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Documento: Maria Maddalena e il codice da Vinci
Messo in linea il giorno Sabato, 06 maggio 2006
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La Maddalena era una meretrice?

Nel romanzo di Dan Brown lo storico Sir Leigh Teabing - rivolgendosi a Sophie Neveu ed indicandole il personaggio di Giovanni Evangelista dipinto nell'Ultima cena di Leonardo da Vinci - pronuncia queste parole:

«Quella donna, mia cara» rispose Teabing «è Maria Maddalena.» Sophie si voltò verso di lui. «La meretrice?» Teabing trasse un breve sospiro, come se la parola l'avesse offeso personalmente. «Maddalena non era niente del genere. Questo sgradevole malinteso deriva dalla campagna diffamatoria lanciata dalla Chiesa delle origini. La Chiesa doveva diffamare Maria Maddalena per nascondere il suo pericoloso segreto: il suo ruolo di Santo Graal» (p. 286).

Perché la Maddalena sarebbe una meretrice? Per rispondere a questa domanda occorre nuovamente ritornare alle testimonianze evangeliche.

L'evangelista Luca narra le vicende di una peccatrice - della quale non viene fatto il nome - la quale durante un banchetto ottenne la remissione dei propri peccati dopo aver bagnato di lacrime ed unto di olio profumato i piedi di Gesù, asciugandoli con i propri capelli (7,36-50). In tutti e quattro i Vangeli c'è poi una donna di nome Maria, nativa di Betania e sorella di Marta e di Lazzaro, che viene descritta come molto attenta agli insegnamenti del Maestro, la quale pochi giorni prima della passione unse il capo e i piedi di Gesù (Matteo 26,6-13; Marco 14,3-9; Luca 10,38-42; Giovanni 11,1-12,8).
Come si può vedere, Maria di Betania e la peccatrice potrebbero facilmente essere confuse, a motivo del gesto dell'unzione.
Maria Maddalena, poi, porta lo stesso nome di Maria di Betania; infine, il fatto che la Maddalena fosse stata liberata dai demòni ha indotto qualcuno a pensare che non si trattasse altro che della peccatrice anonima di cui parla Luca.
Dalla lettura dei dati evangelici, insomma, alcuni hanno ricavato l'esistenza di tre donne distinte (Maria Maddalena, Maria di Betania e la peccatrice anonima), altri di due, altri di una sola.

Ciò che sembra più difficile da giustificare è che Maria di Magdala e Maria di Betania sorella di Lazzaro siano da considerarsi la stessa persona, in quanto il nome della città e l'indicazione della parentela sarebbero stati adottati dagli evangelisti proprio per non confonderle; se le due Marie fossero la medesima persona, non si capirebbe perché Luca avrebbe adottato denominazioni diverse per identificarle, senza mai metterle in relazione tra loro.

Il fatto che Maria Maddalena fosse stata liberata da sette demoni può aver indotto a pensare che si trattasse della peccatrice; la possessione diabolica e la condizione di peccato, però, sono due cose ben diverse e mai assimilate nei Vangeli.
E come Luca nel suo Vangelo avrebbe potuto nominare queste due donne a breve distanza una dall'altra, senza sottolinearne l'identità? Forse lo fece per dissimularla, non volendo identificarla esplicitamente con la peccatrice, come sostengono i partigiani dell'identità delle due figure?

Quanto a Maria di Betania, può essere identificata con l'anonima peccatrice? È quanto hanno ritenuto molti commentatori specialmente nel passato, ritenendo che i due racconti di unzione non fossero altro che la descrizione di un unico avvenimento. È anche quanto sembrerebbe suggerire Giovanni quando, presentando per la prima volta la sorella di Lazzaro, dice che era colei "che aveva unto il signore e gli aveva asciugato i piedi con i propri capelli"[1]. Secondo alcuni, qui Giovanni si riferirebbe al gesto della peccatrice; chi ritiene che non si tratti della stessa persona pensa invece che l'evangelista non si stesse riferendo all'unzione della peccatrice avvenuta in Galilea ma a quella di Maria sorella di Lazzaro avvenuta a Betania, in Giudea. È vero che quest'ultima unzione nel Vangelo di Giovanni viene narrata solo più avanti; ma il fatto che l'evangelista usi due participi aoristi greci non sarebbe necessariamente indice di un rimando ad un fatto già narrato precedentemente (quello della peccatrice), ma potrebbe essere il richiamo ad un fatto avvenuto noto a tutti (quello di Maria di Betania), indipendentemente dalla sua posizione nel racconto evangelico.
Come si può vedere, la questione è abbastanza intricata; i critici moderni sono propensi a distinguere tre personaggi o, talvolta, ad ammetterne solo due[2]

Le tre Marie alla tomba di Gesù

Duccio di Buoninsegna, Le tre Marie alla tomba di Gesù, Museo dell'Opera del Duomo, Siena

Ecco il motivo per cui qualcuno fu portato a considerare Maria Maddalena non solo come una donna che era stata posseduta da sette demoni, ma anche come una peccatrice, nel tentativo di dare un nome all’anonima donna del racconto evangelico. Il termine peccatrice (hamartōlos) è generico, ma considerarlo sinonimo di meretrice poteva essere un passo breve.
Una volta accertate queste oggettive difficoltà che nascono dalla diretta lettura dei testi, è storicamente accettabile affermare che l'identificazione tra le due donne sarebbe stato il frutto di una “campagna diffamatoria lanciata dalla Chiesa delle origini”?

In verità, la Chiesa delle origini non mostrò nessun particolare interesse per questa presunta svalutazione della figura della Maddalena; fu invece abbastanza concorde nel distinguere la peccatrice da Maria di Magdala, secondo quanto ci è testimoniato dagli scrittori ecclesiastici e dalle testimonianze liturgiche antiche.
Ma le difficoltà dei testi evangelici potevano trarre in inganno. Nella Chiesa latina ad un certo punto si ebbe la tendenza ad unificare i due personaggi, ma la prima testimonianza di questa tendenza non risale certo alla Chiesa delle origini. È infatti solo intorno al 590 che papa Gregorio Magno - nella basilica di San Clemente a Roma durante una sua omelia - ipotizzò quanto segue, mentre commentava il racconto della peccatrice dell'evangelista Luca:

Crediamo che questa donna che Luca chiama peccatrice e che Giovanni chiama Maria sia quella Maria dalla quale - afferma Marco - furono cacciati sette demoni[3].

L’unicità del personaggio è presentata come un'ipotesi personale, non come una certezza assodata. I sette demoni, secondo Gregorio, simboleggiano tutti i vizi; il numero sette, infatti, significa la pienezza. L’identificazione della peccatrice con Maria Maddalena fornisce lo spunto a Gregorio per esaltare il gesto della donna la quale, resasi conto del proprio stato di peccato, ottiene il perdono di Gesù. Il racconto si presta ad un'interpretazione mistica: il fariseo che si scandalizza della misericordia di Gesù è figura dell’ostinato popolo giudaico, mentre la peccatrice è immagine dei pagani che si convertono al cristianesimo.

Papa Gregorio Magno

Gregorio Magno in una miniatura

Non vi è quindi traccia, nell'arco di sei secoli di cristianesimo, di alcun tentativo di screditare la figura della Maddalena. La tardiva ipotesi gregoriana di una coincidenza tra Maria di Magdala e la peccatrice non può essere certamente descritta come un discredito: il fatto che essa possa essere stata una peccatrice prima della conversione, nulla toglie alla sua santità, che il medesimo pontefice descrive in questi termini:

Maria Maddalena che aveva condotto nella città una vita di peccato, amando la verità lavò con le lacrime le macchie delle colpe [...] Insensibile, prima, a motivo dei peccati, poi, spinta dall'amore, ardeva in cuor suo. Venne infatti al sepolcro e non trovando il corpo del Signore, pensò fosse stato portato via e così disse ai discepoli che, venuti per constatare, prestarono fede alle sue parole [...] Vediamo nell'atteggiamento di questa donna la grande forza dell'amore che agiva nella sua anima e la teneva presso il sepolcro anche dopo che i discepoli si erano allontanati [...] Avvenne perciò che poté vederlo lei sola che era rimasta per cercarlo, perché la virtù tipica dell'azione buona è la perseveranza [...] Maria ottenne talmente grazie al cospetto di Gesù che ne annunciò la risurrezione agli apostoli, a quelli cioè che ne sarebbero stati ufficialmente i nunzi[4].

Tutta la XXV omelia è una riflessione sulle virtù di Maria Maddalena; non si può certo attribuire a Gregorio, pertanto, una volontà di screditare davanti agli occhi dei cristiani colei che era stata privilegiata testimone della risurrezione e che aveva ottenuto grazia davanti al Signore.

La maggior parte degli autori latini medievali posteriori a Gregorio dipenderanno da lui su questo punto; fanno eccezione Pascasio Radberto, Bernardo e Nicola di Chiaravalle. Gli autori orientali, invece, mantennero sempre distinte le figure di Maria e della peccatrice[5].

Si deve a Jacques Lefèvre d'Étaples (noto come Faber Stapulensis, circa 1450-1536) il primo tentativo organico di rimettere in discussione il problema dell'identità della Maddalena e della peccatrice; questo insigne umanista e filosofo francese, di temperamento profondamente religioso, è diventato famoso per i suoi studi filologici e per una traduzione francese della Bibbia. Nel 1517 e nel 1519 pubblicò due saggi su Maria Maddalena tentando di provare che l'anonima peccatrice, Maria di Betania e Maria di Magdala erano tre persone differenti, innescando una polemica tra studiosi nota come «questione delle tre Marie»[6]. La sua ipotesi fu accolta, tra gli altri, dal famoso vescovo e teologo antiluterano Josse Clichtove (Jodocus Clichtovaeus)[7]. Tra i critici del d'Étaples vanno ricordati invece il canonico Marc de Grandval[8], il vescovo di Rochester John Fisher[9] e Noël Béda dell'Università di Parigi[10]. Nell’ambito della Riforma protestante, Lutero e Zwingli identificano le tre figure, mentre Calvino le separa[11].


[1] Giovanni 11,2.

[2] Per una panoramica sulle argomentazioni degli esegeti, Joseph-Marie Lagrange, Jésus a-t-il été oint plusieurs fois et par plusieurs femmes?, in «Révue Biblique» IX (1912), pp. 504-532; Urbanus Holzmeister, S. Maria Magdalena estne una eademque cum peccatrice et Maria sorore Lazari?, in «Verbum Domini» XVI (1931), pp. 193-199.

[3] Homiliae in Evangelia, 33,1: “Hanc vero quam Lucas peccatricem mulierem, Ioannes Mariam nominat, illam esse Mariam credimus de qua Marcus septem daemonia eiecta fuisse testatur”.

[4] Homiliae in Evangelia, 25,1 e 10. Traduzione di Giuseppe Cremascoli.

[5] Come concludeva il gesuita Urbanus Holzmeister al termine di un approfondito e tuttora utilissimo studio sul tema, “la questione posta per sapere se esista una tradizione coerente per l'unità [delle donne] non è possibile risolverla in senso affermativo” (Die Magdalenenfrage in der kirchlichen Überlieferung, in «Zeitschrift für katholische Theologie» XLVI (1922), pp. 402-422 e 558-584). L'unificazione delle donne in un’unica figura, dunque, non fu mai una tradizione coerente.

[6] De Maria Magdalena et triduo Christi disceptatio, Parisiis, ex officina Henrici Stephani, 1517; De tribus et unica Magdalena disceptatio secunda, ivi, 1519. Sulla controversia si veda il saggio di A. Hufstader, Lefèvre d'Étaples and the Magdalen, in «Studies in the Renaissance» XVI (1969), pp. 31-61.

[7] Disceptationis de Magdalena defensio. Apologiae Marci Grandivallis illam improbare nitentis ex adverso respondens, Parisiis, ex officina H. Stephani, 1519.

[8] Ecclesiae catholicae non tres Magdalenas sed unicam colentis, apologia seu defensorium, Parisiis, in aedibus J. Badii, 1518.

[9] De Unica Magdalena libri tres, Parisiis, in aedibus J. Badii Ascensii, 1519. L’obiezione di Fischer aveva un suo valore: Faber, infatti, aveva sostenuto nel suo primo libro che due delle tre donne portavano il medesimo nome di Maria Maddalena. Nel secondo libro abbandonò questa ipotesi, ma non convinse Fischer, che preparò a sua volta una seconda replica: Confutatio secundae disceptationis per Jacobum Fabrum Stapulensem habitae in qua tribus foeminis partiri molitur quae totius ecclesiae consuetudo unicae tribuit Magdalenae, Parisiis, Badius, 1519.

[10] Scholastica declaratio sententiae et ritus ecclesiae de unica Magdalena, Parisiis, apud. Jod. Badium, 1519.

[11] I passi sono esaminati in J. F. Henderson, The Disappearance of the Feast of Mary Magdalene from the Anglican Liturgy, leggibile in linea. L’articolo cerca di spiegare perché la festa di Maria Maddalena fu depennata dall’edizione del 1552 dell’anglicano Book of Common Prayer.




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