La filologia e i suoi problemi - Introduzione alla filologia
Data: Sabato, 29 settembre 2001 @ 12:00:00 CEST
Argomento: Il Nuovo Testamento


di Ezio Gallicet

Introduzione alla filologia. Dispense del corso di letteratura cristiana antica.



Sommario

 

Introduzione

Che cos’è la filologia? E’ un po’ come per Monsieur Jourdain, il personaggio del Borghese gentiluomo di Molière: era prosatore e non lo sapeva. Anche noi siamo tutti filologi, senza saperlo, nel momento in cui cerchiamo di capire ciò che leggiamo. In un significato estensivo, dunque, filologia è cercare di capire un testo.

Se leggiamo testi scritti molto tempo fa, diventa importante sapere come ci sono stati trasmessi; nel significato specialistico del termine, per filologia si intende essenzialmente la scienza che si occupa della trasmissione dei testi.

Base della filologia è la bibliologia, che studia i materiali attraverso cui i testi ci sono stati trasmessi.

papiro
Papiro egiziano

 

Materiali scrittorî

Immaginiamo uno scrittore latino (o greco) di 1500-2000 (e più) anni fa. Egli intende scrivere una poesia, un’opera di storia o un’opera filosofica. Incomincia a prendere appunti. Per farlo, usa uno stiletto (stilus, graphéion o graphiur) di metallo (ferro o bronzo) o di avorio, appuntito da una parte, per incidere, e piatto dall’altra, per cancellare (stilum vertere = cancellare).

Donna con tavoletta di cera Donna con tavoletta di cera e stilo

Incide le lettere direttamente su tavolette di legno duro lisciato ed imbiancato, o su tavolette lignee od eburnee spalmate di cera o gommalacca fusa (tabulae, tabellae, cerae, in greco ptychái, ptýchia, da ptússô, piegare), due o più tavolette (fino a 10) tenute insieme da legacci che passavano per fori praticati nel bordo interno (due tavolette: díptycha, cfr. l’italiano dittico; tre: tríptycha, trittico; quattro: tetráptycha, etc.). Ne abbiamo delle raffigurazioni in affreschi di Pompei, e ce ne sono arrivate alcune: nel 1875, nella casa del banchiere Cecilio Giocondo, a Pompei, furono scoperte centinaia di tavolette degli anni 15-62 d.C. Il legno era carbonizzato, la cera scomparsa, ma alcune lettere sono ancora leggibili perché lo stilo aveva graffiato il legno (si tratta di conti).

Poi (già nel I sec. a. C.) dal mazzetto di fogli lignei si passa al mazzetto di fogli di pergamena, più leggeri e anch’essi riutilizzabili, perché si poteva cancellare l’inchiostro lavandolo o grattandolo. A materiali di questo genere si riferisce appunto Paolo quando chiede a Timoteo: “Portami anche i libri e specialmente le membrane (2 Tim. 4, 13) (membránas sia in latino sia in greco)”.

In seguito, il nostro scrittore antico si accinge alla stesura vera e propria della sua opera, che solitamente dettava ad uno scriba. Per scrivere si usavano due tipi di materiale: il papiro (più anticamente) e la pergamena (in prevalenza, a partire dal I sec. d. C.).

Pianta di papiro Pianta di papiro

Il papiro (pápyros, in latino charta) era ricavato dall’omonima pianta, una specie di canna egiziana che raggiunge l’altezza di tre o quattro metri. Il fusto (il midollo, da cui veniva tolta la corteccia esterna) era tagliato in strisce, nel senso della lunghezza, che venivano disposte parallelamente l’una vicina all’altra e inzuppate d’acqua. Su un primo strato se ne disponeva un altro trasversalmente, poi i due strati erano compressi e lasciati asciugare (cfr. Plinio, Naturalis Historia XIII, 68-89, capp. 21-28). I fogli così ottenuti erano poi incollati a formare un rotolo (kýlindros = cilindro, in latino volumen). Il rotolo di solito era molto lungo (ce ne sono arrivati di quelli lunghi anche più di 10 metri), ma non molto alto (secondo Plinio, si andava all’incirca dai 24 cm. delle carte migliori, agli 11 delle peggiori1). Ogni rotolo serviva a ricevere la trascrizione di un’opera letteraria completa: ecco quindi la divisione in «libri» delle opere letterarie antiche.

Rotolo Rotolo di papiro

Sul rotolo si scriveva in colonne (paginae, schedae, in greco selídes. In Antologia Palatina IX, 251 si parla di un selidêfágos, uno che divora i fogli dei libri, a proposito di un lettore accanito). Le colonne avevano righe di 35 lettere circa (15 sillabe), leggermente inferiore alla larghezza delle righe di un libro d’oggi, corrispondenti ad un verso omerico di media lunghezza. La scrittura correva parallelamente al bastoncino sul quale il rotolo era avvolto. Al fondo del rotolo si faceva il calcolo delle linee (stíchoi) scritte, cioè la sticometria, in base alla quale si pagava lo scriba; una volta che di un’opera s’era fatta la sticometria, gli amanuensi delle copie posteriori ricopiavano anche la sticometria. Callimaco, quando compilò il catalogo della biblioteca di Alessandria, nel III sec. a. C., vi segnò per ciascuna opera anche il suo numero di stichi. Nel 301 Diocleziano fissò la retribuzione dei copisti all’ammontare di 25 denarii per 100 righe in scritti di prima qualità, e di 20 per scritti di seconda qualità.

Per lo più si scriveva solo sulla parte interna del rotolo (recto), ove le fibre del papiro erano orizzontali, che era più protetta. Quando, per risparmiare, si scriveva anche sulla parte esterna (verso), il rotolo è detto opistografo (da ópisthen = dietro).

Ci sono arrivati molti papiri: particolarmente importanti sono quelli di Ossirinco e quelli di Ercolano. Questi ultimi appartenevano alla biblioteca di Filodemo di Gadara, filosofo epicureo (metà del I sec. a.C.), ospitato da L. Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, in una villa ad Ercolano. Sono stati ritrovati circa 1800 rotoli carbonizzati, alla metà del 1700; con le tecniche odierne possono essere svolti e letti.

Dione Crisostomo (30-117 d.C.) dice che già ai suoi tempi erano pregiati i papiri antichi, vecchi di uno o due secoli; certi librai disonesti li invecchiavano artificialmente immergendoli nel grano per ingiallirli.

Volumen Volumen - Lipsanoteca del V-VI secolo d.C. - Brescia, Museo di S. Giulia

I volumina non erano facili da leggere: bisognava usare entrambe le mani, la destra per tenere il rotolo, la sinistra per tener ferma la parte iniziale srotolata e per arrotolarla via via che la lettura procedeva; arrivati alla fine, bisognava riavvolgerlo nel senso opposto. “Srotolare il rotolo” in latino è explicare volumen (in greco exeiléin bíblon o kylíndron). “Arrotolare” invece si dice plicare = piegare (eiléin). Liber explicitus significa “libro letto fino alla fine”; di qui l’abbreviazione explicit (= explicitus) posta alla fine di un’opera, abbreviazione che, per analogia con incipit liber nel titolo, fu scambiata con la III persona singolare del presente di un verbo explicere che non esiste, dando origine a frasi del tipo explicit liber.

Sul papiro, via via prevale l’uso della pergamena (pergamené = di Pergamo, sottinteso diftéra, pelle conciata, o dérma, la pelle, in latino membrana). Secondo la tradizione fu Eumene Il re di Pergamo (197- 158 a.C.) a inventarla, in un momento in cui il papiro scarseggiava perché l’Egitto ne vietava l’esportazione; più probabilmente fu lui a dare impulso alla sua diffusione. La pergamena era fatta con pelli di pecora (cfr. l’italiano cartapecora), di capra, di montone, di vitello, messe a bagno in acqua di calce, rasate dei peli, pulite, essiccate, imbiancate con calce, levigate con pomice, tagliate per formare fogli.

Solitamente, questi venivano piegati in quattro e davano origine ai quaternioni (quaterniones, in greco tetrádes, tetrádia) che, rilegati insieme, davano il codex. Il codex è il vero antenato del libro moderno. La forma del codex fu usata già per i papiri, soprattutto in ambiente cristiano, ma trovò larga applicazione in particolare con la pergamena. Può esser vera l’ipotesi che siano stati i Cristiani i primi ad adottare per le scritture la forma del codice, al posto del volumen, nel deliberato tentativo di differenziare le consuetudini della Chiesa da quelle della Sinagoga e del paganesimo. I motivi del passaggio dal papiro alla pergamena non sono chiari e sono state formulate varie ipotesi. Rispetto al papiro, la pergamena sembra presentare dei vantaggi tali da renderla preferibile: è più comoda per la lettura, solida (il papiro si conserva solo in ambienti caldi e secchi), economica (il papiro deve essere importato dall’Egitto)2. Solitamente si associa il papiro al volumen, e la pergamena al codex; in realtà, abbiamo anche qualche caso di codici papiracei e rotoli pergamenacei.

Penna e calamaio Penna e calamaio romani del I secolo d.C.

Sul papiro e sulla pergamena si scrive col calamus, kálamos, una canna vegetale tagliata ed appuntita con un temperino (scalptum); cfr. Girolamo: “Lo stilo scrive sulla cera, il calamo sul papiro o sulla pergamena” (Epistula LXV, 7)3. Dal VI sec. d.C. si usano penne di animali (oca), anche se nel medioevo i termini calamus e penna si confondono volentieri.

L’inchiostro (atramentum = color nero; encaustum = fatto a fuoco) era prodotto con ingredienti vegetali e si cancellava con una spugna bagnata. Si usavano fuliggine delle lampade, fondi di vino e nero di seppia, mescolati con sostanze gommose vegetali, diluite con acqua (nerofumo). Ci sono anche inchiostri a base metallica, dal III sec. d.C.

La carta fatta di stracci macerati in acqua costituirà materiale scrittorio in Occidente dal XIII secolo (in Italia, nella seconda metà del XIII sec, abbiamo le cartiere di Fabriano); le origini della carta sono orientali, cinesi, ed essa fu introdotta nel mondo arabo nel secolo VIII, e in quello bizantino nell’XI.

Esiste una classe particolare di manoscritti, detti palinsesti (da pálin pséô, raschio di nuovo) o codices rescripti, nei quali la scrittura è stata raschiata via per lasciare il posto alla scrittura di un secondo testo. Il problema del reimpiego dei codici ammette due soluzioni: quella economicista (riutilizzo di pelli per risparmio o scarsità di mezzi), o quella ideologica (eliminazione dei testi pagani in favore di quelli religiosi). Lo studio quantitativo dei palinsesti non sostiene la convinzione di una programmatica eliminazione della letteratura pagana; sono numerosisimi i testi cristiani eliminati in favore di altri testi cristiani (ad esempio le traduzioni della Bibbia anteriori alla Vulgata di Girolamo)4. Si ricordi la scoperta e la pubblicazione nel 1822 da parte di Angelo Mai, bibliotecario della Vaticana, di un palinsesto contenente il De Republica di Cicerone; purtroppo i reagenti chimici usati allora per far riaffiorare la scrittura sottostante, hanno danneggiato i codici; oggi si fa uso dei raggi ultravioletti.


NOTE AL TESTO

1 Naturalis Historia XIII, 78; trad. ital. a cura di G. B. CONTE, Storia naturale, Torino, 1983, vol. III/1, p. 136.

2 Sull’argomento cfr. T. C. SKEAT, La produzione libraria cristiana delle origini: papiri e manoscritti, trad. ital., Firenze, 1976.

3 Stilus scribit in cera, calamus vel in charta vel in membranis.

4 Cfr. E. A. LOWE, Codices rescripti, in Mélanges Eugéne Tisserant, Città del Vaticano, 1964, vol. V, pp. 67-113.

Condizioni di scrittura

Di solito l’autore antico non scriveva di sua mano, ma dettava. Gli antichi consideravano lo scrivere un faticoso lavoro manuale, qual era veramente, attesa la materia e gli strumenti di cui si servivano. In genere scrive personalmente chi è povero. Ambrogio preferiva scrivere di propria mano (Paolino, Vita Ambrosii XXXVIII) e non dettare di notte per non pesare sugli altri (Epistula XLVII, 1-2)1. Sulla fatica dello scrivere che porta facilmente a scatti d’ira c’è una testimonianza di Agostino, che ricorda come l’ira possa sfogarsi anche su oggetti inanimati, sullo stilo o sulla penna che scrivono male:

“Sebbene talvolta l’uomo, anche senza alcun sentimento di vendetta, si adira con oggetti inanimati e spazientito spezza lo stilo che non scrive o il calamo (De civitate Dei XIV, 16)2.

Scriba Scriba egizio

Per dettare ci si rivolgeva a uno schiavo o a un dipendente specializzato. Spesso era un tachigrafo (notarius cfr. le notae tironianae). Questo comportava dei problemi: chi dettava era portato a farlo con una certa rapidità, perché poteva succedere che lo scrivano si annoiasse. Lo notava Girolamo:

“Chiamo uno scrivano e subito gli detto qualunque cosa mi venga alla bocca. Se invece voglio ripensarci un momento, per esprimermi meglio, quello senza far parola mi rimprovera: stringe i pugni, corruga la fronte, dà a vedere, con l’atteggiamento di tutta la persona, che sta lì a far nulla” (Commentarii in IV epistulas paulinas, PL XXVI, 39)3.

Prima si dettava, poi si correggeva di propria mano; dettando non si poteva correggere subito. Di qui una prima, possibilità di errore: se il testo originale aveva cancellature, veniva ricopiato in bella da una terza persona, il calligrafo (a Pompei certi manifesti murari hanno in fondo anche il nome del calligrafo); quindi almeno tre persone intervenivano nella scrittura dell’opera, con possibilità di fraintendimenti. Tutti i testi antichi brulicano di errori (non esclusi quelli in edizione critica...).

Una volta che lo scrittore abbia terminato il suo scritto e intenda renderlo pubblico, lo farà copiare, in modo da diffondere o vendere le copie. A Roma, dai tempi di Cicerone, esistevano librai (librarii), editori (bibliopolae) che avevano alle loro dipendenze dei copisti calligrafi (kalligráphoi, scriptores, litteratores o anche librarii - il termine è ambiguo-, antiquarii). Anche ricchi signori disponevano di copisti. Abbiamo notizie da Gellio, Marziale, Plinio il Giovane, etc. C’erano a Roma botteghe coi libri in vendita; c’erano biblioteche, più numerose di quel che si creda.


NOTE AL TESTO

1 S. AGOSTINO, Le lettere. Introduzione di Michele Pellegrino, note di Luigi Carrozzi, Roma, 1969, p. XII ss.

2 Quamvis nonnumquam homo, ubi vindictae nullus est sensus, etiam rebus inanimis irascatur, et male scribentem stilum conlidat vel calamum frangat iratus. Ed. B. Dombart - A. Kalb, Turnhout, 1955 (Corpus Christianorum, Series latina 48), p. 438, 70-71.

3 S. AGOSTINO, Le lettere. Introduzione di Michele Pellegrino, note di Luigi Carrozzi, Roma, 1969, p. XIII.

Biblioteche antiche

Ricordiamo, per la Grecia: la biblioteca di Aristotele, che passò a Teofrasto, divenne quella del Peripato e fu portata a Roma da Silla; le biblioteche di Alessandria d’Egitto, quella del Museo e quella del Serapeo (così detta dal tempio di Serapide, presso cui si trovava), famose anche per i loro bibliotecari (Demetrio, Falereo, Zenodoto, Callimaco, Eratostene, Aristofane, Aristarco), che furono pure illustri filologi ed ebbero una funzione determinante nella scelta delle opere da conservare; le biblioteche di Pergamo, Atene, Efeso, etc. (quasi tutte le città dell’Asia Minore avevano una propria biblioteca).

In Occidente, abbiamo le biblioteche di Cicerone, di Lucullo (Plutarco dice che ne permetteva la consultazione a eruditi), di Varrone (ne parla Gellio); le biblioteche pubbliche di Roma e di altre città dell’impero (ad es., di Como: ne parla Plinio il Giovane).

E poi ci sono le biblioteche cristiane, le biblioteche dei conventi. Si può ricordare la biblioteca di Agostino ad Ippona. Particolarmente importante fu il Vivarium di Cassiodoro in Calabria, presso Squillace (VI sec.), così detto perché vicino c’era un vivaio di pesci, ma Cassiodoro intendeva soprattutto farne un vivaio di cristianesimo (inoltre il pesce è un simbolo del cristianesimo, perché in greco pesce si dice ichthýs termine formato dalle lettere iniziali delle parole greche che definiscono Gesù Cristo: Iêsoús Christós Theoú Yiós Sôtér, Gesù Cristo Figlio di Dio, Salvatore). Numerose sono le biblioteche conventuali in Italia: Montecassino (529); Bobbio, nella valle del Trebbia, in provincia di Piacenza (613): i manoscritti passarono poi alla Biblioteca Nazionale di Torino (un terzo rimase bruciato in un incendio nel 1904), all’Ambrosiana di Milano e alla Vaticana di Roma; Farfa, in provincia di Rieti (VII sec.); Pomposa, presso Ferrara (VIII sec.); Novalesa, presso Susa (VIII sec.) che è andata dispersa; Nonantola, tra Modena e Bologna; Grottaferrata, nel Lazio. Fuori d’Italia, da ricordare, in Francia, le biblioteche di Luxeuil (585); Corbie, Cluny, Laon; in Germania, Fulda, non molto distante da Francoforte sul Meno, fondata da S. Bonifacio nel 744 (importante per la ricostituzione del testo dell’Apologeticum di Tertulliano il codex Fuldensis) in Svizzera, S. Gallo e Reichenau (in un’isola sul lago di Costanza, 724): S. Gallo era compagno di S. Colombano; il monastero, fondato dopo la sua morte, prese nome da lui; un episodio curioso (e significativo): 924, invasione di Ungari: i libri sono portati a Reichenau; passato il pericolo, i libri ritornano a S. Gallo, in egual numero, ma non i medesimi libri (Reichenau si tenne i più preziosi)1.

Molti codici provengono da queste biblioteche e se ne distingue la provenienza per le caratteristiche di grafia peculiari.

Ci sono biblioteche inoltre presso scuole (la Sorbona di Parigi: XIII sec.) e cattedrali (Ivrea, Novara: X sec.; Vercelli: cfr. l’Evangeliario di S. Eusebio, del sec. IV; Verona: cfr. il codice del De civitate Dei di Agostino, del V sec.; Aquisgrana; Canterbury; etc.). In Oriente, sappiamo che a Costantinopoli Costantino stabilì al piano terreno del palazzo imperiale una biblioteca di quasi 7000 volumina e che Giuliano l’Apostata l’arricchì notevolmente; nel 372 Valente la dotò di 7 scrivani (3 latini e 4 greci), che dovevano copiare codici e riparare quelli danneggiati; nel 477 aveva più di 120.000 volumi2.

Durante il periodo iconoclastico (dal 729 all’843) i libri con illustrazioni sacre furono distrutti.

Si ebbero raccolte di libri con Fozio (morto nell’891), con Areta, scolaro di Fozio (verso il 900), con Costantino VII Porfirogenito (911-959), con Costantino Monomaco (salito al trono nel 1042), con Michele Psello (nato nel 1018). Ci furono depredazioni ad opera dei guerrieri della IV Crociata (1204). Con i Paleologi, le biblioteche furono arricchite: da ricordare è il contributo di Michele Paleologo (nel 1261 rioccupa Costantinopoli).

Importanti anche le biblioteche dei monasteri del Monte Athos (qui, nel 1955, A. Wenger trovò un manoscritto, probabilmente del sec. XI, contenente otto omelie catechistiche battesimali di Giovanni Crisostomo).

Altre biblioteche a Gerusalemme, Tessalonica, Patmos, etc.

Curiose sono le pene minacciate da Teodoro Studita contro i monaci copisti disattenti (Poenae ministeriales, LIII-LX)3: se non si tien pulito, se si rovina il quaternione su cui si scrive, o il libro dal quale si trascrive, o se si trascurano gli accenti ed i segni di interpunzione, 130 inchini (o genuflessioni, metánoiai) (cap. 54); se trascrivendo si fanno trasposizioni, resti in segregazione per tre giorni (55); per aggiunte, pena del digiuno (xêrofagía, mangiare asciutto) (56); “chi per ira faccia a pezzi la penna, trenta genuflessioni” (57)4 Teodoro, abate del monastero di Studios, a Costantinopoli (759-826), aveva stabilito regole ferree per il lavoro di biblioteca: se un monaco, mentre copiava, macchiava i fogli e non rispettava gli spazi o faceva altri errori dello stesso tipo, doveva compiere tredici genuflessioni; chi trascriveva facendo molti errori di copiatura era condannato a tre giorni di esilio dalla comunità; se gli errori erano davvero molti e gravi, a tre giorni a pane ed acqua. (Teodoro Studita, abate del monastero costantinopolitano che prese il nome dal fondatore, Studios, nacque nel 759; nella controversia iconoclasta fu tra gli iconoclasti; morirà nell’826)

Dunque, il lettore antico poteva comprare un libro, poteva leggerlo in biblioteca, oppure poteva farselo prestare da un privato (amico) o da una biblioteca. Le biblioteche prestavano libri raramente e solo a persone di fiducia. Sappiamo che Girolamo ebbe il permesso dalla biblioteca di Cesarea di fare copia di un volume (De viris illustribus III) 5; poté avere libri dell’Antico Testamento in ebraico attraverso un ebreo frequentatore della Sinagoga di Betlemme (Epistula XXXVI, 1)6; anche le biblioteche dei monasteri prestavano libri (cfr. Girolamo, Translatio latina Regulae S. Pachomii CLXXXIII)7. Se l’opera era interessante, il lettore, avutane in prestito una copia, se la trascriveva o la faceva trascrivere: e poteva succedere che un lettore frettoloso, che copiava in fretta, non capisse certi segni di abbreviazione, avendone perciò una copia assai scorretta, come lamenta Girolamo (Epistula CXXIV, 1)8.

Il sistema di diffusione attraverso il prestito da privato a privato (con conseguente trascrizione individuale, fatta direttamente dal lettore, o da lui fatta fare da un copista) è ampiamente documentata per la letteratura cristiana. Invece, il sistema della diffusione attraverso bibliopolae (editori-librai) è molto meno documentato, tanto che il Marrou ha sostenuto che non è affatto sicuro, allo stato attuale delle nostre conoscenze, ritenerlo quello più comune9.


NOTE AL TESTO

1 Cfr. G. N. PUGNO, Trattato di cultura generale nel campo della stampa, I, Torino, 1964, p. 181.

2 Cfr. PUGNO, op. cit., p. 136.

3 J. P. MIGNE, Patrologia Graeca XCIX, 1740; cfr. PUGN0, op. cit., p.143.

4 E„ ™k qumoà suntr…yei k£lamon, met£noiai l.

5 Ed. E. Richardson, Leipzig, 1896, pp. 8-9.

6 Ed. I. Hilberg, Vindobonae, 1910 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 54), p. 268.

7 Patrologia Latina XXIII, 84 C.

8 Ed. I. Hilberg, Vindobonae, 1918 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 56), p. 96.

9 H. I. MARROU, La technicque de l’édition à l’époque patristique, in «Vigiliae Christianae» III (1949), pp. 208-224.

Scritture

La scrittura può essere un elemento di datazione.

Scritture latine.

Anzitutto c’è la capitale, così detta forse da caput, titolo del libro, perché, quando non fu più usata nel Medioevo per i testi, servì per i titoli. E’ una scrittura maiuscola, caratterizzata da aste diritte ed angoli retti. Pochi codici in capitale ci sono giunti: il Virgilio mediceo-laurenziano (V sec.), il Virgilio vaticano (IV sec.), etc.

Scrittura gotica Scrittura gotica

La scrittura onciale, così detta forse perché in origine di grandi dimensioni (oncia =2 cm. e mezzo) è ancora una scrittura maiuscola, ma, a differenza della capitale, ha lettere arrotondate. Abbiamo un 400 codici in onciale, risalenti al V-VI sec. C’è anche una semionciale, con lettere minuscole alternate a maiuscole.

Nel Medioevo abbiamo scritture di tipo irlandese e di tipo anglosassone (con lettere minuscole e maiuscole), le minuscole beneventana, visigotica (in Spagna), merovingica (usata a Luxeuil, Laon, Corbie), carolina (del tempo di Carlo Magno, IX sec., che per semplicità e chiarezza prevalse sulle altre), gotica (XIII-XV sec., nata dall’irrigidimento manieristico della carolina).

Scritture greche.

Dalla maiuscola, od onciale (rotonda od ovale) si passa piano piano alla minuscola, diritta o pendente inclinata (IX sec.).

Nei codici più antichi (sia greci sia latini) si ha la scriptio continua, senza divisione di parole (qualche volta le parole si dividevano con un punto o con il nostro apostrofo); senza punteggiatura, a parte la paragraphé (paragrafo), un segno in margine per indicare la fine di frase; senza accenti (per parole ambigue si faceva un segno in margine) e spiriti1; con abbreviazioni. Non c’era neppure divisione del testo: qualche volta, compariva un breve intervallo bianco alla fine di capitolo, oppure un punto fermo, o si usava una lettera più grande. Nei codici della Bibbia il testo è diviso talora in brevi sentenze, per una più facile distribuzione nella pubblica lettura (stichedón, per linee). I capitoli non avevano titoli, mancavano indici, cioè tutti i sussidi comuni nei libri di oggi.

Un fenomeno importante fu quello della traslitterazione (metacharaktêrismós), che si verificò quando i codici greci scritti in maiuscola furono ricopiati in minuscola; a partire dal IX sec. si diffuse gradualmente il sistema di separare le parole; tale scrittura, più comoda, provocò la scomparsa di molti codici più antichi.


NOTE AL TESTO

1 Cfr. L. G. TURNER, I libri nell’Atene del V e IV secolo a.C., in O. CAVALLO (a cura di), Libri, editori e pubblico nel mondo antico. Guida storica e critica, Bari, 1975, pp. 3-14.

Errori di trasmissione del testo

Torniamo al nostro scrittore antico: il suo manoscritto è messo in commercio (in latino edere) attraverso più copie fatte da copisti di professione, o, nel caso di cristiani, da monaci. Che cosa succede? Errori. In tre papiri che distano da 50 a 80 anni dalla morte di Platone, ci sono già molti errori1.

Nessun testo di nessun autore antico ci è giunto senza che in esso non si siano insinuati errori. E’ vero che, sulla prima copia, l’autore spesso interveniva di persona a controllarla: ma questa copia non è mai pervenuta. “A nulla infatti servirà aver corretto un libro, se la correzione non verrà conservata per diligenza degli editori” (Girolamo, Praefatio in libro Ezrae)2. Nell’antichità si era ben coscienti di questo, come ci testimoniano alcune osservazioni di Galeno3.

Lettura di un papiro Giovane che legge un papiro - Incisione su un vaso di terracotta del 460 a. C.

Così si esprimeva Marziale in un epigramma:

“Se dei passaggi trovi, lettor, nei miei foglietti / talora troppo oscuri, tal altra assai scorretti, / non incolparne me, ma l’infedel copista / che, per servirti presto, incorse in qualche svista. / Se poi persisti a credere che gli sbagli son miei, / perdona se ti dico che un mentecatto sei. / «Comunque questi versi non valgon», dici tu. / Sia pure, ma tu dimmi: i tuoi valgon di più?”4

Gellio fa più volte osservazioni di critica testuale. Ad esempio, nota errori in passi delle opere di Cicerone:

“Per cui non c’è alcun dubbio che Marco Cicerone, il quale scrisse in favore di Milone, aveva lasciato scritto così: […] «era occupato un migliaio di uomini robusti», e non «erano occupati», cosa che si trova scritta nei testi meno accurati” (Noctes Atticae I, 16, 15)5;

Ireneo, discutendo del numero della bestia di Apocalisse 13, 18 che è 666 (in Adversus Haereses V, 30, 1), osserva che:

“questo numero si trova in tutte le copie accurate e antiche”, e “non so come alcuni abbiano potuto sbagliare […] e togliere [...] il numero centrale sottraendogli cinquanta unità e pretendendo che ci sia una sola decina [cioè 616], anziché sei. Penso che questo sia stato un errore degli amanuensi, come suole accadere: siccome i numeri si scrivono con le lettere, facilmente la lettera csi (=60) si estende fino a formare la lettera iota (=10)”6.

In effetti 666 si scrive chxs, 616 si scrive chis; una x allungata nell’alfabeto greco facilmente si confonde con i.

Nel trattato Sull’Ogdoade di Ireneo c’era una frase che Eusebio (Historia ecclesiastica V, 20 ,2) riporta:

“Impegno con giuramento te, che trascriverai questo libro, in nome del nostro Signore e del suo glorioso avvento, in cui verrà a giudicare i vivi e i morti: collaziona quello che avrai trascritto, e correggilo accuratamente sulla copia da cui avrai trascritto; e parimenti trascrivi e inserisci nella tua copia questo giuramento”7.

Di questo passo abbiamo anche la traduzione latina di Girolamo, inserita nel De viris illustribus XXXV.

Circa due secoli più tardi, nella Passione di Dativo, Saturnino e altri, troviamo, con richiamo ad Apocalisse 22, 18-19:

“A chiunque aggiungerà a questo libro un solo apice od una sola lettera, il Signore aggiungerà su di lui innumerevoli piaghe; e a chiunque cancellerà, il Signore cancellerà la sua parte dal libro della vita” (XXI,2)8.

In calce alla lettera degli Smirnioti sul processo di Policarpo di Smirne si legge:

“Questo testo lo ha trascritto Gaio da quello in possesso di Ireneo, discepolo di Policarpo, il quale fu anche concittadino di Ireneo. Ed io, Socrate, a Corinto l’ho trascritto dalla copia di Gaio” (XXII,2-3)9.

Si sente la preoccupazione di dare garanzie di accuratezza.

Ancora un altro invito pressante a trascrivere esattamente il testo, nella prefazione di Rufino alla traduzione del De principiis di Origene:

“Colui che copierà o leggerà questi libri, lo scongiuro e lo supplico innanzi a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, per la fede del regno che verrà, per il mistero della risurrezione dei morti, per il fuoco eterno preparato per il diavolo ed i suoi angeli, che non erediti in eterno il luogo del pianto e dello stridor di denti, ove il loro fuoco non si estingue ed il loro verme non muore: non aggiunga, tolga, inserisca o cambi nulla al presente scritto, ma che confronti le sue copie cogli esemplari che gli servirono di modello, che corregga parola per parola e punteggi, che non abbia un codice non corretto e non punteggiato, cosicché non avvenga che la difficoltà dei significati, se il codice non sia punteggiato, generi maggiori oscurità per coloro che leggono”10.


NOTE AL TESTO

1 Cfr. H. ALLINE, Histoire du texte de Platon, Paris, 1915, p. 66.

2 Nihil enim proderit emendasse librum, nisi emendatio librariorum diligentia conservetur. Biblia sacra iuxta Vulgatam versionem (Ed. B. Fischer, J. Gribomont, H.F.D. Sparks, W. Thiele et R. Weber), Stuttgart, 19752, p. 638.

3 Claudii Galeni opera omnia, ed. C. G. Kühn, Leipzig, 1824, vol. VII, pp. 900-90: l’editore deve avere familiarità con pensiero e lingua dell’autore (così eviterà correzioni sbagliate); deve ricorrere ai vecchi manoscritti (XVI, 468 e 836) e collazionarli (VII, 896); l’errore risale per lo più non all’autore ma ad un copista (VII, 899-900; XVII, 1, 634, 706); una variante scritta in margine da un lettore può poi erroneamente introdursi nel testo (XVI, 202; XVII, 634). Cfr. R. DEVREESSE, Introduction à l’étude des manuscrits grecs, Paris, Imprimerie National, 1954, p. 81.

4 Epigrammata II, 8: Si qua videbuntur chartis tibi, lector, in istis / sive obscura nimis sive latina parum, / non meus est error: nocuit librarius illis, / dum properat versus adnumerare tibi. / Quod si non illum, sed me peccasse putabis, / tunc ego te credam cordis habere nihil. / «Ista tamen mala sunt». Quasi nos manifesta negemus: / haec mala sunt, sed tu non meliora facis. Ed. D. R. S. Bailey, Stutgardiae, 1990 (Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana). Versione poetica di A. MORTERA, Epigrammi di M. A. Marziale, Verona, Mondadori, 1952, p. 36.

5 Quapropter nihil iam dubium est, quin M. Cicero in oratione, quam scripsit pro Milone, ita scriptum reliquerit: […] «mille hominum versabatur valentium», non «versabantur», quod in libris minus accuratis scriptum est. Ed. R. Marache, Paris, 1967 (Belles Lettres), p. 59.

6 Trad. ital. di E. BELLINI, Contro le eresie e gli altri scritti, Milano, 1981, p. 468.

7 `Ork…zw se tÕn metagrayÒmenon tÕ bibl…on toàto kat¦ toà Kur…ou ¹mîn 'Ihsoà Cristoà kaˆ kat¦ tÁj ™ndÒxou parous…aj aÙtoà, Âj œrcetai kr‹nai zîntaj kaˆ nekroÚj, †na ¢ntib£lVj Ö metegr£yw, kaˆ katorqèsVj aÙtÕ prÕj tÕ ¢nt…grafon toàto Óqen metegr£yw, ™pimelîj: kaˆ tÕn Órkon toàton Ðmo…wj metagr£yeij kaˆ q»seij ™n tù ¢ntigr£fJ. Ed. G. Bardy, Paris, 1955 (Sources Chrétiennes 41).

8 Quicumque adiecerit ad librum istum apicem unum aut litteram unam, adiciet Dominus super eum innumerabiles plagas; et quicumque deleverit, delebit Dominus partem eius de libro vitae. In P. FRANCHI DE’ CAVALIERI, Note agiografiche, Roma, 1902, (Studi e testi 8), p. 68.

9 Ed. R. Knopf - G. Krüger - G. Ruhbach, Tübingen - Leipzig, 1965, p. 7.

10 Illud sane omnem, qui hos libros vel descripturus est vel lecturus, in conspectu Dei Patris et Filii et Spiritus sancti contestor atque convenio per futuri regni fidem, per resurrectionis ex mortuis sacramentum, per illum qui praeparatus est diabolo et angelis eius aeternum ignem: sic non illum locum aeterna hereditate possideat, ubi est fletus et stridor dentium et ubi ignis eorum non extinguetur et vermis eorum non morietur: ne addat aliquid huic scripturae, ne auferat, ne inserat, ne immutet, sed conferat cum exemplaribus unde scripserit, et emendet ad litteram et distinguat, et inemendatum vel non distinctum codicem non habeat, ne sensuum difficultas, si distinctus codex non sit, maiores obscuritates legentibus generet. Ed. H. Crouzel - M. Simonetti, Paris, 1978 (Sources Chrétiennes 252), pp. 72-73.

Gli errori più comuni

Ci sono condizioni materiali che favoriscono gli errori. Si scriveva in locali non ben illuminati, in posizioni scomode (tenendo spesso una tavoletta poggiata sulle ginocchia), per lungo tempo. Il copista scriveva il codex quinterno per quinterno (o quaternione per quaternione), poi il rilegatore univa i quinterni: poteva capitare qualche spostamento. Se oggi si accerta questo tipo di errore, si tratta di un errore importante per stabilire il rapporto tra i codici.

La dettatura poteva provocare errori acustici, ma sono casi rari. Non è documentato che ci fossero nelle copisterie uno che dettasse e più scrivani, ma è documentato che l’autore stesso dettasse. Esempio di questo tipo di errore è la confusione tra b e v.

Sono facili gli errori di distrazione, dovuti a stanchezza e noia, specie quando ci sono elenchi lunghi di nomi e numeri. Così Agostino spiega certi errori nei codici biblici:

“Anche oggi, del resto, quando i numeri non manifestano uno scopo facilmente comprensibile o che sembri utile apprendere, si trascrivono con disattenzione, e ancor più distrattamente si correggono. Chi infatti stimerebbe necessario imparare di quante migliaia di uomini poté essere formata ogni tribù di Israele?” (De civitate Dei XV, 13)1.

Sono frequenti gli errori per termini foneticamente simili ma con significato diverso. Ad es., légein (dire) e lêgein (far cessare; cessare, terminare); adýnatos (debole) e athánatos(immortale); aeikínêtos (in movimento continuo) e autokínêtos (semovente), trophé (nutrimento) e tryphé (mollezza, superbia).

La categoria degli errori di memoria comprende quelle modifiche che sembrano essersi prodotte mentre il copista stava fissando nella propria memoria una frase o una sequenza di lettere, tra io momento in cui leggeva sul manoscritto da riprodurre e quello i cui trascriveva quanto aveva letto. In tal modo si spiegano certi cambiamenti che comportano la sostituzione di sinonimi, variazioni nell’ordine di parole e trasposizioni di lettere.

Ci sono poi errori per cattiva lettura dovuta ad abbreviazioni. Non ci sono sempre abbreviazioni nei vari tipi di scrittura, ma quasi sempre, perché abbreviare comporta risparmio di tempo, di spazio e di fatica. Di fronte ad abbreviazioni strane può capitare che il copista non le comprenda e le sviluppi in modo errato. Esempi di abbreviazioni:

Adûsum = adversum, quô = quando, p attraversato da un segmento posto in diverse posizioni può essere per, pro o prae, q allo stesso modo può essere quae, quam o quod, ôê = omnem, dix´it = dixerint, dicitr = dicitur, trris = terris, aîa = anima, ppls = populus, ôs = omnis o omnes, oia = omnia.

Nelle scritture di tipo beneventano si trovano abbreviazioni come â = aut o autem, = n = non o nam o nomen.

In greco si abbreviano tutti i nomina sacra2, ed altri termini usuali:

ThS = Theós, IS = Iêsoús, ChS = Christós, SÊR =Sôtér, KS = Kýrios, PÊR = Patér, YS = Yiós, STROS = staurós, ANOS = ánthropos, OUNOS = ouranós.

E inoltre:

k = kaí, to- = tón, tin’ = tínes.

Un’altra causa di errori è la mancanza di punteggiatura e di divisione delle parole.

Per evitare in parte questi errori, certe opere erano scritte andando a capo alla fine d’una frase. Abbiamo una testimonianza di Girolamo, che utilizza quest’ultimo metodo per rendere più semplice la lettura:

“Poiché si è soliti scrivere in sezioni ed incisi le opere di Demostene e Cicerone, i quali composero principalmente in prosa e non in poesia, anche noi, ad utilità dei lettori, abbiamo suddiviso la nuova traduzione mediante un nuovo metodo di scrittura” (Vulgata, Praefatio in Isaia propheta)3.

Nell’antichità leggere implicava di capire veramente il testo, oppure non capirlo.

Un esempio curioso è riportato da Quintiliano (Institutio oratoria VII, 5, 1): il testamento del padre di due figli, Leone e Pantaleone, che dice: ECHETODETAEMAPANTALEÔN, dove non si capisce se l’autore abbia voluto dire “Riceva i miei averi tutti Leone”, o “Riceva i miei averi Pantaleone”4.

Una conferma della difficoltà provocata da questo fatto ce la da Erma (Pastor, Visio II, 1, 4): “Io lo [= il libretto] presi e, ritiratomi in un angolo del campo, lo trascrissi tutto, lettera per lettera, giacché non riuscivo a distinguere le sillabe”5.

Frequenti gli errori per omissione, dovuti specialmente ad omeoteleuto. Ad esempio, quando accadeva che nell’esemplare dal quale lo scriba stava ricavando la copia due righe si chiudessero o iniziassero allo stesso modo, i suoi occhi potevano saltare dalla prima alla seconda, omettendo accidentalmente l’intero passo compreso tra esse. L’omissione di una o più lettere o parole ripetute nel testo è detta tecnicamente aplografia (aploús graphé). Ad esempio, in Aristofane, Plutus, verso 258, il testo tràdito, ôs eikós estin asthenéis gérontas édê, denuncia la mancanza di due lunghe: bisogna aggiungere ándras dopo asthenéis e la caduta si spiega appunto con l’omeoteleuto rispetto alla parola precedente.

Un esempio curioso ricorre nei Promessi Sposi di Manzoni: nella I edizione del 1827, al cap. VII, l’autore aveva scritto: “Al mattino seguente Don Rodrigo si destò Don Rodrigo”. Il tipografo, pensando a una distrazione, compose: “Il mattino seguente Don Rodrigo si destò”. Il Manzoni corresse sulle bozze, reinserendo il secondo “Don Rodrigo”. Questa volta, di nuovo non comprendendo, il tipografo scrisse: “Al mattino seguente si destò Don Rodrigo”. Manzoni dovette riscrivere tutta la frase.

La dittografia è l’errore opposto all’aplografia, è la ripetizione abusiva di lettere o gruppi di lettere o parole che ricorrono una sola volta nell’originale. Girolamo in un caso avverte:

“Non si pensi che questa ripetizione sia a causa di un errore del copista, ma è la figura che presso i retori è detta «ripetizione»” (Epistula LXV, 11)6.

Ci sono errori per trasposizione di lettere o di parole. Ad es., labón diventa balón.

Ci sono errori per influsso di parole vicine. Ad esempio, in Livio (XI, 50, 6) troviamo: Sibi vitam filiae suae cariorem fuisse dove il “suae” deve essere corretto in “sua”, ed è appunto un errore dovuto all’influenza della terminazione della parola precedente.

Errori per confusione di lettere simili. In greco, nella maiuscola, si confondono ad esempio:

A, L, D;
I, G, T;
E, Th, O, S;
H, I S;
K, I, S;
Ê, P;
M, LL;
TT, P;
T, Ps.

Nella minuscola spesso si sono confuse:

b, k, m, n, y;
li, m;
ê, k.

In latino:

Tum, cum, eum;
tacitis, facitis;
facinus, facimus.

Errori per passaggio dalla lectio difficilior (modo di esprimersi più raro e difficile da capire) alla lectio facilior (modo di esprimersi più comune). Girolamo osserva questo fenomeno a proposito del nome proprio Asaph, che ricorre in I Paralipomeni 6, 39; 16, 5 e 7, ed era stato corretto dal copista in Isaia:

“Mi pare che […] il primo copista non abbia compreso il nome «Asaph», abbia pensato ad un errore del copista ed abbia corretto con il nome «Isaia» che gli era più familiare” (Commentarium in Matthaeum XIII, 35)7.

Un caso simile capita in un passo di Girolamo (Epistula CVII, 10):

“Il suo cibo [di una giovinetta educata bene dai genitori] sia verdura e farina (simila), e raramente piccoli pesci”8.

Alcuni codici scrivono al posto di simila (= farina, semola), termine raro, similia (simili), facendo diventare la frase: “Il suo cibo sia verdura e cose simili, e raramente piccoli pesci”.

Si arriva, così agli errori più pericolosi: quelli dovuti a ignoranza, combinata talora a presunzione, del copista. Sono i più difficili da scoprire.

Vi accenna Girolamo:

“Cose che sono state mal edite da pessimi traduttori, o corrette ancor più inopportunamente da presuntuosi inesperti, o aggiunte o mutate da sonnecchianti copisti” (Vulgata, Praefatio in Evangelio)9.

Si verificano casi complessi.

Ad esempio, un’intera frase c’è in un codice, manca in altri. Questo accade talora quando l’autore ha l’abitudine di annotare in margine i suoi scritti. Allora le note, per negligenza del copista, entrano nel corpo del testo. Anche a questo proposito abbiamo un’osservazione di Girolamo:

“Mi stupisco del fatto che non so qual temerario ha pensato di dover incorporare nel testo una nostra annotazione marginale, che abbiamo scritto per istruzione del lettore […] Perciò se è stato aggiunto qualcosa a lato per studio, non deve essere incorporato al testo” (Epistula CVI, 46)10.

Talora, la nota a margine può essere di un lettore, e non dell’autore: si tratta spesso di un commento marginale, oppure di sinonimi di parole difficili presenti nel testo.

Ci sono poi le modifiche intenzionali di copisti che, in buona fede, cercavano di correggere gli errori dei copisti precedenti. Vi sono addirittura casi in cui uno scriba reintroduceva una vecchia lezione erronea, già emendata anteriormente.

Un caso più grave è quello di una pagina intera che si trova in qualche codice, non in altri. Qualche volta questo può accadere per malizia di avversari dello scrittore. Girolamo racconta che un passo del Dominicus homo di Atanasio era stato cancellato raschiando lo scritto e poi era stato ancora riscritto il medesimo testo: ma, in questo modo, il lettore dubita che non sia autentico... e Girolamo commenta che è una follia (deliramenta) (Apologia adversus libros Rufini II, 20)11. In questo caso è un guaio avere un solo codice (codex unicus) dell’opera, perché non è possibile un controllo.

Il caso più complesso è rappresentato dall’opera tramandata in forme diverse. Talora si tratta di varianti d’autore: ad esempio, le due redazioni degli Academica di Cicerone. Varianti d’autore sono attestate in Marziale e Giovenale. Dell’Adversus Marcionem di Tertulliano quella che conosciamo è la terza edizione. Del De Trinitate di Agostino sappiamo che i primi 12 libri (su 15 complessivi) furono messi in circolazione da amici di Agostino senza il permesso dell’autore, prima che l’opera fosse terminata. Egli allora, quando ebbe completato il lavoro, rivedendo i primi 12 libri e aggiungendovi gli ultimi 3, fu costretto a spiegare la situazione e volle che la spiegazione (Epistula CLXXIV) fosse riportata come premessa del De Trinitate. Un gruppo di prediche di Leone Magno ebbe due edizioni, la seconda corretta e migliorata. Alcuni sono casi difficili e problematici. Ad esempio, per l’Apologetico di Tertulliano, di cui ci è pervenuta una redazione vulgata e una variante fuldense, è complicato stabilire quale sia il testo originario, e se ci troviamo di fronte a due diverse edizioni allestite dall’autore stesso o a una corruzione della tradizione manoscritta. Per la Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea le varianti fanno pensare a diversi aggiornamenti e revisioni corrispondenti all’evoluzione della situazione storica (ad esempio, omissioni o modificazioni delle menzioni di Licinio dopo la sua sconfitta ad opera di Costantino); ma non c’è accordo tra gli studiosi sul numero e sulla datazione di queste diverse edizioni. Il cap. IV del De ecclesiae unitate di Cipriano, importante per la questione del primato di Pietro, ci è giunto in due redazioni differenti, che comportano differenze concettuali notevoli e hanno suscitato un accanito dibattito tra cattolici e protestanti, con varie ipotesi di spiegazione (interpolazioni, redazioni successive dell’autore, ma quale quella originaria?). Anche nel Decamerone del Boccaccio ci sono varianti di autore: il critico Vittore Branca sostiene che esistono più edizioni che andrebbero pubblicate separatamente12.

Ci sono infine gli errori di autore (questi vanno conservati). Gli esempi sono numerosi in tutte le letterature. Omero fa morire Apisaone nell’Iliade per ben tre volte (libri XI, XIII, XVII) ; presenta Ulisse biondo nel libro XIII dell’Odissea, bruno nel XVI. Virgilio parla della stessa notte, ora come di una notte di luna, ora senza luna (Eneide, libri IV e II). Nel Decamerone del Boccaccio troviamo, nella stessa novella (I, 10), un personaggio, prima presentato tutto solo, poi, improvvisamente, con amici; in un’altra novella (II, 6), Boccaccio, prima spiega che una madre aveva tardato a riconoscere il figlio, che le era stato rapito dai corsari molti anni prima, perché si erano visti raramente, poco dopo però nota che il figlio aveva visto la madre molte volte. Neppure in Manzoni mancano casi simili: al sarto vengono assegnati come figli, una volta, “due bambinette e un fanciullo” (cap. XXIV), un’altra volta, due bimbi e una bambina (cap. XXIX)13.

Ci sono autori antichi che ci danno notizie interessanti sulla composizione e sulle vicende dei loro scritti: ad esempio, Girolamo, di cui abbiamo prima citato vari passi, o Basilio. Quest’ultimo spiega talora di aver dovuto scrivere di suo pugno una lettera perché non aveva in casa nessun calligrafo e nessun tachigrafo (Epistula CXXXIV). Nella Epistula XX rimprovera Leonzio di non scrivergli e gli fa notare che, anche se fosse pigro, potrebbe servirsi di un altro per scrivere: il che ci conferma l’abitudine degli antichi di dettare. Altrove (Epistula CXXXV) comunica di aver ricevuto dal suo corrispondente due scritti, di cui restituisce il primo, trattiene il secondo allo scopo di farlo copiare, cosa che non ha potuto ancora fare per la mancanza di un tachigrafo (non ha denaro per pagarne uno). Rivolgendosi a un segretario (Epistula CCCXXXIII), gli consiglia di scrivere con chiarezza e di mettere segni di interpunzione logici, perché un piccolo errore può viziare un lungo discorso. E a un calligrafo (Epistula CCCXXXIV):

“Scrivi diritto e serviti di linee diritte: la tua mano non si slanci in alto né scenda in fondo a un precipizio”14.

Il testo del Nuovo Testamento, pressoché esente da alcuni errori succitati, ne possiede altri a lui propri. Anzitutto le riconoscibilissime modifiche riguardanti la grafia, per eliminare certi semitismi, e la grammatica, in modo da renderla più vicina al greco comune. Alcune parti, a causa della somiglianza dei testi evangelici, sono sottoposte all’influsso dei passi paralleli, per una tendenza all’uniformità; il fatto che spesso lo scriba conoscesse molti passi biblici a memoria, fa sì che l’errore fosse più facile ad introdursi.

Ci sono poi le cosiddette correzioni dogmatiche. Ireneo, Clemente di Alessandria, Tertulliano, Eusebio e molti altri Padri accusarono gli eretici di corrompere le Scritture allo scopo di adattarle alle loro particolari convinzioni. Tali correzioni risalgono già a Marcione, che nel II secolo eliminò dalle sue copie del vangelo di Luca ogni riferimento al retroterra ebraico di Gesù.

L’elenco di tutte queste attestazioni di errore potrebbe produrre la superficiale impressione di avere a che fare con testi del tutto corrotti; in realtà, gran parte degli errori sono evidenti e semplici da riconoscere, e vengono corretti con sicurezza. Inoltre, molte testimonianze manoscritte testimoniano il lavoro accurato e coscienzioso svolto da molti scribi attendibili, che ci hanno restituito codici assai credibili. Numerosi sono gli esempi di aderenza pedissequa al testo, di esattezza nel riproporre anche le lezioni più difficili e di ostinata fedeltà al testo da parte dei copisti15.

Questa constatazione vale a maggior ragione per i testi biblici, i quali a causa del loro carattere sacrale venivano ricopiati con una attenzione maggiore. Nel Nuovo Testamento il numero delle varianti testimoniato è enorme, a causa dell’altissimo numero di testimoni pervenuti, ma gran parte di esse non ha alcun peso contenutistico. Solo un numero limitato di varianti ha importanza per il contenuto; tra queste, molto poche sono dovute all’impossibilità di stabilire il testo originale con sufficiente certezza, seguendo le regole della moderna critica testuale. Anche le correzioni dogmatiche sono facilmente identificabili, e l’accusa di falsificazione avanzata dai Padri della Chiesa nei confronti degli eretici risulta fondata solo per Marcione e anche, ma assai meno, per Taziano.


NOTE AL TESTO

1 Nam etiam nunc, inquit, ubi numeri non faciunt intentum ad aliquid quod facile possit intellegi vel quod appareat utiliter disci, et neglegenter describuntur et neglegentius emendantur. Quis enim sibi existimet esse discendum quot milia hominum tribus Israel singillatim habere potuerunt? Ed. B. Dombart - A. Kalb, Turnhout, 1955 (Corpus Christianorum, Series latina 48), p. 471, 3-42.

2 Cfr. L. TRAUBE, Nomina sacra, München, C. H. Beck'sche Verlagsbuchhandlung, 1907 (Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1967).

3 Sed quod in Demosthene et Tullio solet fieri, ut per cola scribantur et commata, qui utique prosa, et non versibus conscripserunt, nos quoque utilitati legentium providentes interpretationem novam novo scribendi genere distinximus. Biblia sacra iuxta Vulgatam versionem (Ed. B. Fischer, J. Gribomont, H.F.D. Sparks, W. Thiele et R. Weber), Stuttgart, 19752, p. 1096.

4 Cfr. B. A. VAN GRONINGEN, Traité d’histoire et de critique des textes grecs, Amsterdam, 1963, p. 90.

5 Trad. ital. di O. SOFFRITTI, Il Pastore, Alba, 1971, p. 141.

6 Ne quis id ipsum vitio librarii repetitum putet, et est figura quae apud rhetores repetitio nominatur. Ed. I. Hilberg, Vindobonae, 1910 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 54), p. 628.

7 Mihi videtur […] et primum scriptorem non intellexisse Asaph et putasse scriptoris vitium, atque emendasse nomen Isaiae, cuius vocabulum manifestius erat. Ed. E. Bonnard, Paris, 1977 (Sources Chrétiennes 242), p. 284.

8 Cibus eius holusculum sit et simila, raroque pisciculi. Ed. I. Hilberg, Vindobonae, 1912 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 55), p. 301

9 Ea quae vel a vitiosis interpretibus male edita, vel a praesumptoribus imperitis emendata perversius, vel a librariis dormitantibus aut addita sunt, aut mutata. Biblia sacra iuxta Vulgatam versionem (Ed. B. Fischer, J. Gribomont, H.F.D. Sparks, W. Thiele et R. Weber), Stuttgart, 19752, p. 1515.

10 Et miror, quomodo e latere adnotationem nostram nescio quis temerarius scribendam in corpore putaverit, quam nos pro eruditione legentis scripsimus […] Unde, si quid pro studio e latere additum est, non debet poni in corpore. Ed. J. Labourt, Paris, 1955 (Collection des universités de France), pp. 124-125.

11 Ed. P. Lardet, Turnholti, 1982 (Corpus Christianorum, series latina, 79).

12 Sul problema della seconda edizione cfr . G. PASQUALI, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, 1962 , pp. 398 ss. e 401; R. DEVREESSE, Introduction à l’étude des manuscrits grecs, Paris, Imprimerie National, 1954, p. 80, riguardo alle seconde edizioni migliorate dall’autore stesso di Teodoreto, Eranistes, Teodoro di Mopsuestia, Commento a Giovanni, Pseudo Basilio, Sulla creazione dell’uomo, etc.

13 Cfr. V. BRANCA, Sono proprio distratti i grandi narratori, sul «Corriere della sera», 17 aprile 1978, p. 3 .

14 Cfr. Y. COURTONNE, Un témoin du IVe siècle oriental. Saint Basil et son temps d’après sa correspondance, Paris, 1973, pp. 12-15 .

15 Cfr. B. BLUMEKRANZ, Fidélité du scribe, in «Revue du Moyen Âge» VIII (1952), pp. 323-326.

L'edizione critica e l'apparato

Compito del filologo è dar la caccia agli errori (quelli della tradizione manoscritta). Il risultato è l’edizione critica, nella quale il filologo, fondandosi sulla tradizione manoscritta e documentandola nell’apparato critico, mira a darci un testo più vicino possibile a quello originario.

Quando vediamo un’edizione critica moderna, rimaniamo anzitutto colpiti dalla presenza di certi segni grafici nel testo e dall’apparato critico, talora molto esteso, con le varianti dei manoscritti a piè di pagina.

L’apparato critico può essere positivo o negativo. Nell’apparato positivo si ripete, dopo aver indicato il numero della riga del testo a cui si fa riferimento, la parola o il gruppo di parole del testo per le quali esistono noi codici lezioni differenti; dopo due punti o parentesi quadra di chiusura, si segnalano le varianti con le sigle dei codici che riportano quelle varianti.

Per esempio, ecco come si presentano le prime righe dell'edizione critica dell'Ad Demetrianum di San Cipriano curata da Ezio Gallicet (Torino, 1976, Corona Patrum 4):

Ad Demetrianum

In apparato potremmo avere nell’ipotesi che i codici siano quattro (ABCF):

1. oblatrantem te: te oblatrantem CF

(in questo caso è sottinteso che A e B danno: oblatrantem te). Si potrebbero però indicare per esteso, se sono pochi, i codici che riportano la lezione accettata nell’edizione. Ad es.: 1. oblatrantem te AB: te oblatrantem CF.

L’apparato negativo non ripete invece la lezione del testo pubblicata, ma solo la variante (o le varianti). Nell’esempio citato avremmo:

1. te oblatrantem CF.

Questo tipo di apparato è più sbrigativo, occupa, meno spazio, ma richiede maggior impegno da parte dei lettore.

I principali segni critici solitamente usati nelle edizioni sono i seguenti :

[ ]

Le parentesi quadre indicavano comunemente che le parole poste tra, esse benché riportate dalla tradizione manoscritta (tutta la tradizione, di solito), secondo l’editore vanno espunte; tuttavia, oggi si va affermando l’utilizzo per indicare un danno fisico del testo, e per indicare l’espunzione dell’editore si usano le graffe {};

[[ ]]

Le doppie quadre comprendono lettere e parole espunte dal copista stesso.

< >

Le parentesi acute indicano che le parole poste tra esse vanno inserite nel testo, sono un’integrazione dell’editore;

*

Un asterisco o più asterischi segnalano una lacuna nella tradizione manoscritta, che non si sa come riempire;

† o ††

Una croce (crux desperationis) o obelos, oppure due, una all’inizio e una alla fine di un gruppo di parole, indicano che il passo è corrotto, ma è difficile correggerlo;

Parole in corsivo: sono integrazioni o correzioni dell’editore (talora possono segnalare citazioni o allusioni ad altri autori o opere).

Nelle epigrafi e nei papiri si usano invece i seguenti segni:

< >

Per integrare;

[ ]

Le parentesi quadre servono pure per integrare nelle lacune fisiche del testo;

{}

Per espungere;

<< >>

Anche le doppie parentesi acute indicano espunzione;

( )

Le parentesi tonde rappresentano delle soluzioni di abbreviazioni (nelle edizioni di testi invece hanno valore di parentesi vere e proprie e sono rare);

‹ ›

Per correggere;

Un puntino sotto una lettera indica che essa è di lettura incerta nell’originale; questo segno è sempre più utilizzato anche al di fuori dell’epigrafia e della papirologia.

Le principali abbreviazioni usate negli apparati critici sono1: add. = addidit, addiderunt; con. o ci. = coniecit; cl. = collato; con. = conexit; del. = delevit; def. = deficit; dett. = deteriores; dist. = distinxit; ins. = inseruit; ras = rasura; suppl. = supplevit; trans. o transp. = transposuit.


NOTE AL TESTO

1Cfr. F. SEMI, Manuale di filologia classica, Padova, Liviana, 1969, p. 2.

La preparazione dell'edizione critica

Poniamoci ora nella situazione concreta chi un filologo che debba pubblicare un testo. Molti testi non hanno ancora edizioni critiche, oppure hanno edizioni invecchiate. Egli va anzitutto alla ricerca dei manoscritti che contengano tale testo: di solito molti (o tutti) sono conosciuti attraverso cataloghi, studi, e spesso sono già stati utilizzati da editori precedenti. Anche se sono già stati spogliati, non è bene fidarsi: gli errori di lettura sui codici sono frequenti (e, per scambio di schede, è successo che ci siano lezioni di un codice in punti, ove questo è lacunoso...).

Poi fa la collatio codicum, il confronto tra i codici. Si prende un testo base come punto di riferimento (l’edizione precedente o un codice) e poi si prende un codice (o un altro codice), direttamente o in riproduzione, e lo si confronta, passo per passo; si segnano tutte le varianti del codice rispetto al testo base. Lo stesso si fa con ogni codice esistente, sempre rispetto al testo base. Occorre molta pazienza.

Quando è finito questo lavoro, si può passare all’eliminatio codicum descriptorum, all’eliminazione delle copie, delle trascrizioni fedeli dell’antigrafo (modello). Un manoscritto (ad es. C) si riconosce come copia (ad es. di A), quando tutti gli errori di A si ritrovano in C, e in più C ha altri errori, non significativi che si possono spiegare come derivazioni da A. Le copie si possono eliminare (nell’introduzione dell’edizione critica lo si spiegherà, documentando), e in questo modo si riduce l’apparato critico, perché non vengono riportate le varianti superflue di C.

Richiede maggior cautela la eliminatio codicum deteriorum, cioè l’eliminazione di quei codici che non riportano nulla di interessante, che sono infarciti di errori. Si può non tenerne conto e non segnalarli nell’apparato. Ma talora possono dare lezioni giuste: si riportano le loro varianti solo in questi casi.

In genere si eliminano le varianti grafiche di scarso valore. In molti codici i dittonghi sono contratti (oe > e ; ae > e). Talora però anche queste varianti possono essere utili, se sono segno di un’abitudine dell’autore arcaizzante (ad esempio, in Sallustio).

Alla fine, si può tentare di stabilire uno stemma codicum, l’albero genealogico dei codici, cioè le parentele tra i codici che permettono di risalire all’archetipo.

Per stabilire le parentele di codici servono gli errori “significativi”. Non sono da questo punto di vista significative le peculiarità ortografiche, le piccole lacune (per omeoteleuto), la confusione di parole con altre più note. Si parte invece dalle lacune inspiegabili, dalle corruttele non ovvie. Il principio è che questo tipo di errori, quando si produce, si tramanda, mentre le lezioni genuine possono conservarsi in filoni della tradizione lontani e indipendenti l’uno dall’altro.

Facciamo l’esempio di due codici, A e B, in cui B presenta una lacuna che non c’è in A, ma per il resto è uguale ad A: probabilmente B deriva da A: e, se non ci sono errori significativi disgiuntivi, è copia di A. Tale rapporto si visualizza così:

schema

Se, viceversa, A presenta una lacuna che non c’è in B, ma per il resto uguale a B, probabilmente

schema

Se B presenta errori significativi che coincidono con quelli di A, e anche altri errori, e poi lezioni giuste che coincidono con A o no, si può ipotizzare che A sia stato copiato in un codice che non ci è pervenuto (X) e poi da questo sia derivato B:

schema

Oppure potrebbe essere successo che da X siano derivati indipendentemente A e B:

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Stabilire le parentele tra i codici é un lavoro delicato e difficile, che non sempre dà buoni risultati. Gli stemmi sono talora ricostruiti con una certa superficialità, ma, se sono ricostruiti con cura, possono essere utili, perché permettono di giungere al cosiddetto archetipo, cioè al codice che è pervenuto o è ricostruibile e che rappresenta lo stadio della tradizione manoscritta più antico che possiamo raggiungere.

I codici di opere letterarie greche che possediamo sono molto spesso posteriori alla traslitterazione dalla maiuscola alla minuscola (dal IX- X sec. al XV) . Noi possiamo stabilire le varianti posteriori alla traslitterazione.

Facciamo l’esempio di uno stemma codicum di questo tipo:

stemma codicum

Se si stabilisce uno stemma di questo tipo, significa che i codici BCDEFZ sono tutti derivati da A, che abbiamo, e quindi sono inutili. È però, questo, un caso eccezionale: di solito A non è pervenuto. A è il codice in minuscola che dipende da un codice in maiuscola.

È poi possibile che ci sia più di un archetipo: poteva capitare che si trascrivesse non una sola volta dalla maiuscola alla minuscola, ma due volte. Questa è una difficoltà. Una seconda difficoltà è rappresentata dalla contaminazione, fenomeno che si verifica quando un codice è la trascrizione di un antigrafo, ma riporta anche varianti di un altro codice. La contaminazione si riconosce quando, per esempio, il codice B ha errori congiuntivi con A, ed errori disgiuntivi da A derivanti da C:

schema

Succedeva che un copista si rendesse conto che il suo antigrafo era difettoso, incomprensibile (ci sono lettere di Girolamo a questo proposito) e si rifacesse anche ad un altro codice. E’ difficile stabilirlo, però. Quando si verifica, cade la possibilità di fissare chiaramente le parentele tra i codici. E si verifica per testi importanti, che richiedevano particolari cure, che erano molto letti. E’ frequente per testi cristiani, diffusi nel medioevo.

Un caso particolare è quello del codex unicus, cioè quello in cui di un testo ci sia pervenuto un unico manoscritto (per esempio, l’Octavius di Minucio Felice, il De mortibus persecutorum di Lattanzio, la Peregrinatio Aetheriae, il De errore profanarum religionum di Firmico Materno, la Historia sacra di Sulpicio Severo, il De gratia di Fausto di Riez; degli Stromata di Clemente Alessandrino ci sono giunti due manoscritti, di cui uno risulta essere la copia dell’altro). Il codex unicus rende più difficile l’opera dell’editore, che, avendo un solo codice, non ha possibilità di collatio e quindi di verifica.

Una volta stabilite le parentele tra i manoscritti ed eliminate le copie, resta pur sempre il lavoro di scegliere tra le varianti dei manoscritti rimasti le lezioni giuste. Esistono dei criteri, nessuno dei quali ha valore assoluto, per riconoscere la lezione migliore.

Un criterio è che si tratti della lectio antiquior, cioè della lezione testimoniata dal codice o dai codici più antichi; ma questo criterio vale solo se non ci sono buoni motivi per contestarlo: non è sempre vero che i codici più recenti siano peggiori (recentiores non deteriores), in quanto potrebbero testimoniare uno stadio antico della tradizione andato perduto.

Spesso si preferisce la lectio melioris codicis, la lezione del miglior codice: una volta stabilito, attraverso la collatio, che un codice è quello che riportava le lezioni giuste nel maggior numero dei casi di varianti (codex optimus), si tende a seguirlo sempre, anche quando non è chiaro quale sia la lezione giusta.

In realtà bisogna tener conto che anche un manoscritto eccellente non è infallibile e che anche i codices deteriores possono talora riportare lezioni buone.

Un’appendice del criterio precedente è quelle della lectio melioris classis, cioè della lezione riportata da più manoscritti, legati da stretta parentela, e considerati di buona qualità.

Si sceglie la lectio plurium codicum o la lectio plurium classium, quando si preferisce attenersi al criterio della maggioranza dei codici o delle parentele di codici, ben poco probante anch’esso, peraltro.

Molto seguita é la regola della lectio difficilior, in base alla quale la lezione più difficile, inconsueta, va preferita, perché è più comune che il copista abbia corretto un testo incomprensibile che non viceversa. Tuttavia, anche in questo caso occorre cautela. Osserva H. Frankel: “E’ sempre raccomandabile, prima di prendere una decisione sulla base del criterio della lectio difficilior, fare la controprova chiedendosi: “Cosa è qui veramente plausibile: che la lezione strana, poiché più difficile, s’è corrotta in quella più facile, ovvero che la lezione strana è difficile perché è corrotta?”1.

Un buon criterio è anche quello della lectio brevior, la lezione più breve, che parte dal presupposto che un testo più lungo deriva normalmente da integrazioni, inserzioni di glosse, etc. Ma occorre verificare che non si tratti di omissioni dovute a negligenza.

La lectio quae alterius originem explicat è preferita, quando possibile riconoscere che una variante si spiega come corruzione e derivazione da un’altra lezione.

Bisogna inoltre tener conto dello stile particolare dell’autore (usus scribendi), del periodo storico in cui l’opera è stata scritta, del genere letterario, del contesto.

Qualche volta non é possibile scegliere tra due varianti. Talora diventa necessaria la divinatio (congettura), la emendatio per coniecturam2.

I due criteri più sicuri, se rettamente applicati, sono quelli della lectio difficilior e dell’usus scribendi. Per applicarli rettamente, sono necessarie nel filologo grande cultura, profonda conoscenza dell’autore, fine sensibilità: la ricostruzione del testo non è mai determinata da regole meccanicamente applicate, ma esige intelligenza, congiunta con onestà. Filologia è possibile se anzitutto c’è volontà di accertare, con la massima precisione possibile, la verità, di capire il testo evitando le deformazioni dovute al passar del tempo e alle talora non disinteressate manomissioni ad opera dell’uomo. Preparazione filologica, dunque, è tale che se congiunge la formazione tecnico-culturale con quella morale.

Concludendo, la filologia è lo sforzo di riflettere, capire, dubitare; è porre sé stessi a servizio del testo, memori della frase di Girolamo: «Il libro rimane, gli uomini sono passati»3.




NOTE AL TESTO

1 Testo critico e critica del testo, trad. ital., Firenze, 1969, p. 37.

2 Cfr. B. A. VAN GRONINGEN, Traité d’histoire et de critique des textes grecs, Amsterdam, 1963, pp. 113-116 .

3 Epistula CXXX, 19: Liber manet, homines praeterierunt. Ed. J. Labourt, Paris, 1961 (Collection des universités de France), vol. VII, p. 192.

Bibliografia

Per una visione generale:

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A. CHIARI, L’edizione critica, in A. MOMIGLIANO (a cura di), Problemi ed orientamenti critici di lingua e di letteratura Italiana, Milano, Marzorati, 19512, vol. II, pp. 231-295.

Più approfonditi:

L. D. REYNOLDS – N. G. WILSON, Copisti e filologi. La tradizione dei classici dall’antichità ai tempi moderni, trad. ital., Padova, Antenore, 19873.

M. WEST, Critica del testo e tecnica dell'edizione, trad. ital., Palermo, L’epos, 1991.

G. PASQUALI, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, Le Monnier, 19522 (rist. anast. Firenze, Le lettere, 1988).

P. MAAS, Critica del testo, trad. ital., Firenze, Le Monnier, 19803.

S. TIMPANARO, La genesi del metodo del Lachmann, Padova, Liviana, 19852.

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L. HAVET, Manuel de critique verbale appliquée aux textes latins, Paris, Hachette, 1911 (rist. anast. Roma, L'erma di Bretschneider, 1967).

Règles et recommandations pour les éditions critiques, Paris, Societé d'edition “Les belles lettres”, 1972.

Per la tecnica dell’edizione e la critica del testo l’opera più completa rimane:

O. STÄHLIN, Editionstechnik. Ratschläge für die Anlage textkritischer Ausgaben, Berlin, Teubner, 1914.

Sulla storia del libro e la trasmissione dei testi:

A. G. LUCIANI, Storia del libro. Materie e strumenti scrittorî, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1998. Concisa ma ricchissima introduzione, con bibliografia ragionata.

G. N. PUGNO, Trattato di cultura generale nel campo della stampa, I, Torino, 1964.

A. CLARK, The descent of manuscripts, Oxford, Clarendon Press, 1969.

DAIN, Les manuscrits, Paris, Les Belles Lettres, 19753.

R. DEVREESSE, Introduction à l’étude des manuscrits grecs, Paris, Imprimerie National, 1954.

Sulla paleografia:

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E. M. THOMPSON, Paleografia greca e latina, Milano, Hoepli, 19404.

E. MIONI, Introduzione alla paleografia greca, Padova, Liviana, 1973.

G. CENCETTI, Paleografia latina, Roma, Jouvence, 19972.

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Link di interesse:

Una breve introduzione in lingua inglese alla paleografia, ai materiali di scrittura ed alla critica testuale, con esempi tratti dal Nuovo Testamento. A cura del prof. Timothy W. Seid:
http://www.earlham.edu/~seidti/iam/interp_mss.html

Una sorta di enciclopedia della critica testuale del Nuovo Tetamento. A cura di Rich Elliott, della Simon Greenleaf University:
http://www.skypoint.com/~waltzmn/ManuscriptsUncials.html







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