Le istituzioni, le pratiche, le credenze giudaiche
Data: Mercoledì, 15 agosto 2001 @ 12:00:00 CEST
Argomento: Il giudaismo


Il giudaismo all'epoca di Gesù. Introduzione all'ambiente istituzionale e religioso del giudaismo all'epoca di Gesù

di Andrea Nicolotti



Sommario

 

Il Tempio di Gerusalemme

Il centro di ogni pratica religiosa per i Giudei, era il Tempio di Gerusalemme. Il primo Tempio era stato concepito da re Davide, ed edificato dal figlio Salomone; distrutto nel 586 a.C. dal babilonese Nabucodonosor, fu riedificato grazie alle concessioni del persiano Ciro il Grande nel 538. Si tratta del cosiddetto secondo Tempio.

Mappa del Tempio Mappa del Tempio di Gerusalemme

All’epoca di Gesù esso era stato completamente rifatto da Erode il Grande, che aveva iniziato i lavori di restauro e ampliamento nel 20-19 a.C., e aveva terminato nel giro di un anno e mezzo il Tempio vero e proprio, rispettando il disegno tradizionale salomonico; ma i lavori sulle parti restanti terminarono solo nel 64 d.C., pochi anni prima della sua definitiva distruzione da parte dell’esercito del generale romano Tito. I vangeli fanno allusione alla lunghezza di questi lavori, ed all’imponenza delle opere realizzate1. Sebbene quello di Erode fosse in realtà il terzo edificio, esso è considerato tradizionalmente come facente parte dell’epoca del secondo Tempio, considerandolo moralmente tutt’uno col Tempio dei reduci dall’esilio babilonese.

Non è facile ricostruire quale fosse la disposizione precisa dei vari edifici, ma la struttura generale del santuario ci è nota.

L’intero complesso misurava circa 121.000 metri quadri, circondato da un muro che correva per 256×288×430×443 metri. Sul lato nord il tempio era collegato con la Fortezza Antonia, costruita da Erode sulle rovine di una precedente torre, e a sud est si trovava il famoso Pinnacolo di cui parlano i vangeli (Mt. 4,5; Lc. 4,9).

L’ingresso principale (vi erano ingressi su tutti i lati, ciascuno con un nome: Porta nord, Porta dorata, etc.), preceduto da un locale per le abluzioni rituali (mikveh), si trovava sul lato sud, ed era costituito da una grande gradinata con due porte, una doppia e una tripla. L’atrio era costituito da portici e gallerie coperte che percorrevano tutto il lato esterno dell’edificio; quello sul lato sud, appunto, era detto Portico regio, mentre quello a est si chiamava Portico di Salomone (Gv. 10,23; At. 3,11), e guardava sul torrente Cedron.

Oltrepassati i portici, ci si ritrovava nell’ampio Atrio dei Gentili, uno spiazzo accessibile anche ai pagani, occupato da cambiavalute, venditori di animali per i sacrifici, visitatori (Gv. 2,14; Mc. 11,15), maestri della legge (Gv. 18,19); tutti gli stranieri che giungevano a Gerusalemme non mancavano di visitare il Tempio, di cui il Talmud scriverà: “Colui che non ha visto il Tempio di Erode in vita sua, non ha mai visto un edificio maestoso”.

Al centro dell’Atrio dei Gentili, si ergeva un luogo sopraelevato, separato dal resto con una balaustra di pietra che segnava il limite oltre il quale pagani e incirconcisi non potevano avanzare. Numerose iscrizioni in greco e latino ammonivano gli stranieri, come quella ritrovata nel 1871, che recita: “Nessuno straniero metta piede entro la balaustrata che sta attorno al Tempio e nel recinto. Colui che vi fosse sorpreso, sarà la causa per se stesso della morte che ne seguirà”2.

Iscrizione con il divieto di accesso al Tempio Frammento di un'iscrizione in greco che avvertiva, sotto pena di morte, di non penetrare nell'atrio interno del Tempio (Dissotterrata accanto alla Porta dei Leoni nel 1935)

Superata la balaustrata, si entrava in un altro atrio, al quale si accedeva tramite nove porte; la più nota era la Porta bella, ove stazionavano numerosi mendicanti in attesa di elemosina (At. 3,2), che introduceva nell’Atrio delle donne, così chiamato perché ad esse non era permesso superarlo. Quest’area più interna e circoscritta, separava i giudei dai pagani, ed era una sorta di luogo d’incontro; in esso si raccoglievano anche le offerte per la tesoreria del Tempio, amministrata dai Leviti, in recipienti a forma di corno (Mc. 12,42-44). Sui quattro angoli, c’erano dei locali separati: il deposito della legna, dell’olio e del vino, la camera dei Nazirei e quella per l’ispezione dei lebbrosi.

Tramite la Porta di Nicanore, il luogo ove le madri offrivano il sacrificio dopo la nascita del loro primogenito (Lc. 2,22), si accedeva all’Atrio degli Israeliti.

Il santuario aveva la pianta del tempio di Salomone: superato il parapetto che introduceva all’Atrio dei Sacerdoti, si trovava il grande Altare degli olocausti, collocato di fronte all’entrata del Tempio propriamente detto, ed il deposito dell’acqua. L’altare era costruito di pietra grezza mai toccata da strumenti metallici, con gli angoli decorati con protuberanze a forma di corno.

Dodici gradini conducevano al Santo, con l’altare dei profumi (Lc. 1,9) in legno di acacia rivestito di ori, ove si offriva due volte al giorno una speciale mistura di aromi (Es. 30,1-10 e 34-36; 37,25-28. È l'incenso che offre Zaccaria in Lc 1,9), la tavola dei pani della proposizione (Es. 25,23-30; 37,10-16; 40,22) ed il candelabro aureo a sette braccia (menorah), con ornamenti a fior di mandorlo, sul quale ardevano lampade ad olio.

Poi, isolato da una spessa cortina, il Santo dei Santi, un locale cubico di nove metri di lato, spoglio e senza finestre, ove solo il sommo sacerdote nel giorno delle espiazioni poteva penetrare, vestito di semplice abito di lino bianco (Lev. 16,12).

Dopo che l’arca dell’alleanza era scomparsa con la presa di Gerusalemme del 587, il Sancta Sanctorum era vuoto.


NOTE AL TESTO

1 Gv. II,20: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”; Mc. XIII,1-2: “Mentre usciva dal Tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta».

2 Edizione a cura di CLERMONT – GANNEAU in «Revue Archéologique» XXIII (1872), pp. 214-234. Cfr. E. GABBA, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Casale, 1958, pp. 83-86.

Il culto del Tempio

Per gli Ebrei, il santuario era il luogo e segno della presenza del Dio vivente (Dt 12, 5; 1 Re 8; 9, 3), casa di Dio, luogo purissimo e santissimo, per entrarvi erano necessarie previe purificazioni, specie per i sacerdoti.

Come presso tutti i popoli antichi, anche nella religione d’Israele il sacrificio era l’elemento precipuo del culto. Esso consisteva nell’immolazione di una vittima, che veniva sgozzata, ed il suo sangue sparso sull’altare; il resto era macellato, e poi consumato in tutto o in parte col fuoco dell’altare. Vi erano poi offerte di farina, vino o olio (Lv. 1-8), il tutto come propiziazione o espiazione dei peccati del popolo o del singolo. Solo animali domestici allevati per il consumo umano erano accettati per i sacrifici, purché privi di qualsiasi difetto.

Mattino e sera si offriva il sacrificio perpetuo (tamid), l’olocausto di un agnello (Es. 29, 42), mentre il sabato non si accettavano offerte dei privati, ma si compivano due sacrifici in più a nome di tutto il popolo.

Inoltre, a partire dall’epoca di Augusto, si offriva un sacrificio per l’imperatore e per l’impero, a spese del tesoro romano, fino all’insurrezione del 66.

In occasione delle feste, dei sabati e delle neomenie (noviluni), il numero dei sacrifici era tale da necessitare di una vera e propria folla di sacerdoti; Giuseppe Flavio calcola a 20 mila unità il numero complessivo degli addetti al Tempio.

La Lettera di Aristea, opera di un giudeo-ellenista di Alessandria, datata al 140 a.C., ci descrive con questo entusiasmo lo svolgersi dei sacri riti all’interno del Tempio:

Il servizio del culto da parte dei sacerdoti è in tutto impareggiabile per vigoria e stato di decoro e di silenzio. Tutti, infatti, spontaneamente, lavorano; grande è la fatica e ciascuno attende al compito assegnatogli. E ininterrottamente prestano il servizio divino: chi porta legname, chi olio, chi fior di farina, chi alcuni aromi, chi porzioni di carne, usando in modo particolare la propria vigoria. Infatti, dopo avere afferrato con ambedue le mani le zampe dei vitelli, che sono più di due talenti ciascuna (52 kg), le sollevano all'altezza voluta, in modo mirabile, con le due mani e non sbagliano nel collocarle sopra […] Per il riposo è riservato loro uno spazio, dove siedono quanti si riposano. Avvenuto ciò, si alzano alcuni di quelli che hanno avuto il turno di riposo; nessuno, però, impone il servizio divino. Regna completo silenzio così da credere che neppure un uomo sia presente nel posto, mentre sono presenti circa settanta officianti; e grande è il numero di quanti offrono il sacrificio, ma tutto si compie con decoro e in modo degno della grande divinità. Grande impressione si produsse in noi quando vedemmo Eleazaro [il sommo sacerdote, n.d.r.] attendere al servizio divino: l'abito e la gloria che nasce quando indossa il chitone che porta con le pietre che vi si trovano. [Segue la descrizione del paludamento del sommo pontefice]. La vista di queste cose suscita timore e sgomento, così da avere l'impressione di essere giunti in qualcosa di alieno, fuori del mondo. Io posso assicurare che ogni uomo che si avvicini per vedere le cose sopra dette sarà preso da emozione e ammirazione indescrivibili, trasformato nella mente davanti all'apparato, santo in ciascun dettaglio1.

Il Tempio era stato al centro della pietà dell’Antico Testamento specie dalla centralizzazione dei culto a Gerusalemme in poi; l’esistenza sporadica di altri templi, ovvero quello di Elefantina nell’Alto Egitto (V sec. A.C.), quello a Leontopoli di Onia IV (164 a.C. circa) e quello samaritano del monte Garizim (330 a.C. circa), non godettero mai presso il popolo del prestigio di cui godeva il santuario di Gerusalemme. Anche le critiche dei profeti, nulla tolsero al loro rispetto per l’istituzione cultuale, e il Tempio fu per Ezechiele un elemento essenziale del suo progetto di restaurazione (Ez 40,1-44, 9). Certamente numerose erano le aspirazioni a un culto più spirituale, specie nella diaspora, e più di una corrente aveva manifestato certe riserve nei confronti del Tempio; è anche vero che altre attività religiose come la preghiera, il digiuno, le opere di carità e lo studio della Bibbia prendevano sempre più piede: ma non è possibile pensare che i Giudei dell’epoca di cui ci stiamo occupando si fossero alquanto disamorati del Tempio, nella misura in cui lo fossero invece di molti dei suoi sacerdoti. Anche nei movimenti separatisti, quale quello degli Esseni, l’abbandono del Tempio non è che una constatazione di illegittimità sacerdotale e calendariale, da correggere per ripristinare il culto legittimo; persino i Cristiani per un certo periodo continuarono a frequentare il Tempio (At 2,46; 21,26).


NOTE AL TESTO

1 Capp. 92-99; versione di Lucio Troiani.

La sinagoga

Il termine sinagoga è la traslitterazione della parola greca synagogé, che la traduzione greca dell’antico Testamento (quella dei Settanta) usa spesso per rendere l’ebraico ‘edah (assemblea), per poi passare ad indicare il luogo in cui tale assemblea si riuniva, imponendosi sugli altri termini in uso non prima del II secolo d.C.

Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio, insieme a tutta la tradizione giudaica, attribuiscono l’istituzione delle sinagoghe a Mosè (cfr. At 15,21); più semplicemente, forse sorsero durante l’esilio a Babilonia, per rimediare alla mancanza del culto nel Tempio, in cui il popolo poteva riunirsi per pregare, e gli scribi potevano insegnare la legge. La testimonianza più antica ci è conservata da una iscrizione della sinagoga egiziana dedicata a Tolomeo III (246-221 a.C.).

Sinagoga a Gerusalemme Una sinagoga di Gerusalemme

Ogni comunità giudaica, specie della diaspora, certamente aveva la propria sinagoga, e certe città come Gerusalemme, Roma, Alessandria o Antiochia ne possedevano in gran numero; gli scavi, le iscrizioni e le menzioni anche neotestamentarie (Mt 4,23; 9,35; Lc. 4,16-31) ci fanno pensare ad una gran quantità di sinagoghe anche a Gerusalemme.

Spesso la sinagoga era costruita sul luogo più elevato del centro abitato, anche se, specie nel giudaismo ellenistico a partire dal I secolo, è attestata la loro presenza in prossimità del mare o dei fiumi (At 16,13). L’edificio, di norma rettangolare e orientato verso Gerusalemme, era preceduto da tre portali, ai quali conduceva un porticato o vestibolo per preparare i fedeli all’ingresso per la preghiera e per le abluzioni. In una specie di nicchia era conservato dietro un velo il forziere (o arca secondo Gen. 6) che custodiva i rotoli della Torah. Un pulpito (cfr. Ne. 8,4) si ergeva per permettere al lettore di farsi udire dagli astanti, talora seduti dirimpetto su panche di pietra che correvano lungo i muri, su tappeti o seggi mobili riservati per i dignitari e gli scribi (Mt 23, 6). Le donne occupavano delle tribune speciali. I pavimenti erano lastricati, talora decorati a mosaico. Erano poi previsti degli ambienti annessi per l’istruzione dei fanciulli, o anche per il ricovero dei pellegrini; la sinagoga costituiva così luogo di culto, scuola, locanda, centro di adunanza popolare e aula di tribunale.

Il responsabile della sinagoga, scelto democraticamente fra gli anziani, era l’arcisinagogo (Mc. 5, 22), il capo della sinagoga, che si preoccupava di organizzare il servizio liturgico; egli sceglieva tra gli uomini che avessero superato i tredici anni i lettori e i commentatori, e coloro che intonassero le preghiere (At 13,15). In questo era coadiuvato dallo hazzan (Lc. 4,20), che consegnava al lettore i rotoli e dirigeva la preghiera, ma si occupava in altri casi anche dell’istruzione dei giovani e dell’esecuzione delle sentenze di flagellazione pronunciate dall’assemblea. Egli era anche colui che annunciava l’inizio del sabato con il suono del corno.

Il culto sinagogale

Il culto sinagogale segna lo sviluppo sempre maggiore di una liturgia che non fa più alcun posto ai sacrifici cruenti, ma soddisfa i bisogni essenziali dell’anima giudaica: la preghiera e lo studio della legge. Esso, pur non essendo nato con lo scopo di sostituire od offuscare l’importanza dell’unico Tempio, preparò l’avvento di una religiosità più interiore ed accrebbe l’importanza del fariseismo, con la conseguenza di permettere in tal senso la sopravvivenza del giudaismo rabbinico dopo la distruzione del Tempio.

La recita dello Šema‘ (Dt. 6,4-9; 11,13-21; Num. 15,37-41. Cfr. Mc 12,29) e dello Šemônê ‘esre (le Diciotto benedizioni), apriva la celebrazione sinagogale, che aveva il suo punto focale nella lettura della Torah, seguita da un testo profetico (Lc. 4; At 13,15); la lettura avveniva in ebraico, quindi se ne dava una traduzione in aramaico, detta Targum, e la si commentava con un sermone. Non sappiamo se l’orazione Qaddîš fosse già in uso prima del 70 d.C. Una benedizione sacerdotale (Nm. 6,22-26) solitamente concludeva il rito (unico ruolo speciale dei sacerdoti; ma in loro assenza la preghiere era declamata a voce alta da tutti i presenti).

Aperta anche ai non Giudei timorati di Dio, la sinagoga fu un punto fondamentale per la predicazione di Gesù.

Il sinedrio

Il Sinedrio (synédrion) era un supremo senato giudaico, di cui si fa per la prima volta menzione nel libro dei Maccabei (11,23), il che ci fa pensare ad una istituzione plasmata sul modello governativo delle città ellenistiche; le fonti lo chiamano anche gherousìa (senato), boulè (consiglio) o presbytérion (presbiterio,consiglio degli anziani). Esso teneva le sue riunioni in un’aula nell’area del Tempio.

A capo del Sinedrio stava il sommo sacerdote, ed i suoi membri, che per lungo tempo erano stati di classe sacerdotale e quindi solitamente di classe sadducea, a partire dal regno di Alessandra (76-67 a.C.) vennero reclutati anche tra i Farisei e gli Scribi, o i semplici anziani che ne ottenevano il privilegio; in totale, si trattava di settantun membri, che coll'ascesa di Erode il Grande persero parte della loro sovranità, per poi riacquistarla all'epoca del diretto governo romano. A causa delle differenze tra le varie correnti all’interno del collegio, non mancarono talvolta dibattiti tumultuosi (cfr. At. 23, 1-10).

Il Sinedrio era in parte responsabile dell’ordine pubblico e disponeva di un corpo di guardia (Gv. 18, 3-12), ma la sua competenza riguardava soprattutto le cause religiose e civili che avevano una qualche relazione con la legge mosaica (cfr. Mt. 5,22; Gv. 11,47). Le sue decisioni avevano vigore di legge e come tali erano accettate dalle autorità romane che potevano eventualmente intervenire per farle applicare; una limitazione in età romana è quella dello ius gladii, il diritto di mandare a morte, anche se non ci è chiaro quanto questa restrizione venisse praticamente osservata.

La Mishna (la prima raccolta di leggi del giudaismo postbiblico completata all’inizio del III secolo) menziona dei piccoli sinedri di 23 membri, tribunali locali (Mt. 10,17) dai quali potevano essere trasferite al grande Sinedrio le cause più gravi (cfr. Mt 51,21-22). La giurisdizione del Sinedrio, infatti, si estendeva in teoria sul giudaismo di tutto il mondo; ma nella pratica, all’epoca di Gesù, la sua autorità era ordinaria ed efficace in Palestina, straordinaria e fiacca altrove.

Pratiche e credenze giudaiche.

La circoncisione

La circoncisione era il segno d’appartenenza alla nazione giudaica, l’attestato di partecipazione alla discendenza spirituale di Abramo e ai vantaggi dell’alleanza da lui stretta con Dio; massimo obbrobrio dei pagani, agli occhi di un Israelita, era l’essere incirconciso. Il bambino riceveva la circoncisione l’ottavo giorno dalla sua nascita; l’operazione era compiuta da qualsiasi Giudeo, preferibilmente dal padre dell’infante, e di solito in casa. In questa occasione, egli riceveva anche il nome.

Nel II secolo a.C. l’autore del Libro dei Giubilei affermava che anche gli angeli in cielo osservavano la circoncisione (XV,27).

Il Sabato

Secondo il Libro dei Giubilei anche gli angeli erano circoncisi, e inoltre non mancavano di osservare il sabato (II,18): di qui si evince quale importanza avesse il riposo sabbatico per gli Ebrei.

La parola shabbat ha la sua radice del verbo shabat, impiegato spesso nel senso di “cessare”, “smettere di”, e quindi “riposare” (cfr. Gen. 2,2-3). Il senso biblico del sabato è dato da Esodo 20,11 (ricordo del riposo divino dopo la creazione del mondo) e da Deuteronomio 5,12-15 (memoriale della uscita dall’Egitto). Esso è il culmine della settimana ebraica, ed incominciava, come ogni giorno, al tramonto del precedente (il venerdì), e durava fino al tramonto successivo. Il venerdì pomeriggio era detto vigilia del sabato o parasceve (paraskeué, preparazione), per il fatto che in quel pomeriggio si preparava tutto l’occorrente per il sabato, che doveva restare inoperoso. Il precetto sabbatico, che permetteva solamente la preghiera ed il riposo consacrati a Dio, imponeva l’astensione da ogni lavoro; di qui la necessità dei Farisei e dei Dottori della legge di interpretare la legge in proposito. Queste interpretazioni dovettero suscitare, in certi casi, discussioni a non finire, di cui si trova un’eco non solo nel Nuovo Testamento e nella letteratura rabbinica (cfr. i trattati Shabbat ed Erubin del Talmud), ma anche presso i Samaritani e negli scritti di Qumran; ad esempio, la discussione su quale precetto doveva avere il sopravvento: quello del sabato o quello della circoncisione (Gv. 7, 22), il riposo sabbatico o la necessità di immolare gli agnelli per la pasqua? Oppure la codificazione rabbinica di 39 gruppi di azioni con le quali il sabato era violato, tra cui lo sciogliere il nodo di una fune, spegnere una lampada, eseguire due punti di cucito. Gli aspetti grotteschi non devono però far velo all’essenziale, che è la preoccupazione di una fedeltà scrupolosa alla volontà di Dio: l’osservanza del sabato era diventata a tal punto il marchio di fedeltà d’Israele, che ci furono dei pii Giudei che al tempo della persecuzione di Antioco IV Epifane preferirono farsi massacrare piuttosto che difendersi violando il riposo (1 Mac. 2, 31-38; 2 Mac 6,11). Anche Cristo, pur condannando gli eccessi delle interpretazioni casuistiche (Mt. 12,2; Mc. 3,4; Lc. 13,15), ebbe rispetto del sabato in sé (Mt 24,20; Lc 4,16).

Il sabato era caratterizzato nel Tempio da una liturgia speciale, nelle sinagoghe e nelle case da riunioni di preghiera e di insegnamento, e da una alimentazione particolare.

Le feste

Le feste più importanti erano le tre cosiddette “feste di pellegrinaggio”, chiamate così perché ogni israelita maschio giunto ad una certa età era obbligato a recarsi al Tempio di Gerusalemme: la Pasqua, la Pentecoste e i Tabernacoli (o festa delle tende).

La Pasqua.

La pasqua giudaica (pésah) si celebra la sera del 14 del mese chiamato Nisan (dalla metà del nostro Marzo alla metà di Aprile); poiché il computo giornaliero si compie da tramonto a tramonto, la sera del 14 era in realtà per gli Ebrei l’inizio del 15. Al pomeriggio del 14 nel Tempio avveniva l’immolazione degli agnelli portati da ogni capofamiglia: tale era l’affluenza dei Giudei, che l’atrio del Tempio non era sufficiente a contenerli, per cui venivano stabiliti tre turni d’accesso, mentre nell’intervallo tra di essi le porte del Tempio restavano chiuse. Il sangue delle vittime sgozzate dai medesimi israeliti era raccolto e sparso dai sacerdoti sull’altare degli olocausti, e dopo la preparazione rituale l’agnello veniva portato a casa per essere consumato la sera dopo il tramonto.

Il pasto cominciava con la benedizione dì una coppa di vino presentata a colui che presiedeva; quindi si recavano a tavola pani azzimi, erbe amare e una salsa dentro cui intingerle. Mesciuta la seconda coppa, dopo la celebre domanda convenzionale del fanciullo: “In che cosa questa notte differisce da tutte le altre?”, il padre di famiglia o il presidente rispondeva evocando i benefici di Dio verso Israele al tempo della liberazione dall’Egitto. Poi veniva presentata la vittima pasquale, arrostita sul fuoco. La si mangiava, senza spezzarne le ossa (Es. 12,46), insieme ad azzimi ed erbe amare, mentre veniva fatta circolare la seconda coppa e si recitava la prima parte dell’Hallel (inno costituito dai salmi 113-118). Una benedizione in rendimento di grazie e la lavanda delle mani accompagnavano l’inizio del banchetto vero e proprio. Si mesceva quindi la terza coppa, ed il tutto si concludeva con la recita dell’ultima parte dell’Hallel, seguita dalla quarta coppa; il tutto avveniva proclamando salmi e letture bibliche, in famiglie o gruppi di almeno dieci persone (descrizione del rito nella Mishnah, trattato Pesahim X).

Il giorno successivo, il 15, iniziava la festa degli azzimi (massôt), che durava dal 15 al 21, nella quale non era permesso consumare pane lievitato, e nella quale si raccoglievano e si offrivano le primizie del raccolto. Fin dalla sera del 13 di Nisan il capofamiglia doveva rovistare in tutti gli angoli e i recessi per eliminare ogni derrata fermentata; si poteva farlo fino all’ora sesta (mezzogiorno) del 14 di Nisan, limite estremo per bruciare i resti di pane fermentato.

Quella degli azzimi era anticamente una festa della comunità agricola, collegata con un pellegrinaggio al santuario locale: con la sedentarizzazione d’Israele le due feste vennero a coincidere, ed in pratica identificate. Di fatto, quindi, in epoca neotestamentaria si trattava da tempo di un’unica solennità che si protraeva per un’intera settimana, chiamata indifferentemente Pasqua o Azzimi.

La Pentecoste o festa delle sette settimane (hag shâbû´ôt).

La parola Pentecoste è una trascrizione del greco penthkosté (il cinquantesimo giorno dopo la pasqua), dal nome usato nel giudaismo ellenistico (Tb. 2,1; 2 Mac. 12,32). In origine era la festa delle messi (Es. 23,16), il giorno in cui si offrivano nel Tempio i primi pani frutto della messe raccolta. Il nome di “festa delle settimane” (Es. 34,22; Nm. 28,26) nasce dal fatto che se ne fissava la data contando “sette settimane complete” dopo l’offerta del primo fascio di orzo “all’indomani del sabato” di Pasqua (Lv. 23,15; Dt. 16,9). Riguardo a ciò, ai tempi di Gesù, Farisei e Betusiani o Boetiani (un gruppo di sadducei partigiani della famiglia di Boeto) si dividevano sull’interpretazione di Lv 23,15: si doveva intendere “sabato” in senso stretto, o come espressione designante la Pasqua? Così, secondo i primi, il fascio di primizie doveva essere offerto il primo giorno feriale della settimana di Pasqua, e conseguentemente la Pentecoste cadeva in un giorno qualsiasi; secondo i Betusiani, il manipolo di spighe andava offerto sempre nella domenica dell’ottava pasquale, sicché la Pentecoste veniva a cadere in giorno di domenica.

A partire dal secondo secolo della nostra era e forse più tardi la Pentecoste divenne nel giudaismo (come pure nella tradizione samaritana) una celebrazione del dono della Torah sul Sinai. La festa di Pentecoste, tuttavia non sembra aver avuto particolare rilievo nell’insieme del giudaismo antico: la stessa Mishnah non le consacra alcun trattato particolare, come fa invece per la Pasqua, i Tabernacoli o il Kippur (giorno delle espiazioni).

I tabernacoli.

La festa dei tabernacoli o delle tende (sukkôt), oppure, meglio, delle capanne, cadeva al 15 del mese di Tishri, ovvero tra la fine di Settembre e l’inizio di Ottobre, e durava otto giorni, concludendosi con grande solennità (cfr. Gv. 7,37): essa segnava la fine dei raccolti in autunno. Esodo 23,16 la chiama “festa del raccolto”, in quanto in origine rappresentava l’offerta a Dio dei prodotti del suolo.

Era una festa popolarissima, nella quale il popolo si costruiva sulle piazze e sulle terrazze capanne, e lì si intratteneva. Ci si recava poi al Tempio recando nella destra un fascetto di palma con mirto e salice (lulab), e nella sinistra del cedro (ethrog).

Certi riti erano estremamente popolari: la processione dei sacerdoti ogni mattina fino alla fontana di Siloe nel Cedron, per spanderne poi l’acqua lì raccolta sull’altare degli olocausti; il canto del salmo 118; la processione attorno all’altare e, alla sera, l’accensione dei quattro grandi candelieri d’oro nell’Atrio delle donne al Tempio (cfr. Gv 8,12), che illuminavano l’intera Gerusalemme.

La festa delle espiazioni.

Al 10 dello stesso mese di Tishri, pochi giorni prima dei tabernacoli, cadeva il Giorno dell’espiazione (Jom Kippur), periodo di riposo e digiuno assoluto. Il sommo sacerdote in persona presiedeva al Tempio a nome del popolo, compiendo la purificazione del santuario con un’aspersione di sangue (era la sola occasione in cui il sommo sacerdote penetrava nel Santo dei Santi) e con l’invio nel deserto del capro espiatorio che portava su di sé tutte le colpe di Israele (Lv. 16, 22).

Sebbene la legge non imponesse ai Giudei il pellegrinaggio, molti ne approfittavano per festeggiare assieme sia il Kippur che i tabernacoli.

La festa della dedicazione.

La festa della dedicazione o delle Encenie (hanukkah), che cade il 25 di Kislew (fine Dicembre) ricorda la riconsacrazione del Tempio da parte di Giuda Maccabeo nel 164 a.C. (1 Mac. 4; cfr. Gv. 10, 22). Giuseppe Flavio la chiama “festa dei lumi” per le grandi luminarie che si accendevano.

La festa delle sorti.

La festa delle sorti (pûrîm), il 14 e il 15 del mese di Adar (febbraio-marzo), commemora la liberazione dei Giudei per mezzo delle sorti narrata nel libro di Ester (cfr. 2 Mac 15,36).

Le norme di purità

La preoccupazione di consacrare e santificare la vita a Dio spingeva l’Ebreo ad evitare accuratamente tutto ciò che avrebbe potuto in qualche modo far perdere questa santificazione; è la ragion d’essere delle leggi che toccano le impurità e le purificazioni. Il contatto fisico con determinati oggetti, nel pensiero ebraico, produceva in chi li toccava una sorta di macchia, che li rendeva impuri. La legge considerava impure certe funzioni fisiologiche (le escrezioni del corpo e delle ferite, specie il sangue, anche quello del mestruo e del parto), il contatto seppur indiretto di cadaveri umani, di lebbrosi, di persone con imperfezioni fisiche e di diversi animali impuri (cfr. elenco al cap. XIV del Levitico). La Mishnah precisa abbondantemente questa legislazione, dedicando un’intera sezione alla purità (il Tohorôt). Il peso delle prescrizioni si faceva particolarmente sentire in tutto ciò che aveva a che fare col Tempio e la sua liturgia.

Mezzo di purificazione rituale è innanzitutto l’acqua, che a seconda del grado di impurità poteva anche essere utilizzata come lavacro dell’intero corpo.

Bibliografia

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