Rafael Aguirre, Saggio sulle origini del Cristianesimo
Data: Giovedì, 29 luglio 2010 @ 19:12:53 CEST
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


Rafael Aguirre, Saggio sulle origini del Cristianesimo, Borla, Roma, 2004; ediz. orig. Ensayo sobre los orìgenes del cristianismo. De la religion polìtica de Jesus a la religìon doméstica de Pablo, Estella, Editorial Verbo Divino, 2001.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

ACQUISTA ONLINE

Sostieni il progetto Christianismus

 

“Questo libro risponde a due preoccupazioni che corrono parallele ma si intrecciano continuamente: da un lato leggere il Nuovo testamento nel suo contesto sociale e culturale e dall’altro cogliere la rilevanza che può avere per il presente il processo storico che necessariamente si scopre quando si leggono i testi in questo modo”. Esordisce in questo modo, nell’Introduzione del libro che qui segnaliamo, Rafael Aguirre, docente di Nuovo Testamento all’università Deusto di Bilbao (Spagna). La collocazione del Nuovo Testamento nel suo contesto storico-sociale, unita alla preoccupazione degli effetti sul presente che riserva tale scelta ermeneutica, sono il leitmotiv che percorre gli otto capitoli di cui è composto il testo.

La tesi di fondo è accattivante: a partire dalla constatazione secondo cui nel Nuovo Testamento si può riscontrare “una diversità di generi letterari e di posizioni teologiche”, l’autore riflette sull’evoluzione del messaggio e della predicazione di Gesù; uno sviluppo che porta con sé la domanda impellente, se si tratti di una traiettoria  tutto sommato fedele all’annuncio originario di Gesù, oppure se, al contrario, occorre leggervi un tradimento.

Ebbene, il paradigma di questa problematica, che Aguirre assume come oggetto principale del suo lavoro, sono proprio “le relazioni fra Gesù e Paolo” che – precisa l’esegeta spagnolo – “hanno fatto scorrere fiumi di inchiostro, e dato origine ad aspre polemiche. Per gli uni, Paolo è l’inventore del Cristianesimo, al prezzo di rovesciare radicalmente il messaggio originario di Gesù […] Per altri Paolo è colui che meglio ha compreso Gesù di Nazareth e che lo ha interpretato nella forma più fedele”. L’autore si inserisce dunque in questo dibattito, sostenendo che l’opera di Paolo costituisce uno sviluppo fedele, ma al tempo stesso creativo, del messaggio di Gesù. Tale “fedeltà creativa” è stata resa possibile – ma forse sarebbe più corretto dire che si è imposta – alla luce della mutata situazione storico-sociale e geografica che differenzia il contesto in cui operarono Gesù e Paolo. Questa prospettiva, a partire  dalla quale interpretare il messaggio di Paolo, è di fondamentale importanza e rimette in discussione parecchie prese di posizione rappresentative del rapporto Gesù - Paolo.

A partire dallo sfondo delineato sopra, il primo capitolo, intitolato Il Regno di Dio: la religione politica di Gesù, costituisce una sintesi pregevole della predicazione di Gesù, incentrata sul Regno di Dio. Una premessa indispensabile, però, per capire l’argomentazione di Aguirre, è che oltre agli strumenti “classici”, l’esegesi si trova sempre più nella necessità di ricorrere all’ausilio delle Scienze umane, in modo particolare della Sociologia e dell’Antropologia culturale. È proprio a partire dai contributi di queste due discipline che si può evincere come nell’area del Mediterraneo del primo secolo esistevano due ambiti in cui si manifestava il fenomeno religioso: quello politico – con cerimonie pubbliche e ufficiali – e quello domestico, legato alla realtà della casa. Il messaggio di Gesù appartiene al primo ambito. Oggi non è forse più chiaro come allora che l’immagine del Regno di Dio ha una valenza fortemente politica. Affermare che Dio è re e che instaurerà il suo Regno, comportava, in quel contesto, una serie di conseguenze implicanti una rivoluzione assiologica di ampia portata: non per niente, gli animi della classe dirigente, sia a livello religioso che a livello politico, entrarono in fibrillazione e determinarono l’epilogo tragico della vicenda che tutti conosciamo.

Ma c’è di più. Anche i discepoli di Gesù non erano per nulla preparati alle conseguenze del suo messaggio: la testimonianza dei Vangeli non fa mistero, in più punti, dell’incomprensione dei suoi seguaci. Questo rilievo ci apre le porte ad uno degli argomenti più delicati della storia del pensiero cristiano e cioè i rapporti tra Chiesa e Regno di Dio. A tale questione è dedicato il capitolo secondo, dal titolo Le tese relazioni fra Chiesa e Regno di Dio. Al riguardo, mi sembrano particolarmente rappresentative del pensiero dell’autore le seguenti affermazioni: “Di certo la Chiesa, in quanto realtà storica, è incomprensibile senza Gesù […] e senza la volontà da parte dei suoi discepoli di seguire i suoi passi, dopo la sua morte e l’esperienza pasquale. Ma teologicamente la Chiesa non è né comprensibile né giustificabile senza l’opera dello Spirito Santo, che sviluppa l’opera di Gesù al di là dell’orizzonte storico di quest’ultimo”. Lo Spirito Santo diviene dunque la precondizione che permette di leggere lo sviluppo del Cristianesimo paolino in termini di “fedeltà creativa” e non di “tradimento” . Altrettanto importante mi pare essere la tesi secondo cui “le affermazioni cristologiche o teologiche non sono immediatamente trasferibili all’ecclesiologia”, poiché “La Chiesa è al servizio della presenza di Dio, [ma] non la monopolizza e il suo grande peccato può essere quello di tentare di soppiantarla”. Asserzioni non solo esegeticamente fondate, ma anche coraggiose.

Se il messaggio di Gesù si colloca ancora, pur nella sua irriducibile originalità, entro la sfera politica, gli impulsi che hanno origine da Paolo si situano invece all’interno di quella domestica. All’analisi di questo passaggio è destinato il terzo capitolo: La strategia di evangelizzazione di Paolo: la religione domestica. Con Paolo si passa dalla religione “politica” di Gesù – nel senso che abbiamo cercato di delineare sopra – ad una religione “domestica”, ossia centrata sulla casa la “più basilare struttura sociale dell’epoca”. Credo sia opportuno fare parlare ancora una volta l’autore: “Questo tipo di Cristianesimo ebbe un successo enorme e si estese moltissimo e rapidamente; penetrò progressivamente in tutti i settori della società, sino ai più elevati, progressivamente prevalse sulla religione ufficiale dell’impero e venne il momento in cui la soppiantò, vale a dire che il Cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero. È a questo punto che il Cristianesimo ricompare come religione politica” con una differenza fondamentale rispetto alla “religione politica” gesuana, che lo studioso iberico illustra nel modo seguente: “Questo Cristianesimo politico sarà vincolato al potere e avrà una funzione sociale ben diversa dalla religione politica di quel crocifisso che esprimeva gli aneliti e le speranze dei poveri e degli emarginati di Israele”.

Un’altra caratteristica importante nell’interpretazione paolina di Gesù consiste nel passaggio “da un messaggio rivolto a Israele a un messaggio universale”. Anche in questo caso, però, Aguirre afferma che “Paolo sviluppa coerentemente il progetto di Gesù, ma che indubbiamente va al di là della sua lettera e del suo orizzonte storico”. Un punto indispensabile per comprendere la posizione del nostro autore a questo proposito, è rappresentato dal modo in cui egli comprende il rivolgersi di Gesù a Israele che, schematicamente, potremmo riassumere nel modo seguente. Tale scelta non va assolutamente  interpretata nei termini di una chiusura settaria; va invece riletta alla luce del significato e della natura dell’elezione di Israele nel quadro veterotestamentario, in modo particolare a partire dai Profeti. Il senso ultimo dell’elezione di Israele è il suo essere “popolo di Dio”, un gruppo sociale all’interno del quale avrebbe dovuto risplendere una vita diversa da quella degli altri popoli, per essi attraente a tal punto da generare in loro il desiderio di conoscere il Dio a cui il popolo eletto si affidava.

I restanti capitoli sono tutti dedicati all’indagine di grandi tematiche che, presenti già nella “religione politica” di Gesù, hanno trovato un ampio sviluppo, sia in termini di riflessione che di applicazione, non solo nelle lettere di Paolo, ma più in generale nel Cristianesimo delle origini. In questi capitoli, dunque, l’ottica dell’autore è più ampia, e abbraccia altri scritti del Nuovo Testamento, in modo particolare la tradizione sinottica. Un particolare molto importante è costituito dal fatto che i temi che l’autore sviluppa sono di rilevante attualità; infatti, il capitolo quarto è dedicato a Guerra e pace nella Bibbia, il capitolo quinto a Lo straniero nel Cristianesimo primitivo, il sesto è intitolato Le vie dello Spirito: Filippo, Pietro, Paolo, mente gli ultimi due hanno come argomento la libertà e il potere nella Chiesa. Dunque, eccezion fatta per il capitolo sesto, dal taglio più esegetico (in senso “tecnico”) –  questo capitolo costituisce il tentativo, da parte di Aguirre, di fondare esegeticamente la sua visione dello Spirito come garante di quella “evoluzione creativa” che viene assunta come elemento centrale nel corso del libro -, tutti gli altri motivi sono, come si accennava, di estrema attualità. Vale la pena, credo, soffermarsi un istante su questa scelta dell’autore, poiché credo che non solo essa non sia casuale, ma che risponda ad una duplice esigenza: da una parte mostrare al lettore come determinate problematiche siano intrinseche al messaggio evangelico stesso e come, di conseguenza, esse abbiano impegnato da subito la comunità cristiana; dall’altra, credo che risulti lampante ancora una volta come lo studio rigoroso dei testi fondanti la fede cristiana non sia né inutile, né tantomeno dannoso – come sovente qualche credente “fervente” ritiene –, ma che costituisca un passo indispensabile per affrontare i problemi di oggi attingendo i criteri e gli orientamenti di fondo dal messaggio biblico, senza cadere in sviste clamorose. Credo sia questo uno degli aspetti più positivi di questo libro.  A questo proposito, ritengo che l’abilità dell’esegeta spagnolo consista nel mostrare come l’interpretazione della situazione presente dipenda in larga misura da un serio studio dei testi a cui ci riferiamo: solo in questo modo il Nuovo Testamento – e più in generale l’intera Bibbia – potrà costituire per i credenti – come anche per i non credenti – una seria istanza critica, in modo particolare nell’ambito storico-politico.

Vale la pena poi sottolineare come Aguirre non risparmi mai, là dove lo ritiene necessario, critiche alle Chiese cristiane in generale e alla Chiesa Cattolica, di cui egli fa parte, in particolare: tali rilievi, se a tratti possono sembrare coraggiosi, sono sempre però equilibrati e, cosa non meno importante, formulati a partire dall’esegesi dei testi. L’appello critico alla Bibbia non vale, dunque, solo per la realtà socio-politica, ma conserva tutta la sua forza anche per la valutazione della prassi ecclesiale.

Benché poi l’autore precisi in più punti del testo di non volersi addentrare in analisi troppo profonde, talora si ha come l’impressione che egli proceda in modo un po’ troppo schematico;  i paragrafi, in cui i vari capitoli sono suddivisi, risultano essere spesso assai brevi. Se da un lato tutto ciò può costituire un pregio, data la capacità dell’autore di semplificare la materia senza mai renderla banale, dall’altro penso che, almeno in alcune parti, l’analisi avrebbe dovuto essere meno sbrigativa. Tanto per fare un esempio, nel presentare i principali “movimenti di rinnovamento religioso” che componevano il quadro del Giudaismo del primo secolo, Aguirre si sofferma in modo particolare su Farisei ed Esseni, descrivendoli nel modo seguente: “I Farisei (il cui nome etimologicamente significa ‘i separati’) erano caratterizzati da una casistica minuziosa, tendente ad estendere a tutte le circostanze della vita quotidiana le norme di purità che avevano origine dal culto e dal tempio. Gli esseni compivano un passo ulteriore e portavano la preoccupazione per la purità al punto da separarsi fisicamente dal resto delle persone: andavano nel deserto e lì, in condizioni particolari e propizie, coltivavano le norme di purità, così da considerare se stessi il resto santo, in quanto Israele si era contaminato ed era impuro”. Mi è impossibile addentrarmi in questa sede in modo circostanziato nelle osservazioni di Aguirre. Sarà sufficiente segnalare che la letteratura attualmente disponibile su Farisei ed Esseni presenta un quadro molto più articolato di quello descritto dal nostro autore.

Manca, infine, un capitolo conclusivo all’interno del quale sintetizzare il lavoro svolto. In un testo come questo, a tratti molto essenziale e succinto, sarebbe risultato prezioso per il lettore.

Al di là delle critiche che si possono muovere, penso che sia un libro che valga la pena di essere letto. In modo particolare, ne consiglierei la lettura a coloro che seriamente si interrogano sul fondamento biblico-esegetico di alcune tematiche importanti che attraversano la Chiesa e la società attuali: ritengo che in questo testo possano trovare uno studio serio, condotto con un linguaggio accessibile, che può rappresentare un valido punto di partenza per ulteriori approfondimenti.







Questo articolo proviene da Christianismus - studi sul cristianesimo
http://www.christianismus.it

L'URL di questa pubblicazione è:
http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=165

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur 
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale.