrino)5.

Non risulta però chiaro dalla notizia di Papia quando Marco avrebbe scritto il suo Vangelo: si può solo supporre che lo abbia scritto dopo la morte di Pietro, come farebbe pensare il fatto che scrisse «quanto ricordò». Invece le fonti posteriori cercheranno di precisare, ma in modi divergenti: chi affermando più chiaramente che sarebbe stato composto dopo la partenza (exodos), ossia la morte di Pietro6 e chi invece presentando la composizione del Vangelo come avvenuta durante la vita dell’apostolo e anzi da lui approvata e ratificata7.

 

A proposito delle critiche rivolte a questo Vangelo, le opinioni dei moderni non sono concordi. In che cosa consisterebbe il «disordine» e rispetto a quale altro Vangelo questo potrebbe essere stato notato? Le ipotesi sono due: o che il confronto fosse stabilito con il Vangelo di Matteo o con quello di Giovanni, i due vangeli di origine strettamente apostolica che a quel momento e in Oriente (dove vivono il presbitero Giovanni e Papia) avevano più prestigio.

Dalle parole di Papia si potrebbe ricavare che la critica riguardasse già l’incompletezza dell’esposizione, dato che si osserva che Marco trascrisse «alcuni» dei detti del Signore. Inoltre si accenna ad un’esposizione (che Papia fa risalire a Pietro stesso) forse cronologicamente e logicamente non rigorosa, ma «occasionale», e addirittura ad «errori». Queste critiche possono adattarsi al confronto con Matteo, che si caratterizza, rispetto a Marco, per una ricchezza molto maggiore di «detti» del Signore (tipici sono i suoi cinque grandi discorsi), e inoltre presenta un racconto più completo, dato che inizia dalla nascita di Gesù. Ma si adattano anche al confronto con Giovanni (e pensiamo che queste critiche sembrano circolare in ambiente giovanneo), che si differenzia molto da tutti e tre i sinottici già per la ricostruzione cronologica della vita di Gesù (tre, ad esempio, sono in questo vangelo i viaggi a Gerusalemme, e non uno solo; anche la ricostruzione della settimana della Passione varia) e poi per l’impostazione, che è incentrata prevalentemente proprio sull’insegnamento di Gesù, rispetto al quale i fatti sono secondari. Giovanni inizia addirittura il suo Vangelo parlando della preistoria divina del Logos. C’è anche chi pensa che il confronto valga per entrambi i Vangeli o per la tradizione orale nota.

Alcuni moderni tendono però a svalutare la testimonianza di Papia e la tradizione che ne dipende, sia per il carattere leggendario di altre sue informazioni che Eusebio riporta pure, sia per il carattere apologetico delle sue affermazioni sul Vangelo di Marco. Però il fatto che l’autore si chiamasse Marco ha qualche probabilità perché si tratta di un personaggio sconosciuto (la tendenza è quella opposta: di attribuire gli scritti a personaggi molto famosi e importanti).

Molti ritengono che questo Marco si possa identificare col Giovanni Marco (talora chiamato soltanto Marco o soltanto Giovanni), di cui parlano abbastanza spesso gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di Paolo. Anzi, da questi cenni, si traggono elementi per ricostruire una vera e propria «vita» di Marco8, una vita non priva di avventure. In Atti 12,12 si racconta che Pietro, dopo essere uscito di prigione a Gerusalemme, si recò alla casa di Maria, «la madre di Giovanni chiamato Marco, dove erano radunati in preghiera un buon numero di persone». Di qui si ricaverebbe che Marco doveva essere un personaggio ben noto e di famiglia benestante, dato che la sua casa era abbastanza grande per ospitare le riunioni della comunità cristiana. Le altre informazioni desumibili dagli Atti e dalle lettere di Paolo, fanno pensare che Marco fosse cugino di Barnaba (Col 4,10) e avesse partecipato per un periodo all’attività missionaria di Paolo e Barnaba come loro «aiutante», durante un viaggio in Asia Minore (At 12,25; 13,5). Ma a Perge, in Panfilia, Giovanni Marco li lasciò e ritornò a Gerusalemme (At 13,13). Questo abbandono dovette irritare profondamente Paolo, tanto che, quando decise di intraprendere con Barnaba un secondo viaggio missionario e questi voleva ancora portare con sé Giovanni Marco, Paolo entrò in dissidio aperto con Barnaba e preferì separarsi anche da lui: si scelse un altro collaboratore, mentre Barnaba partì per diversa meta col cugino (At 15,36-41). Se si tratta sempre del medesimo Marco, si può supporre che Paolo si fosse riconciliato poi con lui, dato che in alcune lettere scritte durante la prigionia (a Roma?) lo menziona come collaboratore al suo fianco (Col 4,10; Fm 24) e, più tardi, in 2 Tm 4,11, quando Marco non si trova più accanto a lui, chiede al destinatario (che forse è a Efeso) di condurglielo. Sicché si dovrebbe dedurre che Marco sia stato prima in contatto con Pietro a Gerusalemme, poi con Paolo e infine ancora con Pietro.

Certo desta qualche perplessità la vicenda per cui Marco prima sarebbe stato in contatto con Pietro a Gerusalemme, poi con Paolo e infine ancora con Pietro, di cui avrebbe trasmesso la predicazione.

E non basta: altri autori antichi aggiungeranno ulteriori tappe alla biografia di Marco. Eusebio riporta due informazioni molto dubbie che creeranno confusione nella tradizione successiva:

- La prima (Historia Ecclesiastica II,16,1) è che Marco sarebbe stato mandato in Egitto a predicarvi il Vangelo, che già aveva scritto, e qui avrebbe fondato chiese ad Alessandria. Ma ci sarà chi, come Giovanni Crisostomo, crederà che Marco avesse scritto il Vangelo ad Alessandria; e chi, come Epifanio, cercherà di combinare questa con le altre informazioni dicendo che Marco sarebbe stato mandato da Pietro in Egitto, dopo aver scritto il Vangelo. La notizia ha scarse probabilità di essere autentica, dato che proprio gli autori alessandrini (Clemente, Dionigi, Origene) non ne parlano.

- La seconda informazione (Historia Ecclesiastica II,24) è che il suo successore nell’episcopato ad Alessandria avrebbe iniziato il ministero nell’ottavo anno di Nerone (= 62), il che dovrebbe significare anche (e fu inteso nel senso) che in quell’anno sarebbe morto. Ma il dato non si concilia con le altre notizie sul rapporto con Pietro (e Paolo) a Roma, perché il 62 è anteriore all’anno della morte dei due Apostoli (che sarebbero morti martiri durante la persecuzione neroniana, tra 64 e 68). Tuttavia Gerolamo lo riprenderà e lo tramanderà, proprio come dato relativo alla morte di Marco (ad es., in De viris illustribus VIII). Di qui nasce la tradizione che è alle origini della Basilica di S. Marco a Venezia: i Veneziani nell’828 avrebbero trafugato ad Alessandria le reliquie di S. Marco e le avrebbero portate a Venezia: per custodirle avrebbero quindi edificato la Basilica intitolata a lui9.

Anche i dati ricavabili dal Vangelo stesso non sono ritenuti dalla maggior parte degli studiosi moderni utili a confermare le notizie della tradizione per quanto riguarda il rapporto di discepolato tra Marco e Pietro e la composizione del Vangelo come trascrizione della predicazione di Pietro. Gli studiosi che difendono la validità della tradizione adducono il rilievo dato dall’evangelista alla figura di Pietro in molti casi, ma anche, talora, il fatto che proprio Pietro nel Vangelo di Marco non di rado faccia una «brutta figura» (indizio dell’umiltà di Pietro stesso!); la vivacità descrittiva di molti episodi che presupporrebbe il racconto di un testimone oculare, perfino la «spontaneità dello stile», ecc. Ma non sono in realtà elementi determinanti, perché non si può dimostrare che Pietro abbia nel Vangelo di Marco un ruolo maggiore rispetto agli altri Vangeli, anzi: sono omessi alcuni episodi importanti, come il primato di Pietro (cfr. Mt 16). La ricerca, poi, nel Vangelo, di tracce di una «teologia petrina», così come di una «teologia paolina», non dà poi frutto, anche perché una «teologia petrina» non esiste e le eventuali affinità con la teologia di Paolo, che invece conosciamo, si limitano a concetti non caratteristici. Gli studiosi adducono inoltre, come elemento negativo, il fatto che l’autore del Vangelo non sembra conoscere esattamente i luoghi della Palestina, fatto che contrasterebbe con l’ipotesi che i racconti provenissero da un testimone come Pietro. Ma questo è un punto che meriterebbe una discussione particolare: certe «inesattezze» geografiche non sempre sono indizio di ignoranza e andrebbero interpretate.

 

In ogni caso, quand’anche Marco avesse effettivamente attinto ai ricordi di Pietro, oggi si tende a pensare che non siano questi l’unica fonte utilizzata da Marco, sebbene, essendo il primo Vangelo (come oggi viene riconosciuto) e non avendo quindi termini di confronto, sia difficile sceverare nel Vangelo le diverse possibili fonti. Qualcuno ha supposto che Marco sia stato presente ad alcuni fatti della vita di Gesù e che parli di se stesso quando riporta lo strano episodio, non ripreso dagli altri Vangeli, del giovinetto che al momento dell’arresto di Gesù prima si mette al suo seguito avvolto in un lenzuolo, poi fugge nudo (Mc. 14,51-52). Ma si tratta di un’ipotesi priva di fondamento e del tutto improbabile10.

Per quanto riguarda l’ambientazione a Roma del Vangelo, le conferme interne al testo potrebbero essere i frequenti latinismi (kenturiôn = centurio; kodrantês = quadrantes, ecc.), certe spiegazioni di costumi ebraici (cfr. 7,1-4 sulle usanze di purità) e termini aramaici (cfr. 5,41; 15,34, ecc.), che sembrerebbero presupporre un pubblico non giudaico e non palestinese. Si pensa normalmente che il Vangelo di Marco, a differenza di quello di Matteo, più nettamente di carattere giudaico, si rivolgesse a fedeli di provenienza pagana. Tuttavia, neppure tutti questi elementi sono univoci: ad esempio, i latinismi, in quanto termini tecnici del gergo militare, giuridico ed economico erano diffusi in tutto l’impero e non implicano necessariamente che l’autore scrivesse a Roma o in occidente. Più forti sono gli indizi relativi a un pubblico non giudaico.

Invece si può dire che la convinzione di un’estrema fedeltà dell’evangelista Mc alla tradizione, già presente in Papia, sia tra le più diffuse ancora oggi, e anzi si sia rafforzata dal momento in cui si arrivò a supporre che questo Vangelo fosse il primo. Recentemente, uno studioso come Jean Carmignac11 ha rivalutato molto la testimonianza di Papia, che gli consente di riconoscere, dietro ai Vangeli attuali, tradizioni, o addirittura già Vangeli antecedenti, molto più antichi, scritti originariamente in ebraico. Nel caso di Mc, dà credito all’esistenza di un Vangelo di Pietro, che Mc avrebbe tradotto.


1 Quasi tutte le testimonianze antiche sui Vangeli sono riportate in appendice alle Sinossi dei quattro Vangeli (cfr. quella di K. ALAND, Synopsis quattuor evangeliorum, Stuttgart 197811, pp. 531-548).

2 Kaˆ ¥llaj d tÍ „d…v grafÍ parad…dwsin 'Arist…wnoj toà prÒsqen dedhlwmšnou tîn toà Kur…ou lÒgwn dihg»seij kaˆ toà presbutšrou 'Iw£nnou paradÒseij: ™f' §j toÝj filomaqe‹j ¢napšmyantej, ¢nagka…wj nàn prosq»somen ta‹j proekteqe…saij aÙtoà fwna‹j par£dosin ¿n perˆ M£rkou toà tÕ eÙaggšlion gegrafÒtoj ™ktšqeitai di¦ toÚtwn: «Kaˆ toàq' Ð presbÚteroj œlegen: M£rkoj mn ˜rmhneut¾j Pštrou genÒmenoj, Ósa ™mnhmÒneusen, ¢kribîj œgrayen, oÙ mšntoi t£xei t¦ ØpÕ toà Kur…ou À lecqšnta À pracqšnta. oÜte g¦r ½kousen toà Kur…ou oÜte parhkoloÚqhsen aÙtù, Ûsteron d, æj œfhn, PštrJ: Öj prÕj t¦j cre…aj ™poie‹to t¦j didaskal…aj, ¢ll' oÙc ésper sÚntaxin tîn kuriakîn poioÚmenoj log…wn, éste oÙdn ¼marten M£rkoj oÛtwj œnia gr£yaj æj ¢pemnhmÒneusen. `EnÕj g¦r ™poi»sato prÒnoian, toà mhdn ïn ½kousen paralipe‹n À yeÚsasqa… ti ™n aÙto‹j». Taàta mn oân ƒstÒrhtai tù Pap…v perˆ toà M£rkou. Ed. G. BARDY, Paris 1952.

3 Già Giustino (metà del II sec.) si riferiva al Vangelo di Marco chiamandolo «Memorie di Pietro» (Dialogo con Trifone 106). Ireneo di Lione, verso il 180, scrive: «Dopo la loro (= di Pietro e Paolo) dipartita, Marco, il discepolo e interprete di Pietro, ci trasmise anche lui per iscritto quanto veniva annunciato da Pietro» (Adersus Haereses III,1,3: cfr. EUSEBIO, Historia Ecclesiastica V,8,3). Tale notizia viene ripresa e variamente modificata poi da Clemente Alessandrino, Origene, ecc.

4 Clemente Alessandrino parla del Vangelo di Marco commentando 1 Pt 5,13, evidentemente perché identifica l’autore del Vangelo col Marco menzionato da Pietro nella Lettera. Origene scrive in Commentarium in Matthaeum. I (in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica VI,25,5): «Poi (= dopo il Vangelo secondo Matteo) è stato scritto il Vangelo secondo Marco, che fece come Pietro gli indicò e che da lui fu riconosciuto come figlio nella lettera cattolica in questi termini: «Vi saluta la chiesa eletta che dimora in Babilonia e Marco, mio figlio (1 Pt 5,13)».

5 In Ireneo si ricava indirettamente, perché afferma che Matteo scrisse il suo Vangelo mentre a Roma Pietro e Paolo predicavano e subito dopo continua dicendo che dopo la loro dipartita Marco trasmise la predicazione di Pietro (EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica V,8,3). Clemente invece è esplicito: «Quando Pietro ebbe annunciato pubblicamente a Roma la Parola e predicato il vangelo secondo lo Spirito, i presenti, che erano molti, invitarono Marco, in quanto lo aveva seguito da tempo e ricordava le cose dette, di trascrivere le sue parole. Questi lo fece e consegnò il Vangelo a coloro che glielo chiedevano» (Ipotiposi VI, in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica VI,14,6); ancora in un altro passo (Adumbrationes ad 1 Pt 5,13): «Marco, seguace di Pietro, allorché Pietro predicava pubblicamente il vangelo a Roma, alla presenza di certi cavalieri di Cesare, [...] scrisse, sulla base di quanto Pietro aveva detto, il Vangelo chiamato di Marco».

6 IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, III,1,1.

7 In due testimonianze, contenute nel libro VI delle sue Ipotiposi, Clemente Alessandrino sviluppa la notizia. Dopo aver detto che Marco trascrisse la predicazione di Pietro su richiesta di alcuni ascoltatori, in un caso (in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica VI,14, 7) riporta: «Quando lo venne a sapere, Pietro non usò esortazioni né per impedirlo né per incitarlo»; invece nell’altro passo (ivi II,15,2): «Dicono che l’apostolo, quando seppe, attraverso una rivelazione diretta dello Spirito, ciò che era avvenuto, si compiacque dell’ardore di quelle persone e convalidò il testo scritto perché fosse letto nelle chiese».

8 Cfr. in particolare F. M. URICCHIO - G. M. STANO, Vangelo secondo Marco, Torino, Marietti, 1966, pp.1-4, paragrafo intitolato: «Cenni biografici su Marco»; O. BATTAGLIA, Introduzione al Nuovo Testamento, Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pp. 91-92.

9 Cfr. F. M. URICCHIO - G. M. STANO, Vangelo secondo Marco, Torino, Marietti, 1966, p.3 n° 5. Oggi Padova vanta il possesso delle spoglie di Luca, in realtà solo del corpo, perché il cranio si trova attualmente a Praga, essendo stato là trasferito in età medievale. Proprio in questi anni si stanno facendo ricerche sull’autenticità di tali spoglie: cfr. G. LEONARDI, Sulle orme dell’evangelista Luca e visita alla sua tomba, in «O odigos- La guida» 18 (1999), pp. 7-11.

10 Su questo episodio cfr. C. MAZZUCCO (l’autrice del presente testo, n.d.r.) L’arresto di Gesù nel Vangelo di Marco (Mc 14,43-52), in «Rivista Biblica» XXXV (1987), pp. 257-282. Si deve tener conto della fuga precedente di tutti i discepoli e del rapporto, dapprima antitetico, ma alla fine simile, del comportamento di questo giovinetto rispetto a quello dei discepoli. Con questa scena aggiunta Marco sottolinea più intensamente la solitudine e l'abbandono di Gesù nel momento in cui entra nella passione.

11 J. CARMIGNAC, La nascita dei Vangeli sinottici, tr. it., Milano, Ed. Paoline, 1986 (ed. orig. Paris 1984), in part., pp. 61 ss.




Precedente Precedente - Successiva Successiva



 
Opzioni

 Stampa Stampa


Argomento
Il Nuovo Testamento
Il Nuovo Testamento

 

 

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale. 


Sito internet realizzato da:
E' una TRX Idea...


Sito realizzato con PHP-Nuke