Il calendario giudaico: la misura del tempo nell'ebraismo
Data: Sabato, 29 settembre 2001 @ 12:00:00 CEST
Argomento: Il giudaismo


di Andrea Nicolotti

Introduzione al sistema di misurazione del tempo e ai problemi ad esso correlati.



Introduzione

L’anno giudaico, come poi quello cristiano, è scandito da ricorrenze, la cui determinazione era ed è tuttora regolata da sistemi calendariali; la conoscenza di tali sistemi è pregiudiziale per la datazione precisa degli avvenimenti riportatici dai testi antichi.

Le soluzioni che gli antichi adottarono per la misurazione dell’anno, furono differenti: gli Egiziani presero come base il movimento apparente del sole attorno alla terra e stabilirono un anno di 365 giorni (12 mesi di 30 giorni, più 5 giorni supplementari). Essendo l’anno tropico di 365 giorni, 5 ore 48 minuti e 46 secondi, si accumulava un errore che aumentava ogni anno; le successive correzioni di Giulio Cesare (calendario giuliano) e di papa Gregorio XIII (calendario gregoriano) lo hanno reso il sistema oggi più utilizzato nel mondo.

I Babilonesi si servirono invece del movimento lunare, che misura 29,530588 giorni, per cui si avevano mesi alternativamente di 29 giorni (mese difettivo) o 30 giorni (mese pieno); a cominciare dal III millennio, i popoli mesopotamici cercarono di armonizzare il loro calendario lunare con quello solare, introducendo insieme agli anni lunari di dodici mesi e 354 giorni (con un ritardo di 11 giorni l’anno), altri anni di tredici mesi, detti embolismali, di 384 giorni, ordinariamente inseriti ogni tre anni. In tal modo, i due calendari potevano procedere in modo pressoché parallelo, con un allineamento che poteva verificarsi ogni 30 anni (anche se forse non vi erano regole precise per l’inserimento degli anni embolismali).

Il calendario giudaico

Il calendario giudaico ufficiale, che è lunisolare come il babilonese, ne ereditò le difficoltà, e dovette ricorrere a dei correttivi; i nomi dei mesi, mutuati da Babilonia, erano: 1 Nisan, 2 Iyyar, 3 Silvan, 4 Tammuz, 5 Ab, 6 Elul, 7 Tishri, 8 Mareshvan, 9 Kislev, 10 Tebet, 11 Shevat e 12 Adar. Il mese iniziava quando la luna nuova appariva per la prima volta in cielo; la determinazione calendariale spettava al sinedrio, secondo le indicazioni date dagli osservatori del cielo, che fissava anche gli anni embolismali, il cui mese intercalare aggiunto alla fine dell’anno si chiamava II Adar. Gli anni embolismali erano all’incirca ogni tre anni, e la durata del II Adar (29 o 30 giorni) andava determinata di volta in volta. Il risultato era che ogni diciannove anni si avevano sei mesi intercalari.

La Pasqua cadeva il 15 di Nisan, che era il giorno in cui appariva la prima luna piena dopo l’equinozio di primavera. L’anno iniziava di domenica, il giorno della creazione.

Questo calendario, per la sua somiglianza con quello babilonese e greco, era anche il più diffuso in Palestina, ma anche fuori.

Tuttavia, è difficile comprendere con precisione quali furono i processi che portarono alla fissazione definitiva del calendario lunisolare tuttora in uso, elaborata dai Talmudisti fino ai primi otto o dieci secoli della nostra era; inoltre, il fatto che il calendario lunisolare ebraico non fosse fisso, porta ad ammettere un certo numero di variabili (ad esempio, il fatto che il novilunio venisse stabilito di volta in volta con l’osservazione, con tutti i problemi dovuti anche solo alla presenza o meno di un cielo limpido).

Alcune convinzioni religiose, peraltro, potrebbero aver avuto un’influsso sul computo calendariale: ad esempio, ancora ai tempi di Gesù, Farisei e Betusiani o Boetiani (un gruppo di sadduccei partigiani della famiglia di Boeto) si dividevano sull’interpretazione del precetto di Lv 23,15 che imponeva di offrire un fascio di orzo “all’indomani del sabato” di Pasqua, giorno dal quale si contavano sette settimane complete per stabilire la Pentecoste. Per i Betusiani la Pentecoste doveva sempre essere celebrata di domenica, e per far questo è probabile che in certi casi (se la Pasqua cadeva di domenica o venerdì) spostassero il calendario di un giorno.

Sappiamo inoltre che in Palestina si faceva uso di un altro calendario liturgico solare, il cui primo giorno non era una domenica ma un mercoledì, giorno di creazione degli astri; esso era costituito da 8 mesi di 30 giorni (i mesi 1, 2, 4, 5, 7, 8, 10, 11) e da 4 di 31 (i mesi 3, 6, 9 e 12), il che dava un anno di 364 giorni, cioè 52 settimane esatte, facendo così cadere le feste sempre lo stesso giorno della settimana: la Pasqua di mercoledì (celebrata il martedì sera), la Pentecoste di domenica, l’Espiazione il venerdì, i Tabernacoli il mercoledì, e il primo del mese di Nisan e Tishri di mercoledì. Eccone lo schema, diviso in tre gruppi, riferiti rispettivamente ai mesi 1, 4, 7 e 10;  2, 5, 8 e 11;  3, 6, 9 e 12.

4 Mercoledì

1

8

15

22

29

 

6

13

20

27

 

4

11

18

25

5 Giovedì

2

9

16

23

30

 

7

14

21

28

 

5

12

19

26

6 Venerdì

3

10

17

24

 

 

1

15

15

22, 29

 

6

13

20

27

7 Sabato

4

11

18

25

 

 

2

16

16

23, 30

 

7

14

21

28

1 Domenica

5

12

19

26

 

 

3

17

17

24

 

1

8

15

22, 29

2 Lunedì

6

13

20

27

 

 

4

18

18

25

 

2

9

16

23, 30

3 Martedì

7

14

21

28

 

 

5

19

19

26

 

3

10

17

24, 31



Nel mese di Tebet, ad esempio, che è il decimo mese e quindi appartiene al primo gruppo, il giorno 5 era una domenica.

Tale sistema, così attraente per la sua regolarità, generava però alcune difficoltà: il sincronismo tra l’anno solare (364 gg.) e lunare (354 gg.) poteva essere raggiunto ogni tre anni aggiungendo un mese di 30 giorni (364 x 3 = 354 x 3 + 30); ma resta comunque un errore di 1,2422 giorni all’anno rispetto all’anno solare reale. Un problema da risolvere è quindi quello degli strumenti di correzione di questo calendario, che periodicamente andava riconciliato con il vero anno solare. Tra le soluzioni proposte: l’intercalazione di 35 giorni ogni 28 anni (A. Jaubert); di 59 giorni ogni 49 anni (E. R. Leach); di un mese ogni 24 anni (J. Milik); di 7 giorni ogni sette anni, più altri sette ogni 28 anni (A. Leaney); un riallineamento ogni anno, in base ai solstizi e gli equinozi (E. Kutsch); nessun riallineamento regolare (R. Beckwith).

L’esistenza di questo secondo calendario, è da tempo nota dal Libro dei Giubilei, un apocrifo datato circa 125 a.C., che sosteneva un calendario differente da quello ufficiale, e ciò è confermato anche da Enoch etiopico. Può darsi che esso derivasse in qualche modo da un calendario solare babilonese di 364 giorni, come pare suggerire il Libro dell’Astronomia (82,4-6) per un periodo non successivo al III sec. A.C., che sostituiva un altro calendario solare precedente di 360 giorni. E’ stato ipotizzato con buone probabilità, quindi, che l’antico Israele conoscesse da tempo il calendario solare, che ha lasciato chiara traccia in alcune indicazioni veterotestamentarie di origine sacerdotale; esso sarebbe stato poi soppiantato dal lunisolare solo all’epoca di Neemia (cfr. i numerosi studi della Jaubert).

L’esistenza di questo calendario solare, e la sua diffusione ancora ai tempi di Gesù, è stata confermata dal rinvenimento nella grotta IV di Qumràn negli anni ’50 di alcune tavole di concordanza tra i due calendari, allo scopo di calcolare i turni di servizio sacerdotale. Come è noto, tali frammenti rappresentano il pensiero di una setta che si opponeva al culto del Tempio, secondo loro celebrato da sacerdoti indegni (non Sadociti) e secondo un calendario sbagliato, quello lunisolare. Gli Esseni di Qumràn usavano il calendario ufficiale lunisolare per gli affari quotidiani, ma per il servizio liturgico ammettevano solo quello solare descritto dal Libro dei Giubilei. Gli studi di padre Milik e della Jaubert hanno mostrato l’identità tra questo calendario esseno e quello già conosciuto dei Giubilei.

Rimane da stabilire, posto che sia possibile, l’estensione di questo calendario al di là dei circoli “settari”; la sua utilizzazione per chiarire i problemi dell’ultima pasqua di Gesù rimane un’ipotesi seria.

Bibliografia

J. VERNET, Calendario giudaico, e J. CARRERAS, Calendario di Qumràn, in A. ROLLA – F. ARDUSSO – G. MAROCCO – G. GHIBERTI (a cura di), Enciclopedia della Bibbia, Torino, 1969, vol. II, coll. 32-38.

P. SACCHI, Storia del secondo Tempio: Israele tra VI secolo a.C. e I secolo d.C., Torino, 1994, pp. 454-461.

J. FINEGAN, Handbook of Biblical Cronology, Peabody, 19982, pp. 29-49, 134-138.

E. MAHLER, Handbuch der jüdischen Chronologie, Francoforte sul Meno, 1916.

S. GANDZ, Studies in the Hebrew Calendar, in «Proceedings of the American Academy for Jewish Research» XVII (1947-1948), pp. 9-17, e in «Jewish Quarterly Review» XXXIX (1948-1949), pp. 259-280; XL (1949-1950), pp. 157-172, 251-277.

J. VAN GOUDOEVER, Biblical Calendars, Leiden, 1959.

U. HOLZMEISTER, Chronologia vitae Christi, Romae, 1933, pp. 180-199.

J. T. MILIK, Le travail d’edition des manuscrits du désert de Juda, in Volume du Congrès de Strasbourg 1956, Leiden, Brill, 1957, pp. 24-26.

J. T. MILIK, Ten Years of Discovery in the Wilderness of Judaea, Naperville, 1959, pp. 107-110, 152.

A. JAUBERT, Le calendrier des Jubilés et de la secte de Qumràn, ses origines bibliques, in «Vetus Testamentum» III (1953), pp. 250-264.

J. MORGENSTERN, The Calendar of the Book of Jubilees: its Origin and its Character, in «Vetus Testamentum» V (1955), pp. 34-76.

A. JAUBERT, La date de la Cène: Calendrier biblique et liturgie chrétienne, Paris, 1957.

A. JAUBERT, Le calendrier des Jubilés et les jours liturgiques de la semaine, in «Vetus Testamentum» VII (1957), pp. 35-61.

E. R. LEACH, A possible method of intercalation for the calendar of the Book of Jubilees, in «Vetus Testamentum» VII (1957), pp. 392-397.

R. T. BECKWITH, The Modern Attempt to Reconcile the Qumràn Calendar with the True Solar Year, in «Revue de Qumràn» VII (1970), pp. 379-396.

J. C. VANDERKAM, The Origin, Character and Early History of the 364-Day Calendar. A Reassessment of Jaubert’ Hypothesis, in «Catholic Biblical Quarterly» XLI (1979), pp. 390-41.

C. MARTONE, Un calendario proveniente da Qumràn recentemente pubblicato, in «Henoch» XVI (1994), pp. 49-76.

C. MARTONE, Calendari e turni sacerdotali a Qumràn, in F. ISRAEL - A. M. RABELLO - A. M. SOMEKH (a cura di), Hebraica. Miscellanea di studi in onore di Sergio J. Sierra per il suo 75° compleanno, Torino, 1998, pp. 325-356.

F. GARCÍA MARTÍNEZ, Calendarios en Qumràn, in «Estudios Biblicos» LIV (1996), pp. 327-348 e 523-552.

J. C. VANDERKAM, Calendars in the Dead Sea Scrolls. Measuring time, London - New York, 1998.

U. GLESSMER, The Otot-Text and the Problem of Intercalations in the Context of the 364-Days Calendar, in H. J. FABRI (a cura di), Qumranstudien. Vorträge und Beiträge der Teilnehmer des Qumranseminars auf deminternationalen Treffen der Society of Biblical Literature, Münster, 25-26 Juli 1993, Gottingen, 1996, pp. 124-164.

R. T. BECKWITH, The Perpetual Calendar of the Dead Sea Scrolls, in Id., Calendar and Chronology, Jewish and Christian. Biblical, Intertestamental and Patristic Studies, Leiden, Brill, 1996, pp. 93-140.

S. TALMON - J. BEN-DOV - U. GLESSMER, Qumràn Cave 4.XVI. Calendrical Texts, Oxford, 2001.

U. GLESSMER, Calendars in the Qumran Scrolls, in P. W. FLINT - J. C. VANDERKAM (a cura di), The Dead Sea Scrolls After Fifty Years, Leiden, 1999, pp. 376-395.







Questo articolo proviene da Christianismus - studi sul cristianesimo
http://www.christianismus.it

L'URL di questa pubblicazione è:
http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=12

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur 
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale.