Barbara Frale e le scritte sulla sindone di Torino - 2
Data: Venerdì, 08 gennaio 2010 @ 01:25:00 CET
Argomento: Barbara Frale


Seconda parte.



Barbara Frale[23]

(Questa è la seconda parte di un articolo unico. Per vedere la prima parte, si prema qui)

Barbara Frale, fatta eccezione per un solo caso, non presenta ricerche sostanzialmente nuove. Ella recupera le scritte viste dagli autori precedenti, accettandone alcune e respingendone altre spesso senza fornire la motivazione della sua scelta. Aggiunge però una nuova serie di lettere in caratteri semitici da lei stessa identificate sulla base di un’immagine elaborata da Thierry Castex. Questa sua unica innovazione (come già era avvenuto con l’unica innovazione del libro sulla sindone e i Templari) pare la più scorretta di tutte.

1) Innanzitutto la Frale riprende l'idea proposta nel 1979 da parte di Francis Filas secondo cui all'interno dell'impronta dell'orbita destra della fotografia dell'immagine dell’uomo della sindone si noterebbe un cerchietto con alcune minuscole lettere (UCAI) che corrono intorno ad una curiosa forma che sembra l'estremità di un bastone pastorale (p. 103). Si tratterebbe dell’impronta di un’improbabile moneta recante il nome di Tiberio Cesare (TIBEPIOY KAICAROC) che sarebbe stata coniata con un errore ortografico (C invece di K). La Frale non parla della seconda moneta sull’altro occhio vista in passato da qualche sindonologo (Pier Luigi Baima Bollone e Nello Balossino). Ecco un'immagine dell'ingrandimento della foto, una moneta compatibile e l'elaborazione elettronica della foto:

monete

elaborazione al computer dell'impronta

Di ciò io non vedo alcuna traccia, in queste foto e nelle altre foto che sono state presentate a sostegno dell'ipotesi. Nonostante quanto spesso affermato, non sono state finora ritrovate monete con quell'errore di conio. Non è nota da nessuna fonte l'usanza in Israele di chiudere gli occhi dei cadaveri con monete (romane, peraltro!), e il confronto tra diverse fotografie del tessuto della sindone in quel punto farebbe pensare a macchie casuali. Sarebbe stato opportuno da parte della Frale segnalare che la presenza delle monete è un argomento che ha ricevuto molte e fondate critiche negli ultimi anni (premi qui per leggere una critica).

2) Le scritte ebraiche di Marastoni, che come già visto la Frale ricopia scorrettamente, vengono lasciate decadere (p. 103). Nemmeno Marion le aveva potute trovare, ma non escludeva che vi potessero essere, adducendo deboli argomentazioni[24].

3) Il gruppo IBER - IB sempre di Marastoni, che Marion non trovava, viene invece ripreso (perché questa volta sì e prima no?). Ella pensa che alcune parti delle etichette con le iscrizioni furono rifatte in un secondo momento, “forse sostituite perché le originali si erano rovinate, e in questo modo si è creata una doppia impronta della stessa dicitura” (p. 198). Forse la Frale pensa che Giuseppe di Arimatea abbia cambiato foglietto prima di rotolare la pietra del sepolcro di Gesù; oppure qualcuno abbia raccolto la sindone di Gesù con i foglietti attaccati, e dopo un po' di tempo abbia cambiato foglietto, e tutti e due si sono misteriosamente impressi sul telo. O forse quest'ultimo personaggio ha ripassato con l’inchiostro la scritta direttamente sulla sindone. Non è chiaro. Certamente, sostiene la Frale, “quelle parole avevano un valore importante, un valore che spinse qualcuno a riprodurle con un certo lasso di tempo. Sulla sindone ci sarebbe dunque traccia di una scritta più antica (forse antichissima?) che in seguito venne rifatta con la medesima dicitura” (p. 115). Mi domando se la Frale si sia mai domandata quali complicazioni implicherebbe questa ricostruzione: ammesso che le scritte esistano, è del tutto assurdo pensare che esse possano essere state rifatte a distanza di tempo senza che la traccia di quelle nuove risultasse diversa da quella lasciata dalle vecchie. Ma l'autrice alla fine del libro non si mostra più del tutto sicura di questo parere, perché, a suo dire, il papirologo Mario Capasso le avrebbe suggerito di ritornare all'idea originaria di un solo cartiglio che si è impresso due volte spostandosi (p. 288).

4) La scritta IC vista da Marion sulla testa è interpretata dalla Frale non come abbreviazione del nome latino Iesus, ma come indicazione del numero greco 16. La spiegazione fornita è la seguente: “La vocale iota rappresenta il numero 10 ed è preceduta dalle lettere A, B, G, D, E, j, Z, H e Q che indicavano i numeri da 1 a 9”. Al posto di “preceduta” la Frale, ovviamente, avrebbe dovuto scrivere “seguita”. Il segno j che avrebbe “una forma pressoché identica alla C latina” sarebbe manchevole della “piccola coda inferiore che comunque era accennata”. La lettera stampata sul volume della Frale sembra più un sigma finale (j) che uno stigma, il quale ha il tratto superiore più allungato (p. 131).

stigma

La Frale omette di far notare che usualmente i numeri alfabetici, per essere distinti dalle lettere, sono accompagnati da qualche segno specifico, come un apice ('), una lineetta sovrapposta (¯), un punto (.), un colon (:), un cuneo (‹ o anche ‹›) ed altro[25]. Tutto ciò darebbe questo risultato: [T]IBER[IOU] Ij cioè sedicesimo (anno) di Tiberio (p. 234). In mancanza di altri segni che precedono e seguono e in assenza di indicazioni della presenza di numeri, questa interpretazione numerica è troppo congetturale, basata com’è solo sulla presunta relazione con la parola Tiberio, della cui presenza però non vi è prova certa e che tra l’altro sta da tutt’altra parte della faccia (il nome sulla fronte, il numero sui capelli) e quindi non è per nulla in asse col resto della scritta.

5) L’espressione IN NeCEM, con una lettera "e" in onciale e una in capitale, viene confermata (p. 185).

6) Il ADA[.] visto da Marion non sarebbe ADA[M] ma ADA[R], cioè il nome grecizzato del mese ebraico di Adar (pp. 132, 222, 229-230). La congettura non è sostenuta da nessun elemento.

7) Secondo Barbara Frale la scritta REZw sarebbe visibile su una qualunque delle stampe economiche dell’Enrie (p. 105). Ne deduco che si tratterebbe di una scritta evidente e chiara; ma non riesco a vederla su nessuna delle foto a mia disposizione, anche non economiche. Essa sul negativo, diversamente dalle altre, risulta bianca, quindi secondo l’autrice “dev’essere stata realizzata con un inchiostro o del materiale diverso” (p. 110) La lettera omega finale è onciale, mentre il resto è in capitale (p. 185). Ršzw significa eseguire oppure anche tingere, ma secondo la Frale “Esichio mostra che nel greco di età romana questo [secondo] significato ormai non c'era più, invece il verbo era un sinonimo di «compiere» inteso in senso sia amministrativo sia rituale” (pp. 144-145). In realtà il lessico di Esichio non parla di usi amministrativi:[26]

Esichio

8) Il YS KIA di Marion diventa YE KIA, integrato [O]YE KIA[SQW]. Dunque Ñyš (la sera) k…asqw (sia rimosso, presunta espressione dialettale per ke…sqw) o magari KIATO (k…ato, veniva rimosso, altra espressione dialettale per ™kine‹to) dal verbo kinšw, che però alla diatesi media significa normalmente esser mosso, spostato, agitato più che rimosso (pp. 166, 213-215)

9) La scritta NNAZARENNOS “indica che chi fece le scritte senz’altro non era un fine letterato” (p. 170). La S iniziale che vedeva Marastoni è sparita, non si sa il perché.

10) INNECE(M) sarebbe la ratificazione della sentenza di morte da parte dell’autorità romana che, messa sopra il cadavere, ne documentava l’avvenuta esecuzione (pp. 210-212).

11) Il gruppo SB visto da Marion assieme a NNAZARENNOS non sarebbe il signum Balduini, ma un “sigillo di un notaio imperiale incaricato di redigere un documento ufficiale a certificazione della sindone”, probabilmente intorno al X secolo (p. 195). La Frale non si pone nemmeno l’interrogativo di come sia possibile che a distanza di novecento anni un sigillo si possa essere impresso sul lenzuolo allo stesso modo dei cartigli del I secolo, senza lasciare tracce diverse. Soprattutto, l’autrice porta esempi di alcuni sigilli imperiali dell’epoca, che sono appunto sigilli, non timbri ad inchiostro! Ella tratta di alcuni sigilli bizantini che contengono le lettere SB, ma sono di piombo! Sarei curioso di sapere come un sigillo bizantino di piombo possa lasciare su un tessuto una traccia, e per di più una traccia uguale a quella lasciata dall’inchiostro di un papiro. In epoca bizantina si adoperavano anche sigilli in oro, argento e cera, ma la questione non cambia.

12) Si conferma la scritta [I]HSOU[S] vista da Marion sul collo (p. 111).

13) Poco sopra, le due N accollate di Marion (che potevano anche essere un monogramma) la Frale le trasforma in una N sola, forse unica lettera sopravvissuta di un [DAM]N[ATUS] da mettere in relazione con IN NECE.

14) La scritta per cui la Frale non ricorre agli autori precedenti sarebbe contenuta all’interno di una striscia larga circa 4-5 cm che si troverebbe sotto il mento dell’uomo della sindone. Per scovarla, ella utilizza una fotografia elettronicamente elaborata da Thierry Castex, anche lui del Centre International d'études sur le Linceul de Turin. Diversamente dagli altri casi, la fotografia utilizzata è stata scattata nel 1978; Castex afferma che quanto reso da lui visibile “non si ritrova in altre fotografie”[27]. Nessuno sembra preoccuparsi del fatto che le ombre presenti nella stessa zona sono state già lette come vestigia di N doppia o singola e interpretate come parte della parola damnatus. Secondo la Frale “si intravedono tracce di quelle che sembrano almeno dieci righe di scrittura in caratteri ebraici [...] Verso il centro si distingue un gruppo di segni integri, l'immagine dei quali è meglio rilevata e più netta. Il supporto che portava le diciture era probabilmente opistografo, cioè era stato scritto su entrambi i lati: infatti vicino a questi segni in ebraico compare quella che sembra una S latina maiuscola rovesciata, come se fosse scritta sull'altra faccia del materiale. I segni «di disturbo» che si notano sotto la scritta ebraica trovata da Thierry Castex, fra cui spicca quella S latina molto vistosa, appaiono al contrario: lasciano pensare che quel cartiglio forse opistografo, cioè portasse delle scritte anche sull'altra faccia. Il cartiglio fu girato in modo che queste lettere residue non si vedessero, esse finirono a diretto contatto con il tessuto mentre la faccia ancora bianca ricevette una nuova scrittura in caratteri ebraici. Un meccanismo tuttora non chiaro ha fatto in modo che di esse restasse traccia sul lino, e questa traccia le mostra esattamente come stavano in origine sul cartiglio, ovvero l'una sopra l'altra, una diritta e l'altra a rovescio” (p. 194).

Castex

La Frale afferma che “si distinguono tracce di quelle che sembrano almeno dieci righe di scrittura in caratteri ebraici”, due delle quali sarebbero state riconosciute da due ebraisti, Simone Venturini dell’Università della Santa Croce di Roma ed Émile Puech dell’École Biblique di Gerusalemme (p. 205):

citazione di Puech

 

Ecco queste scritte, in caratteri ebraici:

Questa successione di lettere, qui sopra riprodotta, non ha senso e tantomeno significa noi abbiamo trovato.

In questo caso il perché è corretto, ma più arduo sarebbe spiegare il trovato (stesse lettere di prima, quale vocalizzazione diversa?). Nemmeno la trascrizione delle singole lettere è corretta: se la Frale vede un sade, deve scrivere la s con un puntino sotto (ṣ), perché la s senza puntino indica un’altra lettera che si chiama samekh.

Questa disposizione delle lettere e questa traduzione, che introduce errori marchiani, non sono opera di Venturini o Puech. Ai due studiosi (ma non solo a loro) è stata mostrata una fotografia, senza chiarire quale fosse l’oggetto fotografato, domandando se essi vi riconoscevano qualche lettera di una lingua semitica. Essi, senza proporre alcuna traduzione e interpretazione contestuale hanno ipotizzato che le ombre sulla fotografia potessero essere compatibili con quelle lettere. Questo è quanto si sono limitati a fare; il resto è opera di Barbara Frale.

Al di là del fondamentale fatto che ella entrambe le volte in cui maneggia un testo ebraico fornisce trascrizioni o traduzioni errate, occorrerebbe anche riflettere su un altro punto: qual è il meccanismo che la spinge a ipotizzare che un'accozzaglia di macchie su una foto di un lenzuolo assai problematico (dall'ordito in evidenza che disturba la ripresa fotografica, pieno di pieghe e molto vecchio), nelle quali solo con molta fantasia qualcuno potrebbe riconoscere lettere di qualunque idioma, possa dar forma a due parole ebraiche? E soprattutto, come è possibile fornire una traduzione di due presunte parole così isolate e decontestualizzate? Il ky ebraico, tanto per fare un esempio, non vuol dire solo perché, ma anche così, quindi, invece, allora, quando, se, sebbene, etc. Il ms'̣ può essere benissimo tradotto trovare, raggiungere, incontrare, acquistare.

Ma la spiegazione (che rasenta il ridicolo) è la seguente: siccome ella rinviene in quelle lettere ebraiche l'espressione “noi abbiamo trovato” (espressione che peraltro abbiamo già detto non corrispondere assolutamente a quella sequenza di lettere), e dal momento che secondo il Vangelo di Luca (scritto però in greco) gli Ebrei hanno pronunciato la frase “Abbiamo trovato quest'uomo che sovverte il nostro popolo”, si tratterà certamente dell'originale ebraico di questa frase, appiccicata poi sul collo del cadavere di Gesù! (p. 248). Ma i Farisei nel I secolo d.C. con Pilato parlavano ebraico?

 

Poiché Barbara Frale non ha ritenuto di dover preparare qualche nuova fotografia con la posizione delle varie scritte aggiornata secondo la sua interpretazione, limitandosi a ristampare fotografie già circolanti preparate dai suoi predecessori, ho pensato di fare cosa opportuna fornendo io al lettore un’immagine che faccia comprendere la posizione delle scritte. Ho riportato solo i segni grafici che la Frale considera esistenti sul telo, trascurando altre parole lette da qualcuno ma da lei non prese in considerazione. Ho pertanto tralasciato le scritte ebraiche della fronte viste da Ugolotti, Marastoni, Messina e Orecchia, perché la Frale, pur senza negarle, non le adopera per creare il suo documento necroforico. Anche della scritta sul ginocchio non si fa menzione, e pure la seconda moneta sull’altro occhio non è nominata.

Le scritte in rosso sull’originale sarebbero del medesimo colore delle altre, ma le ho colorate io per renderle visibili, in quanto sono sovrapposte. La scritta bianca comparirebbe così anche sul negativo fotografico. Non ho la pretesa di essere stato preciso al millimetro, ma non mi pare di essere molto distante dalle scritte tracciate “a pennarello” stampate sul libro della Frale.

 

Sistemazione delle scritte sulla sindone secondo Barbara Frale

 

È giunto il momento di tentare una sintesi della teoria complessiva della Frale riguardo alla natura, alla posizione, alla funzione e al significato delle scritte da lei ritrovate sulla sindone. La spiegazione è a tal punto assurda, che non so davvero come spiegarla senza cadere nella burla. Lo farò con la massima oggettività possibile, distinguendo bene i miei commenti dall’idea originariamente espressa nel libro che sto commentando.

Gesù è morto. Il lenzuolo è accostato al corpo e fermato con bende. C’è un funzionario che custodisce il cimitero, della cui esistenza gli storici finora non sapevano nulla; nel rispetto delle leggi sulle inumazioni, con mano un poco tremolante (per l'età?) e con una grafia un po’ fuori moda, egli redige quella che è stata definita una specie di “bolla di accompagnamento necroforo”. È ciò che avviene ancor oggi con i cartellini di riconoscimento che vengono appesi agli alluci dei cadaveri. Il funzionario scrive in fretta, ma soprattutto ha dei problemi con l'uso delle lingue, in quanto per redigere il documento usa un po' di ebraico, un po' di greco e un po' di latino. Evidentemente non ha a disposizione un foglio su cui scrivere, perché è costretto a usare una serie di pezzetti di papiro larghi pochi centimetri, alcuni dei quali addirittura sono strisce riciclate, perché già scritte sul retro in precedenza. Il volto di Gesù è già coperto dal lenzuolo, e il funzionario invece di attaccare i cartellini all'alluce pensa bene di appiccicarli sul lenzuolo che ricopre la faccia del cadavere, probabilmente usando una colla fatta di acqua e farina. Alle pp. 284-285 la Frale finalmente ci fornisce, al termine del suo lungo studio scientifico, la descrizione di tutto il procedimento; cito direttamente dal libro, frapponendo in corsivo le mie osservazioni:

“Nel cartiglio più grande che fa il giro intorno al volto c'è il nome [I]HSOU[S] NNAZARENNOS, e l'indicazione tratta dal mandato del governatore che registrava la rimozione del cadavere avvenuta all'ora nona: [O]YE KIA[SQW] oppure KIATO”; stranamente però una delle scritte è capovolta, rispetto alle altre due, quindi o al necroforo piaceva rigirare i fogli oppure scriveva direttamente ponendosi a lato del cadavere e appoggiandosi sulla faccia del morto. Aveva poi un problema con la duplicazione della N. “Poi dove resta spazio vengono incollati alla meglio altri cartigli più stretti, scritti a lettere piccole in latino ed ebraico: sopra la fronte la data del regno di Tiberio, forse il sedicesimo, ovvero [T]IBER[IOU] Ij”. Qui la Frale altera vistosamente i dati: la presunta data non è sopra la fronte, ma sopra la testa; è il presunto nome Tiberio che sta sulla fronte, vicino al rivolo di sangue. Ben difficile collegare il nome della fronte con il numero della testa. Forse il necroforo non riusciva a scrivere nemmeno due parole sullo stesso foglietto, e per ogni parola prendeva un foglietto nuovo, e lo appiccicava a caso? “Lungo il lato destro in verticale una dicitura in latino estratta dalla sentenza di morte decretata da Pilato, INNECE(M), forse seguito da un altro cartiglio posto in orizzontale presso il mento con la dicitura «damnatus» di cui è visibile ora solo la N”. Anche stavolta, un foglietto per ogni parola. Ma la N, come si vede anche dall’immagine 11 del libro, non era doppia? “Lungo la parte sinistra del volto un cartiglio stretto porta la registrazione del funzionario che esegue la sepoltura”, cioè REZw; ma forse il necroforo era anche un po' vanitoso, e per dare risalto alla propria certificazione si è premurato di cambiare tipo di inchiostro, in modo da lasciare un'impressione sul telo di colore diverso rispetto a tutte le altre. “Al di sotto del mento c’è un estratto della denuncia del Sinedrio dove si esprime l'accusa” in ebraico totalmente sgrammaticato ma vaticinato dalla Frale: “Perché trovato” oppure “Noi l'abbiamo trovato”. Peccato che quelle stesse macchie siano appena state lette come una (doppia) N forse parte di un “damnatus”. O una o l’altra, o il “damnatus” o le scritte ebraiche. Oppure anche qui c’è sovrapposizione di cartigli? Il papiro semitico, peraltro, era riciclato e già scritto sul retro (opistografo!); quindi le scritture sovrapposte sono diventate tre? “Per ultimo un cartiglio scritto in greco dove compare la data in cui parenti potranno recuperare i resti: ADA[R]”. Risultato complessivo:

Gesù Nazareno. Trovato [che sobillava il popolo]. Messo a morte nell’anno 16 di Tiberio. Sia deposto (oppure: veniva rimosso) all’ora nona. [Sia reso in] Adar [sheni]. Chi esegue gli obblighi è [...]

Ma non si è appena detto che il “sia deposto” fa parte del cartiglio più grande, dove stava scritto anche il nome “Gesù Nazareno”? Quindi dovremmo pensare che abbia scritto prima il nome, poi si sia messo ad appiccicare gli altri cartigli con l'espressione ebraica e la datazione nell'era di Tiberio, e poi abbia ripreso il primo cartiglio per scrivere l'ora della rimozione. Una bella confusione.

Peccato che manchi proprio la firma del necroforo. Era tardi e bisognava fare in fretta; l'ufficiale preparò i cartigli velocemente ricopiando i passi dal documento che accompagnava il corpo del defunto. Era abbastanza bravo a scrivere in aramaico (ora dunque, diversamente da prima, la Frale ha deciso che si tratta di aramaico), perché era ebreo, e per il latino gli bastava copiare da un altro documento che aveva di fronte. Però chissà perché si ostinò a non voler scrivere anche “Nazareno” in ebraico o in latino; preferì traslitterarlo in greco con ipertrofia delle nasali doppie; è certamente perché “disegnò la N come la vedeva sulla sigla latina INNECEM vergata dal funzionario romano”. La Frale ci spiega che “d'altronde nessuno sarebbe stato lì a sindacare”.

Scritto tutto, “incollò i cartigli intorno alla testa del cadavere completamente avvolto nel sudario e lo affidò ai due potenti che avevano ottenuto il permesso di metterlo in una tomba privata” (p. 286).

Barbara Frale, pur non avendo mai osservato da vicino la sindone se non in fotografia, sostiene che “le lettere non sono fatte di inchiostro ma di una ossidazione della cellulosa delle fibrille superficiali del lino, simile (ma molto meno intensa) a quella che ha provocato l'immagine del corpo. Un fenomeno fisico-chimico ancora da chiarire ha provocato il trasferimento della scrittura, che ha dunque passato il tessuto da parte a parte riproducendosi anche sulla faccia interna, quella finita a contatto con il volto del defunto” (p. 109) Di conseguenza l'inchiostro, che si è stranamente trasferito sul telo attraversando uno, due, in certi casi tre strati (si pensi alle scritte sovrapposte!) ha lasciato un'ossidazione della cellulosa che mostra le lettere rovesciate, se si guarda sul lato in cui è impresso il volto del cadavere. Ma tutto ciò è difficile da capire. L’immagine del corpo umano è scura sulla sindone e chiara sul negativo, mentre le scritte sono l’esatto contrario. Come si può dire che lo stesso fenomeno ha prodotto sul telo due colori diversi? Occorreva spiegarlo.

La Frale, dopo tutta questa spiegazione, ci informa che “non sappiamo nulla circa il fenomeno che permise a queste parole di passare dal loro supporto al lino della sindone; un esempio paragonabile si ritrova nelle antiche carte d'archivio, dove capita di notare che le scritture si trasferiscono nel tempo da un foglio di carta a un altro poggiato sopra di esso” a motivo del trasferimento di ioni del ferro (dopo secoli, però; ma Gesù non è risorto dopo tre giorni?). Quest'inchiostro necroforico doveva davvero essere potente, se è stato capace di attraversare uno o due cartigli sovrapposti a una stoffa, risultando visibile dall'altro lato del tessuto. Forse  l'umidità del cadavere può aver favorito la migrazione degli ioni di ferro o degli altri metalli (pp. 195-196). Marion, però, meno insensatamente, riteneva che le scritte fossero state apposte direttamente sul lino, non su cartigli.

Ci aspetteremmo che la parte della sindone che fu a diretto contatto dei cartigli, cioè il lato opposto rispetto a quello che riporta l'immagine dell’uomo, sia pieno zeppo di macchie di iscrizione. Se l’inchiostro ha avuto la forza di attraversare il lino sino a giungere al suo lato interno, a maggior ragione dovremmo vedere segni ben più marcati su quello esterno, sul quale i papiri erano incollati. Anche Marion aveva affermato che “sarebbe davvero istruttivo esaminare il lato esterno della sindone”. È precisamente ciò che è stato fatto nel 2002; ma quando fu rimossa la fodera che nascondeva il retro della sindone, nessuna scritta è emersa dall’osservazione diretta, dalla scansione elettronica, dalle fotografie e dalle analisi degli spettri (Raman, riflettanza e fluorescenza)[28]. Un altro elemento che depone a favore della non esistenza delle scritte.


[23] B. Frale, La sindone di Gesù Nazareno, Bologna, Il Mulino, 2009.

[24] Il problema secondo Marion potrebbe essere semplicemente risolto pensando che Marastoni avesse a disposizione dei negativi che relativamente a questa zona del corpo fossero più ricchi di informazioni. Si tenga sempre presente che le elaborazioni partivano dalla medesima fotografia del 1931; una tale ingente discrepanza tra sviluppi fotografici è davvero poco credibile. Se due stampe della medesima lastra fotografica possono far apparire o sparire delle lettere, è giocoforza dedurre che la loro esistenza è davvero molto dubbia o che il metodo adoperato per farle emergere è assai rischioso (cfr. A. Marion, La sacra Sindone, op. cit., p. 151).

[25] Cfr. M. N. Tod, The Alphabetic Numeral System in Attica, in «The Annual of the British School at Athens» 45 (1950), pp. 126-139; W. F. Richardson, The Greek Number System, in «Prudentia» 9 (1977), pp. 15-26; H. Blanck, Il libro nel mondo antico, Bari, Dedalo, 2008, pp. 27-28.

[26] Hesychii Alexandrini lexicon, ed. M. Schmidt, lettera rho, 182.

[27] Cfr. http://thierrycastex.blogspot.com/

[28] A. Marion, Discovery of inscriptions, op. cit., p. 1310. Rapporto dell restauro del 2002 in M. Flury-Lemberg, Sindone 2002. L’intervento conservativo, Torino, ODPF, 2003.

Conclusioni

È il momento di tirare le somme. Non mi soffermo a commentare il contenuto della parte più ampia del libro di Barbara Frale, che è semplicemente una presentazione discorsiva dell'ambiente giudaico nel quale Gesù visse ed operò; essa è intervallata da alcuni riferimenti ad usanze estranee a quell’ambiente, utilizzate per ipotizzare (spesso indebitamente) l’esistenza di presunte consuetudini in comune. La parte propositiva del libro, invece, riguarda il processo di certificazione per la sepoltura di Gesù.

L'esistenza di un funzionario necroforo che avesse lo scopo di redigere un documento accompagnatorio del cadavere non mi sembra sufficientemente fondata. Al silenzio delle fonti giudaiche coeve vengono contrapposti richiami a tradizioni più o meno simili di ambienti assai distanti da quel contesto, e spesso sulla base di congetture del tutto opinabili.

L'uso contemporaneo di tre lingue nella redazione di un documento di questo tipo pare assolutamente improbabile.

L'uso di appiccicare cartigli sulla faccia di un cadavere avvolto da un lenzuolo pare un'usanza assolutamente inspiegabile, scomoda e confusionaria; tra l'altro, mi chiedo se pezzi di papiro appiccicati sul lenzuolo che copre un cadavere non rischino di essere interessati dal processo di decomposizione.

La direzione dei cartigli ipotizzati sembra priva di alcun criterio, e non permette di ricostruire un testo sensato se non facendo un uso sfrenato della fantasia.

Le scritte in certi casi sono state integrate in maniera assolutamente arbitraria, e sembrano voler dimostrare ad ogni costo che il cadavere avvolto nella sindone sia quello di Gesù di Nazaret. Ciò non è impossibile, ma non si può andare alla ricerca di un risultato assegnando ad ogni dato storico un significato preciso che porti verso il risultato che si è già deciso di promuovere. Le lettere, infatti, lasciano spazio ad altre infinite possibilità di integrazione, anche meno complesse. In mancanza di un contesto chiaro, ogni integrazione è completamente arbitraria.

Barbara Frale non è in grado di maneggiare l’alfabeto e la grammatica ebraica.

L'utilizzo di scritte invisibili ad occhio nudo ed estratte mediante manipolazioni di immagini fotografiche è molto rischioso; il libro avrebbe dovuto dedicare almeno un capitolo alla spiegazione tecnica di ciò che è stato fatto per individuare le iscrizioni e all'esposizione di quali sono i rischi di questa operazione. Non farne menzione, è una grossa scorrettezza.

La giustificazione della Frale secondo cui le fotografie del 1931 sono migliori di quelle recenti “per via del metodo fotografico analogico che si usava allora” (p. 108) avrebbe dovuto indurla a richiedere l’uso delle molte fotografie altrettanto analogiche scattate sulla sindone negli anni successivi. Ma esse sembrano funzionare poco nella ricerca delle presunte scritte.

La documentazione fotografica riguardo alle scritte è assolutamente insufficiente, e per certi versi ingannevole, in quanto la Frale ha omesso di spiegare come quelle immagini sono state ottenute.

L’autrice non compie nessuna ulteriore ricerca sulle immagini, ma semplicemente accetta o rifiuta senza criterio espresso questa o quell'altra scritta proposta da questo o quell'altro ricercatore. Alcuni segni grafici la Frale li modifica senza darne spiegazione. Ciò non permette al lettore di comprendere sulla base di quali elementi una proposta sia accettabile e un'altra non lo sia.

Non viene data alcuna spiegazione sensata di come l’inchiostro avrebbe potuto attraversare il papiro e il lino per imprimersi sul lato interno della sindone. Non si spiega perché scritte rifatte o addirittura sostituite successivamente siano identiche a quelle originali. Ancor più assurda è l’idea che un sigillo bizantino, che non prevedeva l’uso di inchiostro, possa aver lasciato segni uguali a quelli delle altre presunte scritte

Nessuna descrizione della sindone di Torino, a partire dal secolo XVI, ha mai parlato delle scritte. Se esse risalgono al I secolo, e nel XIII erano ancora perfettamente visibili (lo afferma l’autrice nel suo libro I Templari e la sindone di Cristo, p. 173) come hanno fatto a sparire subito dopo?

Personalmente, nutro fortissimi dubbi circa l'esistenza di queste fantomatiche scritte risultanti sostanzialmente da una fotografia del 1931. Il mancato utilizzo di fotografie recenti mi suona terribilmente sospetto. Il fatto che il retro della sindone sia privo di segni è molto indicativo. Se queste scritte non esistessero, tutti i problemi e le incertezze che caratterizzano la complessa ipotesi della Frale svanirebbero nel nulla, perché edificati su una base irreale. Mi sembra questa, in verità, la soluzione più probabile.

Anche questo libro di Barbara Frale, come il precedente, non mancherà di stuzzicare la fantasia di qualche romanziere o pseudostorico alla Dan Brown. Senza dubbio l'operazione metterà in circolazione qualcosa che ha che fare con ciò che stava sui tavoli rovesciati da Gesù nel Tempio (Gv 2,13-17).







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