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Approfondimento: Ancora sul cosiddetto Testimonium Flavianum
Messo in linea il giorno Domenica, 11 febbraio 2007
Pagina: 4/6
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L’indicazione successiva («maestro di uomini che accolgono le cose vere con piacere»), abbinando due concetti di norma inconciliabili nella terminologia impiegata dal nostro storico (per lui, in sostanza, il piacere, inteso come diletto fisico, è in opposizione metodica alla verità; ad esempio, lo storico serio dice cose vere e dunque non procura piacere), può sottolineare ulteriormente l’anticonformismo e la stranezza dei seguaci di Gesù[14]. Pensiamo al celeberrimo discorso sulla montagna e al modo con cui un notabile gerosolimitano, alieno da suggestioni apocalittiche, abbia potuto interpretarlo. La punizione delle «azioni paradossali» di Gesù con il supplizio della croce è presentata come reazione naturale; il sacerdote gerosolimitano non ha parole di biasimo per la condanna inflitta[15].

Giuseppe, però, evita di calcare la mano. Com’è noto, il nostro storico non nutre simpatia per una classe dirigente che a suo avviso (a partire dalla generazione precedente a quella di Gesù) avrebbe fatto sprofondare la nazione nel caos, con la complicità del malgoverno di molti governatori romani. D’altra parte, gli accenni biblici di Gesù a Giona, ai Niniviti, alla vedova di Sarepta e a Naiman il siro, contengono parziale assonanza di spirito col discorso del nostro storico tenuto davanti agli assediati di Gerusalemme e, in generale, con tutta la filosofia della storia proposta nella Guerra Giudaica e nelle Antichità Giudaiche a partire dagli anni dell’occupazione romana: «Io penso che il Divino sia fuggito dai luoghi santi e stia dalla parte di coloro che ora combattete»[16].

Rilevante, sotto il nostro punto di vista, sembra anche l’informazione del Testimonium su Gesù che attirò a sé molti Giudei e molti anche della grecità. Come testimoniano gli evangelisti (Mt. 7,29; Mc. 1,22) e un anonimo giudeo, la gente pendeva dalle sue labbra. “Che cosa mai di terribile avere patito, connazionali, così da abbandonare la legge dei vostri padri, ed allettati da quell’uomo, cui or ora abbiamo rivolto il discorso, vi lasciaste ingannare in modo veramente ridicolo, ed avete disertato da noi per un altro nome ed un’altra vita?” (Origene, Contro Celso II,1). È inoltre naturale che Giuseppe, il quale conosce il mondo frastagliato e variegato della diaspora, che si estende dall’Elam alla Spagna, segnali come il suo fascino sia penetrato fuori della Giudea. Giuseppe pensa al mondo greco e quindi, anche, alle comunità trapiantate da generazioni in terra greca. Il lettore delle Lettere di Paolo trova singolare riscontro e conferma a questa affermazione del Testimonium Flavianum e può toccare con mano quanto il processo di diffusione sia stato rapido e acquisito nell’epoca della stesura delle Antichità Giudaiche. A Roma, Corinto, a Efeso, a Filippi, a Colosse, ad esempio, Paolo dispone di una rete di amicizie già stabile. Al nostro storico può non essere passato inosservato che la fede in Gesù si sia affermata anche presso persone provenienti «dalla casa di Cesare»[17]. Forse, dalla sua prospettiva, il coinvolgimento della nazione ellenica ha accresciuto il pericolo di contrasti e lacerazioni (tumultus). Da At. 28,21, per esempio, apprendiamo come le autorità delle singole comunità comunicassero, per lettera o inviati, con la Giudea. Come poteva l’insegnamento di Gesù non avere ripercussioni sulla diaspora? Cleofa, sulla via per Emmaus, così risponde a Gesù (che egli non riconosce), il quale gli chiede il motivo di tanta parlare concitato con il compagno di viaggio: «Tu sei l’unico a soggiornare a Gerusalemme e non hai saputo quello che è avvenuto in questi giorni?» (Lc. 24,18). Osserviamo ancora come tutte le Lettere di Paolo presentino una caratteristica comune: danno per universalmente nota la sua storia. Quando l’apostolo scrive, non è necessario inserire il minimo dettaglio (questo a prescindere dal fatto che la persona di Gesù, nella sua teologia, è l’ultimo anello del piano divino e la sua storia personale perde ogni consistenza). La diffusione del cristianesimo in seno alla comunità ebraica di Roma, come pure in altre città greche, suscita disordini e appelli all’autorità. Pensiamo ai notabili di tutte le comunità della provincia di Acaia, che a Corinto deferiscono Paolo al tribunale del proconsole Gallione; anche se giudicata questione dottrinale e di interpretazione di termini, il coinvolgimento del governatore implica che l’affare stava toccando l’ordine pubblico. Pensiamo al presunto ordine di espulsione dei Giudei da Roma, Giudei «che continuamente tumultuavano impulsore Chresto». Pensiamo ai disordini di Efeso e al consiglio, dato a Paolo da alcuni amici asiarchi, di non intervenire di persona nel teatro per partecipare all’assemblea straordinaria, convocata dallo stratega[18].



[14] Cfr. A Complete Concordance to Flavius Josephus (K.H. Rengstorf Editor) per i termini ta alēthē e ēdonē. La traduzione «cose fuori del comune» nasce da una congettura, avanzata nel 1749 e successivamente ripresa, che ipotizza TAALHQH come errore di lettura al posto di  TAAHQH. Lo scriba avrebbe inserito per errore un lamda. Anche se lasciamo la lezione tràdita, il testo potrebbe suonare ugualmente come riprova della stravaganza del gruppo, dato che in Giuseppe il piacere fisico è di norma antitetico alle «cose vere», cfr. E. Schürer, Storia del popolo giudaico, cit., vol. I, pp. 534-535 e nota 20. La correzione è ritenuta arbitraria da P.A. Gramaglia, art. cit., p. 158.

[15] M. Hengel, Mors turpissima crucis. Die Kreuzigung in der antiken Welt und die „Torheit“ des „Wortes vom Kreuz“, in: J. FRIEDRICH et al. (Hrsg.), FS E. KÄSEMANN, Tübingen, Göttingen 1976, pp. 125-184.

[16] Mt. 12,39-41; Lc. 4,24-30; Guerra Giudaica V,412. W.C. van Unnik, Der Jüdischer Historiker Flavius Josephus, Heidelberg 1978.

[17] Rom. 16,1-15. Non può essere escluso aprioristicamente che nelle Lettere paoline sia presupposto un uditorio di origine ebraica. Nella Lettera ai Romani, Paolo si rivolge, tra gli altri, «a chi conosce la legge» (7,1). 1 Cor. 16,10-20. Nella Lettera, la casistica flessibile circa l’assunzione di cibo indica un uditorio di origine e sensibilità ebraica (10,23-29). 1 Eph. 6,20-24. Qui i destinatari sono definiti «persone che sono divenute estranee alla cittadinanza d’Israele» (2,12). Ph. 4,18-22. Col. 4,7-17. W.A. Meeks, The First Urban Christians. The Social World of the Apostle Paul, New Haven and London 1983. Ma specialmente M. Del Verme, Didache and Judaism. Jewish Roots of an ancient Christian-Jewish Work, New York 2004.

[18] L. Troiani, Lucio Giunio Gallione e le comunità ebraiche, «Materia Giudaica» 7 (2002), pp. 47-54. Id., Gli Atti degli Apostoli e il mondo ebraico ellenistico, «Ricerche Storico Bibliche» 2001, pp. 15-24. Atti 19,31.




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