Codice da Vinci: Vittima e carnefice di una sconfitta culturale - 1
Data: Venerdì, 13 aprile 2007 @ 19:00:00 CEST
Argomento: Il codice da Vinci


Di Marianna Cerno.

Breve valutazione critica delle pretese verità storiche esposte nel romanzo di Dan Brown. Prima parte.



Sommario

  1. Vittima e carnefice di una sconfitta culturale
  2. Il Priorato di Sion e Les Dossier Secrets
  3. L'Opus Dei
  4. La Cattedrale di Chartres
  5. Il Pentacolo di Venere e le Olimpiadi
  6. Saint Sulpice

 

Vittima e carnefice di una sconfitta culturale

Un romanzo dall’intreccio sottilmente preparato, avvincente, almeno finché ogni tassello cerca di tornare al proprio posto; ma cala la suspense quando il mondo, ammaestrato da due strambi professori, scopre l’inganno che lo accompagna da secoli, e tutto sembra tornare come prima.

Il codice da Vinci potrebbe essere un thriller piuttosto accattivante, se non pretendesse di dispensare come verità delle storielle costruite a bella posta per quella parte di pubblico che ha sete di informazione ma che ha perso il senso critico. Un pubblico che, abituato a non trovare onestà nella vita di tutti i giorni, aspetta un Beppe Grillo che gli coli come oro la verità sulle mani. Ma soprattutto un pubblico che conosce pochissimo il cristianesimo e la religione cattolica.

La verità però non può e non deve essere chiesta a un romanzo, e ancor meno a questo, che, come si vedrà, è un pacco con sorpresa: più che un’opera di fantasia creata per offrire qualche ora di svago, sembra una campagna di distruzione della religione cristiana (specie cattolica), condotta con mezzucci come discredito e calunnia, e forse (per giunta) finalizzata alla promozione di una religione alternativa e “buona”. Ma come insegna Tim Burton, agli abitanti del Paese del Natale i doni di Jack Skeleton non sono piaciuti.

Se da un lato, nel retro del frontespizio, il volume riporta un messaggio in cui si avverte che la storia è opera di fantasia, tuttavia nelle prime edizioni del Codice, nella pagina antecedente al Prologo (e quindi estranea al contesto narrativo), è riportata una lista di “Informazioni storiche”, in realtà favole inventate di sana pianta, su cui il romanzo pretende di basare il proprio intreccio e le altre insinuazioni pseudo-scientifiche snocciolate lungo le pagine[1]. Ma chi, durante o dopo la lettura di 105 capitoli più prologo ed epilogo, ha voglia di verificare tutte le notizie?

Nelle edizioni successive, alla lista di Informazioni è stato tolto il titolo, quanto meno equivoco[2]; e dalla sesta ristampa, ma solo in Italia, questa lista è completamente sparita (pagina 9 dell'edizione Mondadori), sostituita da una pagina bianca[3]; ma rimaneva nell’edizione inglese, e ad un certo punto è “miracolosamente” ricomparsa anche in italiano.

Dall’inizio del libro, e quindi dalla lista incriminata inizierò a elencare anacronismi e imprecisioni del Codice da Vinci (tralasciando la parte su Gesù e la Maddalena, per la quale rimando al lavoro di Andrea Nicolotti[4]), pur senza riuscire nell’impresa di menzionarli tutti; indicherò le fonti scientifiche utilizzate, e andrò inevitabilmente ad allungare la fila degli autori di “anticodici”.


[1] Le informazioni storiche affermano che “Il Priorato di Sion, società segreta fondata nel 1099, è una setta realmente esistita. Nel 1975, presso la Bibliothèque National di Parigi sono state scoperte alcune pergamene, note come Les Dossiers Secrets, in cui si forniva l’identità di numerosi membri del priorato, compresi: Sir Isaac Newton, Botticelli, Victor Hugo e Leonardo Da Vinci”. ovviamente i Dossiers Secrets sono fasulli, creati dal reo confesso Pierre Plantard nel 1967. Questa introduzione si conclude sostenendo che “Tutte le descrizioni di opere d’arte, architettoniche, documenti e rituali segreti contenuta in questo romanzo rispecchiano la verità”. Lo vedremo!

[2] Ad esempio nell’edizione speciale illustrata Mondadori 2004, della quale mi servo per questo lavoro.

[3] Massimo Introvigne (direttore del CESNUR-Centro Studi sulle Nuove Religioni), "Il Codice Da Vinci". L’articolo è reperibile sul sito internet del Cesnur.

[4] Nell’antologia curata da M. Tomatis, Dietro il Codice da Vinci. Antologia critica (“I quaderni del Cicap”, 7). Ora leggibile anche sul sito.

Il Priorato di Sion e Les Dossiers Secrets

Pagina delle "Informazioni storiche":

Il Priorato di Sion - società segreta fondata nel 1099 - è una setta realmente esistente.

Nel romanzo di Brown il Priorato di Sion è un’organizzazione nata per proteggere il Santo Graal, che non è il calice che raccolse il sangue di Cristo, ma il Sang Real, ossia la discendenza che Gesù avrebbe generato unendosi con la Maddalena e che nei secoli avrebbe dato origine alla dinastia dei Merovingi. Il Priorato lotta contro l’ostilità della Chiesa, che non si fa scrupoli di sorta per nascondere al mondo, da secoli, che Gesù ebbe dei figli; per esempio, fece assassinare molti dei Merovingi dai Carolingi, anche se questi non riuscirono pienamente nell’intento di estinguere la discendenza di Cristo. Il Priorato è collegato ai cavalieri Templari, anch’essi perseguitati dalla Chiesa in quanto braccio armato che difende l’organizzazione.

In verità il Priorato di Sion, così com’è raccontato da Brown, non è mai esistito.

Ne è esistito un altro però, fondato nel 1956 nell’alta Savoia da Pierre Plantard e André Bonhomme, e sciolto solo un anno dopo. Questo Priorato di Sion, il cui nome deriva da una montagna della zona di origine dei fondatori (il Col du Mont Sion)[1], era formato da un gruppo di giovani che si interessava di esoterismo e che, nella persona di Plantard, cercava di emergere politicamente al tempo del governo Vichy. Dopo lo scioglimento del gruppo, Plantard continuò a usare il nome del Priorato negli anni Sessanta per montare una storia connessa con la località di Rennes-le-Château[2], fino ad arrivare al punto di dichiararsi lui stesso discendente dei Merovingi (salvo poi ritrattare non solo questa notizia, ma anche la data di fondazione del Priorato[3]).

È esistito però un vero “Priorato” di Sion, dagli scopi più generosi: era un ordine religioso fondato nel 1842 da Théodore Marie Ratisbonne, e formato da due congregazioni, una maschile e una femminile, chiamate rispettivamente Preti e Suore della Nostra Signora di Sion (Congrégation des religieuses de Notre-Dame de Sion); l’ordine si occupava prevalentemente di opere missionarie nei confronti della comunità ebraica[4].

Pagina delle "Informazioni storiche":

Nel 1975, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene, note come Les Dossiers secrets, in cui si forniva l’identità di numerosi membri del Priorato, compresi Isaac Newton, Botticelli, Victor Hugo e Leonardo da Vinci.

È ormai stato dimostrato che i documenti noti col nome di Les Dossiers secrets sono un falso moderno: lo ha affermato proprio uno degli autori delle carte, Philippe de Chérisey, morto nel 1985. Come se non bastasse, Les Dossiers secrets sono stati rinvenuti nella biblioteca proprio dalle persone che ce li avevano nascosti: Pierre Plantard, che alla fine confesserà di aver fabbricato le pergamene, e il suo gruppo[5].


[1] F. Garufi, Rennes-le-Château: un’inchiesta, Fonte Nuova (Roma), 2004, cap. 7.

[2] Il parroco di questa cittadina, Bérenger Saunière (lo stesso cognome che nel romanzo ha il nonno di Sophie), avrebbe trovato dentro le colonne della sua chiesa delle pergamene e un tesoro, identificati con il “tesoro dei Templari” di cui parla Brown (il segreto del figlio della Maddalena, il Priorato e la lista dei suoi “gran maestri”, oltre che ricchezze materiali). Una buona spiegazione delle connessioni del romanzo e più in generale dell’esoterismo con la città si trova sui siti internet http://www.renneslechateau.it e http://www.marianotomatis.it/sion/index.php?l=ITALIANO. Per un dettagliato rapporto sulla vicenda cfr. anche A. Tornielli, Processo al Codice da Vinci, Milano, 2006, pagg. 153 segg. e bibliografia relativa.

[3] Ibidem. Plantard, in una comunicazione del 1989, nega l’origine medievale del Priorato e la ritarda al 1681, ammettendo tuttavia la mancanza di prove e certezze di questa origine.

[4] Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, vol. XIV (1971), p. 52. Cfr. anche l’articolo della Catholic Encyclopedia e del Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon.

[5] M. Introvigne, Il Codice..., cit.

L’Opus Dei

Pagina delle "Informazioni storiche":

La prelatura del Vaticano nota come Opus Dei è un’associazione cattolica la cui profonda devozione è stata oggetto di interesse dei media dopo i rapporti di lavaggio del cervello, di coercizione e di una pericolosa pratica chiamata “mortificazione corporale”.

La dicitura “prelatura personale” indica il rapporto istituzionale che lega i membri alla S. Sede. La parola “personale” non significa che il papa dispone dei membri dell’Opus Dei come di soldati personali o guardie del corpo, ma semplicemente che il raggruppamento, la società in oggetto (in questo caso l’Opus Dei) non è territoriale, non è circoscritta a un’area geografica definita (come una diocesi), bensì regolata da leggi particolari[1]. In questo senso Ullate Fabo[2] fa notare come Brown applichi il concetto protestante di Chiesa (raggruppamento territoriale) a quello cattolico (la Chiesa è una, formata da tutti i cattolici, che possono però raggrupparsi al suo interno con varie forme di associazione)[3].

L’Opus Dei è stata eretta a Prelatura personale nel 1982 da Giovanni Paolo II, dopo che Escrivà aveva passato la vita (conclusasi nel 1975) a cercare di studiare e ottenere un adeguato inquadramento giuridico per il suo gruppo[4]. È un fatto però che nessun membro dell’Opus Dei sia monacato (come invece è il personaggio di Silas nel romanzo: resta il dubbio se questo dettaglio sia un’associazione mentale di Brown dovuta alla condotta austera e rigorosa tenuta dai monaci e dalle monache sin dai tempi delle origini, nei primi secoli dell’era cristiana).

Magari può suscitare un po’ di impressione sapere che alcuni membri dell’Opus Dei praticano la mortificazione corporale, ancora di più in una società che sempre meno sa affrontare sacrifici e privazioni volontarie, e che nel tempo ha maturato altri modi di vivere la propria fede.

 Josemaria Escrivà, fondatore dell'Opus Dei
Josemaria Escrivà

In casi come questo è fondamentale ritornare alle radici della religiosità di Escrivà e conoscere i motori dei suoi comportamenti.

Per quanto riguarda la penitenza, infatti, è importante sottolineare che per Escrivà è sempre stata una pratica molto importante, indispensabile per celebrare la Messa con la dovuta devozione: il sacerdote passava molto tempo al confessionale per riflettere, e a sua volta dedicava ogni giorno del tempo per la confessione dei fedeli[5].

Per quanto riguarda la punizione corporale, invece, bisogna dire che è una pratica che nasce in Escrivà dall’esperienza di una vita di difficoltà e privazioni, e che segue l’idea cristiana della sofferenza come occasione per testimoniare amore e gratitudine a Dio[6].

È questo il tema più delicato della questione: la religione cattolica vede anche nella sofferenza un modo per collaborare alle azioni di Dio[7], sofferenza che fa parte della vita dell’uomo a causa del peccato originale[8], e che assume un nuovo significato grazie alla passione e morte di Cristo[9]. Mentre è implicito che il male e la sofferenza facciano parte degli eventi della vita, non si parla mai di sofferenza volutamente impartita.

È importante sottolineare che Escrivà scelse di auto-infliggersi mortificazioni corporali con il cilicio e la disciplina per caricarsi delle penitenze che lui stesso alleviava ai fedeli che venivano a confessarsi[10], e che in seguito mantenne (e inasprì) questo esercizio. Il fondatore dell’Opus Dei non ha mai imposto a terzi penitenze gravose, tanto meno ha stabilito pratiche auto-punitive per i membri dell’Opera[11]; e neppure ha preteso comportamenti eccessivamente rigorosi, anzi, ha sempre cercato la via del perdono e della comprensione[12], fino ad annullare il castigo (per gli altri) quando era evidente il pentimento[13]. Secondo il suo fondatore, è la libertà il più grande valore dei membri dell’Opera[14].

Il monaco albino Silas.

Silas, un gigante albino fanatico fatto entrare nell’Opus Dei da un vescovo, è un personaggio inquietante. Soprattutto è molto difficile definirlo cristiano.

Capitolo 2, pagina 24:

“Devo purgare la mia anima dei peccati di quest’oggi”. I peccati da lui commessi avevano uno scopo santo. Le azioni di guerra contro i nemici di Dio si effettuano da secoli. Il perdono era assicurato. Eppure, come Silas sapeva, l’assoluzione richiedeva un sacrificio.

José Antonio Ullate Fabo ha commentato efficacemente il personaggio di Silas[15]: per incarnare un uomo che si occupi materialmente delle repressioni e dei delitti che la Chiesa commissiona contro i custodi dell’“autentico” messaggio di Gesù, Brown è costretto a creare un personaggio con gravi turbe psichiche, uno squilibrato in totale contraddizione con il messaggio evangelico, un assassino che uccide in nome della guerra santa. Non solo Silas non conosce il catechismo, giacché ritiene che il fine giustifichi i mezzi e pure di poter essere perdonato per un omicidio (anzi, quattro) che considera giusto, ma cade persino in auto-contraddizione: se l’atto è giusto, perché deve essere perdonato, per giunta senza il pentimento del peccatore?

Anche Silas fa penitenza, auto-infliggendosi una punizione corporale che Brown chiama sacrificio: si strazia la carne con il cilicio. Un’azione che potrebbe ricordare le pratiche di alcuni eremiti del decimo secolo, se non fosse, come si è visto, per la motivazione. Quella dell’Opus Dei, invece, è la santità della vita.

A Dan Brown “l’Opus Dei sembra un gruppo di cattolici secondo cui la fede e la ragione non hanno alcuna relazione”[16]. Vista la considerazione dell’autore del Codice per gli uomini di fede di tutti i tempi e in particolare per i membri dell’Opus Dei, vorrei unirmi alle parole di Ullate Fabo ricordando solo un esempio di profondità speculativa di matrice cattolica; un incontro tra il rigore intellettuale e la religiosità intensa e appassionata dal quale Brown avrebbe molto da imparare, anche se vecchio di (quasi) mille anni: la riflessione di Anselmo d’Aosta (XI secolo) sul rapporto tra fede e ragione.

Noè l’albino (cap. 39, pag. 174).

Nel romanzo, Brown mette in bocca al vescovo Aringarosa parole di conforto per Silas: un altro albino era stato un grande uomo di fede, Noè. Del resto, è la prima cosa che si impara di lui a dottrina, assieme al fatto che dimenticò i due leocorni. Brown probabilmente ricava l’albinismo di Noè dal Libro che porta il suo nome, e che è incorporato nel Libro dei Vigilanti, il quale a sua volta costituisce il primo dei cinque tomi che formano il Libro di Enoch[17]. Si tratta di scritti dell’antica tradizione apocalittica giudaica, riferibili ai secoli V-III a.C.[18]. Del resto Aringarosa non ha mai amato le letture e le interpretazioni canoniche, visto come parla del passo degli Atti degli Apostoli in riferimento al quale dà il nome a Silas (quando avrebbe potuto chiamarlo niente meno che Paolo…).

La generalizzazione e la deformazione a cui Brown sottopone ogni realtà e ogni informazione di cui dispone, questo è il problema. Si dice che lo faccia appositamente per convincere il pubblico delle sue idee, ma spesso a me sembra che ci creda davvero alle cose che dice. Sembra proprio che l’autore proceda per luoghi comuni o riferendo cose sentite dire, che prende per vere senza fare una verifica, come le accuse e i fraintendimenti sull’Opus Dei, o le interpretazioni delle opere medievali o rinascimentali (e di Leonardo in particolare). Crollano miseramente decenni, secoli di studi quando l’autore del Codice mostra gli antichi Romani come femministi, o il Medioevo come l’età buia, in cui regnavano la barbarie e la violenza[19], e che questa violenza era perpetrata dalla Chiesa. Chilometri di pagine di storiografia non aspettano altro che di essere lette.

È ancora credibile ciò che lascia intendere Brown, cioè che Giovanni Paolo II sia stato uno dei tanti Hitler a capo del Vaticano che, come gli altri suoi predecessori, non solo si servisse di SS per uccidere in nome della Chiesa, ma abbia pure fatto santo il loro pazzo capo (Escrivà)?

Pagina delle "Informazioni storiche":

L’Opus Dei ha recentemente terminato la costruzione di una sua sede centrale nazionale, del costo di quarantasette milioni di dollari, situata al numero 243 di Lexington Avenue, a New York City.

Probabilmente con questa frase Brown vuole insinuare che l’Opus Dei ha un potere carismatico e certamente anche economico nel mondo, e che mira a esprimerlo anche nella sontuosità delle strutture che la ospitano.

Anche l’umiltà era una caratteristica di Escrivà[20], e la storia dell’Opus Dei e del suo fondatore parla di sacrifici immensi, di utilizzo da parte di Escrivà dei locali della propria abitazione, di un analogo comportamento dei primi membri dell’Opera, di successive strutture costruite grazie alla generosità delle donazioni di poveri e di ricchi. Un esempio di sacrificio che nel 1975 aveva fatto nascere nei cinque continenti 148 residenze universitarie dell’Opera[21].

La pagina delle “Informazioni storiche” si conclude con questa dichiarazione:

“Tutte le descrizioni di opere d’arte e architettoniche, di documenti e rituali segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà”.

Come sempre, Brown non fornisce fonti né una bibliografia di riferimento. Gioca sulla fiducia del lettore. Paradossalmente, l’edizione illustrata di cui mi servo mette ancora più in luce le forzature interpretative cui Brown sottopone testimonianze e immagini, come si vedrà nel corso di questo commento.


[1] Il Codice di diritto canonico afferma (cann. 294-295): “Al fine di promuovere un'adeguata distribuzione dei presbiteri o di attuare speciali opere pastorali o missionarie per le diverse regioni o per le diverse categorie sociali, la Sede Apostolica può erigere prelature personali formate da presbiteri e da diaconi del clero secolare, udite le conferenze dei Vescovi interessati. La prelatura personale è retta dagli statuti fatti dalla Sede Apostolica e ad essa viene preposto un Prelato come Ordinario proprio, il quale ha il diritto di erigere un seminario nazionale o internazionale, di incardinare gli alunni e di promuoverli agli ordini con il titolo del servizio della prelatura”.

[2] J. A. Ullate Fabo, Contro il Codice da Vinci: le mistificazioni di Dan Brown e la verità cattolica, Milano, 2005, pag. 29.

[3] Cfr. Storia del Cristianesimo. L’età contemporanea, cur. G. Filoramo, D. Menozzi, Roma-Bari 2001, pag. 7.

[4] Secondo il suo fondatore, l’Opus Dei non poteva essere inquadrata in una struttura associativa in quanto doveva rispecchiare tutte le sfaccettature delle realtà di cui era composta.

[5] A. Tornielli, Escrivà fondatore dell’opus Dei, Casale Monferrato (AL), 2002, pagg. 31-32, 38, 141.

[6] Ibidem, pagg. 103, 138, 176.

[7] Catechismo della Chiesa Cattolica. Compendio, Città del Vaticano, 2005, art. 56 (rif. artt. 307-308 e 323 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

[8] Ibidem, artt. 72 e 77 (rif. artt. 374-379, 384, 405-409 e 418 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

[9] Ibidem, art. 314 (rif. artt. 1503-1505 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

[10] A. Tornielli, Escrivà…, cit., pag. 33. Escrivà è sempre vissuto praticando dure penitenze, ma anche piccole mortificazioni nei gesti più semplici e quotidiani: pagg. 75, 103, 142.

[11] Escrivà solo in occasioni importanti chiedeva ai membri dell’Opera che aveva vicino, per il miglior esito dell’intenzione, di offrire, oltre alla preghiera, una mortificazione, ma senza mai indicare l’entità o la natura di questa sofferenza. Cfr. ibidem, pagg. 49, 51, 156.

[12] Ibidem, pagg. 70, 94-95, 105.

[13] Ibidem, pagg. 29, 33. Anche quando il giovane Escrivà fu nominato “superiore” del seminario, il cui compito era per lo più il controllo della condotta dei seminaristi, come ispettore mitigava le proibizioni del regolamento, tollerando ad esempio che i più grandi fumassero o concedendo di colloquiare durante i pasti, o ancora facendo in modo che le letture in refettorio non fossero eccessivamente lunghe.

[14] Ibidem, pagg. 66, 87, 97-98, 129-131, 144-145, 148-151.

[15] J.A. Ullate Fabo, Contro il Codice..., cit., pagg. 27-29.

[16] Ibidem, pag. 30.

[17] Così anche secondo J.A. Ullate Fabo, Contro il Codice..., cit., pagg. 79-80.

[18] Storia del cristianesimo. L’antichità, cur. G. Filoramo, D. Menozzi, Roma-Bari, 1997, pag. 14.

[19] Il tema del Medioevo violento meriterebbe un lungo e delicato discorso di storia della mentalità, che quindi non riguarda solamente i membri della Chiesa, affrontato per esempio da C. Gauvard nel Dizionario dell’Occidente medievale, cur. J. Le Goff, J.C. Schmitt, vol. 2, Torino, 2004, pagg. 1204-1212 (voce violenza).

[20] A. Tornielli, Escrivà…, cit., pagg. 76, 163, 172, 184.

[21] Ibidem, pag. 118.

La cattedrale di Chartres

Capitolo 1, pag. 17:

Langdon gemette tra sé. La sua conferenza-una proiezione di diapositive sulla simbologia pagana nascosta nelle pietre della Cattedrale di Chartres-doveva avere arruffato il pelo a qualche ascoltatore fondamentalista.

Questo è un breve ma fondamentale capitolo di storia del Cristianesimo. La religione cristiana si sviluppa rapidamente all’interno dell’Impero Romano, in una società che ha un patrimonio culturale proprio. I primi convertiti sono dei Romani come lo sono coloro che restano pagani: c’è una comune cultura, una comune mentalità, un medesimo codice espressivo e di comunicazione, in cui però i segni e le immagini trovano un nuovo significato per coloro che hanno l’animo sensibile alle istanze della nuova religione[1]. È normale quindi che, accanto a nuovi simboli religiosi come il pesce, o a immagini inedite come il buon pastore o il pescatore, ci sia anche e parallelamente un riutilizzo di segni e simboli pagani (ad esempio la palma, o il pavone), arricchiti e anzi rinnovati dal nuovo messaggio cristiano. Anche i riti sono simili: l’uso dell’incenso, le aspersioni con acqua, le lampade accese giorno e notte nei santuari, gli ex voto[2].Cattedrale di Chartres

Lo stesso Agostino, uno dei Padri della Chiesa, del quale non si può mettere in dubbio lo spirito cristiano, non taceva la sua ammirazione per Virgilio, il quale, per la Bucolica IV in cui profetizzava l’arrivo di un bambino e di una nuova età dell’oro (quella dell’imperatore Augusto), veniva considerato dai cristiani come “profeta” della venuta di Cristo. Un esempio più tardo è dato da Dante, sulla cui ortodossia non è dato dubitare, che non solo abbonda di citazioni di classici e sceglie Virgilio come guida per i primi due regni, ma anche colloca in paradiso (canto VI) l’imperatore Giustiniano e gli fa raccontare la gloriosa storia di Roma, che dagli inizi leggendari si protrae fino ai tempi di Dante (invettiva contro guelfi e ghibellini, vv. 97-111).

Un po’ diverso è il discorso dell’acculturazione delle popolazioni tradizionalmente chiamate barbare, che invasero l’Europa dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. In particolare, la cristianizzazione dei Franchi e la loro integrazione nella popolazione gallo-romana furono lente e difficoltose, a causa della mentalità diversa e della differente sensibilità religiosa. Ad esempio, i Franchi erano un popolo molto legato all’esteriorità del culto e ai rituali, intrisi, come è facile pensare, delle pratiche del loro precedente credo pagano[3]: in questo senso è giusto ritenere più lento il processo di cristianizzazione, ma non è coerente la conclusione di un mantenimento ostinato della religione politeistica[4].

Dan Brown, per giunta, parla di una cattedrale la cui costruzione iniziò alla fine del XII secolo e si protrasse per tutto il secolo successivo: un’epoca in cui il ricordo delle persecuzioni a danno dei cristiani era ormai lontano, e il patrimonio culturale pagano era tornato a essere un modello di ispirazione anziché qualcosa da temere. I personaggi mitologici e gli animali presenti nelle cattedrali gotiche rappresentavano allegorie morali, che tutti gli uomini del tempo sapevano decifrare, imparandole dalle omelie di vescovi e preti[5]. Anche Dante, per riproporre un esempio noto, utilizza personaggi mitologici nella Commedia.

Per concludere, una riflessione ingenua: davvero i committenti delle opere d’arte e soprattutto il clero, che a detta di Brown vive per proteggere la menzogna della divinità di Cristo, non si sarebbero mai accorti del messaggio pagano latente in luoghi di culto come la cattedrale di Chartres?


[1] Storia del cristianesimo. L’antichità, cit., pagg. 227-236.

[2] Cfr. H. Delehaye, Le leggende agiografiche, Firenze 1906, pagg. 211-226, 239-252 (e in generale tutto il capitolo 7): “Un legame materiale, ma tutto esteriore, tra la nuova religione e l’antica consiste nella comunanza di un certo numero di riti e simboli che ci siamo abituati a considerare come nostri proprii, e che per conseguenza ci meravigliamo di ritrovare, con analogo significato, nel politeismo. Sarebbe molto strano che la Chiesa, cercando di propagarsi in mezzo alla civiltà greco-romana, avesse preso ad usare, per parlare ai popoli, una lingua interamente nuova, e avesse sistematicamente rifiutato tutte le forme che fino allora avevano servito ad esprimere il sentimento religioso”. (pag. 212). Delehaye offre altri esempi di simboli e riti comuni tra paganesimo e cristianesimo.

[3] Storia del cristianesimo. Il Medioevo, cur. G. Filoramo, D. Menozzi, Bari 2001, pagg. 7-12.

[4] G. Miccoli, I monaci… cit., pag. 50 fa notare come Giovanni Cassiano (che visse e operò in territorio franco) scelga di chiudersi nell’isolamento del monastero per perfezionare rigidamente un cristianesimo che sul territorio rimaneva in lenta costruzione, a motivo della diversità delle popolazioni presenti e della crisi politico-economica del suo tempo; la religiosità “balbettante” degli inizi (età tardo antica) sarebbe diventata solida e fertile di esperienze nel Medioevo. Un altro, analogo esempio è fornito dalla testimonianza di Beda, per quanto riguarda il territorio inglese (pagg. 52-53).

[5] Cfr. M. Battistini, Simboli e allegorie, Milano, 2003 (ristampa), pag. 6; M.-A. Polo de Beaulieu in Dizionario dell’Occidente medievale, cit., pagg. 899-901 (voce predicazione).

Il Pentacolo di Venere e le Olimpiadi

Capitolo 6. pag. 50:

Da giovane studente di astronomia, Langdon aveva appreso con stupore che il pianeta Venere tracciava un pentacolo perfetto sull’eclittica ogni otto anni.

Brown si esprime sempre in modo da creare nel lettore l’idea che ciò che è generalmente noto e dato per certo sia in realtà un inganno di qualche mente sviante, naturalmente cattolica, e che invece ciò che dice lui sia evidentemente vero e non necessiti di spiegazioni, né tanto meno della esplicita menzione delle fonti. Del resto, per ogni sua affermazione pare che esista sempre una rete di sottili indizi che guidano chi li sa leggere alla vera verità.

È il caso per esempio del pentacolo di Venere, una figura a cinque lati più simile a un asterisco che a una stella a cinque punte. «Se si riportano lungo le orbite di Venere e della Terra le posizioni in cui si verificano le congiunzioni inferiori tra i due pianeti (…) emerge un disegno pentagonale: una “stella a cinque punte” sui cui vertici i pianeti si dispongono al trascorrere di ogni periodo sinodico (1,6 anni). (…) Dopo cinque periodi sinodici, cioè otto anni, la congiunzione si ripete nello stesso punto. Questo indica che la visibilità di Venere in cielo segue cicli di otto anni[1]».

Congiunzioni inferiori tra la Terra e Venere

Gli antichi che avevano osservato quel fenomeno erano rimasti talmente stupefatti che Venere e il suo pentacolo erano divenuti i simboli della perfezione, della bellezza e degli aspetti ciclici dell’amore sessuale

Già gli antichi osservavano le stelle e avevano notato l’astro di Venere, anche se ritenevano che si trattasse di due corpi celesti distinti, la stella del mattino e quella della sera[2].

Ma per quanto riguarda il pentacolo, non risulta che venisse utilizzato per indicare il pianeta (o la dea) Venere, il cui simbolo è una croce con un cerchio sovrapposto[3].

Per gli antichi Greci, Afrodite è la dea dell’amore e la femminilità come natura[4]. Gli antichi Romani assimilarono la religione greca e identificarono Afrodite con Venere, una divinità italica che presiedeva alla vegetazione. Per i Greci, la potenza di Afrodite è davvero piena quando è legata a un mondo extra matrimoniale, quello delle cortigiane (mentre la sua importanza è limitata nel matrimonio, dove comunque la dea garantisce il desiderio e il piacere, e permette così un’unione feconda)[5]. Della bellezza di Afrodite parla per esempio l’inno omerico a lei dedicato[6], così come di quella di Venere parlano Lucrezio e il poemetto anonimo Pervigilium Veneris. Venere viene ricordata come dea dell’amore e della sensualità, connessa anche alla fertilità[7]. Nessuna fonte a me nota parla di Venere come dea o simbolo di perfezione.

Non è chiaro cosa Brown intenda con l’espressione “aspetti ciclici dell’amore sessuale”.

Continua:

Come tributo alla magia di Venere, i greci avevano fatto ricorso al suo ciclo di otto anni per organizzare i giochi olimpici. Oggi poche persone sapevano che la ricorrenza, ogni quattro anni, delle moderne Olimpiadi seguiva ancora un mezzo ciclo di Venere.

Le Olimpiadi dell’antichità si svolgevano ogni quattro anni, e non ogni otto come Brown lascia intendere tra le righe, pur avendo il buon gusto di non arrivare a dichiarare una falsità così evidente. L’occasione delle feste olimpiche era così importante che diventò un sistema per misurare il tempo e dare indicazioni cronologiche: il primo a utilizzare questo tipo di riferimento cronologico fu lo storico Tucidide[8] nel V sec. a.C.; questa prassi divenne comune dal III sec. a.C. in poi, sull’esempio di Eratostene[9].

In ogni modo, che senso avrebbe avuto per i moderni, che volevano riproporre lo spirito classico di lealtà e fratellanza sportiva[10], modificare il ciclo delle Olimpiadi? E soprattutto, cosa rappresenta un mezzo ciclo di Venere, una mezza perfezione? L’affermazione di Brown è gratuita, e serve solo a rafforzare nel lettore l’idea di un universo retto da corrispondenze e numerologie che suggeriscono la presunta verità.

E un numero ancora minore di persone sapeva che la stella a cinque punte stava quasi per diventare il simbolo ufficiale delle Olimpiadi, ma era stata scartata all’ultimo momento: le cinque punte erano state trasformate in cinque anelli che si incrociavano, per esprimere meglio lo spirito olimpico di globalità e di armonia.

Per quanto riguarda il simbolo delle Olimpiadi, basterebbe il buon senso per capire che, La bandiera olimpicaper indicare l’armonia, un cerchio è più eloquente sia di una stella, sia di cinque cerchi (basti pensare al simbolo del Tao). Ancor più semplice per la globalità, che già nel nome ricorda un cerchio, una sfera. Ma sono davvero questi i valori che il simbolo olimpico rappresenta? I cinque cerchi hanno sempre indicato i continenti[11] e l’unione ideale dei popoli per l’occasione sportiva. Naturalmente, l’idea di un simbolo a stella è pura fantasia, e Brown non ha potuto fare altro che parlare di una iniziale volontà cambiata all’ultimo momento senza motivo.

L’ossessione di Brown per il femminino sacro lo porta ad affermare, lungo tutto il romanzo, che la dea (Venere, o la Madre Terra[12]) era il centro di un sentimento religioso fortissimo, che oltrepassava o persino annullava la pietà per gli altri componenti del pantheon (in effetti Brown è spesso vago, parla di pagani in generale, poi di Greci, poi di Romani…): se fosse vero, comunque qualcosa dovrebbe emergere dai reperti, dagli studi storici, dagli scavi archeologici, dai testi antichi…


[1] Spiegazione tratta dal sito dell’Unione Astrofili Italiani, sezione “astrocultura”. Vi si trova anche la rappresentazione grafica del pentacolo.

[2] J. G. Frazer, Il ramo d’oro, Torino, 2003 (ristampa), pag. 416. Cfr. anche Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, vol. XV (1971), pagg. 502-503.

[3] Ibidem. Ancora oggi i simboli di Venere e di Marte (un cerchio con una freccia orientata a nord est) indicano rispettivamente il genere femminile e maschile.

[4] D. Musti, Storia greca, Bari, 1989, pagg. 119-120.

[5] L. Bruit Zaidman, P. Schmitt Pantel, La religione greca, Roma-Bari, 1992, pag. 168.

[6] Ps. Omero, Inno ad Afrodite, vv. 79-90.

[7] Lucrezio, De rerum natura I, 1-49. il proemio dell’opera è dedicato a Venere. In particolare, il poeta latino definisce la dea voluptas (= piacere, v. 1), alma (= datrice di vita, v. 2), e viene identificata con la primavera (vv.6-9), con una metafora ancora oggi apprezzata. Anche nel Pervigilium Veneris la dea simboleggia l’amore e la forza della natura che rende fecondi i campi, e celebra con festeggiamenti la primavera. Per questo poemetto cfr. G.B. Conte, E. Pianezzola, Storia e testi della letteratura latina, vol. 3, Firenze, 1990 (ristampa), pagg. 447-448 (testo alle pagg. 473-477).

[8] Tucidide, Hist. 3, 8, 1.

[9] G.A. Privitera, R. Pretagostini, Storie e forme della letteratura greca, vol. 1, Milano, 1997, pag.165.

[10] Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, vol. X (1971), pag. 727.

[11] Cfr. il sito ufficiale delle olimpiadi, dove si illustrano anche i propositi che animarono Pierre de Coubertin.

[12] Anche se Tellus era una divinità secondaria e non principale nel pantheon romano, comunque si trattava della Terra Mater. Madre Terra sembra più una personificazione della religione new age (per la quale cfr. J. A. Ullate Fabo, Contro il Codice..., cit., pagg. 66-67). Un’altra possibilità è che Brown con le sue vaghe allusioni ai “pagani” faccia riferimento alla religione dei popoli preistorici: in tal caso non è possibile prendere sul serio le sue dichiarazioni.

Saint Sulpice

Capitolo 22, pag. 114-116:

Incassata nel pavimento di granito grigio, una sottile striscia d’ottone luccicava in mezzo alla pietra, una linea dorata che tagliava il pavimento della chiesa. Sulla striscia erano tracciati segni regolari, come su una riga millimetrata. A Silas era stato detto che era uno gnomone, uno strumento astronomico pagano della famiglia delle meridiane. Turisti, scienziati, storici e pagani di tutto il mondo si recavano a Saint-Sulpice per vedere quella famosa linea.

Uno strumento astronomico pagano? Mi piacerebbe vedere un orologio cristiano, distinguerlo da uno musulmano, bere il tè quando rintocca le cinque riproducendo il suono del Big Ben una pendola anglicana. A parte la facile ironia, in una conversazione normale nessuno si porrebbe il problema che la religione di chi inventò la clessidra, o la ruota, o il telefono potesse condizionare l’invenzione stessa. Altrimenti molti di noi avrebbero grandi remore a guidare l’auto. Ma magari, presi dalla lettura, a questo non si pensa.Lo gnomone di Saint Sulpice

Per fare un esempio qualsiasi, comunque, alla Certosa di Firenze, costruita nel XIII secolo e dove oggi vivono alcuni monaci cistercensi, c’è uno gnomone con incisi i mesi e i segni zodiacali.

Interessante è poi notare le categorie dei visitatori della chiesa: Brown può distinguere i turisti dagli studiosi forse perché i secondi non portano i bermuda e un cappello di paglia con scritto “Venezia”… ma i pagani?

Brown continua (p. 116):

Molto prima che fosse fissato Greenwich come meridiano zero, la longitudine zero del mondo passava per Parigi e la chiesa di Saint-Sulpice. La linea di ottone che attraversa la chiesa era un tributo al primo meridiano zero, e anche se Greenwich ha tolto a Parigi l'onore nel 1888, l'originale Linea della Rosa è ancora visibile oggi”.

Anche se fosse vero (ma lo era solo per i Francesi, dato che ogni Paese aveva il proprio meridiano zero dall’epoca delle grandi scoperte geografiche fino al 1884, quando iniziarono le riunioni per stabilire un meridiano zero universalmente valido)[1], cosa comporterebbe il passaggio del meridiano zero a Parigi? Niente, se non un altro po’ di atmosfera occulta al romanzo.

Ma il fatto è che questo non è neppur vero. L’idea che la linea della meridiana di Saint Sulpice avesse qualche importanza è del solito Pierre Plantard, l’inventore del Priorato di Sion, che nel 1978 nell’introduzione ad una ristampa de La vraie langue celtique di Henri Boudet (1886) cercò di dimostrare l’esistenza di una immaginaria “linea della rosa” che attraverserebbe Saint Sulpice e la congiungerebbe colla cittadina di Rennes-les-Bains, sede di presunti tesori celtici. Naturalmente, basta prendere una carta geografica per vedere come il tutto non funzioni...

Il vero meridiano zero (o meridiano di Parigi) sta a cento metri ad est della chiesa, e passa per l’Observatoire de Paris, lì stabilito fin dal 1718. La linea di ottone che attraversa la chiesa e termina nell’obelisco (terminato nel 1744 dal Lemonnier) non è l’indicazione del passaggio di un meridiano, ma è semplicemente la necessaria parte dello strumento astronomico, con lo scopo di misurare il tempo e osservare il moto del sole: ce ne sono di simili in grandi chiese di tutta Europa, in Italia anche a Firenze, Bologna, Roma. A Bologna, nella Basilica di San Petronio, c’è la linea meridiana più lunga del mondo (67 metri)[2].

È troppo pretendere che uno scrittore apprezzi la differenza tra meridiano e meridiana?


[1] La storia dei meridiani zero è riportata in J.A. Ullate Fabo, Contro il Codice..., cit., pagg. 42-44. Brown tra l’altro parla del 1888 anziché del 1884, ma questo non può essere, essendo la riunione stata indetta a Washington dal Presidente degli Stati Uniti Chester Alan Arthur (1830-1886), in carica dal 1881 al 1885. Cfr. Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, vol. I (1971), pag. 707.

[2] Cfr. la trattazione di A. Lorenzoni, Una linea della rosa... fantasma, in M. Tomatis, Dietro il Codice da Vinci, op.cit., pagg. 108-119.

 







Questo articolo proviene da Christianismus - studi sul cristianesimo
http://www.christianismus.it

L'URL di questa pubblicazione è:
http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=102

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur 
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale.