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Documento: Gli ebrei di fronte allo Stato
Messo in linea il giorno Domenica, 25 dicembre 2005
Pagina: 5/10
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Secondo sadocitismo (circa 400-175 a.C.)

Non tutti dovevano essere d'accordo con la concezione dello Stato che ebbe Neemia, se, non molto tempo dopo la stesura del libro delle Cronache, qualcuno scrisse. tra la fine dell'età persiana e l'inizio dell'ellenismo, 3E. L'autore voleva solo sottolineare la continuità del culto da Giosia a Ezra attraverso l'ultimo rampollo di David, Zorobabele. Giosia, Zorobabele ed Ezra sono i tre piloni sui quali poggiava il ponte che rappresentava la vera tradizione di Israele e il vero culto. Fin qui nulla di particolare per il nostro tema; andrà solo indicato che per l'autore di 3E Ezra era più antico di quanto non lo facciamo noi; sarebbe vissuto agli inizi del Secondo Tempio.

L'autore, sull'esempio letterario dei libri di Ezechiele e di Neemia, mette in bocca ad Ezra una teologia della storia decisamente più vicina a Ezechiele che a Neemia: il motore della storia di Israele è il rapporto di questo con la Legge di Dio. Le sventure di Israele dipendono dalle sue trasgressioni della Legge, ma la Legge non è identificata col Patto[1]. Il Dio di Ezra non osserva «il Patto e la misericordia» come quello di Neemia; è un Dio che punisce la trasgressione e poi, all'improvviso, mostra la sua misericordia (3E 8,71-75; cfr. Ezra 9,7-8). La legge che Ezra portò a Gerusalemme aveva un grande valore, perché era Legge di Dio, garantita da un'autorità terrena più alta di quella dei governatori e dei sacerdoti di Gerusalemme; era garantita dal Gran Re stesso (3E 8,24; cfr. Ezra 7,26). La Legge di Ezra assumeva così, indipendentemente dal valore dei particolari storici, un valore superiore a quella in vigore, un valore che oggi definiremmo assoluto.

Verso la fine del Secondo Sadocitismo un grande autore descriveva l'oppres­sione dello Stato nei confronti dell'individuo. Uomo disincantato, descrittore lu­cido e appassionato dei mali della vita senza ombra di protesta nei riguardi di Dio, come aveva fatto Giobbe, Qohelet spiega perché nello Stato c'è l'oppressio­ne dell'individuo e specialmente del povero. Essa dipende dalla sua stessa natura e struttura: «Se vedi nello Stato l'oppressione del povero, il diritto e la giustizia conculcati, non ti stupire della cosa, perché un funzionario è sopra un altro fun­zionario e lo sorveglia, e sopra tutti e due vi sono altri funzionari ancora. Il vantaggio del paese viene visto nel suo insieme e il re è servito in funzione del paese» (Qoh 5,7-8).


[1] Ezechiele concepisce il Patto tra Dio e Israele come rapporto matrimoniale, cioè personale. Israele è inteso come entità collettiva: ma Ezechiele non ha in mente il popolo ebraico storico, ma un Israele metastorico delle origini. In questa luce va intesa l'espressione di per sé ambigua «Vi ricondurrò alle Leggi del Patto» (20,37).




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