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Documento: Maria negli Apocrifi
Messo in linea il giorno Domenica, 08 gennaio 2006
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2. Vangeli dell'infanzia di Gesù

 

Vangelo arabo dell'infanzia 14-34

 

Presentazione del Vangelo

Il titolo con cui è noto deriva dal fatto che è stato dapprima conosciuto in una versione araba (l'editio princeps è del 1697); oggi si ritiene che non sia quella originale, ma che dipenda da un testo siriaco. Tuttora per la conoscenza dell'opera ci si fonda sull'edizione secentesca. E' alla base anche dell'ed. Tischendorf (1876).

L'opera consta di 55 capitoli. Il cap. 1 risulta essere un'introduzione tardiva. Il racconto inizia dalla nascita di Gesù e si conclude con il ritorno a Nazaret. I capp. 2-9 ripercorrono gli eventi descritti nei racconti dell'infanzia dei Vangeli canonici, integrati con episodi presenti nel Protoevangelo di Giacomo; abbiamo pertanto: nascita, con la presenza di un'anziana levatrice (2-3); adorazione dei pastori (4); circoncisione, compiuta nella grotta dalla stessa levatrice, e presentazione al tempio (5-6); i magi e il dono di una fascia di Gesù da parte di Maria (7-8); l'ira di Erode e la fuga in Egitto (9). Nel resto dello scritto si ha uno sviluppo originale rispetto ai Vangeli canonici, che riguarda eventi accaduti durante il soggiorno in Egitto (10-25)[10] e nella fase successiva al ritorno in Palestina, in particolare a Betlemme (26-49). Per i capp. 36-55 si riconoscono dipendenze dal Vangelo dell'infanzia di Tommaso.[11]

Gli eventi narrati riguardano, in una prima parte, soprattutto Maria (10-34) e nella seconda parte soprattutto Gesù (35-52), e consistono principalmente in miracoli. Maria interviene per guarigioni ed esorcismi, per lo più operati attraverso oggetti che sono stati a contatto con Gesù (fasce, acqua del bagno) o attraverso il contatto col corpo di lui. Gesù compie prodigi di vario tipo, talora scherzosi: anima figure di animali modellate col fango, mescola i colori di un tintore, aiuta Giuseppe nel suo mestiere di falegname, correggendo anche i suoi errori, trasforma dei ragazzi in capretti, ecc.

L'epoca di composizione potrebbe essere il VI-VII sec., se le somiglianze che si riscontrano tra il racconto del cap. 20 s. e la Storia Lausiaca, cap. 17, di Palladio (inizio del V sec.) indicano una dipendenza (cfr. Erbetta). Ma c'è chi colloca nel IV-V secolo la forma più antica del Vangelo che conosciamo (Moraldi).

Lo scritto ebbe ampia diffusione in Siria, Egitto, Persia.

 

Maria nei capp. 14-34

I capp. 14-34 sono quelli in cui è maggiormente in evidenza la figura di Maria.

Il racconto è incentrato, come si è detto su una serie di miracoli, di guarigione e di esorcismo, secondo un andamento abbastanza ripetitivo, senza un reale sviluppo dell'azione: si presenta come una successione di episodi abbastanza simili, anche se di diversa ampiezza. Può essere interessante il fatto che spesso un miracolato costituisce l'elemento di collegamento e promozione di un nuovo miracolo.

Emerge la rappresentazione di un mondo femminile tormentato da forme di ossessione diabolica, da menomazioni, dalle malattie (lebbra, cecità, mutismo), dalle preoccupazioni per i figli, pure ammalati o esposti a vari pericoli mortali. Un mondo nel quale si praticano incantesimi, sortilegi, venefici e magia nera, si nutrono odi mortali e si attuano vendette. Predomina l'elemento romanzesco o folcloristico (spiccato nell'episodio del giovane trasformato in mulo: cap. 20 s., e in quello della giovane ossessa perseguitata da una sorta da vampiro: cap. 33 s.); gli ambienti sono benestanti o decisamente alti, talora di tono favolistico (cfr. 18,1: "Giunsero ad un villaggio dove si trovava un capo illustre con castello e dimora destinata agli ospiti").

Non sono assenti allusioni bibliche. Negli esorcismi si colgono echi piuttosto precisi degli esorcismi di Gesù (per le due indemoniate dei capp. 14 e 34,2 cfr. l'indemoniato geraseno di Mc 5; per la sordomuta del cap. 15,2 cfr. Mc 7,35). C'è una vera e propria citazione di Sal 7,16 in 29,3. Vengono talora introdotti personaggi della storia evangelica, come i due ladroni che saranno crocifissi insieme a Gesù (cap. 23: cfr. Lc 23,39-43). Secondo uno schema che si ripete anche per altri (ad es., Giuda: cap. 35), questi personaggi manifestano, già in una fase antecedente, gli stessi atteggiamenti attestati nella tradizione canonica: qui i due ladroni sono già uno buono e uno cattivo (23,1).[12] Nel caso specifico, Maria si mostra ignara del futuro e non disponibile ad accettare il destino di crocifissione del figlio, che egli le preannuncia con piena consapevolezza (23,2). Altro personaggio del Vangelo introdotto: l'apostolo Bartolomeo, la cui vita viene salvata durante l'infanzia proprio ad opera di Maria (30,2).

Si tende a dimostrare che la potenza presente in Gesù e Maria è più forte di quella dei maghi (cfr. 20,3: il ricorso a maghi e incantatori è risultato vano) e di satana.

A Maria viene attribuito un importante ruolo di mediatrice: a lei si rivolgono i sofferenti (quasi sempre donne o madri) ed è lei che interviene misericordiosamente, spesso a favore di figli di altre madri. Talora è lei che prende l'iniziativa (20,1: si informa vedendo tre donne tornare piangenti da un cimitero). In un caso è collegata con un miracolo punitivo che essa prevede, senza esserne responsabile (29,3). Il prestigio di cui gode è sottolineato anche dagli appellativi di "santa", "nostra signora", "augusta signora", "santa vergine". E' vero che l'effetto miracoloso è attribuito a Gesù stesso (cfr. 22,1), e si invita a ringraziare Dio per i miracoli ottenuti (27,3; 28,2), tuttavia anche Maria ha una sua parte non irrilevante, accanto al figlio. Talora la sua sola presenza è sufficiente: non appena Maria vede una donna posseduta dal demonio e ne prova compassione, satana se ne va esclamando: "Guai a me, o Maria, per causa tua e di tuo figlio!" (14,2). Un'altra volta le sono riconosciuti poteri divini, insieme a Giuseppe e a Gesù: i compaesani della lebbrosa guarita dicono: "Non c'è dubbio che Giuseppe, Maria e il bambino sono dei, non uomini" (17)[13]; una ragazza menziona come fonti di guarigione "quella donna (= Maria) e con lei il bambino di nome Gesù" (21,1); una madre le dice: "Ora so veramente che la virtù (= la potenza) di Dio abita in te" (30,2). Si prega insistentemente Maria di aver pietà e Maria si sente profondamente commossa e partecipe (cfr. 21,2: piange con i postulanti; 30,2: prova pietà per il pianto di una madre). Maria è ormai presentata come oggetto di culto: le sorelle del giovane trasformato in mulo dopo il miracolo adorano Maria e la chiamano beata (21,3).[14] I miracoli, che riguardano spesso persone ricche, vengono molto spesso lautamente ricompensati (15,1; 18,3; 19,2; 32,3): un suggerimento implicito per gli eventuali beneficiari di grazie?

 

 

Vangelo dello Pseudo-Matteo 19-38

 

Presentazione del Vangelo

L'opera consta di 42 capitoli. I primi 17 (dal concepimento di Maria alla fuga in Egitto) riprendono i capp. 1-22 del Protoevangelo di Giacomo, con alcune modifiche e omissioni; i capp. 18-24 riguardano il soggiorno in Egitto e non è chiaro quali siano le fonti; i capp. 25-42, sulla fase successiva al ritorno in Palestina, dipendono quasi tutti dal Vangelo dell'infanzia di Tommaso.

Il testo è introdotto da un titolo[15] e da uno scambio di lettere tra due vescovi, Cromazio ed Eliodoro, e Gerolamo (tutti personaggi ben noti), che hanno lo scopo di presentare lo scritto come una traduzione latina di Gerolamo di un originale ebraico attribuito all'apostolo Matteo e rimasto segreto: chi scrive gioca su quanto Gerolamo nelle sue opere dice di un lavoro di traduzione da lui compiuto sull'originale ebraico del Vangelo di Matteo (cfr. De vir. ill. 3),[16] in realtà probabilmente sull'apocrifo Vangelo degli Ebrei, che conosciamo solo molto frammentariamente. Tale presentazione suona ironica, dato che le posizioni espresse dallo Pseudo-Matteo, in sintonia col Protoevangelo di Giacomo, sull'episodio della levatrice e sui fratelli di Gesù come figli di Giuseppe vedovo, erano state espressamente e vigorosamente condannate da Gerolamo (Adv. Helv. 8; 15; 19). Ma l'intenzione è quella di conferire autorità e credito, anche sul piano dell'ortodossia, a questo Vangelo: Gerolamo nella lettera che gli viene attribuita, lo contrappone ad altri analoghi racconti apocrifi condannati per i contenuti dottrinali.

L'epoca di composizione è anteriore al IX sec.: potrebbe essere il VII-VIII sec., almeno per i primi 25 capp., secondo Erbetta. Altri studiosi anticipano la data al V-VI sec. o al VI. La grande diffusione dello scritto è testimoniata dal cospicuo numero di manoscritti (130). L'opera è stata pubblicata per la prima volta nel 1832 da Thilo col titolo Storia della natività di Maria e dell'infanzia del Salvatore, ma limitatamente ai capp. 1-25, perché l'editore giudicava il resto "inette amplificazioni di favole greche". E' stata riedita in forma completa dal Tischendorf (1876), col titolo di Vangelo dello Pseudo-Matteo, in base all'attribuzione contenuta nell'intestazione e nelle lettere riportate all'inizio.

Ha esercitato un profondo influsso dall'età medievale all'età rinascimentale su artisti e scrittori. E' entrato nella Legenda aurea di Jacopo di Varazze del XIII sec.

 

Maria nei capp.19-38

Più specificamente interessano la figura di Maria i capp. 19-20; 23; 26; 32-33; 38.

Questi passi riguardano la fase dell'infanzia di Gesù, ma vale la pena di accennare preliminarmente ad alcune modificazioni apportate dall'autore del Vangelo al ritratto di lei, già nella fase antecedente (capp. 1-17), rispetto al Protoevangelo di Giacomo, da cui dipende. Vengono eliminate tutte le indicazioni sulle cautele adottate dai genitori perché Maria eviti ogni contaminazione. Subito dopo l'accenno alla nascita, che avviene regolarmente al nono mese di gravidanza, si passa alla presentazione al tempio, ma si descrive la vita di Maria come quella di una giovane votata alla verginità all'interno di una sorta di comunità monastica (4,1), regolata dai ritmi della vita monastica di tipo benedettino (preghiera, canti, meditazione della Scrittura alternate al lavoro di filatura nelle varie ore della giornata: 6,2); inoltre essa esprime una precisa volontà di rinunciare alle nozze (7,1). Anche dopo la consegna a Giuseppe, coabita con altre vergini (8,5), le quali sono poi in grado di testimoniare a favore della sua illibatezza e astensione da ogni peccato (10,1). Per quanto riguarda la nascita di Gesù viene omessa la bella descrizione della sospensione di tutte le cose, mentre vengono reintrodotti i pastori (13,6); oltre alla grotta, c'è una stalla con una mangiatoia (14,1): grande fortuna avrà nella tradizione successiva la menzione di un bue e di un asino in adorazione del bambino (il fatto viene interpretato come compimento di profezie: Is 1,3 e Ab 3,2). Il racconto della presentazione al tempio di Gesù (cap. 15) e quello dei magi (cap. 16) seguono più fedelmente i resoconti canonici (rispettivamente, di Luca e Matteo). La fuga in Egitto avviene effettivamente e dà occasione alla narrazione di numerosi prodigi. Viene omesso il martirio di Zaccaria, padre di Giovanni Battista.

Nei vari episodi che si svolgono in Egitto e in Palestina (dal cap. 18 alla fine), Maria è molte volte semplicemente accomunata a Giuseppe, senza un rilievo speciale, ma abbiamo pure un certo numero di scene in cui invece è lei in primo piano, vista come madre. Nel racconto relativo all'Egitto, l'aspetto che più viene sottolineato, peraltro con molto garbo e delicatezza, è quello della fragilità umana e femminile di Maria, a cui fa riscontro l'affetto premuroso del figlio. Così, nella graziosa scena delle bestie feroci che seguono in adorazione di Gesù il cammino della Sacra Famiglia e del loro gregge (ancora un adempimento di profezie: quella, in Is 65,25, della pace escatologica tra gli animali), si accenna allo spavento di Maria al primo incontro coi leoni e all'incoraggiamento sorridente del bambino (cap. 19); subito dopo, sono presentati la stanchezza di lei per il lungo viaggio nel deserto e la sua voglia di mangiare i frutti di un'alta palma: in contrasto col sarcasmo di Giuseppe, si ha l'intervento miracoloso del figlio, pronto a soddisfare i desideri materni (cap. 20). Si tende a distinguere maggiormente, rispetto al Vangelo arabo dell'infanzia, la potenza che appartiene a Gesù dal ruolo, ben più circoscritto, di Maria, a sua volta dipendente da Gesù. Si veda come nel cap. 23 l'effetto del crollo di tutti gli idoli del tempio all'ingresso di Maria col bambino risulta, anche grazie alla citazione della profezia (Is 19,1), concentrato su Gesù, il Signore; e nel cap. 24 il capo della città, giunto per verificare la cosa, si avvicina a Maria, ma adora il bambino (cap. 24).

Per quanto riguarda il periodo palestinese, nel quale Gesù, quasi enfant terrible, dà molto filo da torcere ai genitori, spesso è Giuseppe che deve occuparsi della sua educazione, ma talora tocca proprio a Maria, per il suo speciale ascendente sul figlio, di intervenire. In un caso è Giuseppe stesso che le chiede di "far ragionare" il ragazzo e di indurlo a smettere con certi gesti vendicativi che provocano forti risentimenti; e, grazie al rispetto particolare verso la madre, Gesù effettivamente è spinto ad annullare gli effetti dei suoi miracoli punitivi (cap. 26). In un altro caso invece Maria prende l'iniziativa di interpellare Gesù, questa volta accusato ingiustamente (cap. 32). In un altro caso ancora, dopo una serie di tentativi falliti di trovare un maestro adatto al figlio, Giuseppe si rivolge a lei molto preoccupato (gli vengono attribuite addirittura le parole che Gesù pronuncia nell'imminenza della passione: Mc 14,34) per il futuro del ragazzo che continua a inimicarsi tutti e rischia la vita, ma Maria si dimostra più fiduciosa di lui (cap. 38). Questo tipo di conflitti famigliari derivano in realtà da incomprensione per il significato profondo del comportamento di Gesù, che anticipa simbolicamente il senso della sua futura missione pubblica.Tali conflitti si potrebbero leggere come sviluppo dell'episodio lucano di Gesù dodicenne ritrovato nel tempio, che già aveva suscitato stupore e sconcerto in Maria e Giuseppe, con la differenza che l'apocrifo sfrutta particolarmente l'elemento taumaturgico e spettacolare. Non manca neanche qui l'episodio simpatico di Gesù che, sebbene per rimediare a una malefatta, compie un piccolo miracolo a favore della madre: avendo rotto la brocca con cui doveva andare a prendere l'acqua alla fontana, gliela porta nel mantello (cap. 33). In questa occasione viene ripresa la formula lucana che dipingeva Maria intenta a meditare in cuor suo sugli eventi (cfr. Lc 2,15.51).[17]

Possiamo dire che in qualche modo il ruolo di Maria viene ridimensionato rispetto a quello del Vangelo arabo: è soprattutto una madre dolce, non sempre all'altezza di capire il proprio figlio.

 

 

 



[10] I capp. 24 e 25 rappresentano inserzioni molto tarde, di età medievale: manifestano interessi localistici (cfr. "il sicomoro che oggidì si chiama Matarich").

 

[11] E' noto anche come I fatti dell'infanzia del Signore; in una delle versioni l'autore stesso si presenta come Tommaso. Va distinto dal Vangelo copto di Tommaso, scoperto nel 1945. Il Vangelo dell'infanzia di Tommaso è costituito dal racconto di una serie di miracoli di Gesù compiuti tra i 5 e i 12 anni. Sembra essere l'esemplare più antico di questo genere di racconti.

[12] I due ladroni ritornano in molti apocrifi: Atti di Pilato ; Dichiarazione di Giuseppe di Arimatea, ecc. I nomi propri loro attribuiti variano.

[13] Si potrebbe notare che anche a Paolo e Barnaba capitò una volta, secondo il racconto degli Atti degli apostoli, di essere scambiati per Ermes e Zeus, ma essi rifiutarono vigorosamente l'assimilazione (At 14,12-18); invece qui non c'è propriamente una correzione.

[14] Anche qui si potrebbe riscontrare una analogia con Lc 11,27-28, con la differenza che in Luca Gesù contesta la beatificazione tout court della madre e sposta l'attenzione su coloro che credono e vivono in conformità con la loro fede.

[15] "Inizia il libro della nascita della beata Maria e dell'infanzia del Salvatore, scritto in ebraico dal beato Matteo, evangelista, e tradotto in latino dal beato Gerolamo, presbitero".

[16] Che sia esistita una forma ebraica o aramaica del Vangelo di Matteo viene detto in una oscura notizia di Papia di Gerapoli (inizio del II sec.) riportata da Eusebio di Cesarea (Hist. Eccl. III,39,16). Ma non ci sono pervenute tracce concrete di questo testo. Probabilmente Gerolamo si è sbagliato quando ha creduto di aver avuto tra le mani questo testo.

[17] Nella conclusione del Vangelo (42,1) si accenna, peraltro confusamente (il nome del padre di Maria risulta qui Cleofa e non Gioacchino), a una sorella di Maria, pure chiamata Maria. Il riferimento è a Gv 20,25. Varianti del medesimo testo tentano di ricostruire più sistematicamente la parentela di Maria, in modo da collegare a lei le varie Marie di cui parlano i Vangeli: in una di queste varianti, la madre Anna, rimasta vedova e risposatasi altre due volte, avrebbe generato altre due Marie (sorellastre di Maria madre di Gesù), divenute poi madri di apostoli.




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