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Approfondimento: Ancora sul cosiddetto Testimonium Flavianum
Messo in linea il giorno Domenica, 11 febbraio 2007
Pagina: 3/6
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Il testo

Ecco il testo del Testimonium Flavianum nella traduzione da me proposta:

Vive in questo periodo Gesù, uomo preparato, sempre che si debba definirlo uomo adulto. Fu infatti autore di azioni contrarie all’opinione comune, maestro di quegli uomini che accolgono le cose vere con piacere; e attirò molti Giudei, molti anche della grecità. Questi era Cristo. Avendogli Pilato inflitto, come pena, la croce mediante azione legale avviata dai primi tra di noi, quelli che sulle prime lo amarono non cessarono. Apparve loro infatti il terzo giorno di nuovo in vita, i profeti divini avendo detto questi e infiniti altri prodigi su di lui. Fino ad ora e attualmente il gruppo dei cristiani, che da lui ha preso il nome, non è scomparso.

La prima caratteristica, notata dal lettore, è che il movimento cristiano non è inteso come gruppo ideologico alla stregua delle tre «scuole filosofiche» con la cui descrizione Giuseppe esordisce nel libro XVIII: si tratta di un’associazione che non si è ancora fatta un nome per le sue teorie sull’anima, sulla provvidenza, sul caso e sulle grandi questioni esistenziali in generale come, ad esempio, la scuola dei farisei, dei sadducei e degli esseni. Non possiede apparentemente una propria tradizione dottrinale ed è fondato sull’agapē che i seguaci, in un primo tempo, avrebbero nutrito nei confronti della persona di Gesù. Nessun cenno al genere di vita da essi introdotto; nessuna parola sulla loro posizione nei confronti dell’autorità straniera. Gesù è definito sophos, che è termine ambiguo e denota, fra l’altro, la persona preparata, padrona di un’arte, ma anche nascosta, sofisticata, contorta, dai modi e dal contegno complicati e reconditi. Com’è stato notato recentemente, Giuseppe usa qualche volta il termine in senso ironico[5].

Gesù non è rappresentato come teorico di una dottrina; per Giuseppe, il suo lascito sta negli atti. Il fatto, inoltre, che Giuseppe aggiunga «sempre che si debba definirlo un uomo adulto» non è obbligatoriamente un cenno alla sua natura divina. Lo storico gerosolimitano non usa anthrōpos che di norma caratterizza status e specificità della natura umana nei confronti di quella divina (anēr indica una qualità più che la condizione dell’uomo). Nel greco dell’anonimo autore di I Maccabei, anēr è l’uomo cresciuto, maturo, che corrisponde alle aspettative e incombenze affidategli (13,53; 16,6). Perché, per il nostro storico, sono i comportamenti, le azioni a rendere Gesù personaggio stravagante ed eccentrico. Non è definito un teorico né un predicatore; è piuttosto «autore di atti contrari all’opinione comune». Alla lettera, «paradossali». Questa espressione non può essere collegata unicamente ai miracoli di Gesù. Qualche volta, il nostro autore, per indicare atteggiamenti o procedimenti fuori dell’uso e del buon senso in generale, se non assurdi, impiega il termine. «Paradossali», ad esempio, sono definite le accuse rivolte alla sua persona e alla sua opera da parte di avversari che usano i suoi scritti come esercitazione scolastica di denigrazione. «Certi uomini dappoco hanno intrapreso a screditare la mia storia, pensando di proporla, alla maniera di quanto si fa nella scuola dei ragazzi, come esercizio di accusa assurda e di calunnia» (Contro Apione I,54). Un autore orientale, che vive sotto Adriano Cesare, scrive tre libri di Storia Paradossale, nella quale si oppone, con risolutezza e spirito polemico, ai luoghi comuni e pregiudizi imperanti nel mondo della cultura ellenica contemporanea. Egli intende specialmente restituire alla verità i fatti più antichi, a suo giudizio, oscurati e standardizzati ad opera di certa cultura conformista. La Storia Paradossale aveva il compito di dire verità scomode rispetto ad un sapere tanto diffuso quanto accolto acriticamente da tutti e orientava l’indagine sull’antichità più remota in un senso contrario a quello comune, vale a dire, scartava a priori tutto il sapere greco.

Opporsi all’ellenocentrismo della preistoria significava sfidare il senso comune[6]. Lo storico gerosolimitano potrebbe avere di mira taluni atti di Gesù che hanno suscitato sconcerto e sbigottimento tra i contemporanei, così come sono sintetizzati nell’interrogazione che i ‘giudei’ del Vangelo di Giovanni gli rivolgono: «Per quanto tempo ancora tieni in pugno la nostra anima?» (10,24). L’ipotesi, secondo la quale Giuseppe avrebbe in sostanza accomunato Gesù a taumaturghi come Teuda o il cosiddetto «Egiziano» di cui si parla nel libro XX delle Antichità Giudaiche, non trova appoggi lessicali[7]. Egli non sostiene che Gesù ha compiuto terata kai sēmeia. Il Nazzareno farebbe proprie azioni paradossali in quanto contrarie alla mentalità e agli usi correnti. In questa prospettiva ripensiamo alcuni brani dei Vangeli, che suggeriscono modelli di comportamento che dovremmo sforzarci di leggere e comprendere non dall’alto di duemila anni di storia: «Io vi dico di non opporvi al malvagio; ma a chi ti colpisce alla guancia destra, offrigli anche l’altra; e a chi vuole venire a giudizio con te e prendere la tua tunica, lasciagli anche il mantello; e chiunque ti obblighi a percorrere un miglio, vai con lui per due»; «Io vi dico, amate i vostri nemici; pregate per chi vi perseguita»[8].

L’accento sull’incomprensione dei discepoli (ad esempio Mc. 4,41; 6,52; 8,17) potrebbe allora rappresentare un’eco dello stupore che certi suoi comportamenti suscitano. La censura dell’esibizionismo dei più mentre pregano in piedi nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, la polemica contro quanti, seguendo un sentire diffuso, si affannano a custodire e a incrementare il patrimonio per il futuro presuppongono verosimilmente atti e comportamenti visti come bizzarri, se non astrusi, dalla mentalità comune (Mt. 6,5; 19-21). «Ora, abbiamo capito che tu hai il demonio» (Gv. 8,52). «Forse tu sei più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi ti fai?» (8,53). Stupore e meraviglia sono sottintesi nell’espressione giovannea: «Gesù rispose e disse loro: ho fatto una sola azione e tutti vi stupite» (Gv. 7,21). Forse nulla meglio di questo versetto illumina la paradossalità dei comportamenti di Gesù accennati nel Testimonium. Reminiscenza di comportamenti giudicati strambi potrebbe essere il dettaglio di Gesù, chino per terra a tracciare disegni, nell’episodio dell’adultera (Gv. 8,6). Pensiamo ancora all’episodio, narrato in Mc. 3,31-35, in cui Gesù, all’indicazione che la madre e i fratelli lo stanno cercando, «guardando intorno gli astanti seduti intorno a sé replica: Ecco mia madre e i miei fratelli». La guarigione del paralitico, cui «sono rimessi i peccati», è seguita dalla protesta di «certuni degli scribi» che trovano scandaloso tale comportamento (Mt. 9,3).

Altro comportamento ‘irregolare’ è notato dai farisei che si stupiscono e si scandalizzano che Gesù mangi «con pubblicani e peccatori» (Mc. 2,15-16). Egli si pone in collisione con i discepoli di Giovanni, i quali, come i farisei, praticano il digiuno (Mt. 9,14). I suoi discepoli, invece, strappano e mangiano le spighe, attirandosi la deplorazione dei farisei. Notiamo la replica del sophos, che si richiama al precedente di David (1 Sam. 21,1-6) e alla prescrizione di Nm. 28,9-10, indirizzata ai sacerdoti, di ‘violare’ di fatto il sabato nel tempio (Mt. 12,1-5). Frequenti sono le sue guarigioni, il giorno di sabato. I «farisei e gli scribi di Gerusalemme» lamentano che i suoi seguaci trasgrediscano «la tradizione degli anziani» (Mt. 15,1-2). A Cafarnao, gli incaricati di riscuotere il didramma obiettano ai discepoli che il maestro non paga il tributo. Gesù non vuole scandalizzare e dà ordine a Pietro di gettare l’amo sul lago, di aprire la bocca del primo pesce che morde l'esca e di estrarre di lì uno statere. Questo episodio, riportato da Matteo, è un’eco eloquente delle ripercussioni che i suoi atti paradossali suscitano presso la pubblica opinione (Mt. 17,24-27). In sostanza, l’espressione di Giuseppe, «atti paradossali», può essere una delle numerose ricadute che episodi di questo genere hanno avuto presso la collettività. In generale, è noto il ripetuto invito di Gesù a opporsi ai comportamenti e agli atti delle élites. Nel mirino è investita la classe dirigente nella sua totalità. Questo è un ulteriore aspetto caratteristico della sua condotta contro corrente, anche se le sue potenzialità sovversive non saranno state ancora pienamente realizzate. In ogni caso, questa peculiarità incontra disapprovazione presso l’establishment contemporaneo, com’è testimoniato dai racconti evangelici.

Giuseppe, che vi appartiene, avrà potuto registrare questo umore che ancora si sarà trasmesso nelle generazioni successive, in particolare la sua. D’altra parte, la sua sinteticità sarà da addebitare più alla sua personale, scarsa rilevanza data al fenomeno cristiano (verosimile in un sacerdote gerosolimitano attivo negli anni 70-90 d.C.) che all’inserzione o censura di un copista. La sua generazione ha sentito dire dalla precedente della stranezza di comportamenti e della bizzarria delle sentenze di Gesù, ma forse il corso degli eventi, fino a quel momento, e la fisionomia esterna del movimento non avranno indotto eccessive preoccupazioni.

Come vedremo, il Testimonium Flavianum si chiude con la constatazione che il movimento di Gesù ancora non è scomparso. Solo nell’età di Celso un giudeo anonimo riporta diffusamente e sistematicamente argomenti in favore della teoria secondo la quale il movimento cristiano sarebbe un gruppo sovversivo, diretto contro l’autorità costituita di Gerusalemme[9]. Forse, l’opinione pubblica contemporanea alla generazione di Giuseppe non ha avuto il tempo di maturare una connotazione così perentoria e univoca del cristianesimo. Nella predicazione di Gesù non si salvano gli Erodiani, i Sadducei, i Farisei, gli Scribi. Il capitolo 23 del Vangelo di Matteo contiene una requisitoria inflessibile contro tutta la classe dirigente a causa dei suoi comportamenti che Gesù giudica ipocriti e falsi (comportamenti suggeriti dalla prassi consueta: esibizione formale dei propri titoli a guidare la nazione, primi posti nei banchetti e nelle sinagoghe, piacere di essere salutati con rispetto). È difficile trovare nella tradizione antica un atto di accusa così sistematico e senza riserva contro l’autorità costituita quale è quello contenuto nel capitolo di Matteo.

In Giuseppe, però, la paradossalità delle azioni di Gesù non è legata ai possibili risvolti rivoluzionari, ma ad atteggiamenti e mentalità fuori dell’opinione e sentire più diffusi. Siamo forse nella linea di pensiero che sarà poi ripresa da rabbi Trifone, che definirà «paradossale» il perdono cristiano. Il termine sta qui a designare non un miracolo, ma una mentalità anomala, utopica, che non appartiene al mondo reale[10]. Aggiungiamo alla lista un’altra azione di Gesù, tramandata dal Nuovo Testamento, che poteva essere giudicata «paradossale» da uomini dell’establishment: il Nazzareno entra nel tempio, caccia tutti i venditori e i compratori; rovescia i banchi dei cambiavalute e le tavole di coloro che vendevano le colombe[11]. Ancora contro una mentalità e un uso diffusi, che gli stessi discepoli sembrano condividere, Gesù accoglie con piacere fanciulli che gli sono fatti avvicinare e rimprovera i discepoli che si oppongono all’iniziativa (Mt. 19,13; Mc. 10,13; Lc. 18,15). Un altro esempio potrebbe essere costituito da Zaccheo, capo dei pubblicani e personaggio di fama sinistra: la visita di Gesù nella sua casa suscita sconcerto e irritazione[12]. Altro atto che può essere giudicato paradossale dall’ottica di un gerosolimitano: l’ingresso in Gerusalemme, accompagnato dalle lodi entusiastiche dei discepoli, che suscita l’irritazione di certi farisei: «maestro, rimprovera i tuoi discepoli!» (Lc. 19,39).

Come concordano il Testimonium e il Vangelo di Luca (19,47-48), i primi della nazione bollano e stigmatizzano le azioni di Gesù. «I primi del popolo» cercano il modo di farlo morire. Ora è un fatto che è il suo operato ad essere censurato dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani: «Dicci: con quale autorità fai queste cose o chi è che ti dà questa autorità?» (Mt. 21,23; Mc. 11,28; Lc. 20,2; cfr. Gv. 2,18). I suoi comportamenti sono giudicati sconcertanti se non addirittura potenzialmente sovversivi: egli scuote e getta lo scompiglio in mezzo al popolo (Lc. 23,5). Nel Vangelo di Giovanni, i notabili esprimono la preoccupazione che il crescente favore popolare riscosso da Gesù, che comincia ora a coinvolgere i “giudei”, spinga i Romani ad intervenire e ad annientare la nazione e il «luogo»[13]. Come abbiamo notato sopra, nessuna meraviglia dunque che Giuseppe abbia definito la storia di Gesù l’ennesimo deinon sopravvenuto alla nazione in quegli anni sfortunati e drammatici. Il sinedrio giovanneo, convocato dai sommi sacerdoti e dai Farisei, esprime il medesimo timore del Testimonium, timore che può giustificare l’inserzione, nel libro XVIII delle Antichità Giudaiche, della storia del Nazzareno fra gli episodi che accrebbero il disordine.



[5] P. A. Gramaglia, art. cit., pp. 154-155. Cfr. A Greek-English Lexicon by Liddell-Scott, s.v. (I.3).

[6] FGrHist 790. F 12=Eusebio, Praeparatio Evangelica I,9,28. E.J. Bickerman, Origines Gentium, in Religions and Politics in the Hellenistic and Roman Periods, Edited by E. Gabba and M. Smith, Como 1985, pp. 399-417.

[7] Antichità Giudaiche XX,97-98; 167-171

[8] Mt. 5,38-44 e Lc. 6,27-29 ad esempio. Sulla tematica, Le parole dimenticate di Gesù, a cura di M. Pesce, Milano 2004.

[9] L. Troiani, Il giudeo di Celso, «Atti del Convegno del Gruppo Italiano di Ricerca su “Origene e la tradizione alessandrina”», Roma 1998, pp. 115-131.

[10] L. Troiani, Spunti per un’origine del perdono cristiano, in Studi sul Vicino Oriente Antico dedicati alla memoria di Luigi Cagni (a cura di S. Graziani), Napoli 2000, pp. 2219-2236.

[11] Mt. 21,12-17; Mc. 11,15-19; Lc. 19,45-46; Gv. 2,13-17. M. Hengel, Gli Zeloti. Ricerche sul movimento di liberazione giudaico dai tempi di Erode I al 70 d.C., Edizione italiana a cura di G. Firpo, Brescia 1996, pp. 253-254.

[12] Lc. 19,1-7. M.R. Cimma, Ricerche sulle società di pubblicani, Milano 1981.

[13] Gv. 11,47-48. M. Hengel, op. cit., p. 231-2 e nota 5.




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