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Documento: Dai Vangeli alle più antiche letture patristiche del Padre Nostro
Messo in linea il giorno Martedì, 03 gennaio 2006
Pagina: 2/6
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1) Da Gesù alla tradizione del primo secolo.

Ricordo che alcuni anni fa i quotidiani riportavano con grande enfasi la “scoperta”- attribuita ad un convegno di studi sulle origini cristiane in corso presso qualche altisonante Università del globo - che “Gesù non ha scritto il PN”. In quei giorni fui interpellato a tale riguardo da parte di diverse persone, sinceramente turbate da quella che appariva a loro una prospettiva sconvolgente per la loro fede. In realtà l’affermazione che Gesù non abbia personalmente “scritto” nessuna delle parole attribuite a lui è tanto ovvia da essere persino scontata. Questo non significa però che le testimonianze su di lui non ci consentano di gettare lo sguardo sul tenore del suo insegnamento, sui caratteri della sua personalità e sugli eventi fondamentali della sua vicenda. Si è fatto molte volte il paragone con il caso di Socrate, il filosofo ateniese che non compose nessuna opera, non curandosi della trasmissione ai posteri di quanto offriva quale stimolo alla crescita verso la verità, ma il cui pensiero fu nondimeno fissato per iscritto da alcuni allievi, in particolare Platone e Senofonte. È indubbio che ciascuno di questi presentò il “suo” Socrate, rispecchiando nelle proprie opere non solo i dati storici, ma anche la sua stessa personalità di scrittore, gli interessi dei suoi lettori, le regole proprie del genere letterario adottato. Tuttavia una prudente valutazione critica delle diverse caratteristiche di questi scritti permette di attingere al personaggio reale e di considerarne sicure le coordinate biografiche essenziali.

Tornando dunque a Gesù, noi possiamo ritenere certo che, come ogni rabbi del suo tempo, egli abbia rivolto ai suoi discepoli un insegnamento personale sulla preghiera ed anche composto un suo “schema” dei contenuti essenziali del dialogo con Dio, coerente con il complesso del suo insegnamento e della sua testimonianza. Non è dato tuttavia raggiungere lo stesso grado di certezza riguardo al tenore letterale di tali parole, che nel Nuovo Testamento sono riportate in due differenti redazioni da Matteo e Luca. Le presentiamo di seguito in una versione piuttosto letterale, evidenziando mediante il corsivo le lievi divergenze di forma.

Matteo 6, 9-13

Padre nostro nei cieli,
sia santificato il tuo Nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo anche sulla terra.
Dacci oggi il pane nostro,
quello quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti,
come anche noi li rimettiamo
ai nostri debitori
e non indurci nella prova,
ma liberaci dal Maligno.

Luca 11, 2 - 4

Padre
sia santificato il tuo Nome
venga il tuo regno
[...]
Dacci ogni giorno il pane nostro,
quello quotidiano,
e rimetti a noi i nostri peccati,
anche noi infatti li rimettiamo
ad ogni nostro debitore
e non indurci nella prova.

I due testi, redatti secondo una struttura comune, sono del tutto affini nel contenuto: in entrambi ci è offerto “il più chiaro e - nonostante la concisione - più completo riepilogo del suo messaggio che noi possediamo”.[4] Dal punto di vista della sua logica interna, la preghiera appare articolata in due sezioni: la prima riguarda la lode di Dio, ed è caratterizzata dal possessivo “tuo”; la seconda le richieste per la vita dell’uomo, è caratterizzata dal possessivo “nostro” e dal pronome personale “noi”. È quindi indubbio che dipendano da un’unica fonte, si tratti di una tradizione orale o scritta.

La forma testimoniata da Matteo è però significativamente più ampia. Il “di più” del testo matteano consiste soprattutto nella presenza di due domande o “petizioni”, che amplificano la conclusione di ciascuno dei due movimenti della preghiera: per la prima parte con le parole sia fatta la tua volontà, come in cielo anche sulla terra, per la seconda con ma liberaci dal Maligno. Inoltre lo stesso sobrio vocativo iniziale Padre, così inconfondibilmente caratteristico del pregare di Gesù, vi appare dilatato mediante l’attributo nostro[5] e la relativa che sei nei cieli, che corrispondono con ogni probabilità ad un ampliamento interpretativo dell’evangelista. Le altre divergenze osservabili tra i due testi sono di natura più strettamente lessicale e quindi di minor rilievo ai nostri fini.

La critica biblica fa notare come, in presenza di due redazioni di diversa ampiezza dipendenti da un’unica fonte, la dinamica più comune e prevedibile non sia quella della sintesi e stilizzazione del contenuto, bensì il passaggio in tempi successivi da una forma più sobria ad una più ricca. Ciò vale particolarmente nel caso - come è quello presente - di una formula di preghiera, destinata ad essere spesso ripetuta e quindi non solo conservata, ma in qualche misura anche adattata a nuovi contesti comunitari e liturgici. L’evidenza che tale sia anche il caso corrente si rafforza osservando come gli arricchimenti della redazione di Matteo riguardino principalmente la cesura tra le due sezioni e la conclusione, ossia i punti in cui questa preghiera è per il suo stesso ritmo maggiormente “aperta” ad essere dilatata durante la sua recitazione.

È quindi quello di Luca il testo che ha maggiori possibilità di avvicinarsi alla preghiera insegnata da Gesù, ma la formula matteana, che noi stessi abbiamo imparato a conoscere dalla preghiera e dalla liturgia, si è certamente ben presto affermata a scapito di quella lucana nell’uso della Chiesa. Anche un antico testo di autore anonimo intitolato la Didachè o Dottrina dei dodici apostoli[6], databile a pochi decenni dalla composizione dei vangeli sinottici, riporta la preghiera del Signore nella forma attestata da Matteo, aggiungendovi alla fine un’ulteriore arricchimento di evidente origine liturgica:

perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.[7]

Pur non appartenendo sicuramente allo strato più arcaico del testo, la diffusione di questa acclamazione dossologica (letteralmente: “che dice la gloria”) a completamento della formula matteana dovette essere notevole fin da epoca assai remota: infatti anche alcuni antichi manoscritti di Matteo la integrano nello stesso testo evangelico (talvolta premettendovi anche tuo è il regno), considerando cioè tali parole come facenti parte della preghiera del Signore. A causa della sua veneranda antichità, è nella forma comprendente la dossologia che ancora oggi recitano il PN le chiese orientali e le comunità cristiane nate dalla riforma protestante; la liturgia occidentale odierna ha invece conservato la dossologia nell’ordinario della messa, ma separandola dal testo del PN mediante un’invocazione (Liberaci, Signore, da tutti i mali…) recitata dal solo ministro.

È ora interessante compiere qualche rilievo sui contesti redazionali in cui la preghiera del Signore è stata tramandata dalle tre fonti che abbiamo ricordato. Ancora una volta è Luca quello che sembra avere più fedelmente conservato il ricordo della situazione originaria in cui è verosimile che Gesù abbia formulato il suo insegnamento sulla preghiera. Secondo questo evangelista il PN fu dettato da Gesù in risposta ad un anonimo discepolo il quale, dopo avere visto il maestro in orazione, gli domandò di insegnare loro a pregare, così come anche Giovanni il Battista aveva fatto con i suoi (cf. Lc 11, 1). Leggendo tra le righe di questa cornice narrativa possiamo capire come, al pari di ogni gruppo e movimento religioso del giudaismo contemporaneo - farisei, sadducei, esseni… -, anche quello di Gesù prendesse ad un certo punto coscienza della propria differenza e specificità rispetto agli altri. Tale originalità non poteva non esprimersi anche per i suoi in un peculiare rapporto con Dio, conseguenza e riflesso di quanto il maestro continuamente testimoniava vivendo con loro ed in modo particolare nel suo ininterrotto dialogo orante con il Padre. È utile rileggere a riguardo le affermazioni salienti di J. Jeremias: «Non v’è alcuna prova che nell’ebraismo palestinese del primo millennio qualcuno si rivolgesse a Dio chiamandolo ‘Padre mio’… Ma Gesù fece proprio così. Per i suoi discepoli dovette sembrare completamente nuovo il fatto che Gesù invocasse Iddio come ‘Padre mio’. Per di più i quattro evangeli, non solo attestano che Gesù ha usato questa formula, ma riferiscono anche unanimemente che egli lo fece in tutte le sue preghiere.»;[8] «Per una mente giudaica sarebbe stato irriverente e perciò impensabile chiamare Iddio con questa parola familiare. Fu qualcosa di nuovo, di unico ed inaudito che Gesù… si rivolgesse a Dio con la semplicità con cui un bambino si rivolge al proprio padre.»;[9] «Qui vediamo chi era il Gesù storico: l’uomo che aveva il potere di rivolgersi a Dio come Abbà e che rendeva partecipi del regno peccatori e pubblicani autorizzandoli a ripetere quest’unica parola, Abbà, caro Padre”».[10]

Nel vangelo di Matteo il testo del PN figura invece entro il lungo discorso tradizionalmente detto “della montagna” (capp. 5 - 7), il quale, data la sua ampiezza e complessità tematica, non può storicamente rispecchiare un unico ammaestramento di Gesù, bensì costituisce una compilazione di alcuni degli aspetti più originali del suo annuncio, redatta dall’evangelista attingendo a detti pronunciati in momenti disparati del suo ministero. In particolare, nella sezione Mt 6, 1 - 16 Gesù ordina ai suoi discepoli di praticare i loro atti di pietà - elemosina, preghiera, digiuno - esclusivamente al cospetto del Padre, per sfuggire all’ipocrisia pseudo-religiosa di chi cerca in realtà l’approvazione e la lode degli uomini. È precisamente in tale contesto che Matteo inserisce l’insegnamento del PN: con esso Gesù esemplifica quali atteggiamenti debbano secondo lui animare una preghiera che non moltiplichi inutilmente le parole, ma si concentri davvero sulla presenza di Dio, sul desiderio che il suo regno e la sua signoria si manifestino a tutti, sull’essenziale per la vita umana. La collocazione di questa tematica e del testo della preghiera del Signore al centro degli insegnamenti sulla pratica religiosa mostra già la tendenza da parte di Matteo a comporre i discorsi di Gesù secondo una certa organicità di tipo catechetico: con grande efficacia didattica, la sua redazione fa infatti sì che tutti i principali atti di culto tradizionali nel giudaismo siano racchiusi sotto la medesima esigenza di autenticità e di interiorizzazione.[11] Di tale atteggiamento religioso richiesto dai suoi discepoli il PN diviene come la formula programmatica, l’ispirazione che dovrà contraddistinguerli.

Se dunque da una parte la redazione matteana ci allontana dalle circostanze concrete in cui la preghiera fu insegnata da Gesù, dall’altra essa ci avvicina alle modalità con cui le parole del Signore furono raccolte ed ordinate tematicamente nella comunità dell’evangelista, in vista della loro trasmissione alle successive generazioni di discepoli.

Da ultima Did introduce il PN dopo avere a sua volta raccomandato ai cristiani di distinguersi dagli “ipocriti” nel modo di praticare il digiuno e la preghiera (Did 8, 1 - 2). L’affinità di questa sezione introduttiva con le analoghe raccomandazioni che Matteo pone sulla bocca stessa di Gesù (cf. Mt 6, 5 - 9. 16 - 18) costituisce un ulteriore indizio della dipendenza di Did da questo vangelo. L’autore correda poi il PN con una prescrizione ecclesiale sul suo uso frequente:

così pregate tre volte al giorno.[12]

È anche notevole che questa sezione sulla preghiera del Signore venga collocata da Did tra le norme sull’amministrazione del battesimo (Did 7) e quelle per l’eucarestia (Did 9 e 10). Sulla base di tale ordine espositivo è stato plausibilmente dedotto che, al pari della cena del Signore, anche il PN fosse riservato ai soli battezzati.[13] Saremmo così di fronte ad una testimonianza assai significativa del rilievo che, nel quadro di una vita comunitaria all’epoca ancora scarsamente definita nei suoi aspetti istituzionali, l’insegnamento di Gesù sulla preghiera dei suoi discepoli rivestiva già alla fine del primo secolo non soltanto per la pratica quotidiana del singolo fedele, ma come segno di appartenenza ecclesiale tra i più caratterizzanti. Si può quindi dire che questo antico scritto reca traccia non solo, come già Matteo, di un contesto catechetico in cui la preghiera di Gesù doveva essere trasmessa, ma anche del posto d’onore da essa precocemente assunto nella pietà personale dei fedeli, oltre che della sua probabile utilizzazione entro la celebrazione eucaristica.


[4] Cf. J. Jeremias, Il Padrenostro alla luce dell’indagine moderna, in Id., Gesù… cit. pp. 35 - 64. La citazione è tratta dalle pp. 49 - 50. Questo giudizio della critica moderna ben corrisponde a quanto già avevano rilevato Tertulliano e Cipriano; cf. infra la nota 18.

[5] Interessante notare come il “nostro” manchi nella forma della preghiera conosciuta da Tertulliano (su cui cf. infra il paragrafo seguente), il quale pure si attiene al testo ed al contesto matteano.

[6] Lo abbrevieremo d’ora innanzi con Did; pur non facendo parte del Nuovo Testamento, esso sembra risalire alla fine del primo secolo o al più tardi alla prima metà del secondo.

[7] Sia i testi dei vangeli che quello di Did 8, 2 - 3 si possono trovare nell’originale greco in K. Aland, Synopsis quattuor evangeliorum. Locis parallelis evangeliorum apocryphorum et patrum adhibitis, Stuttgart 19769, pp. 86 - 87, dove sono stati raccolti anche i probabili echi della preghiera del Signore in altri testi patristici: la Prima lettera ai Corinzi di Clemente Romano, la Lettera ai Filippesi del vescovo Policarpo e gli Atti del martirio dello stesso.

[8] J. Jeremias, Abba, cit., p. 103.

[9] Ibidem, p. 107.

[10] Ibidem, p. 115.

[11] Si noti anche il ripetersi per tre volte e nei medesimi termini (Mt 6, 4. 6. 18) dell’assicurazione da parte di Gesù che “il Padre il quale vede nel segreto” ricompensi la pietà praticata senza cercare l’approvazione umana. Scandendo come un ritornello l’intera sezione sugli atti di culto, questo pensiero ne rimarca anche stilisticamente la fondamentale unità tematica.

[12] Did 8, 3

[13] Cf. J. Jeremias, Il Padrenostro… cit, p. 39. Il carattere fortemente composito della Didachè, nel quale sono state raccolte prescrizioni e norme di vita comunitaria provenienti da fonti disparate, richiede una certa cautela nel postulare per essa un piano redazionale troppo coerente. L’ipotesi seguita da Jeremias suppone che l’ultimo redattore abbia disposto i materiali secondo uno schema didattico, dalle elementari norme etiche per i catecumeni, ai sacramenti di iniziazione, alla disciplina ecclesiastica ed alla speranza escatologica; l’A. si appoggia sull’analogia (seppure cronologicamente un po’ remota) con le Catechesi di Cirillo di Gerusalemme, che nel IV secolo riservava il commento del PN alla mistagogia, cioè al completamento della formazione dei già battezzati, che avveniva nella settimana di Pasqua.




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