Barbara Frale e le scritte sulla sindone di Torino - 1
Data: Venerdì, 08 gennaio 2010 @ 01:20:00 CET
Argomento: Barbara Frale


di Andrea Nicolotti.

L'incredibile teoria elaborata da Barbara Frale riguardo alle presunte iscrizioni antiche visibili sul telo della sindone di Torino. Prima parte.

(per la mancata visualizzazione dei caratteri greci, premi qui)



LA PROPOSTA

Nell'ultimo libro di Barbara Frale La sindone di Gesù Nazareno (Il Mulino, 2009) vengono discusse una serie di scritte che, secondo l’autrice, risulterebbero impresse sul telo della sindone di Torino. Questo libro è il seguito di un altro volume della stessa Frale pubblicato pochi mesi prima, del quale in parte abbiamo già parlato. Si prema qui per leggere. Il contenuto e l'analisi paleografica delle scritte, secondo l’autrice, permetterebbero di datare la sindone di Torino al I secolo d.C., e a collocarla in ambiente palestinese.

Questa, secondo la Frale, sarebbe l'origine delle scritte: un funzionario necroforo ebreo, prima di mettere il corpo di Gesù di Nazaret nel sepolcro, avrebbe appiccicato sulla faccia del cadavere di Gesù, già avvolto nella sindone, una serie di pezzi di papiro con alcune iscrizioni. L'inchiostro di queste iscrizioni, per un fenomeno non spiegato, avrebbe attraversato il papiro e si sarebbe impresso sul lenzuolo sottostante, lasciandone una traccia leggibile anche nel lato interno del telo che stava a contatto con il corpo.

Barbara Frale, recuperando le proposte di alcune altre persone che a partire dagli anni '70 del secolo scorso hanno tentato di leggere e interpretare scritte ricavate dall'esame di alcune fotografie della sindone, propone una propria lettura complessiva dell'intero documento sindonico. Nel presente contributo, che non vuole essere troppo esteso, mi prefiggo solamente di prendere in esame queste scritte e verificarne la portata. Non tratterò quindi di tutta l'interpretazione storica contestuale proposta dalla Frale, la quale cerca di giustificare - a mio modo in maniera inconcludente - la verosimiglianza che nella Gerusalemme della prima metà del I secolo vi sia stato un funzionario necroforo con l’incarico di appiccicare cartigli su un telo funerario di un uomo crocifisso. Anche qui, come già nell'altro contributo dedicato agli scritti della Frale, la questione dell'autenticità della sindone di Torino rimane completamente estranea alla discussione.

 

I fondamenti della teoria

La sindone è un telo di lino della lunghezza all'incirca di quattro metri e mezzo che su uno dei due lati reca impressa su di sé l'immagine del cadavere di un crocifisso. Alcuni trattamenti di vario genere ai quali sono state sottoposte certe fotografie dell'immagine del lenzuolo avrebbero evidenziato l'esistenza di segni compatibili con certe lettere dell'alfabeto greco, ebraico/aramaico e latino. Assieme all'immagine del cadavere, quindi, il lino recherebbe anche l'immagine di alcune scritte. Queste scritte sono invisibili ad occhio nudo e non si vedono sulle normali fotografie, ma risulterebbero evidenti solo da certe rielaborazioni fotografiche. Barbara Frale ritiene che queste scritte non siano state fatte sul lenzuolo, ma su un altro supporto, e che da esso per un fenomeno non chiarito si siano “spostate” anche sul tessuto.

Tutte le scritte, come già detto, non sono state identificate sul lenzuolo o sulle normali fotografie del lenzuolo, bensì su elaborazioni di alcune di queste fotografie. Le iscrizioni sono state rese percepibili partendo da stampe o elaborazioni di negativi fotografici in bianco e nero nei quali, come è noto, i chiaroscuri sono invertiti. L'effetto è che ciò che all'occhio risulta bianco, sulla stampa risulta nero, e viceversa. In questo modo le fattezze dell'uomo raffigurato sul lenzuolo risultano molto più apprezzabili. Quando si osserva una riproduzione negativa dell'immagine della sindone, bisogna sempre tener conto del fatto che essa è invertita quanto ai colori, ed è anche speculare: ciò che sull'originale sta a destra, sul negativo sta a sinistra. Nelle pubblicazioni di Barbara Frale e di chi l’ha ispirata le fotografie delle scritte sono state stampate in modo speculare, per ovviare al problema dell’inversione del negativo.

foto sindone Enrie

È interessante notare che queste presunte scritte non compaiono su un qualsiasi negativo del volto sindonico, ma in sostanza solo sui negativi ottenuti dalle fotografie scattate dal cav. Giuseppe Enrie nell'anno 1931 (sono quelle riprodotte, in piccolo, qui sopra).

Enrie

Dopo il 1931 sono state fatte delle fotografie alla sindone nel 1969 e nel 1973 (Gian Battista Judica Cordiglia), nel 1978 (Vernon D. Miller), nel 1992 (Nicola Pisano) e nel 1997 e 2002 (Gian Carlo Durante). Ognuna di queste riprese fotografiche supera tecnicamente le precedenti, come è ovvio. Però tutte le scritte, con un’unica eccezione, sono state riconosciute grazie a trattamenti di contrasto effettuati sulle fotografie scattate nel 1931; non risulta che tentativi operati sulle altre fotografie più recenti abbiano dato qualche risultato, se non mescolando i dati delle nuove foto con quella vecchia. Questa singolarità, unita al fatto che all'osservazione diretta del tessuto non si avverte la presenza di alcuna scritta, ha indotto molti studiosi che si sono occupati della sindone a scartare la possibilità che queste scritte esistano realmente. Esse sarebbero il risultato di un'interpretazione forzata di ombre e imperfezioni della ripresa fotografica che, ingrandite e sottoposte a forte contrasto, darebbero l'impressione di formare delle lettere. Questo è il motivo per cui da diversi anni, dopo un'euforia iniziale, si parla molto meno di scritte (o monete, o altro ancora) sulla sindone. Credo che quest’informazione preliminare sia necessaria affinché il lettore sappia che di qui in avanti parlerò di scritte della cui esistenza non vi è alcuna certezza. Poiché io non sono un fotografo né un esperto di immagini elettroniche, mi limiterò ad esaminare le scritte come se esse fossero esistenti, ma questo non significa assolutamente che io ritenga che esse lo siano davvero.

Ritengo utile riportare che cosa ha scritto a riguardo uno dei fotografi ufficiali della sindone, Barrie Schwortz, membro dello STURP (Shroud of Turin Research Project, 1978):

Barbara Frale ha “scoperto” iscrizioni sulla sindone che provano che essa è autentica. Tuttavia ella basa le proprie conclusioni sul lavoro fatto dai ricercatori francesi Marion e Courage (pubblicato alla fine degli anni novanta) che avevano fatto le medesime affermazioni. [Seguono considerazioni negative sulla ricerca della Frale, che ometto. N.d.C.] Marion e Courage hanno basato tutto il proprio lavoro solamente sulle fotografie di Giuseppe Enrie del 1931, che sfortunatamente sono state il fondamento di una lunga serie di pretesi oggetti o scritte trovate sulla sindone. Dico “sfortunatamente” perché la pellicola ortocromatica ad alta risoluzione usata da Enrie, accoppiata con il massimo di luce radente che egli usò quando fece le fotografie, ha prodotto ovunque sulla sindone un infinito numero di sagome e figure. Siccome la pellicola ortocromatica fondamentalmente registra solo il colore bianco o il nero, ogni gradazione di tono intermedio della sindone è stata alterata o mutata a solo bianco o solo nero, tralasciando essenzialmente molti dati e MUTANDO il resto. La stessa struttura a grani della pellicola ortocromatica è caratteristica: essa non è omogenea ed è fatta di agglomerati e ammassi di grani di differenti dimensioni che, qualora vengano ingranditi, appaiono come un'infinita miriade di sagome. È facile trovare qualunque cosa si sta cercando, ingrandendo e poi duplicando l'immagine in sviluppi supplementari di pellicola ortocromatica, creando così un numero di sagome sempre maggiore. Nonostante le immagini di Enrie siano superbe per una visione generale della sindone (appaiono eccellenti), esse contengono solo una piccola parte dei dati che realmente stanno sulla sindone, ragion per cui esse sono assai poco affidabili per scopi di ricerca di immagini e hanno la tendenza a condurre ad affermazioni del tipo “Mi sembra di vedere...”. Sarei molto più fiducioso se queste affermazioni fossero basate su immagini contenenti tutti i colori della sindone, che comprendano TUTTI i dati disponibili. Come ho cercato di spiegare a Fr. Francis Filas, che per primo ha “scoperto” le piuttosto dubbie iscrizioni di moneta sugli occhi e che ha allargato e duplicato le immagini di Enrie (per almeno cinque sviluppi, e sempre su pellicola ortocromatica), il confine tra il miglioramento dell'immagine e la manipolazione è sottile. Fr. Filas presentò inizialmente le sue scoperte al gruppo dello STURP nel 1979 e, francamente, nessuno dei tecnici dell’immagine accolse le sue proposte[1].

Prima di continuare, un'osservazione di metodo. Barbara Frale ha scritto un libro di circa trecento pagine per interpretare, tradurre, datare e contestualizzare le scritte della sindone. In nessuna di queste pagine ho potuto trovare una menzione della possibilità che queste scritte non esistano. La Frale, che lavora in un prestigioso archivio pontificio e presta la sua opera all'interno di una scuola di paleografia, non può non sapere che nessuna fotografia, fatta eccezione per certi e ben precisi casi, può completamente sostituire l'osservazione diretta del supporto scrittorio. Poiché è evidente che la sindone non può essere osservata ad occhio nudo e sotto la lente di ingrandimento con tanta facilità, in quanto normalmente giace chiusa all'interno di uno scrigno a tenuta stagna, in assenza di aria e sotto gas inerte, non si può pretendere dalla Frale che si rechi sul posto ad esaminare l'oggetto; ma appare inaccettabile che si proponga la lettura di scritte ricavate da negativi di vecchissime fotografie, che al momento non risultano dalla stragrande maggioranza delle altre più moderne fotografie, e che sono il frutto di elaborazioni di contrasto operate su alcuni negativi e con il fortissimo rischio che queste elaborazioni abbiano alterato l'immagine. Il lettore avrebbe dovuto essere informato dei problemi tecnici di quest'operazione, e avrebbe dovuto essere messo al corrente del fatto che esiste una serie di studiosi della sindone, anche tra quelli più noti per essere convinti della sua antichità e autenticità, i quali hanno più volte dichiarato che non hanno visto alcuna scritta e che non ritengono che l'esame del tessuto abbia dato risultati in questo senso. Ritengo che quest’omissione di informazione sia una grave scorrettezza.

Accantonando momentaneamente la questione dell'esistenza o meno delle scritte, passo ad esaminare la loro interpretazione; mi pare necessario ricostruire cronologicamente tutte le letture che sono state proposte dagli studiosi sul cui lavoro Barbara Frale ha fatto affidamento. Ogni volta che comparirà un numero di pagina tra parentesi tonde, si tratterà di un rimando al suo volume La sindone di Gesù Nazareno (Il Mulino, 2009).


[1] Premi qui per vedere l’originale inglese.

Esame delle scritte

 

Piero Ugolotti e Aldo Marastoni[2]

Nella primavera del 1979 Piero Ugolotti, farmacista di Stradella (PV), richiese una consulenza ad Aldo Marastoni, docente di letteratura latina all'Università Cattolica di Milano. Egli mostrò al professore riproduzioni di fotografie dell'Enrie (1931) “ristampate con l'ausilio di filtri color a varie frequenze”[3] ed alcune elaborazioni elettroniche tridimensionali dell’immagine sindonica create da Giovanni Tamburelli, come quella sottostante, sempre sulla base delle medesime foto di Enrie[4].

Elaborazione 3D Tamburelli

È utile riportare un estratto dell’originale pubblicazione di Marastoni:

Pubblicazione Marastoni

 

Cioè, in caratteri ebraici:

Occorre ricordare che l’ebraico si scrive da destra a sinistra; quindi la tau è la prima lettera a destra e il soph pasuh l’ultimo segno a sinistra (come il due punti italiano). L’incertezza tra yod e waw è dovuta al fatto che la loro forma è simile, essendo il waw una specie di yod la cui asta verticale si prolunga in basso.

Ora si veda come la Frale ricopia nel suo libro questa identificazione (p. 103):

La tentazione sarebbe quella di interrompere l'analisi del libro già a questo punto. Nonostante la scrittura in caratteri ebraici della Frale sia corretta, e corrisponda alla mia seconda scrittura ebraica qui sopra riportata, la denominazione delle lettere ebraiche è completamente errata. Quello che la Frale ha stampato in ebraico non è “una waw, una taw oppure yod, poi un segno che gli pare una zade”, bensì una tau, una yod e una zade[5]. La Frale ha confuso la prima lettera a destra, che è tau, con una waw (che nella sua scrittura ebraica nemmeno compare!). Inoltre ci dice che Marastoni avrebbe visto “una taw oppure iod”, ma noi abbiamo appena visto che Marastoni parlava di una waw oppure iod, il che è perfettamente sensato, perché le due lettere si assomigliano: tau e yod, invece, non si assomigliano per niente, perché la prima ha la forma di un cavalletto, mentre la seconda è un tratto verticale.

Se Barbara Frale non conosce nemmeno l'alfabeto ebraico, e non riesce a ricopiare quattro parole da un testo stampato nel 1980, mi domando come possa essere in grado di proporre difficili ricostruzioni testuali basate su un presunto testo del I secolo d.C.

Toriniamo a Ugolotti e Marastoni. Al centro della fronte dell’uomo della sindone Marastoni scorge due linee di “tracce d’una scritta in carattere latino lapidario”: IB nella linea inferiore, e in quella superiore IBER con R “incertissima, fuori linea e inclinata verso destra”. Gli sembra che “si tratti di doppia impressione dei medesimi segni”, che egli tenta di spiegare in questo modo: forse sul capo del condannato a morte veniva poggiata una «mitria», una specie di cappuccio di materiale permeabile (papiro o tela) contenente una scritta con il motivo della condanna. Il contatto col sudore avrebbe trasferito le scritte dalla mitria alla fronte dell’uomo, e poi, una volta nel sepolcro, dalla fronte dell'uomo alla sindone. La doppia impressione IB-IBER sarebbe dunque spiegabile con uno spostamento della mitria stessa sulla testa dell’uomo[6]. Si tratterebbe del residuo del nome dell’imperatore romano regnante, TIBERIUS CAESAR. La seguente fotografia, fornita da Marastoni e ristampata dalla Frale, individua la posizione delle lettere.

Su un lato del volto si leggerebbero, “nettamente delineate a pennello, in carattere onciale corsivo del I secolo” le lettere INNECE, cioè IN NECEM (a morte) dove la M finale dell’accusativo sarebbe stata omessa in quanto “non più avvertita dal parlante del volgo”. Le due N sono fuse assieme, e l’ultima asta della prima serve come prima asta della seconda. Tracce della medesima scritta, però capovolta rispetto al volto, sarebbero rilevabili sotto il mento, ove si leggerebbero le stesse due N congiunte. “Debolissime tracce di uguale scritta”, con la base verso l’esterno del lenzuolo, Marastoni le vede sull’altro lato del volto; ma in un articolo pubblicato tre anni dopo dichiara che su quel lato non si può leggere nulla “data l’oscurità fotografica della zona”. Di questa terza ripetizione, quindi, non si terrà più conto. In quest’occasione però Marastoni aggiunse la lettura di una T in “carattere romano capitale lapidario, tratteggiata molto pesantemente” con base verso l’interno del lenzuolo[7].

Qui sopra riproduco la foto che tra tutte quelle che ho ricercato mi sembra in assoluto quella che più di ogni altra potrebbe far pensare che vi siano delle scritte[8]. Accanto alla scritta INNECE ce ne sarebbe un’altra, visibile però solo dall’elaborazione tridimensionale di Tamburelli, con la base verso l’interno, quindi capovolta rispetto all’altra. Marastoni legge S N AZARE. Nello spazio dopo la N ci sarebbero tracce di una E, molto incerta; la Frale non dà però conto di quest’incertezza (p. 104). L’asta della Z è “tracciata da mano inesperta, con la linea obliqua inclinata erroneamente da sinistra a destra”. Sarebbe ciò che rimane della scritta NAZARENUS, anzi, forse NEAZARENUS, ove gli errori paiono sufficientemente spiegabili “con l’ignoranza dello scrivente”[9].

La spiegazione di Marastoni per le scritte che circondano il volto è la seguente: “È riconoscibile, quale materiale portante di detta scritta [...] una grezza cornice di legno, ottenuta unendo tra loro a mo’ di U tre assicelle. Il che fa pensare che attorno al viso del condannato sia stata posta una forca, le cui estremità superiori (gli apici della U, per intenderci) erano fissate alla traversa del patibolo” della croce[10].

L’ultimo gruppo di scritte viste da Ugolotti e Marastoni sulle foto di Enrie si trova all’altezza del ginocchio dell’uomo: SNCT ISSIE JESY. Nel 1983 la lettura proposta è ISSIE ESU senza la J; più incerto sarebbe il SNCT e si parla anche di altre ulteriori lettere, forse parte di un MISERERE NOSTRI. Il tutto è scritto “a penna” in una “capitale pregotica” del secolo XI[11]. L’insieme fa pensare all’invocazione Sanctissime Jesu, miserere nostri.

La Frale (p. 105) nel riferire la lettura di Marastoni ricopia le lettere da lui proposte in disordine, senza distinguere tra ciò che Marastoni vedeva e ciò che solo ipotizzava; lui scriveva SNCT ISSIE [I]ESY seguito da un ipotetico MISERERE NOSTRI; lei le stravolge ricopiando (evidentemente dal disegno) ISSIE, ESY, SNCT, I SERERE, STR cambiando l’ordine delle parole, cosicché Sanctissime Iesu diventa Iesu Sanctissime! Vorrei proprio sapere che cosa vorrebbe significare l’ISSIE da solo ad inizio frase, con il SNCT posposto e inframmezzato da ESY! Qui non si tratta di ebraico, ma di semplici caratteri latini!


[2] A. Marastoni, Tracce di scritte sulla S. Sindone di Torino, in «Sindon» 29 (1980), pp. 9-12; Id., Le scritte della S. Sindone: lettura e relativa problematica, in L. Coppini - F. Cavazzuti (edd.), La Sindone, scienza e fede. Atti del 2. convegno nazionale di sindonologia, Bologna, CLUEB, 1983, pp. 161-164.

[3] A. Marastoni, Tracce di scritte sulla S. Sindone di Torino, op. cit., p. 10.

[4] Cfr. G. Tamburelli, Storia di una ricerca informatica sulla Sindone, in Centro internazionale di sindonologia (ed.), La Sindone. La storia. La scienza, Torino, Edizioni Centrostampa, 1986, pp. 95-114.

[5] Piccole varianti nella denominazione italiana delle lettere ebraiche non sono significative, e dipendono dalla scelta di ciascun autore.

[6] A. Marastoni, Tracce di scritte sulla S. Sindone di Torino, op. cit., pp. 10-11.

[7] A. Marastoni, Tracce di scritte sulla S. Sindone di Torino, op. cit., p. 11; Id., Le scritte della S. Sindone, op. cit., pp. 162-163.

[8] In Centro internazionale di sindonologia (ed.), La Sindone. La storia. La scienza, Torino, Edizioni Centrostampa, 1986, appendice.

[9] A. Marastoni, Tracce di scritte sulla S. Sindone di Torino, op. cit., pp. 11-12.

[10] A. Marastoni, Tracce di scritte sulla S. Sindone di Torino, op. cit., p. 11.

[11] A. Marastoni, Tracce di scritte sulla S. Sindone di Torino, op. cit., p. 12; Id., Le scritte della S. Sindone, op. cit., p. 164.

Roberto Messina e Carlo Orecchia[12]

Roberto Messina è un medico legale, Carlo Orecchia è docente di ebraico alla Facoltà teologica di Milano. Nel 1989 essi ritengono di poter mutare ed integrare le lezioni di Marastoni. Anch’essi si servono di fotografie del cav. Enrie, cioè di “stampe a contatto eseguite su carta fotografica a diversa gradazione di contrasto, tramite intertipo. È stato inoltre possibile, sempre a contatto e ancora tramite intertipo, stampare il negativo fotografico su pellicole fotografiche di varie sensibilità, ottenendo una sorta di diapositiva per una maggiore luminosità di immagine”[13].

Messina e Orecchia si concentrano sulla scritta ebraica sopraccigliare destra già letta dal Marastoni. Essi ritengono che la lettura del soph pasuh finale, cioè del segno di interpunzione, sia poco giustificata: uno - il più grave - dei motivi addotti per contestarlo, sarebbe il fatto che questo segno non viene adoperato anteriormente al VI secolo. Sembrerebbe che gli autori escludano deliberatamente che la scritta possa essere tardiva, solamente perché non sarebbe compatibile con un lenzuolo del I secolo d.C. Ma è ben noto che gli studiosi non hanno raggiunto un accordo riguardo alla datazione del telo, e non si può nemmeno escludere che la scritta sia stata aggiunta successivamente.

Dal momento che essi ritengono di poter leggere frammenti di scrittura su tutta la fronte (anche quando sembra non vedersi nulla, giustificando l'ipotetica lettura se non altro per “un motivo di simmetria”), vengono proposte due iscrizioni, entrambe traducibili con l’espressione (Questo/è) il re dei Giudei:

Questa è la fotografia che dà conto della presunta posizione delle lettere: 

Messina e Orecchia, volendo giudicare l’ipotesi avanzata da Marastoni secondo la quale l’uomo portava sul capo una mitria con iscrizioni, la considerano “debole e da scartarsi per motivi di ordine pratico”; in sostituzione, propongono l’idea che, da parte della soldataglia che accompagnava Gesù al Calvario, “il dileggio si sia spinto fino al punto da far segnare materialmente sulla fronte il re da burla, da parte di qualcuno dei presenti, con tratti grossolani”[14]. Non più mitrie, quindi, ma scritte sulla pelle lasciate dai soldati. Barbara Frale (pp. 112-113) aggiunge un nuovo errore alla serie, scrivendo: “L'ipotesi di una mitria d'infamia proposta da Marastoni e Messina-Orecchia non è più sostenibile: le parole infatti formano una doppia cornice, non un copricapo”. Però, come appena detto, Messina e Orecchia avevano scartato l’ipotesi del copricapo di Marastoni! La Frale li trasforma in suoi sostenitori.

 


 

[12] R. Messina - C. Orecchia, La scritta in caratteri ebraici sulla fronte dell'uomo della sindone: nuove ipotesi e problematiche, in «Sindon» n.s. 1 (1989), pp. 83-93.

[13] R. Messina - C. Orecchia, La scritta in caratteri ebraici, op. cit., p. 83.

[14] R. Messina - C. Orecchia, La scritta in caratteri ebraici, op. cit., pp. 87-88

André Marion[15]

André Marion era un membro dell’Institut d'optique théorique et appliquée di Orsay. Barbara Frale (p. 107) ricorda molti suoi meriti scientifici nel campo dell’ottica, e presenta il suo lavoro come per certi versi più affidabile rispetto a quello dei suoi predecessori, con questa motivazione:

Marastoni è un sacerdote e anche Messina e Orecchia sono cattolici: la loro formazione culturale e forse anche le convinzioni religiose possono averli resi vittima di un effetto particolare simile a quello che accade a chi guarda le famose macchie di Rorschach che si usano in psicologia: ciascuno vi vede cose diverse a seconda di ciò che desidera vedere.

Forse Marion, contattato nel 1994 da due membri del Centre International d'études sur le Linceul de Turin, poteva garantire un approccio più distaccato. Sul fatto che si trattasse di persona del tutto estranea e disinteressata al tema, io però ho i miei dubbi: a conclusione del suo studio egli si preoccupa di farci sapere di aver forse trovato “un nuovo argomento a favore dell’autenticità della sindone di Torino”. Inoltre occorrerebbe almeno segnalare che il tema gli era quantomeno congeniale, al punto che si è voluto dedicare alla scrittura di un intero libro sulla sindone - che per i tre quarti è purtroppo occupato da disquisizioni storiche che non si mostra in grado di maneggiare - allo scopo di dimostrare la forte probabilità che la sindone abbia contenuto il corpo di Gesù Cristo. Un altro suo libro si intitola Gesù e la scienza, la verità sulle reliquie di Cristo. Un terzo volume l’ha dedicato ad un'altra reliquia, la tunica di Gesù conservata ad Argenteuil: egli ritiene di poter dimostrare che la distribuzione delle macchie di sangue che si trovano sulla tunica corrispondono perfettamente alle lesioni provocate dal trasporto della croce e sono sovrapponibili con i segni delle ferite riscontrati sulla sindone di Torino[16]. In campo non cristiano, Marion è anche noto per i suoi studi ottici sulle fotografie degli oggetti volanti non identificati che si dice abbiano sorvolato il cielo del Belgio tra il 1989 e il 1990[17]. Se la Frale desidera adoperare l’argomentazione della “formazione culturale” e delle “motivazioni religiose”, non mi pare abbia scelto l’individuo giusto.

André Marion ha lavorato su immagini prodotte dalla digitalizzazione di alcune fotografie della sindone: una riproduzione su pellicola in formato 30x40 della celebre fotografia di Enrie del 1931 e altre fotografie non meglio specificate effettuate da Vernon Miller nel 1978 con diverse illuminazioni e in diverse bande dello spettro luminoso. Le foto all'ultravioletto non furono utilizzate perché esse non mostrarono informazioni significative sui segni grafici.

A partire dalle suddette fotografie ne sono state create delle nuove, riprodotte in diverse stampe a diversi gradi di ingrandimento e con procedimenti di sviluppo differenziati. Il processo di digitalizzazione elaborato da Marion è basato su due concetti fondamentali: il primo è il tentativo di eliminare l'effetto di disturbo ottico provocato dalla presenza della duplice trama del tessuto della sindone, che costituisce una specie di rumore di fondo che nuoce alla visibilità di eventuali segni grafici sovrapposti:

trama

Il secondo concetto è quello di concentrare su una sola immagine finale tutte le informazioni ricavate dalle diverse fotografie della medesima area. Per semplificare: prima occorre eliminare, con un particolare trattamento elettronico, lo sfondo a spina di pesce delle fotografie, cioè l'ordito del tessuto; poi si assemblano elettronicamente tutte le fotografie già trattate in questo modo, dando origine ad un'unica immagine; infine quest'ultima immagine prodotta dal trattamento delle precedenti viene filtrata in modo da far emergere al massimo i presunti segni grafici, che vengono resi ancora più visibili con l’aumento del contrasto.

Tutti i vari passaggi di questo trattamento, di cui la Frale non fa parola, li ho appresi dalla lettura di un articolo specialistico in lingua inglese e di un capitolo del libro di Marion sulla sindone, scritto assieme ad Anne-Laure Courage[18]. Non mi sento in grado di esprimere un parere tecnico risolutivo su questi complicatissimi passaggi; appare comunque evidente che la novità rispetto ai precedenti tentativi è che Marion non ha lavorato su fotografie della sindone, bensì sulla digitalizzazione elettronica di una serie di diverse fotografie della sindone, ingrandite, deformate e sviluppate con metodologie diverse, che sono poi state fuse in un'unica immagine. Quindi ogni fotografia che viene mostrata al termine dell'operazione, sulla quale qualcuno ha ritenuto di poter scorgere delle scritte, non è una originale fotografia della sindone, più o meno esasperata nei contrasti, ma il risultato di un complesso processo di manipolazione digitale che ha allontanato di molto quell'immagine dalla ripresa analogica originaria. Marion si preoccupa di far sapere al lettore che “questa metodica non viene sempre accettata, neppure dagli specialisti”, ma ha dato, secondo lui, numerosi risultati efficaci[19].

Nelle sue pubblicazioni Marion forniva un esempio fotografico di questi passaggi; si tratta delle medesime fotografie riprodotte nel libro di Barbara Frale, che lei però ristampa senza la didascalia che le spiegava una ad una. È il punto della sindone in cui Marion, seguendo un’intuizione di padre Dubois proposta nel 1982, legge la parola greca REZw, cioè un verbo le cui prime tre lettere sono scritte in capitale e l’ultima in onciale. la scritta appare di colore bianco sul negativo fotografico. Tutte le altre scritte di cui abbiamo parlato finora, e di cui parleremo, appaiono nere sul negativo, quindi dovrebbero essere chiare sul positivo (e sul tessuto). Non è stata fornita una spiegazione per questa strana scritta che la Frale dice di poter vedere anche su una qualunque stampa economica dell’Enrie; se tutte le altre scritte appaiono di un altro colore, secondo lei, è perché questa “dev’essere stata realizzata con un inchiostro o del materiale diverso” (pp. 105 e 110). Ecco dunque le immagini:

a) zona digitalizzata su una delle immagini; b) dilatazione verticale dell'immagine e lisciatura parallela alle spine di pesce; c) lisciatura perpendicolare alle spine di pesce, eliminazione dei laschi residui e riduzione verticale dell'immagine; d) prima componente principale; e) risultato dei filtraggi; f) applicazione di un filtro di diffusione sull'immagine precedente.

Il mio giudizio su queste immagini sarà necessariamente più articolato. Occorre partire dalla consapevolezza che la foto f) non è una fotografia della sindone, ma il risultato di una serie di elaborazioni operate su tante fotografie della sindone mescolate assieme. Non posso valutare la bontà di quest'operazione, ma posso dire che in quest’immagine a malapena distinguo la lettera E. La lettura della P iniziale è molto influenzata dalla presenza di una macchia nettamente evidente su quello che dovrebbe essere l'occhiello della lettera; ma la fotografia a) dimostra che si tratta di un filo che sporge dal tessuto. Eliminata quella macchia, la prima lettera più che altro mi sembra un punto interrogativo rovesciato. Della Z si vedrebbero pochi tratti, e quello orizzontale superiore è storto e più basso rispetto al calibro delle altre “lettere”; la omega finale non si può distinguere.

Per un motivo non espresso, l’unica elaborazione di cui vengono parzialmente documentati i passaggi è quella che stranamente appare in un colore diverso dalle altre (bianco in negativo); di tutte le rimanenti scritte (nere in negativo) non c’è documentazione visiva grezza. Perché è stata scelta proprio l’unica scritta bianca?

Tutte le altre letture proposte da Marion sono documentate solo da due fotografie accostate; la prima mostra esclusivamente il risultato dell'ultima elaborazione (il punto f), e la seconda è uguale alla prima, ma i presunti tratti visibili sono stati ripassati con una specie di pennarello. Mancando quindi le foto di partenza e la completa documentazione dei passaggi intermedi, sarebbe scorretto proporre qualunque lettura.

Mi pare significativo il giudizio di un sindonologo, Mark Guscin, che ha assistito alla proiezione delle immagini durante un simposio che si è tenuto a Nizza:

Le fotografie usate da Marion e Courage mostravano le aree della sindone dove essi potevano vedere le iscrizioni, poi i vari trattamenti ottici ai quali le avevano sottoposte e infine le iscrizioni, marcate dove essi le potevano vedere. Tali iscrizioni erano visibili solo in queste ultime fotografie. Non si vedeva assolutamente nulla su nessuna delle altre fotografie[20].

Qui mi limito ad esporre quanto è stato letto da Marion, aggiungendo un mio commento, basato sulle stesse foto elaborate, fonte che peraltro ritengo dubbia e insufficiente. Ricordo che la foto inferiore, quella con le scritte in evidenza, è stata ripassata da Marion; occorre guardare solo quella che sta sopra.

a)

 

 

 

 

 

 


Marion legge una scritta INNECEM alta circa 1 cm, segnalando però che molti tratti sono ricostruiti ipoteticamente. Della M finale, ad esempio, si vedrebbe solo uno spezzone; le lettere iniziali sono appena percepibili. Sostanzialmente è la stessa lettura di Marastoni. Io vedo altre macchie nere prima e dopo il testo ipotizzato (ad esempio, una specie di Z al fondo) che per qualche motivo non dichiarato vengono del tutto ignorate.

b)

 

 

 

 

 

 


Una doppia N sul mento, alta 2 cm, che Marastoni vedeva come ripetizione del segno NN di INNECE. Marion sostiene che il segno è simile ma non identico; non sa se si tratta di un monogramma o del frammento di una parola.

c)

 

 

 

 

 

 


Una scritta greca di 3 cm: YS KIA con la A finale dubbia, in quanto potrebbe essere una X. Marion propone l’integrazione [O]Y SKIA e traduce volto ombra, dovendo però ipotizzare un errore di spaziatura e separazione tra le parole e un uso dei casi difficilmente spiegabile (due nominativi accostati!) Nell’articolo specialistico la prima parola ipotizzata è [O]Y, che però molto raramente vuol dire volto; nel libro tradotto in italiano vedo riportato [W]Y con omega, forma molto più usata ma graficamente diversa. Marion ci tiene a sottolineare che alcuni esperti interpellati hanno proposto anche spiegazioni diverse (parola in codice, numero, etc.).

d)

 

 

 

 

 

 


Un gruppo SB, alto circa 3 cm, con base rivolta all'esterno del lenzuolo. Per Marion si può trattare di una sigla; pensa a Baldovino II che sarebbe stato uno dei proprietari del lenzuolo (notizia peraltro priva di riscontro storico certo). Quindi, Signum Baldini (che la Frale corregge in Balduini; p. 112).

e)

 

 

 

 

 

 


Nello stesso punto in cui si trova SB, girando la fotografia al contrario, si ritrova la scritta NNAZARENNOS (doppia N erronea ed E al posto di H). È la stessa scritta latina vista da Marastoni, che qui però diventa greca. Le due N sono accollate, la R potrebbe essere una R, la E è dubbia, NN pure, e poi segue uno spazio quasi vuoto, quindi un S. La Z che Marastoni diceva essere tracciata con il tratto obliquo inverso, ora è diventata diritta. Questa scritta di 3 cm sarebbe, come già detto, scritta sullo stesso spazio dell’SB già esaminato. Sempre nello stesso punto comparirebbe, sovrapposto all'ipotizzato “Nazareno”, un altro gruppo ARE in caratteri più marcati e obliqui.

f)

 

 

 

 

 

 


Marion ritiene che la sua tecnica di elaborazione sia poco adatta all'analisi di particolari piccoli, ma vuole comunque tentare di leggere una piccola scritta che comparirebbe sempre nella medesima zona: ADA o ALA seguita da una non meglio identificata lettera (U?). Viene proposto ADA[M] (Adamo), perché Gesù era soprannominato il Novello Adamo.

g)

 

 

 

 

 

 


In corrispondenza del collo Marion “sospetta” la presenza di segni grafici di circa 3 cm: è forse riconoscibile una H, una S, una O pochissimo visibile e una U. L’accostamento rimanda immediatamente a [I]HSOU[S], cioè Gesù, ma Marion ritiene che su questo punto occorra “attenersi alla massima prudenza”. La Frale abbandona ogni anche minima prudenza e legge ciò che Marion non si sentiva di leggere a cuor leggero, e che io non leggo in alcun modo.

h)

 

 

 

 

 

 


Sulla fronte sarebbero visibili le due lettere IC, che Marion interpreta come le iniziali di Iesus Chrestos (sic!).

 

Questo sarebbe il risultato finale, con le scritte sovrapposte da rimettere mentalmente al loro posto seguendo le frecce:

Secondo Marion la natura fisica delle scritte non è conosciuta, ma dalle fotografie la loro struttura risulta essere uguale a quella che compone l'immagine del corpo impresso[21]: la colorazione di quest’ultima è data dalla presenza di piccole fibrille superficiali del tessuto che sono più scure delle altre. Le variazioni di intensità della colorazione sono dovute alla densità delle fibrille colorate, cioè al numero di fibrille ingiallite per unità di area. Se Marion ha ragione, il processo che ha provocato la formazione dell’immagine dell’uomo sulla sindone è il medesimo che ha creato le tracce delle iscrizioni.

Marion ha pure individuato la presenza di zone rettilinee più scure che circondano il viso formando due U dal preciso disegno geometrico, l’una interna all'altra, disposte simmetricamente intorno al viso. Marion ricorda l'ipotesi di Marcel Alonzo e Grégoire Kaplan secondo cui questi segni potrebbero essere dovuti all'azione di qualche prodotto spalmato sull'esterno del tessuto, una specie di appretto per rendere possibile l'apposizione delle scritte. Qualcuno ha pensato ad una intelaiatura utilizzata per tenere in posizione la testa del defunto. Un'altra ipotesi parla dell'esistenza di cornici con iscrizioni, che avrebbero lasciato l'impronta a causa di un prolungato contatto[22].

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[15] A. Marion, Discovery of inscriptions on the shroud of Turin by digital image processing, in «Optical Engineering» 37/8 (1998), pp. 2308-2313; Id., La sacra Sindone, Vicenza, Neri Pozza, 1998, pp. 162-184.

[16] A. Marion - A. L. Courage, Nouvelles découvertes sur le suaire de Turin, Paris, A. Michel, 1997 (trad. ital. La sacra Sindone. Nuove scoperte, Vicenza, Neri Pozza, 1998); A. Marion, Jésus et la science. La vérité sur les reliques du Christ, Paris, Presses de la Renaissance, 2000; A. Marion - G. Lucotte, Le Linceul de Turin et la Tunique d'Argenteuil, Paris, Presses de la Renaissance, 2006.

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[18] A. Marion, Discovery of inscriptions on the shroud of Turin by digital image processing, in «Optical Engineering» 37/8 (1998), pp. 2308-2313; Id., La sacra Sindone, Vicenza, Neri Pozza, 1998, pp. 162-184.

[19] A. Marion, La sacra Sindone, op. cit., p. 163.

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[21] A. Marion, Discovery of inscriptions, op. cit., p. 2310; Id., La sacra Sindone, Vicenza, Neri Pozza, 1998, pp. 156 e 173.

[22] A. Marion, La sacra Sindone, op. cit., pp. 155 e 186-188.







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