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Documento: Qumràn e le origini cristiane
Messo in linea il giorno Domenica, 29 febbraio 2004
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Il tema della giustificazione per adesione a un gruppo e a un credo

Fino alla scoperta dei Rotoli di Qumràn, credevamo che il concetto di giustificazione e in particolare di giustificazione per fede fosse paolino. Certo, è paolina l'idea che la giustificazione è per la fede in Cristo risorto, ma, come vedremo, l'idea che la salvezza è dono gratuito di Dio, dono condizionato solo da qualcosa che è molto vicino al nostro concetto di «fede», preesiste al cristianesimo. La teologia cristiana delle origini ha usato categorie ebraiche già esistenti per interpretare la Croce e la Resurrezione, il loro significato e il loro valore.

Guardiamo il problema nelle sue linee essenziali. Al tempo di Gesù erano accettate come verità indiscusse da tutti, o comunque dalla grande maggioranza degli ebrei, queste due:

L'esistenza di una vita oltre la morte: dopo la morte Dio avrebbe separato i buoni dai cattivi, gli uni per il paradiso, gli altri per l'inferno.

La duplice convinzione che il Paradiso toccava ai giusti, ma che il giusto sulla terra non esisteva: se, pertanto, qualcuno si poteva salvare, questi non poteva essere il giusto, ma solo colui che Dio considerasse tale, cioè, in termini nostri, il giustificato. Dunque, il problema su cui si discuteva nel I sec. d.C. non era se si salvasse il giusto o il giustificato, ma era lo strumento o le condizioni per cui Dio giustificasse qualcuno sì e qualcuno no.

Esseni e farisei si fronteggiavano su due posizioni opposte. Per i farisei Dio giustificava colui che nella vita avesse fatto (lo dico semplificando la soluzione, che, oltre tutto, ci è nota solo da fonti più tarde)1 più opere buone che opere cattive. In altri termini, i farisei concepivano il Giudizio dopo la morte come riguardante tutta la vita dell'individuo, con tutto il bene e con tutto il male commesso. In quest'ottica le opere compiute avevano ovviamente una grande importanza; erano fondamentali. Al contrario gli esseni dovevano ritenere che in Giudizio si rispondesse solo degli atti di trasgressione della Legge: in questa visione delle cose il Giudizio fondato sulle opere non poteva che essere di condanna, perché era convinzione comune che il giusto assoluto non esisteva.

Nel Commento ad Abacuc o Pesher Habacuc (pHab 8,1-3) là dove l'autore antico interpreta il celebre passo di Abakuk «il giusto vivrà per la fede» si legge: «Dio li libererà dal Giudizio a motivo della loro sofferenza e per la loro fede nel Maestro di Giustizia»2. Il senso è: «Chi ha fede, o almeno resta fedele all'insegnamento se non alla persona stessa del Maestro di Giustizia, eviterà di essere portato davanti al tribunale di Dio». Come si deduce anche da altri testi qumranici, il credente, l'esseno, vive già in questo mondo nella dimensione del sacro e dell'eterno: è parte di quell'immenso tempio che è il cosmo. In alto, al di sopra della sacertà stessa del tempio sta Dio nella sua divinità, dalla quale scende verso la terra una forza santificante gli angeli e gli uomini (ovviamente se hanno accettato l'insegnamento del Maestro di Giustizia). Per il credente non c'è Giudizio; per questo si salva.

Ed ecco un passo di Giovanni che sembra strutturato sulla medesima armonia di idee (5,24): «Chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al Giudizio, ma è passato dalla morte alla vita». Il cristiano è già nella vita e quindi non ha senso il Giudizio che dovrebbe introdurre nella vita. E ancora per quanto riguarda il Giudizio (3,18): «Chi crede in lui non è giudicato, ma chi non crede è già stato giudicato». La traduzione corrente, che segue il senso, recita: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato». «Essere giudicati» e «essere condannati» sono diventati sinonimi, perché, evidentemente, si accettava il principio anche da parte di Giovanni che in Giudizio si parla solo delle trasgressioni della Legge, non degli atti di osservanza; e non c'è uomo senza peccato. Chi ha fede è semplicemente liberato dal Giudizio.

Si legge in Paolo (Gal 3, 10): «Quelli che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione, perché sta scritto: «Maledetto colui che non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge, per praticarle»3. Se, dunque, ognuno finisse davanti al tribunale di Dio per essere giudicato, secondo Paolo nessuno si salverebbe, perché Paolo pensa al Giudizio come al luogo dove si va solo per rispondere delle proprie mancanze; se per qualcuno c'è salvezza, questa non può che dipendere dal fatto che il Giudizio basato sulle opere non c'è, ovviamente per chi ha la fede nel Cristo risorto. Il sacrificio del Cristo è chiaramente spiegato per mezzo di categorie teologiche preesistenti e documentate soprattutto nei testi di Qumràn in senso stretto.


1L a formulazione classica è dovuta a R. Aqibà, ucciso dai romani nel 135 circa d.C., e conservata in Pirqe Avot 3,15. Essa recita: «Tutto è previsto (quindi, non predeterminato); la libertà di scelta è data; il mondo (cioè gli uomini) è giudicato con bontà; tutto dipende dalla quantità delle opere (buone o cattive)». Che il Giudizio sia fatto «con bontà» significa che Dio, per sua grazia (non per giustizia), non si limita (come vorrebbe la sola giustizia) a considerare le trasgressioni della Legge, ma tiene conto anche degli atti di osservanza. Il Giudizio è il bilancio di tutta una vita sulla base delle opere. Dio giustifica chi ha compiuto più bene che male.

2 Il Maestro di Giustizia è il fondatore, o meglio, la figura più importante dell'essenismo. «Maestro di Giustizia» potrebbe essere il titolo del capo della setta. In questo caso avremmo una serie di Maestri di Giustizia, garanti di una certa tradizione (quella essenica).

3 La parola "tutte" è aggiunta di Paolo al testo biblico. L'aggiunta, anche se insignificante sul piano del contenuto, sottolinea con forza, sul piano stilistico, il pensiero di Paolo.




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