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Documento: Il Vangelo di Giuda
Messo in linea il giorno Sabato, 29 aprile 2006
Pagina: 3/4
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Il contenuto del testo

L'esistenza del vangelo di Giuda era già nota; Ireneo vescovo di Lione nel suo trattato Contro le eresie (180 circa) ci informa che la setta gnostica dei Cainiti "ha prodotto una composizione da loro chiamata Vangelo di Giuda" (I,31,1). Si sapeva dell'esistenza di questo testo, dunque, ma fino alla scoperta del Codex Tchacos  non se ne conosceva il contenuto.

L'autore di questo Vangelo rimane ignoto, ma non si tratta certamente dell'apostolo Giuda: nell'antichità era abbastanza diffusa l'usanza di attribuire i propri scritti all'autorità di un apostolo, per conferire ad essi una maggiore credibilità. La provenienza gnostica di questo scritto e il suo contenuto ci suggeriscono di datare la stesura dell'originale non più tardi del 180 d.C. (epoca in cui Ireneo già ne testimonia l'esistenza) ma certamente non prima dell'inizio del II secolo. Una datazione probabile si aggira verso la metà del secolo. Va però detto che alcuni studiosi non sono sicuri che questo testo sia il Vangelo di cui parla Ireneo: in tal caso, la datazione sarebbe da ripensare.

L'originale fu scritto in greco, ma il codice ce ne restituisce solamente una traduzione in lingua copta (cioè egiziana). Ciò non significa che il testo copto attuale sia una precisa traduzione dell'originale greco del II secolo, per come lo conosceva Ireneo; è noto che questo genere di testi spesso subiva lungo i secoli una continua alterazione, ed è possibile che la traduzione copta ora ritrovata si distanziasse dall'originale greco a cui si ispirava. D'altra parte la medesima sorte toccò al Vangelo copto di Tommaso, la cui traduzione copta risulta non del tutto fedele a quelle parti dell'originale greco che ci sono pervenute. Occorre pertanto evitare di considerare troppo ottimisticamente il contenuto del testo, come se fosse una fedelissima traduzione di un originale più antico. Inoltre, va ancora stabilita con maggior precisione la datazione del codice Tchacos, la cui grafia secondo gli editori risale al 400 circa, secondo altri invece farebbe propendere per una data più vicina al 500.

Secondo Ireneo, la setta gnostica forniva una diversa interpretazione dell'episodio del tradimento di Giuda, descrivendolo e spiegandolo come un espediente che aveva procurato la salvezza dell'umanità. Due altri scrittori dell'antichità, Epifanio e lo pseudo-Tertulliano, avevano accennato all'esistenza di due gruppi di Cainiti, entrambi accomunati dalla positiva considerazione della figura di Giuda ma divisi sull’interpretazione di quella di Gesù, che una delle due sette non avrebbe avuto in grande stima. Secondo alcuni il gesto di Giuda sarebbe servito per favorire la redenzione del genere umano, provocando quella crocifissione che le potenze malvagie avrebbero voluto ostacolare. Secondo altri, invece, Giuda sarebbe stato indotto a tradire Gesù dopo essersi accorto che questi aveva intenzione di pervertire la verità. Se in un caso la figura di Gesù ne risulta oscurata rispetto alla tradizione, in entrambi i casi Giuda riveste un ruolo positivo e provvidenziale. C’è però da dire che il valore storico delle testimonianze di Epifanio e dello pseudo-Tertulliano è tutto da verificare: esse dipendono, infatti, da quella di Ireneo, al di fuori della quale non esiste altra documentazione sulla setta dei Cainiti. Ma, soprattutto, in nessun luogo del Vangelo di Giuda si fa accenno alle figure di Caino e degli altri “eroi” dei Cainiti (Esaù, il patriarca Kore, gli abitanti di Sodoma): per questo la testimonianza dello stesso Ireneo sul rapporto del Vangelo di Giuda con i Cainiti va considerata con la massima cautela. 

Qual è, dunque, il contenuto del Vangelo di Giuda? Tecnicamente esso si può definire un “dialogo di rivelazione”: è questo un genere letterario al quale i gruppi gnostici fioriti tra il II e il III secolo sovente hanno affidato l’esposizione delle loro dottrine, come attestano numerosi trattati della biblioteca di Nag Hammadi. Nei dialoghi di rivelazione si immagina Gesù interloquire con uno o più apostoli, i quali vengono da lui illuminati sulla cosmologia celeste, sui misteri della salvezza e sulle vie attraverso le quali perseguire la ricongiunzione con il Padre. Abbiamo, ad esempio, dialoghi tra Gesù e singoli apostoli, come Filippo (cfr. il Vangelo di Filippo), Tommaso (cfr. il Libro dell’atleta Tommaso), e Maria Maddalena (cfr. il Vangelo di Maria), oppure dialoghi nei quali Gesù parla con molti apostoli (cfr. la Pistis Sophia). Ciò che è singolare, nel Vangelo di Giuda, rispetto alla produzione letteraria nota, è che il destinatario delle rivelazioni sia Giuda Iscariota, il discepolo che la tradizione ricorda come colui che ha materialmente favorito la cattura di Gesù e, dunque, la sua esecuzione. Nel testo Giuda emerge e si differenzia dal gruppo dei discepoli perché può vantare una conoscenza più profonda di Gesù, e a Gesù domanda spiegazioni sul suo destino e su quello degli altri discepoli, dipinti come ignoranti e del tutto incapaci di comprendere il vero messaggio del Maestro. Le rivelazioni del Vangelo di Giuda, collocate nei tre giorni precedenti la morte di Gesù, risultano però molto complesse da decifrare, in quanto colme di immaginifiche descrizioni delle realtà celesti costruite con un linguaggio simbolico e allusivo.

Il testo presenta alcune coincidenze con il contenuto dei quattro vangeli canonici, che sono anteriori di alcuni decenni e che l’autore certamente conosce almeno in parte (probabilmente ha sottomano il Vangelo di Luca e gli Atti degli Apostoli, in quanto mostra di conoscere la vicenda della sostituzione di Giuda): vi sono la menzione dei miracoli e delle grandi meraviglie operate da Gesù per la salvezza dell'umanità, la chiamata dei dodici apostoli, il complotto dei sommi sacerdoti per catturare Gesù (però nella camera degli ospiti, anziché nel Getsemani), il consiglio degli scribi di arrestare Gesù in maniera cauta per evitare la sommossa del popolo che lo riteneva un profeta ed infine la consegna del Maestro da parte di Giuda dietro compenso di denaro. Il resto è costituito da materiale del tutto assente dai vangeli canonici. Vi è innanzitutto una scena rituale che vede i Dodici intenti in un’azione eucaristica ; poi una visione da parte dei Dodici che Gesù interpreta in maniera allegorica; poi un'altra visione avuta da Giuda, anch'essa spiegata da Gesù; soprattutto vi sono domande che Giuda rivolge a Gesù sulla generazione ”santa” e sul proprio destino, a cui Gesù risponde con una lunga rivelazione segreta riguardante il mito cosmico-antropologico tipico della gnosi sethiana. Il vangelo di Giuda mostra un intento polemico contro la cosiddetta Grande Chiesa. I responsabili della Grande Chiesa demonizzavano gli gnostici accusandoli di alterare completamente il messaggio cristiano; l'autore del nostro vangelo passa al contrattacco, affermando che gli apostoli non hanno veramente conosciuto Gesù. Essi pensano che Gesù adori il Dio dell'Antico Testamento (il Demiurgo, secondo gli gnostici) mentre in realtà Gesù adorerebbe il Dio supremo, da quello distinto. Gli apostoli e i loro successori, dunque, s'abbandonerebbero a pratiche immorali, predicando un battesimo inutile per la salvezza (quella gnostica) e perpetuando un assurdo culto sacrificale, quale era quello giudaico, che non fa altro che rendere un empio omaggio al Dio malvagio dell'Antico Testamento.

Quali sono, dunque, i termini del dibattito scientifico che ha contrassegnato le ricerche su questo testo a partire dal convegno della Sorbona? Secondo l’interpretazione inizialmente fornita dagli studiosi coinvolti nel progetto della Maecenas Stiftung, e divulgata nel volume curato nel 2006 da Rodolphe Kasser, Marvin Meyer e Gregor Wurst, con la collaborazione di Bart D. Ehrman, il fatto che Giuda fosse il destinatario di una rivelazione particolare coincideva con la sua elezione a “gnostico perfetto”, modello del vero credente in quanto unico conoscitore della volontà di Gesù. Secondo questa lettura, nel testo, Giuda sarebbe stato caratterizzato quale l'unico tra gli apostoli a comprendere il messaggio di Gesù e a compiere la sua volontà. In questa versione alternativa della storia del tradimento stava il carattere potenzialmente rivoluzionario riconsciuto all’apocrifo. In quella pubblicazione si possono leggere affermazioni di questo tenore: “In contrasto con i vangeli del Nuovo Testamento, Giuda Iscariota è qui presentato come una figura interamente positiva, un modello di comportamento per tutti coloro che aspirano ad essere discepoli di Gesù (…) Il punto, qui, è la lealtà di Giuda, visto come paradigma della condizione di discepolo. Alla fin fine, egli compie esattamente ciò che Gesù vuole” (M. Meyer, pp. 8-9); “[Giuda] sarà di gran lunga superiore a tutto ciò che sta in questo mondo materiale una volta raggiunta la salvezza, fondata sulla sapienza segreta che Gesù si appresta a rivelare” (Bart Ehrman, p. 93) “Alla fine Giuda è lo gnostico perfetto, degno di essere in un certo senso “trasfigurato” con l’ascensione in una nube luminosa dove riceverà la visione del divino” (G. Wurst, p. 123). 

Come si è detto sopra, a partire dal congresso della Sorbona nel 2006, questa lettura è stata fortemente criticata. I principali sostenitori della necessità di una sua sostanziale revisione sono stati April DeConick (autrice di una serie di contributi scientifici e organizzatrice del primo congresso internazionale sull’intero Codex Tchacos, svoltosi a Houston nel 2008), e altri illustri esperti di testi gnostici, quali Louis Painchaud, Birger Pearson, John Turner. Questi hanno mostrato che affermazioni come quelle citate sopra si basavano su una traduzione arbitraria di alcuni passaggi e su un’esegesi “a senso unico”, come se nel testo si fosse voluto leggere ciò che ci si aspettava di trovarvi. 

L’immagine di Giuda che esce dallo scritto, una volta corretti gli errori, è opposta. Lungi dall’essere il discepolo più fedele di Gesù, egli appare con i contorni del traditore, l’apostata che si macchia del più orrendo dei delitti, il sacrificio del corpo del suo Maestro, e, per questo, viene escluso dall’accesso alla salvezza e condannato a un eterno tormento. Si tratta invero di questioni tecniche legate alla resa di una lingua tutt’altro che semplice, che non è possibile qui illustrare nel dettaglio. Un paio di esempi saranno sufficienti: il sostantivo greco daimon (traslitterato in copto), che in un contesto cristiano e gnostico non può che significare “demone”, nella versione della Nag Hammadi Society è stato invece tradotto con “spirito” (spirit nell’originale inglese). Si capisce che definire Giuda “tredicesimo spirito” anziché “tredicesimo demone” ne muta sostanzialmente il ritratto. Secondo il testo, dunque, Giuda conosce l’identità di Gesù proprio perché è un demone, allo stesso modo in cui nel Vangelo di Marco i demoni sono i primi a riconoscere Gesù quale figlio di Dio (cfr. Mc 1,34; 3,11; 5,6-7). Ciò è inoltre in sintonia con la possessione diabolica del traditore affermata in Lc 22,3 e Gv 13,27. L’espressione “Essi malediranno la tua ascesa alla generazione santa” che nel volume del 2006 rendeva l’ultima riga della pagina 46 del codice, va invece corretta in: “Tu non ascenderai alla generazione santa”: dove era stata implicitamente affermata l’ascesa di Giuda alla generazione santa, il testo copto, in realtà, la nega in maniera esplicita. Questi e altri rilievi dello stesso tenore sono stati tali da far sì che gli stessi responsabili di quella versione ingranassero la retromarcia: nell’edizione critica (2007) e nella seconda edizione del volume della National Geographic (2008), essi ne tengono conto e forniscono un’interpretazione in linea con questa nuova traduzione. Dopo più di quattro anni, due congressi internazionali, e numerosi confronti tra studiosi sostenitori delle opposte interpretazioni, si può dire che la tesi del Giuda “eroe gnostico” non è più sostenuta da nessuno, mentre si sottolinea ora il suo carattere totalmente negativo ora l’ambiguità intrinseca del personaggio, scelto quale destinatario di una rivelazione particolare ma escluso dalla generazione dei salvati. L’attacco rivolto contro la “Grande Chiesa” in questo trattato gnostico è dunque molto più sottile e complesso di quanto si credeva inizialmente, e si delinea, in sostanza, lungo la critica che in esso viene svolta nei confronti del culto sacrificale (eucaristico e, probabilmente, battesimale) che essa pratica. Gli esponenti della “Grande Chiesa”, in realtà, non si rendono conto che la loro devozione è basata sul sacrificio attuato dal demone Giuda a favore dell’arconte demiurgo, identificato con il dio dell’Antico Testamento a cui è legato il culto aberrante del tempio di Gerusalemme.

Secondo questa lettura, nel suo dialogo con Giuda, Gesù gli predice con insistenza che egli è destinato a soffrire, diverrà il «tredicesimo apostolo», sarà rigettato dai Dodici, maledetto da loro, lapidato e poi rimpiazzato da un altro. Gesù lo chiama il «tredicesimo demone». A dispetto di tutte le difficoltà e resistenze che incontrerà, Gesù promette a Giuda che l'avvenire gli porterà benedizione e gioia, e lo invita a guardare in alto e osservare che tra tutte le stelle c'è la sua stella natale che gli indica la via: tutti gli uomini hanno la loro stella, afferma infatti Gesù, ma quella di Giuda è benedetta.

Il vangelo di Giuda costituisce un'importante testimonianza della dottrina gnostica. Negli anni a venire gli studiosi avranno modo di collocare meglio questo documento all'interno di quanto già si conosce dell'ideologia gnostica[2]. Gli editori ufficiali hanno pensato ad una provenienza sethiana, basandosi soprattutto sulla parte centrale del testo; altri ipotizzano una origine basilidiana. Trattasi comunque di un documento che non apporta modificazioni alla nostra conoscenza del Gesù storico: siamo di fronte ad elaborazioni gnostiche, non a una nuova testimonianza storica da paragonarsi o contrapporsi efficacemente a quella delle fonti tradizionali, in particolare i quattro vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni o quello di Tommaso, che nella ricerca contemporanea sul Gesù storico viene affiancato ai canonici. Gli avvenimenti raccontati nel Vangelo di Giuda, pertanto, vanno ricondotti all'ambiente in cui è stato prodotto, come già è stato fatto con gli altri testi gnostici finora ritrovati e già da tempo disponibili.

 


[2] Lo gnosticismo è una concezione dualistica del mondo che si diffuse principalmente in Siria e in Egitto intorno alla metà del II secolo, la cui origine è ancora discussa (fenomeno religioso proveniente dalla tradizione orientale oppure eresia cristiana?). Si caratterizza per un infinito disprezzo del mondo creato, descritto come una prigione in cui gli uomini - che conservano nel loro profondo una traccia della luce celeste - sono costretti a vivere, in seguito ad una degradazione o disintegrazione della realtà celeste, un dramma cosmico che li ha allontanati dalla loro naturale dimora. Il creatore del mondo non sarebbe stato l'unico Dio onnipotente dei cristiani, ma una seconda divinità, detta demiurgo, invidiosa dell'uomo; il demiurgo è spesso identificato con il Dio dell'Antico Testamento, parte della Bibbia che per questo motivo viene rigettata come falsa e ingannevole. Di qui ne derivano un'assoluta condanna del corpo e della carne umana, viste come prigioni dalle quali occorre fuggire, e spesso un rifiuto della riproduzione ed anche della sessualità, intesa come impurità. Mezzo di salvezza è la conoscenza (“gnosi”, appunto) della propria natura fondamentalmente divina; questa conoscenza si ottiene grazie alla rivelazione da parte di un redentore celeste (spesso, ma non sempre, identificato non con il Gesù terreno figlio di Maria, ma con un invisibile Cristo disceso dall'alto).




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