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Documento: Apocrifi cristiani antichi
Messo in linea il giorno Domenica, 25 dicembre 2005
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Alcuni apocrifi di particolare importanza

Non è qui possibile neanche menzionare un gran numero di apocrifi; ci limitiamo a qualche cenno sui più antichi e su quelli che hanno esercitato maggiore influenza, rinviando per i testi e le introduzioni alle raccolte di traduzioni menzionate in Bibliografia.

Tradizione su Gesù e Maria.

Come si è accennato, gli apocrifi stanno stretti nei generi letterari del NT; è il caso di quelli classificati come vangeli.

-Varie forme di vangeli e raccolte di detti. Così il Vangelo di Tommaso ritrovato in traduzione copta tra i testi della biblioteca gnostica di Nag Hammadi (qualche frammento in greco, lingua originale, resta su papiri) reca, è vero, questo titolo, ma non assomiglia affatto al modello dei Vangeli canonici: si tratta di una raccolta di 111 detti di Gesù, inquadrati talora in una tenue cornice narrativa. È "vangelo" solo in quanto il messaggio in essi contenuto si propone come via di salvezza: quest'ultima può venire raggiunta mediante il distacco radicale dal mondo e il ripiegamento nella propria interiorità, per conoscere se stessi come figli del Padre vivente. Molte sentenze hanno paralleli nella tradizione canonica (alcune in parole di Gesù trasmesse al di fuori di questa); si continua a discutere se lo scritto dipenda dai Vangeli canonici oppure rappresenti una tradizione parallela dei detti di Gesù (questa seconda ipotesi appare non improbabile). Lo scritto proviene verosimilmente dalla Siria orientale e può risalire alla metà del sec. II. Pure a Nag Hammadi si è ritrovato il Vangelo secondo Filippo (forse della seconda metà del sec. III): esso contiene 17 detti di Gesù e alcune storie su di lui, in parte risalenti al sec. II, ma nell'insieme appare come una raccolta di estratti di una catechesi sacramentale degli gnostici valentiniani.

Parole isolate di Gesù (i cosiddetti àgrapha) sono trasmesse al di fuori dei vangeli, in scritti cristiani antichi (e altre gliene sono attribuite nel Talmud e soprattutto nella tradizione islamica).

Analoghi per forma ai Vangeli canonici sono invece i vangeli in uso presso comunità giudeocristiane, di cui diversi autori antichi hanno trasmesso frammenti, con attribuzione spesso confusa. Gli studiosi distinguono: Vangelo dei Nazareni, probabilmente una versione aramaica del vangelo greco di Matteo; Vangelo degli Ebioniti (sec. II) che insiste sull'umanità di Gesù, respinge la nascita dalla vergine, attribuisce a Gesù rifiuto del culto sacrificale e vegetarianismo; Vangelo degli Ebrei, composto in greco prima del 180, probabilmente indipendente dai nostri Vangeli canonici (a differenza dei due precedenti), fortemente legato all'autorità di Giacomo, fratello del Signore. Del Vangelo degli Egiziani (sec. II) resta qualche frammento, che rivela uno spiccato encratismo (rifiuto del matrimonio e della generazione).

Numerosi papiri trovati in Egitto (in particolare a Ossirinco) hanno restituito frammenti di scritti, per lo più non identificabili, contenenti parole e atti di Gesù, in parte in comune coti i testi canonici, in parte estranei a questi; il più celebre è il papiro Egerton 2, del sec. II, dove Gesù appare impegnato in dialoghi polemici e in un miracolo (la dipendenza dai Vangeli canonici è discussa). Un frammento narrativo di un Vangelo segreto di Marco, contenente l'iniziazione sessuale di un giovinetto da parte di Gesù come iniziazione al mistero del Regno di Dio, è citato in una pagina di Clemente di Alessandria scoperta e pubblicata nel 1973 da M. Smith, la cui autenticità è però in discussione.

- Passione e risurrezione. Si limitava forse alla passione e risurrezione di Gesù il Vangelo di Pietro, composto probabilmente in Siria occidentale verso il 150 e di cui si possiede un largo frammento (dalla lavatura delle mani di Pilato all'inizio della prima apparizione del Risorto in Galilea). Esso è caratterizzato da un ampio uso implicito dell'AT, dalla tendenza a rigettare sui giudei la responsabilità della morte di Gesù, e da una descrizione della risurrezione come uscita gloriosa di Gesù dal sepolcro, sorretto da due angeli. Lo scritto presuppone certo tradizioni anteriori alla redazione dei Vangeli canonici. Anche questo vangelo non corrisponde dunque precisamente alla struttura di quelli canonizzati.

L'attenzione si accentrò sulla passione anche nei testi composti a partire dal sec. IV, che si suole raggruppare nel ciclo degli Atti di Pilato o "vangelo di Nicodemo". Narrano il processo a Gesù sotto forma di atti ufficiali, trasmessi da membri del Sinedrio; in alcune delle versioni vi si aggiunge un dettagliato resoconto della discesa di Gesù agli inferi, con vittoria sulla morte e su Satana e liberazione dei giusti defunti tenuti prigionieri da quelli. Tradotti e riscritti in numerose lingue, attraverso versioni latine e nelle lingue volgari (tedesco, francese, inglese, irlandese...) questi testi esercitarono una vasta influenza attraverso la tarda antichità e il Medio Evo, con le loro vivide descrizioni dell'inferno e la loro plastica rappresentazione del mistero della redenzione.

Pure alle circostanze della passione, della discesa agli inferi e della risurrezione si riferiscono le Questioni di Bartolomeo, il Libro della Resurrezione dell'apostolo Bartolomeo e il Vangelo di Gamaliele, difficilmente databili (nello stato attuale, non anteriori al sec. V).

- Nascita e infanzia di Maria e di Gesù. L'attenzione si polarizzò pure sull'altra estremità della vita di Gesù. Già nel sec. I si raccolsero pretese profezie bibliche della nascita dalla Vergine e si svilupparono, presso Matteo e Luca, i primi racconti; fu poi probabilmente la polemica con i giudei (che rovesciavano in accusa di nascita illegittima l'annunzio cristiano della nascita di Gesù da una vergine) a ispirare la Natività di Maria (metà del sec. II), più nota come Protovangelo di Giacomo dal titolo assegnatole nella prima edizione a stampa (1552). Narrava la nascita di Maria dalla coppia già anziana di Gioacchino e Anna, la sua infanzia trascorsa nel Tempio dall'età di tre anni alla pubertà, il suo affidamento all'anziano vedovo Giuseppe perché ne proteggesse la verginità; il concepimento miracoloso, la visita a Elisabetta, il viaggio da Nazaret a Betlemme, la nascita di Gesù in una grotta mentre Giuseppe era andato a cercare una levatrice, la quale, giunta a cose fatte, non può che constatare il prodigio del parto verginale; l'adorazione dei magi, la strage degli innocenti e la partenza per l'Egitto. Il libro si presenta come scritto dal "fratello di Gesù" Giacomo, figlio del primo matrimonio di Giuseppe e testimone oculare degli eventi. L'opera, imperniata più su Maria che su Gesù, ha l'evidente scopo di documentare (richiamandosi ogni volta a testimonianze di giudei: i sacerdoti del Tempio, la levatrice) la costante purezza di Maria.

Diversa l'intenzione che guida un altro scritto di grande fortuna, i Racconti dell'infanzia del Signore (Tà paidikà tou Kyríou), serie di aneddoti sull'infanzia di Gesù tra i cinque e i dodici anni, spesso menzionata come Vangelo dell'infanzia di Tommaso dal nome del sedicente autore, che compare però solo in recensioni tardive. Il silenzio dei Vangeli canonici sull'infanzia di Gesù stimolava la curiosità su di essa, e si tendeva a riempirla con manifestazioni anticipate del suo potere divino: l'opera raccoglie una serie di narrazioni, almeno in parte già circolanti isolatamente, e rimaste poi nella fantasia popolare (Gesù che fa volare, battendo le mani, i passeri di fango; che fa morire sul colpo un bambino che lo aveva urtato; che resuscita un compagno caduto dal tetto; che confonde il maestro di scuola...). Il carattere stesso dell'opera favoriva le aggiunte e le modifiche, e in effetti se ne possiede una straordinaria quantità di redazioni diverse, in varie lingue; l'originale può rimontare al sec. II.

Le due ultime opere menzionate furono poi sommate e rielaborate per creare storie, sempre più ricche di elementi straordinari, delle circostanze comprese tra il concepimento di Maria e l'episodio di Gesù nel Tempio con i dottori (Lc 2,41-51): sono di tal genere il Vangelo dello Pseudo Matteo (in latino; prima del sec. IX) e il De nativitate Mariae (sec. IX, in latino; abbreviazione della I parte del precedente). Questi due scritti trasmisero al Medio Evo latino il ciclo di racconti sulla nascita e l'infanzia di Maria e di Gesù, così presenti nell'arte figurativa.

Altri sviluppi successivi, più o meno ampliati, sono il Vangelo arabo dell'infanzia; il Vangelo armeno dell'infanzia; la Storia di Giuseppe il falegname (versioni in copto e in arabo); e altre riscritture medievali in latino e in lingue volgari d'Occidente.

- Assunzione di Maria. La narrazione apocrifa regna incontrastata nel campo della dormizione e dell'assunzione di Maria, su cui tacciono gli scritti canonizzati. La vasta letteratura antica sul tema (una sessantina di opere in otto lingue) è legata allo sviluppo della festa relativa e della sua liturgia e comprende un gran numero di omelie. Tra i testi più antichi si situa il Libro della dormizione dello Pseudo Giovanni (sec. V o VI, in greco), che narra la riunione degli apostoli dai loro luoghi di missione presso Maria, gli attacchi dei Giudei, la morte di Maria con i miracoli connessi e il trasferimento del suo corpo in paradiso da parte degli angeli. Di una redazione latina dello Pseudo-Giovanni restano frammenti.

Pure in latino, in due recensioni diverse, è il Transito (B) dello Pseudo Melitone di Sardi (sec. V-VI), che sviluppa ulteriormente il motivo dell'assunzione in cielo; è esso probabilmente a influire sulla trasformazione, a Roma, della festa della Dormizione in festa dell'Assunzione (fine sec. VIII), ed è esso che ispira il racconto influentissimo della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (sec. XIII).

Importante è il panegirico sulla dormizione scritto da Giovanni arcivescovo di Tessalonica verso il 630. La ricezione in Occidente di quest'ultimo scritto e dello Pseudo-Giovanni passa attraverso il tardivo Transito dello Pseudo-Giuseppe di Arimatea, in latino. Numerose dormizioni e omelie sullo stesso argomento sono trasmesse in siriaco, in copto, in arabo, in etiopico (tra cui particolarmente sviluppato il Libro del riposo, che aggiunge visite di Maria e degli apostoli all'inferno e in paradiso), in georgiano e in armeno.

- Dialoghi del Risorto. Come ricordato sopra, il richiamo alla tradizione segreta di cui sarebbe stato primo portatore uno degli apostoli svolse una funzione presso vari gruppi delle origini cristiane, in particolare gnostici. Dal punto di vista letterario, esso generò tuttavia soprattutto scritti da ricollegarsi al tipo "evangelico" e/o apocalittico, in particolare dialoghi di rivelazione tra il Risorto e i discepoli. In ambiente gnostico, sono da annoverare tra questi l'Apocrifo di Giacomo (sec. II?), le due Apocalissi di Giacomo (sec. II), il Libro di Tommaso (sec. III?), tutti ritrovati a Nag Hammadi, e il Vangelo di Maria (Maddalena; sec. II); in campo "ortodosso", il genere dei dialoghi col Risorto è piuttosto l'eccezione ed è rappresentalo essenzialmente dall'Epistola degli apostoli (metà sec. II), colloquio tra i Dodici e Cristo, di orientamento antidoceta (insiste sulla realtà dell'incarnazione e della risurrezione) e ispirato a tematiche cristologiche arcaiche (Cristo, disceso attraverso i cieli assumendo la forma degli angeli, appare a Maria nell'aspetto dell'angelo Gabriele e quindi entra in lei).

Tradizione sugli apostoli

- Lettere. Scarse sono invece le lettere apostoliche apocrife. Vanno ricordate innanzitutto la lettera dei Corinzi a Paolo e la risposta di quest'ultimo (3 Corinzi), composte probabilmente in Siria nel sec. II in funzione antignostica e in seguito inserite negli Atti di Paolo. Il Canone di Muratori (fine sec. II), che elenca e discute i libri da accettare, menziona due false lettere di Paolo, ai Laodiceni e agli Alessandrini; una lettera ai Laodiceni in latino è rimasta in alcuni manoscritti biblici. Si tratta di uno scialbo centone di espressioni di lettere paoline, ispirato probabilmente dalla menzione di una lettera paolina a Laodicea in Col 4,16 e databile tra il sec. II e IV. Un gruppo di 14 lettere in latino si presenta come una corrispondenza tra Paolo e il filosofo Seneca; il contenuto è assai povero; lo scritto deve risalire al sec. IV. È di notevole interesse una lunga lettera di Tito, discepolo di Paolo, sulla castità, conservata in latino in un solo manoscritto: si tratta di uno scritto ascetico che esalta l'encratismo e proviene forse dai priscillianisti spagnoli dei sec. V. Contiene molte citazioni dalla Scrittura, in parte apocrife.

- Atti. Assai ricca è invece la letteratura di atti apocrifi di apostoli, la quale veicola in generale proprio il modello di apostolo che era stato combattuto da Paolo: l’ “uomo divino", che attraverso la potenza dei suoi prodigi manifesta la presenza e la superiorità del Dio da lui annunziato. Mentre gli Atti di Luca divengono canonici come "atti di tutti gli apostoli" (così li definisce il Canone di Muratori), fioriscono, nel sec. II, atti imperniati su singoli apostoli, caratterizzati dalle loro gesta (genere delle prâxeis) e/o dai loro viaggi (genere dei perìodoi). Essi sfruttano temi del romanzo ellenistico a fini di propaganda cristiana; diffusa in essi è la valorizzazione dell'ascesi e, spesso, dell'encratismo sessuale. I primi cinque grandi Atti (ma il loro raggruppamento è posteriore, e non rende giustizia alle caratteristiche proprie di ognuno) sono quelli di Giovanni, di Pietro, di Andrea, di Paolo e di Tommaso, composti tutti tra il sec. II e III. Questi ultimi, composti nella Siria orientale, contengono motivi gnostici, e in particolare includono un bellissimo componimento poetico certo preesistente, il Canto della perla, allegoria dell'anima, elemento divino decaduto, imprigionato in questo mondo e poi redento. Tematiche gnostiche hanno trovato ingresso anche in altri Atti (Giovanni, Andrea); tra i testi gnostici copti (codice di Berlino e biblioteca di Nag Hammadi) sono stati ritrovati un episodio degli Atti di Pietro, nonché Atti di Pietro e dei dodici apostoli, che potrebbero risalire al sec. II, testi entrambi in sé non gnostici, ma che si prestavano a interpretazione gnostica. L'idea che l'insieme degli Atti apocrifi più antichi sia di provenienza gnostica è però oggi abbandonata. A causa di motivi divenuti dottrinalmente sospetti, come pure della loro adozione da parte di gruppi eterodossi, gli Atti vennero ripetutamente condannati; si continuò a leggerli nei monasteri, ma la loro lunghezza fece sì che se ne conservassero dei riassunti o degli estratti; tutti gli Atti menzionati, salvo quelli di Tommaso, ci restano dunque in modo frammentario. Solo la parte finale, contenente il martirio dell'apostolo (eccezione: Atti di Giovanni), veniva estratta e ampiamente ricopiata perché utilizzata per la festa liturgica relativa; i martiri ci restano dunque in numerosi manoscritti. Numerosi sono gli Atti più tardivi, in parte derivati dai precedenti; ricordiamo quelli di Filippo, di Bartolomeo, di Barnaba.

Apocalissi.

Chiamiamo "apocalissi" quegli scritti in cui a esseri umani vengono rivelate (in genere mediante visione) entità proprie del mondo divino, comunemente nascoste agli occhi umani, e che hanno significato decisivo per la salvezza da una situazione dominante in questo mondo e percepita come negativa. E comprensibile che alle origini cristiane si adottasse tale forma per riflettere sul significato della persona e dell'opera del Salvatore; essa permetteva infatti di accedere alla dimensione divina di colui che aveva agito in questo mondo come l'uomo Gesù. In tale quadro, l'opera di Gesù si svelava come il punto di riferimento di tutta la storia del mondo, anche e soprattutto dei conflitti tra le forze spirituali del bene e del male di cui si ammetteva che agissero dietro gli eventi visibili. Così già l'Apocalisse di Giovanni, poi divenuta canonica, poteva mettere il presente della comunità cristiana in relazione con gli ultimi tempi a partire dalla centralità della figura di Gesù.

L'Ascensione di Isaia, composta probabilmente in Siria ai primi del sec. II, sviluppando l'idea che il profeta in questione avesse parlato di Cristo, gli attribuiva una visione relativa alla futura venuta in questo mondo del Salvatore celeste, sotto forma di Gesù, per liberare gli umani dall'assoggettamento alle potenze malvagie del firmamento; la tematica cristologica era dunque anche qui centrale. L'Apocalisse di Pietro, composta in Palestina o in Siria durante la seconda guerra giudaica (132-135), non presuppone la preesistenza divina di Gesù; il centro, e l'oggetto della rivelazione, è qui la costituzione dell'uomo Gesù, martire, come Figlio di Dio in occasione della sua risurrezione e ascensione al cielo. I giusti potranno accedere al cielo proprio in virtù di questa sua elevazione, la quale è anche la condizione della risurrezione dei morti e del giudizio finale. Lo scritto contiene una rassegna di pene che saranno inflitte ai nemici di Cristo dopo il giudizio; in un ulteriore rifacimento, che ci è in parte pervenuto, queste pene sono descritte come già presenti nell'aldilà, e costituiscono l'oggetto di una visione concessa a Pietro, seguita da una visione del paradiso. Questo slittamento del "paradiso" e dell’ “inferno" da condizioni escatologiche a entità già presenti "altrove" diviene determinante, a scapito della centralità della tematica cristologica, nelle successive apocalissi, imperniate sul viaggio nell'altro mondo: tra esse basterà qui ricordare l'Apocalisse di Paolo (sec. IV?), che ebbe enorme fortuna e che, attraverso i suoi numerosi rifacimenti latini, influì su tutto il Medio Evo. Va ricordata per la sua grande fortuna nel Medio Evo - anche nell'omiletica - l'Apocalisse di Tommaso (prima del sec. V), contenente i segni premonitori della fine del mondo.




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