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Documento: Apocrifi cristiani antichi
Messo in linea il giorno Domenica, 25 dicembre 2005
Pagina: 4/5
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Apocrifi e predicazione

Nonostante le condanne ecclesiastiche, certi apocrifi servivano troppo bene alla riflessione teologica su determinati temi, o alla devozione, per non conservare un durevole successo in ambito del tutto "ortodosso". Per l'uso di apocrifi nell'omiletica ci limiteremo a pochi esempi, tratti per lo più dall'antichità.

Una delle più antiche omelie cristiane, trasmessa sotto il nome fuorviante di Seconda lettera di Clemente Romano (metà del sec. II?), si riferisce (11,2-4) a un "discorso profetico" contro quanti disperavano del ritorno del Signore (evocato anche in 1 Clemente 23,3-4; cf 2 Pt 3,4): si tratta forse di un testo cristiano provocato dal ritardo della parusìa; inoltre cita e interpreta numerosi detti di Gesù di forma diversa da quella dei Vangeli canonici o anche non contenuti in questi (cf 12,2-5: Vangelo degli Egiziani?; 5,2-4: Vangelo di Pietro?). È la testimonianza di un tempo in cui non esisteva il canone del NT, e la tradizione dei detti di Gesù era ancora largamente orale. Origene nelle sue omelie si riferisce occasionalmente, e in modo positivo, ad apocrifi giudaici (Omelie su Giosuè 15,6: Testamenti dei dodici patriarchi; Omelie su Luca 35: Apocalisse di Abramo). In Omelie su Luca 1, commentando Lc 1,1 secondo cui molti "hanno posto mano" a scrivere riguardo a Gesù, annovera tra questi i vangeli degli Egiziani, dei Dodici, di Basilide, di Tommaso, di Mattia, affermando che non sono stati scritti con la grazia dello Spirito, diversamente dai quattro canonici; secondo la versione dell'omelia fatta da Girolamo, essi sono dichiarati francamente eretici, ma la frase non si trova nei frammenti greci. Clemente di Alessandria aveva citato ancora il Vangelo degli Egiziani come autentica testimonianza delle parole del Signore, rifiutandone solo l'interpretazione degli entratiti; nell'ambiente di Origene il rifiuto dei gruppi che si richiamavano a quel vangelo si era rinforzato, e aveva finito col provocare il rifiuto del Vangelo stesso, un processo osservabile in più casi di rigetto di apocrifi. D'altra parte, intorno al 200 il Canone di Muratori riconosce, accanto all'Apocalisse di Giovanni, quella di Pietro, ammettendo però che "alcuni dei nostri non vogliono che sia letta nell'assemblea" (lin. 72-73), il che evidentemente implicava divergenze sulla liceità di predicare o meno a partire da tale testo.

Nonostante le vigorose condanne degli apocrifi (cf sopra, e Erbetta, Apocrifi 1/1,40; 11,11-16), e benché, data la cura di evitarne la lettura da parte della massa dei fedeli, le omelie siano appunto uno dei luoghi dove meno è da attendersene l'uso, alcuni temi provenienti dagli apocrifi divennero ben presto patrimonio comune della religiosità popolare. Si tratta in particolare di materiali relativi alla nascita di Gesù e alla sua passione, morte e discesa agli inferi. Così - per portare un solo esempio di temi che resteranno onnipresenti - lo stesso Agostino che tuona a più riprese contro gli apocrifi non ha alcun problema a utilizzare, nelle sue omelie sul Natale, motivi di origine apocrifa: non solo la verginità di Maria in partu (Serm. 184,1; 186,1; ecc.), ma l'asino e il bue alla mangiatoia, con la citazione di Is 1,3, come nel vangelo dello Ps. Matteo 14 (Serm. 189,4; 204,2; anche Girolamo, fierissimo avversario degli apocrifi, insiste sul motivo, Epist. 108,10). La discesa agli inferi poteva appoggiarsi su di un'interpretazione di 1 Pt 3,19-20, ma traeva in realtà il suo materiale da tradizioni apocrife, relative sia alla predicazione di Cristo agli inferi (attestata agli inizi da Marcione, dal Vangelo di Pietro 41-42 e da un testimonium apocrifo citato da Giustino e Ireneo), sia alla sua vittoria sul diavolo (ciclo degli Atti di Pilato). L'accento su quest'ultimo punto conduce anche a insistere sullo svuotamento totale degli inferi, un quadro simile a quello degli Atti di Pilato (così Cirillo di Alessandria, Lettera festale 7 = PG 77, 552). Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 14,19, rappresentava plasticamente lo sbigottimento della morte e dell'Ade in maniera prossima agli Atti di Pilato (cf anche Giovanni Crisostomo, Omelia 36,3 su Matteo = PG 57,416, che evoca le porte di bronzo dell'Ade calpestate, e i chiavistelli divelti). Ben più sviluppata, in forma di dialogo tra il diavolo e l'Ade come negli Atti di Pilato, la versione delle tre omelie dello Pseudo Eusebio di Emesa (PG 86,403-406); variazioni drammatiche si riscontrano in un'omelia dello Pseudo-Epifanio (PG 43,452-464); in una di Cesario di Arles (PL 67,1043); in una dello Pseudo-Agostino (PL 39,2059-2061). Abbiamo accennato nel testo al gran numero di antiche omelie conservate, in varie lingue, sul transito di Maria (cf la lista in S. Mimouni, Transitus Mariae, in DdS XV, 1160-1174, con copiosa bibliografia).

Per il vasto uso di apocrifi nella letteratura e nell'omt. medievale si veda l'articolo Apokryphen, di vari specialisti, in Lexikon des Mittelalters I, München-Zürich 1980, 759-770. Particolarmente diffuse e influenti, in tutte le aree linguistiche, furono versioni del Vangelo di Nicodemo, dello Pseudo Matteo e del De nativitate Mariae, dei Transitus Mariae, dell'Apocalisse di Paolo e anche dell'Apocalisse di Tommaso, oltre che della Vita di Adamo ed Eva, cristianizzazione di uno scritto giudaico, contenente leggende sul legno della croce. Numerose omelie in antico inglese, p.e., non sono praticamente che la ripresa di parti di apocrifi: è così che possediamo parti dell'Apocalisse di Tommaso. Il fenomeno era così diffuso che l'omileta Aelfric (fine X - inizio XI sec.) si sentì obbligato a intervenire decisamente contro di esso, tacciando di eresia gli apocrifi e in particolare il tema dell'intercessione di Maria e dei santi in occasione del giudizio finale (Omelia per il Natale della Vergine). Con la Riforma protestante, in Occidente ci si limitò maggiormente alla Scrittura (altro discorso andrebbe fatto per la tradizione ortodossa); ma proprio a opera di protestanti, gli apocrifi cominciarono a diventare oggetto di studio e non più solo di credenza religiosa o di esecrazione. Si cominciava a essere consapevoli della distanza che separava il presente da tali testi, e ad accostarsi ad essi con metodo filologico e storico: le prime raccolte furono quelle di F. Nausea nel 1531 (vite di apostoli in latino), di W. Lazius nel 1551 (edizione del rifacimento latino di atti apocrifi di Apostoli, detto dello Pseudo-Abdia) e di F. Neander nel 1564, aggiunta a una elaborazione greca e latina del Piccolo Catechismo di Lutero, per la formazione umanistica dei propri allievi della scuola di Ilfeld.

Ma l'omiletica ha continuato a nutrirsi, più o meno coscientemente, di elementi ricavati dalla tradizione apocrifa. Come è successo di recente all'autore di queste righe, basta recarsi a messa in Bretagna per la festa di S. Anna (tradizionalmente veneratissima in quella regione) per ascoltare una predica interamente (e tacitamente) basata sugli apocrifi dell'infanzia di Maria, che soli menzionano i genitori della madre di Gesù. Se sia lecito predicare a partire da apocrifi, non spetta allo storico decidere; ma gli sarà consentito notare che caratteristica degli apocrifi è la capacità di continuare a sviluppare teologia, e talora densa teologia, in forma narrativa - un modo di fare teologia cui oggi si presta notevole attenzione -. Non è escluso che questa forma in certo senso midrashica possa - per il metodo se non per i contenuti - anche rappresentare un modello per la comunicazione della fede nell'omiletica dei nostri tempi.




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