Erich Zenger, Introduzione all'Antico Testamento
Data: Domenica, 18 aprile 2010 @ 13:30:00 CEST
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


Erich Zenger (ed.), Introduzione all'Antico Testamento, Brescia, Queriniana, 2005; ediz. orig. Einleitung in das alte Testament, Stuttgart, Kohlhammer, 20045.

Recensione a cura di Armando Rolla.



 

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Quest'opera di ben 921 pagine, elaborata da 14 esegeti di lingua tedesca, è una delle più ampie introduzioni dell'Antico Testamento in ambito cattolico. È stata pensata soprattutto come manuale universitario e, di fatto, l'originale tedesco è adottato da tutte le Facoltà cattoliche di Teologia di Germania, Austria e Svizzera tedesca.

Diversamente dalle altre introduzioni dell'AT in circolazione, essa riserva un'ampia trattazione al canone anticotestamentario (ebraico e cristiano) e al testo dell'AT, due argomenti che normalmente sono studiati nella Introduzione generale della S. Scrittura.

Del tutto nuova è la prima parte che tratta l'importanza della Bibbia d'Israele per l'identità cristiana e, in particolare, il vario atteggiamento dei cristiani nei suoi riguardi che, attraverso i secoli, ha conosciuto tre modelli (tutti più o meno difettosi!): il modello della sostituzione, quello della relativizzazione e quello della selezione.

Il resto del libro passa in rassegna tutti i libri dell'AT seguendo l'ordine del canone cristiano:il Pentateuco (la Torah), i libri storici, i libri sapienziali e i libri profetici. Trattandosi di un'opera d'ispirazione cattolica sono analizzati non solo i libri protocanonici ma anche quelli deuterocanonici.

La trattazione di ciascun libro è scandita uniformemente in cinque punti: 1) la struttura; 2) l'origine; 3) il contesto sia storico sia teologico; 4) la teologia nei suoi elementi fondamentali; 5) la rilevanza per l'ebraismo e il cristianesimo attuali. Ogni capitolo è preceduto da un'ampia bibliografia che il curatore italiano ha integrato indicando gli autori italiani e le traduzioni italiane di autori stranieri, sistematicamente disattesi dall'edizione tedesca.

A motivo dei molteplici problemi, specialmente di critica letteraria, sorti negli ultimi secoli nei riguardi del Pentateuco e tutt'altro che risolti in maniera definitiva, lo studio di questi cinque libri, dovuto quasi interamente all'editore Zenger, fa la parte del leone (quasi 200 pagine!). Questo studioso riconosce che la critica del Pentateuco "è oggi il campo più difficile dell’indagine esegetica" (p. 120) poiché "nella ricerca degli ultimi anni si possono individuare parecchie linee di convergenza; tuttavia, scendendo nel particolare, regna oggi una molteplicità di opinioni ancor poco controllabili sull'origine del Pentateuco" (p. 154).

Per questo fatto egli propone cinque modelli sorti in area tedesca a cominciare dagli anni settanta del secolo scorso per poi esporre il cosiddetto modello di Münster, patrocinato da lui e da P. Weimar. Secondo questo modello l'edizione finale del Pentateuco è avvenuta prevalentemente in una prospettiva sacerdotale durante l'epoca persiana. Essa ha volutamente accostato tra loro svariate prospettive, assimilandole e contrastandole. Prima ci fu la riunione delle tradizioni confluite in Gen 1 - 2Re 25; poi avvenne la separazione del Pentateuco dai profeti anteriori (Giosué - 2Re), però anche in seguito il testo del Pentateuco è stato ulteriormente rielaborato in più punti. La composizione finale del Pentateuco fu un compromesso tra la teologia sacerdotale (teocratica) e la teologia deuteronomistica (escatologica). Secondo la teologia sacerdotale l'alleanza è un puro patto di grazia che l'infedeltà d'Israele non può distruggere; invece secondo la teologia deuteronomistica l'alleanza è un reciproco impegno contrattuale con benedizioni e maledizioni a seconda della fedeltà o meno dimostrata da Israele.

Particolare attenzione è riservata da Braulik al libro del Deuteronomio, che questo studioso ha fatto l'oggetto di molte pubblicazioni. Dapprima egli riconosce che "fra i biblisti sussistono concezioni molto divergenti sul come è nato il libro. Non c'è accordo nemmeno sui criteri di distinzione validi all'interno del Dt per una critica letteraria e redazionale" (p. 211), però egli è persuaso che "diversi motivi inducono a ricercare gli autori del Dt entro le cerchie erudite dal punto di vista letterario, teologico e giuridico dell'élite gerosolimitana" (p. 214). Secondo Braulik il Deuteronomio ebbe la sua prima formulazione al tempo del re Ezechia (protoDeuteronomio ezechiano); in un secondo tempo vi fu aggiunto il racconto della conquista (Deut 1 - Gios 21) rispondendo al sogno di Giosia di riconquistare il territorio delle 12 tribù; in un terzo tempo ci fu la sua rielaborazione esilica che diede origine alla grande opera storica deuteronomitstica (Gen 2,4b - 2Re 25); in un quarto tempo sorse la grande opera storica postesilica con l'incorporazione dell'opera scritta sacerdotale (Gen 1 -2Re 25); in un quinto tempo, all'inizio del IV secolo a.C. avvenne il distacco del Deuteronomio dall'opera deuteronomistica per diventare il quinto libro del Pentateuco.
Sotto il profilo teologico il Deuteronomio ha un grandissimo valore tanto da essere considerato spesso "il centro del Pentateuco" perché "rappresenta il punto di orientamento cronologico e contenutistico per la storia della letteratura e della religione anticotestamentaria e ha determinato in modo persistente la comprensione del diritto, della storia e della profezia di Israele" (p. 225).

A sua volta Zenger concentra la sua attenzione sull'opera sacerdotale. Innanzitutto egli la considera uno scritto originariamente indipendente, costituito durante l'esilio da un nucleo fondamentale cui si sono aggiunti supplementi e il cosiddetto "codice di santità" (Lev 17-26). In secondo luogo, opponendosi a coloro che, in seguito all'eliminazione della teoria delle quattro fonti (JEDP), negano che sia esistito un progetto storico-teologico preesilico, egli non solo ammette l'esistenza di questo progetto ma lo fa consistere nell'opera storica gerosolimitana (Gen 2,4b - Gios 24), sorta nel secolo VII a.C. Quest'opera avrebbe incorporato cicli narrativi e tradizioni legali preesistenti che la critica passata assegnava alle fonti jahvista ed elohista.

Prima che diversi anticotestamentaristi esaminino i libri storici dell'AT Braulik affronta il problema della cosiddetta "opera deuteronomistica” la cui esistenza è oggi pacificamente ammessa senza però che gli stessi anticotestamentaristi tedeschi s'accordino sulla sua esatta composizione.
Il modello di Münster (alla base del Manuale) suppone che, pur subendo tutti l'influsso del Deuteronomio (in sigla dtr), il libro dei Giudici abbia avuto un'origine separata da quella di Samuele e Re; queste due composizioni dtr furono poi trasformate, insieme con la suddetta opera storica gerosolimitana (Gen 2,4b - Gios 24), dando origine ad una grande composizione in senso dtr, quella denominata "opera deuteronomistica'” (Gen 2,4b - 2Re 25).

Nell'impossibilità di presentare le soluzioni che i vari autori del Manuale forniscono dei libri storici, didattici e profetici dell'AT, mi limito a proporre qualche dettaglio di carattere storico e letterario nei loro riguardi. Sulla modalità della presa di possesso della Terra Promessa il Manuale è perentorio. "Una bellicosa conquista della terra come campagna militare di un popolo, Israele, composto di dodici tribù, con l'annientamento di tutti gli abitanti del paese, non c'è mai stata. Questo risulta dalle nostre conoscenze sull'origine d'Israele, secondo le quali Israele s'è formato nel XII secolo a.C. come una 'società mista', i cui membri non provenivano in prevalenza dall'esterno, ma erano già prima nel paese, in parte come seminomadi negli spazi liberi tra le città stato, in parte però come 'Cananei' che accettano il nuovo sistema sociale" (p. 317). Numerosi racconti del libro di Giosuè adottano il genere letterario della guerra santa, tipico dell'antico vicino oriente, secondo il quale una divinità affida agli uomini l'incarico di sottomettere un paese e di annientarne gli abitanti nel caso essi oppongano resistenza. I racconti del passaggio del fiume Giordano (Gios 3) e della conquista di Gerico (Gios 6) sono presentati come un evento cultuale: "con questo affresco cultuale di Gs 2-6 la conquista della terra da parte di Israele viene trasformata in un solenne e grandioso ingresso di JHWH stesso nella terra" (p. 320). I libri di Tobia, Giuditta ed Ester non hanno valore storico perché il primo è un racconto didattico teologico in stile romanzesco (cf p. 432); il secondo è anch'esso un racconto didattico teologico in forma di romanzo, composto all'epoca degli Asmonei dopo Giuda Maccabeo e Gionata (cfr pp. 449-450); il terzo è un racconto romanzesco d'epoca ellenistica (cf p. 464). Il Salterio avrebbe assunto la sua forma finale tra il 200 e il 150 a.C., però la forma più antica dei salmi regali, dei salmi di JHWH e degli inni di Sion dovrebbe essere preesilica. Riguardo a Qoelet "le contraddizioni si spiegano in base all'ipotesi che Qoelet espone la sua 'filosofia' in dialogo critico con prospettive contrarie, alle quali egli concede direttamente la parola tramite citazioni" (p. 577). Per il suo significato "il libro fa parte di quella tradizione antico orientale e classica che pone la questione del contenuto e della condizione di possibilità della felicità umana (eudaimonia) al centro delle proprie riflessioni. Le affermazioni pessimistiche avrebbero in questo discorso eudemonologico la funzione di decostruire le false ma diffuse concezioni di felicità" (pp. 585-586). Sul Cantico dei Cantici il Manuale afferma: "Prima di essere accolti nel canone, i canti di fatto devono essere stati intesi come canti amorosi 'puramente profani'. Le tendenze più recenti dell'indagine cercano da un lato di attenersi a queste prospettive, e dall'altro tuttavia si sforzano di interpretare il Cantico dei Cantici entro il contesto canonico, senza riprendere per questo l'interpretazione allegorica tradizionale. Il testo di riferimento primario diventa qui il racconto del Paradiso (Gn 2-3). Il significato teologico del libro biblico è visto nel fatto che qui l'amore - e in verità l'amore erotico-sessuale tra uomo e donna (amor)- è considerato un cammino lungo il quale il ritorno al paradiso sembra possibile" (pp. 595-596). Il personaggio principale del libro di Daniele non rappresenta una figura storica, bensì una figura ideale" (p. 774) perché il Daniele biblico si rifà al re Dan'ilu menzionato dalla mitologia ugaritica del periodo del bronzo recente. "Al riguardo non si dovrà ignorare che il libro di Daniele rappresenta uno scritto apocalittico, e sappiamo che uno dei tratti tipici degli scritti apocalittici è la pseudonimia" (p. 774). Dal momento che questo libro celebra la sovranità universale di JHWH esercitata tramite i suoi angeli (Israele è posto sotto il dominio dell'angelo Michele, 12,1), il Figlio dell'uomo va inteso come uno di questi angeli al quale JHWH consegna la sovranità regale per sempre.

Il Manuale qui preso in esame ha il grande pregio di conciliare (nel limite del possibile) nova et vetera. I pochi esempi sopra addotti lo mostrano chiaramente. Altro pregio è l'impiego dell'analisi sincronica del Pentateuco che studia la connessione fra i cinque libri nell'attuale forma canonica per rilevarne il progetto omogeneo. Infatti essi sarebbero disposti secondo un ordine chiastico-speculare attorno al libro del Levitico come suo centro teologico, mentre Genesi e Deuteronomio costituiscono la cornice esterna ed Esodo e Numeri costituiscono la cornice interna (cf p. 109). Merita tutto l'assenso l'affermazione che non sarebbe esistito un canone per la versione greca dei LXX ed è molto verosimile che il canone farisaico-rabbinico (senza deuterocanonici) sia sorto come reazione all'adozione da parte dei cristiani della suddetta versione greca che avrebbe contenuto i deuterocanonici (cf pp. 36-37).

In accordo con il documento della Pontificia Commissione Biblica dal titolo "Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana" è affermata la validità dell'interpretazione ebraica dell'AT che i cristiani hanno negata per tanti secoli. Infine condivido l'idea secondo cui per la Bibbia ebraica la questione del testo originale non può più essere posta perché non si può più decidere per un unico punto di partenza né si può presumere (cf p. 78).

Solo pochi rilievi negativi. Non mi sembra che si possa affermare in modo apodittico che "fino al II secolo inoltrato la Bibbia dei cristiani era costituita dalla Bibbia d'Israele” (p. 13), che non aveva i libri deuterocanonici, dal momento che il Manuale stesso ammette la possibilità "che Tobia, Siracide e Sapienza fossero utilizzati già in comunità ebraiche per l'istruzione dei proseliti" (p. 37). Non è esatto affermare che S. Girolamo, anziché tradurre dagli originali ebraico e aramaico (come lui stesso afferma a più riprese), si sarebbe limitato a rivedere la vecchia traduzione latina (cf p. 37).

In conclusione si deve riconoscere che questo Manuale non solo è molto aggiornato ma anche assolve pienamente al suo intento specialmente scolastico, arricchito com'é da numerosi grafici e tabelle nonché da cinque appendici che offrono le epoche della storia dell'Israele biblico, tre mappe della storia d'Israele, la spiegazione di termini tecnici della scienza biblica, opere fondamentali d'introduzione all'Antico Testamento e un dettagliato indice analitico.







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