Ancora sul «Signum fusteum»
Data: Lunedì, 13 settembre 2010 @ 15:55:22 CEST
Argomento: Barbara Frale


di Andrea Nicolotti



Sommario

  1. Premessa
  2. Elogi, competenze, dignità e titolature
  3. Il fustagno
  4. Il signum
  5. Nuovi seguaci dei blogger
  6. Fotografie e gonfaloni
  7. Le fonti genovesi
  8. Il rotolo di stoffa
  9. I vestiti arrotolati
  10. I bicchieri di stoffa
  11. La memoria di Google
  12. Conclusioni


Premessa

 

Il 30 aprile di quest’anno ho pubblicato sulla rivista Giornale di Storia un articolo intitolato Quale l’antigrafo e quale l’apografo? Giovanni Aquilanti e Barbara Frale, «Mysterium Baphometis revelatum». In esso dimostravo, con argomenti filologici, che un articolo uscito sulla rivista mensile Fenix, a firma di Giovanni Aquilanti, era in realtà opera di Barbara Frale, dipendente dell’Archivio Segreto Vaticano e autrice di tre libri dedicati alla sindone di Torino[1]. Le pubblicazioni di Frale nei mesi precedenti avevano ricevuto alcune pesanti critiche; nell’articolo firmato Aquilanti, Barbara Frale, usando uno pseudonimo, si lanciava in difesa delle proprie pubblicazioni, ridicolizzando la presunta superficialità e ignoranza dei suoi critici.

Ritenendo che il nascondersi dietro pseudonimi per difendere i propri errori non sia cosa che si addice ad uno storico degno di tal nome, ho ritenuto utile impegnarmi nello smascherare l’identità del falso Aquilanti. Nel medesimo articolo ho segnalato una serie di errori storici compiuti dall’Aquilanti-Frale: l’autrice e il suo alter ego dimostravano di condividere non solo il linguaggio, ma anche le stesse errate convinzioni.

Il 30 maggio, esattamente un mese dopo, Sergio Luzzatto ha pubblicato un articolo sul Domenicale del Sole-24Ore[2] nel quale, fondandosi sul mio articolo, biasimava la scorrettezza deontologica di Frale e richiamava alla memoria dei lettori un episodio recentemente accaduto in Inghilterra: proprio nell’aprile 2010 l’attenzione dei quotidiani si era concentrata su Orlando Figes, noto docente di storia russa presso un’università londinese. Egli, come Frale, aveva pubblicato sotto falso nome alcune recensioni negative ai libri dei propri “avversari”; una volta smascherato, ha dovuto presentare pubbliche scuse e si è visto costretto a pagare le spese legali affrontate da coloro che aveva danneggiato con le proprie recensioni. Luzzatto aveva dunque buon gioco nel paragonare Figes alla nostra Frale. Differentemente da Figes, però, Barbara Frale ha risposto dalle colonne del quotidiano Il Giornale difendendo il proprio agire e giustificandosi con l’argomento del “gioco divertente”; nella stessa occasione si è lanciata immediatamente al contrattacco, sbeffeggiando e denunciando nuovamente la presunta incapacità dei suoi recensori, Luzzatto compreso[3].

Ora Barbara Frale ha pubblicato su Giornale di Storia un articolo intitolato La crociata del «signum fusteum», che consiste di tre parti: un ennesimo attacco difensivo rivolto ai suoi critici, soprattutto al sottoscritto; l’esame di una sola delle critiche che le sono state rivolte; la presentazione di alcuni testi medievali che le sono stati segnalati da un terzo, e che ella ha ritenuto di poter adoperare in favore della propria causa. In nemmeno una riga di tutte le quindici pagine di articolo compare il minimo riferimento a Giovanni Aquilanti. A quell’atto di scorretta autodifesa io avevo dedicato tutto il mio saggio precedente sul Giornale di Storia, e a quello Frale avrebbe dovuto rispondere, una volta deciso di pubblicare qualcosa nella stessa sede. Invece mi trovo a rispondere ad un articolo di contrattacco che sorvola completamente su quell’argomento, si dilunga su altre questioni e sposta la discussione sulla mia presunta incompetenza, cercando di ridicolizzare e dimostrare l’assurdità delle critiche storiche che, più compiutamente in altre sedi, le ho rivolto.

Non rinuncio all’esame di questo nuovo articolo di Frale. Buona parte di esso non consiste di argomentazioni scientifiche, ma di divagazioni e considerazioni di natura personale. Desidero replicare a queste, prima di passare al nucleo dell’argomentazione storica.




[1] G. Aquilanti, Sulla Sindone il sigillo di Bisanzio, in «Fenix. Enigmi e misteri della storia e del sacro» 13 (novembre 2009), pp. 48-51. A chi me lo domandasse, sarò ben lieto di inviare copia dell’articolo pseudonimico.

[2] S. Luzzatto, Figes e Frale, avanti furbetti, sul «Domenicale del Sole-24Ore» del 30 maggio 2010, p. 48.

[3] A. Tornielli, La Frale a Luzzatto: «Non mi sono mai auto-recensita sotto pseudonimo», su «Il Giornale» del 1 giugno 2010, p. 29.

 

 

Elogi, competenze, dignità e titolature

 

Un argomento molto caro a Barbara Frale è quello dei pubblici riconoscimenti, dei titoli e dei sostegni accademici. Nonostante questo genere di argomentazioni non sia molto frequentato sulle riviste scientifiche, e nemmeno molto elegante, l’autrice ci tiene ad informare i lettori che il suo libro - da me e da altri criticato - ha vinto il premio Foemina d’oro ed è stato ben recensito da “grandi firme del giornalismo culturale italiano come Michele Smargiassi e Mario Baudino”; inoltre, si sono espressi a suo favore “due esperti di storia dei Templari famosi in ambito internazionale, cioè Franco Cardini e Simonetta Cerrini”. Infine, la teoria sindonico-templare da lei esposta - e da me rigettata - sarebbe in verità “già vecchia di trent’anni” e di conseguenza del tutto rispettabile, quasi pacifica, proposta per la prima volta dallo “storico laureato ad Oxford Ian Wilson” e successivamente “ripresa in esame da Francesco Tommasi dell’Università di Perugia”[1].

Poco valore hanno invece le critiche che le sono state mosse da quello che lei ritiene essere il “polo torinese” dei suoi detrattori: oltre a me, Frale cita Massimo Vallerani, Sergio Luzzatto e Bruno Barberis, docenti presso l’Università di Torino, ai quali si aggiunge Mons. Giuseppe Ghiberti, della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale. Per ultima, relegata in nota, viene citata una “sporadica comparsa” nel dibattito di Luciano Canfora. L’autrice dimentica di elencare tra i suoi critici Mons. Sergio Pagano, Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano presso il quale Frale lavora[2].

Il più grosso difetto degli studiosi che la criticano, come in questa occasione e altrove Frale ha voluto sottolineare, è quello di non possedere una “competenza specifica” che li autorizzi a muovere critiche nei confronti dei suoi libri. A Sergio Luzzatto in occasione del suo articolo su Aquilanti ha ricordato di essere uno “storico contemporaneo” che quindi non può avere competenza sul medioevo[3] (oggi però si è corretta, e lo chiama “docente di storia moderna”: Frale sembra avere l’abitudine di confondere cattedre ed insegnamenti[4]). Barberis, pur essendo il presidente del Centro internazionale di sindonologia, è un matematico, quindi parla di cose di cui “non risulta essere un esperto”[5]. Luciano Canfora sarebbe addirittura incompetente in papirologia. Potrei aggiungere che anch’io non sono un medievista di formazione, e che Giuseppe Ghiberti, pur essendo il Presidente del comitato diocesano per l’ostensione della sindone, è un biblista. Solo Massimo Vallerani, che insegna storia medievale, sembra essere titolato a parlare dei libri di Frale: forse è per questo che lungo tutto l’articolo Frale evita accuratamente di entrare in dialogo critico con lui.

Eppure non risulta che il comitato di assegnazione del premio Foemina d’oro, di cui Frale si vanta, sia un consesso di esperti di storia medievale; nemmeno i giornalisti della Stampa e di Repubblica sono noti come insigni medievisti. Ian Wilson, spesso presentato come “storico”, è in possesso di una laurea in storia moderna, e non penso che questo titolo o l’aver pubblicato una serie di monografie dai titoli talora francamente imbarazzanti sia sufficiente per fargli meritare la qualifica[6]. Ma la cosa più evidente è che questa propensione di Frale a delegittimare tutte le critiche che non le provengono da qualcuno che lei ritiene titolato a rivolgerle, stride fortemente con quanto ella stessa dimostra di fare in quasi tutto ciò che scrive.

Laureata in Conservazione dei Beni Culturali (indirizzo archeologico medievale) all’Università della Tuscia di Viterbo, Frale ha studiato paleografia, diplomatica e archivistica presso la Scuola Vaticana ed ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia della società europea presso l’Università di Venezia con una tesi sul processo ai Templari. Eppure nei suoi libri mostra di potersi occupare di tutto. Esamina i testi evangelici del I secolo che trattano della sepoltura di Gesù e maneggia anche la letteratura rabbinica; è in grado di spiegare la teologia essena, anzi, di mostrare quanto essa sia stata influenzata dalla presenza della sindone a Qumran; conosce la letteratura cristiana antica e disserta di gnosticismo, concili ecumenici e crisi iconoclasta (magari confondendo i nomi dei concili, dei Padri della Chiesa e facendo di platonismo e neoplatonismo la stessa cosa[7]); è esperta di storia e teologia bizantina, conosce a fondo le vicende delle reliquie acheropite; ci spiega il contenuto della Dottrina siriaca di Addai e degli Atti greci di Taddeo, dimostrando una competenza su testi che vanno dal I al X secolo d.C. (anche se poi confonde un’opera con l’altra[8]); sa dichiarare l’autenticità sia delle lettere degli imperatori bizantini sia delle (inesistenti) scritte in ebraico del I secolo che intravede sulla sindone[9]; è esperta di antichi tessuti funerari giudaici; conosce e ci descrive lo svolgersi e i risultati degli esami chimici e fisici operati sui frammenti del tessuto sindonico; sa spiegarci con chiarezza il perché l’esame del carbonio 14 a cui è stata sottoposta la sindone è stato condotto con “procedura improvvisata e poco scientifica”[10]; può qualificare come “assurda” la metodologia di ricerca sul Gesù storico della quale gli esperti si stanno occupando da più di un secolo[11]; mostra competenze di medicina legale, chimica, fisiologia, paleografia greca, latina ed ebraica (anche se non conosce i nomi delle lettere dell’alfabeto[12]), sigillografia bizantina, diritto romano e giudaico, e molte altre cose. Non c’è da stupirci, a questo punto, se ella ha avuto l’ardire di scrivere che Luciano Canfora non è un esperto nel campo della paleografia e della papirologia, e nemmeno se ha potuto scrivere che Sergio Luzzatto “non dà sempre ottima prova di sé, come dimostrano certi svarioni contenuti nel suo libro su Padre Pio”[13]. Abbiamo dunque qualche difficoltà ad accettare da parte di Barbara Frale qualsiasi argomentazione legata alla “competenza specifica”, da chi è avvezza ad occuparsi e a giudicare gli altri su ogni aspetto dello scibile umano, e dopo i Templari si appresta a pubblicare libri sulla storia del Novecento.

Se poi volessimo davvero conoscere qual è stato l’impatto della teoria sindonico-templare di Ian Wilson, oggi seguito da Barbara Frale, nell’ambito della storiografia specialistica sull’Ordine dei Templari, potremmo citare il classico studio di Alain Demurger, che menziona Wilson tra gli autori di “elucubrazioni di ogni sorta, buone per alimentare i racconti sui misteri, i segreti e i tesori dei Templari”; oppure Malcolm Barber, secondo il quale “non un solo brandello delle minuziose prove citate consente di stabilire una connessione tra i Templari e la reliquia, mentre l’intera struttura della teoria sembra in larga misura appartenere alle fantasie che circolavano alla fine del XVIII secolo e agli inizi del successivo”[14]. Sostenere che Francesco Tommasi ha ripreso in esame la teoria di Wilson, quasi come se egli l’avesse condivisa ed incoraggiata in toto, non è corrispondente alla realtà: egli la esamina brevemente in due pagine di un suo studio, ritenendo possibile che i Templari abbiano conosciuto la tipologia del volto sindonico, ma a “a condizione di non servirsene per trarre argomento in favore della provenienza templare del santo lenzuolo”. Tommasi, infatti, ha ritenuto “sempre meno sostenibile la parte attribuita ai Templari, quali portatori della sindone in Francia”[15], il che è esattamente l’opposto di quanto Frale scrive.

Frale lamenta di essere stata sottoposta da parte mia ad un attacco aggressivo e persino offensivo. Forse dimentica le parole che ella stessa ha usato, sotto lo pseudonimo di Aquilanti, nei confronti dei suoi critici. Nonostante io abbia sempre motivato ogni mia osservazione, abbia pubblicato sia in internet sia su riviste cartacee intere pagine di motivate argomentazioni, e senza mai offendere gratuitamente, Frale tenta di far credere che io voglia evitare il serio dibattito scientifico, imbarcandomi con grande veemenza “in una specie di crociata” contro di lei (tirando in ballo anche i titoli giornalistici applicati ai miei scritti, sebbene sia noto che non spetta all’autore lo sceglierli). Non vedo il motivo di qualificare come “crociata” la semplice segnalazione di una serie di errori nei quali ritengo che Frale sia incorsa. Se ella ritiene che io abbia errato nelle mie argomentazioni, lo può far notare. Ho già fornito sufficiente materiale in diverse sedi, dimostrando - a mio modo di vedere - che Frale nei suoi libri commette numerosi errori difficilmente contestabili: traduzioni errate, citazioni sbagliate, ricopiature affrettate, errori di grammatica e ortografia, descrizioni fuorvianti di immagini ed oggetti, denominazioni scorrette, congetture ingiustificate, anacronismi storici, ed altro. Ho avuto occasione di segnalare solamente una piccola parte di tutti gli errori che ho identificato; i modi che Frale continua ad usare per zittire ed umiliare i suoi recensori sortiscono l’effetto contrario che ella vorrebbe ottenere, e spingerebbero chiunque a continuare con la lista.

Un sistema ripetutamente adoperato da Frale per togliere credibilità alle osservazioni che le sono state fatte, è quello di qualificare i suoi critici come autori o seguaci di “alcuni blog pubblicati in rete da dilettanti della ricerca storica e scientifica”[16]. Già nell’articolo che ho precedentemente pubblicato su questa stessa rivista, avevo notato che Frale, adoperando il falso nome di Giovanni Aquilanti, aveva completamente evitato di rispondere ad una serie di corrette osservazioni che le erano state rivolte, concentrandosi invece sulla denigrazione del blog di Antonio Lombatti che tali critiche aveva solamente ripreso e pubblicizzato sul suo spazio internet personale. Ancor oggi, insistendo con questo argomento del blog, ella sostiene che il sottoscritto “fa proprie le tesi ridicole di bloggers amatoriali”: Nicolotti, lei afferma, rinuncia “a svolgere un serio lavoro di ricerca sui temi trattati (oppure dimostra di non esserne in grado)”. Sergio Luzzatto e Massimo Vallerani, dunque, avrebbero la colpa di aver voluto “avallare, mi auguro per loro senza conoscerlo, tale metodo di lavoro seguito da Nicolotti che assume quale fonte un blog di carattere satirico”[17].

Forse è arrivato il momento di smetterla con questo argomento dei blog. Massimo Vallerani ha scritto una recensione al libro di Frale su una rivista scientifica, senza essere a conoscenza dell’esistenza di alcun blog. Io ho esposto alcune considerazioni coincidenti con quelle di Vallerani, aggiungendone altre mie. Sergio Luzzatto ha dato voce sul Sole 24 Ore ad un mio articolo nel quale io, senza servirmi di alcun blog, smascheravo l’articolo di Frale pubblicato sotto falso nome: poiché la mia accusa si è rivelata corretta, e Frale ha confessato lo stratagemma, Luzzatto non ha nulla da rimproverarsi, e tantomeno c’entra qualche cosa con un blog. Se poi su internet esistono spazi nei quali le persone si esprimono liberamente, questo non è controllabile né da Vallerani, né da Nicolotti, né da Luzzatto. Ciascuno su internet scrive ciò che vuole. Far credere che io basi il mio lavoro su quello che sta scritto sui blog, non solo è falso, ma è anche poco credibile: i miei interventi hanno contenuti e toni ben diversi.

Gradirei dunque che Frale nel commentare ciò che io scrivo, si rivolga direttamente a me, senza associare le mie parole a blog o bloggers di alcun genere, e che non cerchi di accomunare i singoli individui in “poli” o “partiti”, attribuendo con disinvoltura ad uno ciò che è stato scritto da un altro. Se vuole rispondere ai blog, lo faccia sui blog. Troverà sicuramente persone con cui dialogare, che non si celano dietro pseudonimi.


 


[1] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum». Note su alcune critiche al libro «I Templari e la sindone di Cristo», in «Giornale di Storia» 3 (2010), p. 1.

[2] Su Il Messaggero di venerdì 29 Gennaio 2010, alla domanda del giornalista: “Ultimamente un libro sulla Sindone, scritto da una vostra archivista, Barbara Frale, sta creando un caso...” così Pagano ha risposto: “Mi limito ad osservare che il metodo di scrittura della storia della dottoressa Frale non è quello della tradizione dell’Archivio Vaticano. In genere i nostri archivisti pubblicano saggi molto bene accolti poiché sono frutto di un solido metodo positivistico, di un duro e lungo lavoro di ricerca e di lima, dunque lontani mille miglia dai presunti scoop di cui il pubblico è ghiotto”.

[3] Luzzatto è certamente uno storico contemporaneo (è nato nel 1963): forse Frale voleva dire “contemporaneista”. Sbagliava comunque, perché Luzzatto ha una cattedra di storia moderna.

[4] In una lettera in cui, con lo stesso grossolano sistema, desiderava attribuire valore ai suoi scritti invocando l’approvazione degli esperti, Frale aveva citato la presunta - e non dimostrata - approvazione dei “due famosi medievisti Alessandro Barbero e Andrea Merlotti” dell’Università di Torino. Ma Barbero insegna a Vercelli e Merlotti non insegna all’Università, e soprattutto non ha mai scritto una riga sul medioevo, essendo uno studioso di storia moderna. Frale però lo qualifica addirittura come medievista “famoso”. Gradiremmo proprio che Frale ci mostrasse una delle pubblicazioni sul medioevo che gli hanno meritato tanta fama  (B. Frale, I giornalisti non sono turisti privi di senso critico, 18 febbraio 2010, sul sito www.picusonline.it).

[5] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 1.

[6] Wilson ha scritto libri sulla vita dopo la morte, i fantasmi, le stigmate, la reincarnazione, il diluvio universale, Nostradamus, Atlantide, Shakespeare, Colombo, Caboto, etc.

[7] Qualche esempio tratto da B. Frale, La sindone di Gesù Nazareno, Bologna, Il Mulino, 2009. Alla p. 25 Frale afferma che dal IV secolo a.C. hanno preso piede in Grecia e a Roma lo stoicismo e il neoplatonismo. A quanto mi consta, lo stoicismo è stato fondato da Zenone di Cizio ad Atene nel III sec. a.C., e il neoplatonismo si diffonde a partire dalla metà del ii sec. d.C. Alla p. 35 e 127 dice che il concilio di Nicea (325) stabilisce la vera umanità e divinità di Gesù Cristo contro il monofisismo iconoclasta, cioè il fatto che egli racchiudesse in sé sia la natura umana che quella divina. Ma il rapporto tra natura umana e divina di Cristo e la crisi monofisita competono al concilio di Calcedonia (451). Alla p. 36 nomina un Atanasio di Antiochia che non esiste, perché era Atanasio di Alessandria. E così via.

[8] In uno dei suoi libri confonde sistematicamente gli Atti (in greco) con la Dottrina (in siriaco) e attribuisce a quest'ultima frasi ed espressioni tratti dai primi, scritti in un altro secolo e in un’altra lingua (B. Frale, La sindone e il ritratto di Cristo, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pp. 79-81, 95, 98, 112).

[9] Su questo, A. Nicolotti, I cavalieri Templari, la sindone di Torino e le sue presunte iscrizioni, in «Humanitas» 65/2 (2010), pp. 328-339. Per le immagini, le trascrizioni e il commento delle presunte scritte, si veda Id., Barbara Frale e le scritte sulla sindone di Torino, sul sito www.christianismus.it, oppure Id., Le iscrizioni “fantasma” sulla sindone, in «MicroMega» 4 (2010), pp. 67-79.

[10] B. Frale, La sindone di Gesù Nazareno, op. cit., p. 97.

[11] B. Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 182.

[12] Come in B. Frale, La sindone di Gesù Nazareno, Il Mulino, Bologna 2009, p. 103, dove scrive tre lettere in carattere ebraico e poi le chiama per nome, sbagliando due volte su tre.

[13] B. Frale, Quelle critiche di Canfora mi ricordano Harry Potter, su «La Stampa» del 23/7/2009; A. Tornielli, La Frale a Luzzatto: «Non mi sono mai auto-recensita sotto pseudonimo», su «Il Giornale» del 1/6/2010.

[14] A. Demurger, Vie et morte de l’ordre du Temple, Paris, Éditions du Seuil, 1985, p. 32; M. Barber, La storia dei Templari, Casale, Piemme, 1997, p. 380.

[15] F. Tommasi, I Templari e il culto delle reliquie, in G. Minnucci - F. Sardi (edd.), I Templari: mito e storia. Atti del Convegno Internazionale di studi alla Magione templare di Poggibonsi-Siena, Sinalunga, Viti-Riccucci, 1989, p. 193.

[16] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 2.

[17] Ivi, p. 15.

 

Il fustagno


Dopo due pagine di argomentazioni elusive, finalmente Frale si dedica ad esaminare una sola delle contestazioni che le sono state rivolte. Una delle principali prove che secondo Barbara Frale dimostrerebbe la presenza della sindone nelle mani dei cavalieri templari è fondata su una sua scorretta trascrizione e traduzione di un manoscritto del 1307 contenente la confessione di un Templare al cospetto dei suoi carcerieri. In sintesi, dove il manoscritto parla di un signum fusteum, cioè di un oggetto “di legno” che il Templare ammetteva di aver adorato, Frale leggeva indebitamente signum fustanium, cioè oggetto “di fustagno”, “di stoffa” (non preoccupandosi del fatto che fustanium è un sostantivo e non un aggettivo, che la grammatica richiede). Sulla scorta di questo, forniva del testo circostante una traduzione completamente addomesticata (senza però riportare il testo latino originale) leggendo la quale sembrerebbe che si stia parlando proprio della sindone. Giustamente Massimo Vallerani, che del libro ha curato la prima recensione in sede scientifica, si è concentrato non solo sulla trascrizione errata, ma anche sulla manipolazione del contesto. Io stesso ho ripreso e sviluppato ulteriormente le sue argomentazioni; il lettore che lo desideri potrà ricorrere a quanto è già stato pubblicato in merito[1]. Barbara Frale ignora queste pubblicazioni e ricorre al solito argomento dei bloggers:

 

Nel libro I Templari e la sindone di Cristo avevo reso il passo di quel documento con le due parole entrambe abbreviate (si legge signu- con tratto orizzontale superiore, poi fusteu- oppure fusten, con tratto orizzontale superiore e l’ultima lettera, u oppure n, sovrascritta sopra il rigo di scrittura), come signum fustanium (ma anche fustaneum), ovvero “disegno su tela grossa”. Occorre dire che alcuni archivisti francesi nel 2007 hanno già pubblicato quel documento con lo stesso passo, sciogliendo le parole in questione come signum sustensum; i bloggers lo dichiarano, però si sentono di scartare la lettura degli archivisti francesi, sebbene gli archivisti siano professionisti delle scritture antiche, gente insomma dalla quale ci si può tranquillamente attendere una lettura professionale e autorevole [...] Sono perfettamente d’accordo con gli archivisti francesi, professionisti delle fonti medievali, sul fatto che l’ultima lettera del gruppo fusten- sia una nasale n, e non una vocale u, e così pure sul fatto che il trattino orizzontale di abbreviazione vada sciolto reinserendo nella parola più lettere, e non una sola m finale. Anche gli archivisti francesi infatti se ne accorgono, offrendo come lettura sustensum, e quindi reintegrando il compendio con le lettere -sum, mentre la n a loro giudizio è l’ultima lettera del gruppo scritto. Dissento invece sulla lettura della prima consonante: avendo un tratto orizzontale che la taglia a metà, proprio sul rigo di scrittura, mi pare molto chiaro che si tratti di una f; del resto la terza lettera, stavolta chiaramente una s, è identica però non presenta il trattino orizzontale mediano. La lettura corretta di quanto è stato scritto, al netto delle integrazioni, a mio giudizio è fusten-. Ovviamente la parola va reintegrata di quanto il copista ha omesso. Il gruppo fusten- nel latino medievale non ha senso, perciò occorre cercare quale parola il copista ha voluto scrivere in forma abbreviata[2].

 

Dunque Frale, che nel suo libro aveva tranquillamente parlato di fustanium senza altro aggiungere, oggi ci informa che in realtà sul manoscritto ci sarebbe scritto fusten, con un segno di abbreviazione. Differenza non da poco. Per rendere questo fusten- più simile a fustanium, poi, dopo aver asserito che “nella minuscola notarile di primo Trecento le due vocali a ed e si scrivono in modo pressoché identico” trasforma d’incanto fusten- in fustan-”[3].

Ecco che tutto quadra. L’amanuense avrebbe scritto fusten-, ma noi dovremmo leggere fustanium (o fustaneum, variante di cui nel libro non parlava ma che oggi Frale ci propone, forse dopo essersi resa conto che il sostantivo lì proprio non ci andava?). Nelle mani del Templare, quasi miracolosamente, è comparsa finalmente la sindone. Una volta creata questa falsa lettura, Frale nel suo articolo può passare ad elencare una serie di sinonimi e derivati di fustanium, in latino, italiano, occitano, con qualche puntata verso l’arabo, che non hanno alcuna rilevanza con l’argomento.

Credo che qualunque paleografo assennato rimarrebbe di stucco davanti a questa spiegazione. Prima considerazione: se il manoscritto non riportava chiaramente la parola fustanium, o se di esso era già stata data una lettura diversa (quella degli archivisti francesi), a maggior ragione Frale nel suo libro avrebbe dovuto riprodurre un’immagine dell’originale o avrebbe dovuto esplicitare la sua trascrizione congetturale. Nel suo libro vi sono molte note e molte immagini, dedicarne una a questo tema non sarebbe certo stato impossibile. Invece ella ha lasciato trascorrere un anno prima di informarci che la sua lettura prevedeva per un’unica parola uno scioglimento congetturale di presunta abbreviazione e la modifica di due lettere (il che avrebbe reso ben più debole la sua ricostruzione). Nel frattempo l’interpretazione basata su quella che solo oggi Frale ammette essere stata una sua congettura paleografica, finora non dichiarata, è stata più volte presentata come il punto centrale che dimostrerebbe la correttezza della sua ricostruzione storica complessiva.

Seconda considerazione: io e tutti gli altri recensori del libro di Frale che si sono occupati di questo tema (quelli che lei chiama bloggers o seguaci di bloggers), riteniamo che qui non vi sia un’abbreviatura. Sul manoscritto è riportata la parola per intero, con la m soprascritta (fusteum), esattamente come avviene con la parola signum che precede, e non c’è bisogno di inventare alcuna lettera mancante. Si ha un’abbreviatura quando alcune lettere non vengono scritte allo scopo di guadagnare tempo e spazio, dove in luogo delle lettere mancanti è stato messo un segno indicativo dell’abbreviazione. L’abbreviazione dunque necessita di due condizioni: che vi sia un segno identificativo dell’abbreviatura, e che la parola sia resa comprensibile da quel segno. Ma non è questo il caso.

Un copista che davvero avesse voluto scrivere la parola fustanium, non l’avrebbe abbreviata. Si tratta di una parola di uso non comune, che non fa parte del ripetitivo linguaggio giuridico del testo, che non identifica nulla di noto a tutti i lettori. Se il copista avesse abbreviato, avrebbe sostanzialmente impedito la comprensione di quel termine: non si abbrevia ciò che non si può sciogliere. Frale ricorre a una serie di esempi per dimostrare che il manoscritto templare riporta una serie infinita di abbreviature (quale novità!): e cita parole come tempore, omnia, domino, ecclesia, magister, fratrem, interrogatus, Carcassonensis, Montepessulanum. La constatazione però fa sorridere. Tutti i paleografi - Frale inclusa - sanno che queste sono parole che vengono comunemente abbreviate nei manoscritti, perché facilmente riconoscibili e note a qualunque lettore. Si tratta di parole di uso comune, che generalmente si abbreviano sempre allo stesso modo, e soprattutto sono parole che il contesto rende immediatamente riconoscibili: si sta processando un templare, tutti sanno che è un “frate”, che ha a che fare con la “chiesa”, conoscono quale sia la carica di “maestro”, sanno che egli durante il processo viene “interrogato”, e che i nobili presenti all’interrogatorio sono “signori”; le parole “tempo” e “tutto” sono di così facile scioglimento che nessun lettore antico e moderno potrebbe avere dubbi. Sarebbe come stupirsi del fatto che oggi, sulle nostre lettere, abbreviamo “dottore” con “dott.”, “frate” con “fr.”, “signore” con “sig.”. Frale cita anche l’esempio di due nomi di luogo. Anche qui, niente di strano: l’interrogatorio si svolge a Carcassonne, è chiaro a tutti, ed altrove nello stesso manoscritto il termine è scritto in forma più estesa: il copista giustamente non ritiene di dover scrivere ogni volta per intero il nome della città. E quando abbrevia un nome di città in montplm, sa che i suoi lettori - in questo caso gli archivisti del Re di Francia - non avranno difficoltà a leggere Montepessulanum, cioè Montpellier. E infatti, non abbiamo difficoltà neppure noi, oggi.

Ben altro paio di maniche sarebbe un’abbreviazione di fustanium: non è un nome di città, non è una parola di uso ripetitivo che si abbrevia comunemente, non è il titolo che si fa precedere ad un nome proprio: è una parola che se non viene scritta per esteso non si può capire. Essa compare una sola volta in tutto il processo, anzi, Frale asserisce che compare una sola volta in tutti i processi templari celebrati all’inizio del Trecento e finora editi. Se Frale contasse quante volte negli atti processuali si abbrevia dominus o interrogatus, dovrebbe restituirci un numero di almeno tre cifre. È assolutamente da escludersi che un copista abbia abbreviato una parola del genere: l’avrebbe condannata a diventare irriconoscibile.

La seconda condizione di cui abbiamo parlato, è che l’abbreviazione deve riportare un segno che la identifichi come tale. Ma il segno finale della nostra parola sta in luogo della lettera m, non è un segno abbreviativo: è la stessa e identica forma della m della parola signum che precede. Non sarebbe necessario, perché la lettura è evidente, ma ho voluto raccogliere una serie di terminazioni simili tratte da quel manoscritto, di mano dello stesso scrivano:

 

                    signum fusteum

 

      

             militum                                aquam                           legum

 

     

              deauratam                                  formam                        modum                            nobilium

 

       

              ymaginem                                  septem                        panem

 

 

Frale, per giustificare la sua manipolazione che trasforma fusteu- in fustan-, muta la u finale in una n, e sostiene che “le due vocali a ed e si scrivono in modo pressoché identico”. Non è vero per nulla. Il nostro amanuense differenzia perfettamente la u dalla n e ancor meglio la e dalla a. Ecco le quattro lettere, tratte dalla stessa pagina:

 

 N                    U                    A                      E

 

 

Che la corretta lezione delle ultime tre lettere della parola fusteum sia sia eum e non an- lo si può anche vedere paragonando la nostra parola con due esempi dei numerosi casi in cui compare il pronome eum:

 

                 

 

Completamente diversa è la grafia di an:

 

      

                       Gaucerandus                                                   grangia

 

      

                    mandavit                                           panem                                  valeant

 

 

Questo è sufficiente ad escludere categoricamente che la parola in questione sia un’abbreviatura, e che sia leggibile nelle forme che Frale presenta. Ciò non concorda né con le regole generali della paleografia, né con le regole del buon senso, né con tutti gli altri casi simili riscontrabili sul medesimo manoscritto.

Occorre a questo punto spendere qualche parola sulla lettura degli archivisti francesi, che vengono continuamente citati da Frale a sostegno della sua lettura sbagliata. Innanzitutto va notato che i francesi avevano letto sustensum e non fustanium, il che certo non è la stessa cosa. Frale stessa nota che essi avevano sbagliato nel leggere la prima lettera come una s piuttosto che come una f: l’errore è evidente, Frale deve ammettere, perché nel nostro manoscritto (addirittura nella parola che immediatamente precede!) la f è scritta con un taglio orizzontale che la s non ha. Se Frale avesse prestato attenzione all’intera trascrizione dei francesi, che copre solo otto righe di testo, avrebbe individuato un altro errore, nella seconda parola: subsequitur al posto di subsequenter.

Su questa non esemplare trascrizione di otto righe, che contiene in tutto tre errori, Frale costruisce un’autodifesa che ancora una volta ricorre agli argomenti dell’ipse dixit piuttosto che all’esame della fonte. Mi rendo conto che i trascrittori di quelle righe hanno sbagliato, leggendo subsequitur invece che subsequenter, e sustensum invece che fusteum (o fustanium, sempre un errore sarebbe); ma di questo non mi sento di biasimali troppo. Stiamo parlando del catalogo di una mostra, all’interno della quale era stato esibito il manoscritto in questione. Non si tratta di una pubblicazione sostanzialmente scientifica, né di un libro di storia che su quella precisa lettura voglia costruire una teoria. La loro trascrizione è stata un po’ affrettata, ma non credo proprio che essi continuerebbero a sostenerla qualora dovessero esaminare con più attenzione il manoscritto. Da parte mia, ho già sufficientemente provato, lettera per lettera, che la lettura di Frale è sbagliata, e questo mi è sufficiente. Usare sustensum per difendere fustanium è davvero poco efficace.



[1] M. Vallerani, I templari e la Sindone: l’”ipotetica della falsità” e l’invenzione della storia, in «Historia Magistra» 2 (2009), pp. 10-17; A. Nicolotti, I cavalieri Templari, la sindone di Torino e le sue presunte iscrizioni, in «Humanitas» 65/2 (2010), pp. 328-339. Diverso materiale è raccolto nella sezione “Barbara Frale” del sito www.christianismus.it.

[2] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 3.

[3] Ivi, p. 13.

 

 

 

Il signum

Oltre a contestare la lapalissiana lettura di fusteum, Frale concentra i suoi attacchi anche su uno dei significati che abbiamo attribuito a signum. In questo, occorre sottolinearlo, Barbara Frale ha avuto un’evoluzione di pensiero. A gennaio di quest’anno, infatti, ella dichiarava al Corriere della Sera:


La lettura signum fusteum, proposta dai miei critici, non ha senso, perché signum nel latino medievale indica un’entità bidimensionale, un disegno, mentre fusteum è qualcosa ricavato dal fusto di un albero, necessariamente tridimensionale. Invece fustanium è un panno, che ha appunto due dimensioni come un foglio di carta[1].


Massimo Vallerani, sullo stesso giornale, dichiarò subito che “Frale nega l’evidenza”. Io in seguito risposi:

 

Non è assolutamente vero che signum nel linguaggio medievale indichi un’entità bidimensionale: esso, come già nel latino classico, è adoperato per designare oggetti dalle fogge e dimensioni più diverse. Se così non fosse, mi chiedo come sia stato possibile che proprio in quegli stessi anni un pellegrino giunto a Roma abbia scelto di usare il termine signum per designare la statua bronzea di Marco Aurelio a cavallo, ora al Campidoglio, che certo non è un disegno[2]; oppure come sia giustificabile che i medievali chiamassero signa le grosse croci processionali e persino le campane, le quali ben difficilmente potrebbero suonare, se fossero piatte[3].

 

Ora, a distanza di sei mesi, Frale ha voltato gabbana: non scrive più che signum è “un’entità bidimensionale”: ha deciso che forse è meglio aprirsi anche alla terza dimensione. La sua nuova tattica di difesa è allora quella di concentrare i suoi attacchi su uno dei possibili significati che noi abbiamo proposto per signum, cioè “statua”, tentando di dimostrare che questo significato nel latino medievale non esiste. E per farlo, cita per esteso le definizioni di tre dizionari di latino, compreso quello che io stesso e Vallerani avevamo citato, il Glossarium mediae et infimae latinitatis del Du Cange, volendo dimostrare che tutti coloro che propongono la traduzione “statua”, cioè Nicolotti e i soliti bloggers (il nome di Vallerani non compare mai, forse per atto di cortesia accademica) sono degli incompetenti. E così, ricopiandoci il dizionario, colei che fino a ieri sosteneva che signum è un oggetto bidimensionale ha scoperto che può essere una pietra miliare, una campana, un anello, una pianta, una moneta - cioè ha scoperto quello che le dicevamo noi; eppure trova il coraggio per sostenere che noi avevamo citato i dizionari, ma ci sono “seri dubbi” sul fatto che noi li avessimo letti “sul serio”. È davvero incredibile.

Altrettanto incredibile il contrattacco: Frale ricopia le definizioni del Glossarium del Du Cange e del Lexicon del Niermeyer (che lei però chiama “Niermayer”) per dimostrare che l’uso di signum nel senso di “statua” “non è compreso fra i molti significati possibili censiti nei dizionari di latino medievale”[4]. In realtà io non avevo proposto esattamente “statua”, ma avevo scelto di usare il più neutrale “immagine”, evitando di specificare “se si trattasse di un disegno, di un dipinto, di una statua, di un bassorilievo o di una scultura”[5]. Comunque ritengo che “statua” sia una traduzione legittima.

A Frale non importa che io stesso sei mesi fa le abbia indicato un testo coevo a quello del processo dei Templari dove signum è usato per più volte per indicare una statua: secondo lei si tratta di “un testo arcaicizzante”; poi mi accusa di “essere eccessivamente precipitoso nel voler indicare questo uso come l’unico possibile”, assurdità che naturalmente io non mi sono mai sognato di affermare. Quindi, una volta deciso che il mio esempio non vale nulla, passa ad asserire che nel dizionario di Du Cange “non ci sono statue di nessun tipo, come quelle che invece vorrebbero i bloggers e Andrea Nicolotti”. Quindi, se lei non le trova sul dizionario, vuol dire che non esistono:

 

Nicolotti avrebbe dovuto tenere un atteggiamento meno approssimativo, ma soprattutto leggersi per intero il testo che egli stesso chiama in causa a riprova della propria interpretazione. Qualora l’uso di signum come “statua” nei testi medioevali fosse comune come egli sostiene, i dizionari specialistici l’avrebbero senz’altro riportato. Invece di questa interpretazione non risulta traccia: agli estensori dei dizionari di latino medievale risulta che signum assume un gran numero di significati, però nessuno di questi vuol dire “statua”[6].

 

Occorre dunque spiegare a Frale che cos’è un dizionario di latino medievale. È evidente che ella crede - o vuole farci credere - che i dizionari di latino medievale servano a registrare tutti i significati dei termini utilizzati nel medioevo. La nostra competenza di latino classico, dunque, risulterebbe poco utile e talora ingannevole, perché andrebbe sempre confrontata con le definizioni proprie di quei dizionari. Se un significato attestato sui comuni vocabolari di latino non ha riscontro nei dizionari di latino medievale, per Frale ciò significa che quel significato nel medioevo non c’era.

Ora, questa è evidentemente una scempiaggine. Quei dizionari di latino medievale non sono una sostituzione dei comuni lessici di latino, ma sono una integrazione degli stessi. Essi registrano, principalmente, tutti quei significati particolari del latino medievale che non sono riportati dai vocabolari generici. Non ha perciò alcun senso sostenere che un significato assente da un dizionario medievale sia assente dall’uso degli uomini del medioevo (per capirlo bastava, tra l’altro, il testo di esempio che le avevo sottoposto). Nel caso di signum, tutte le definizioni che Frale ha indicato vanno ad aggiungersi e ad integrare quelle già note; poiché i dizionari di latino comune riportano il significato di “statua”, e questo significato nel medioevo non è cambiato, il lessico medievale non ha alcun bisogno di ricordarlo. Si dedica invece a registrare i significati nuovi, tipici dell’uso medievale: campana, parola abbreviata, sigillo, segno di croce, etc.

Se noi applicassimo ai testi medievali il sistema proposto da Frale, non saremmo più in grado di tradurre nulla. Di ciò vorrei fare un esempio, tentando di applicare l’idea che Frale ha dei dizionari di latino a quei testi che ella stessa traduce. Proprio nella dichiarazione del nostro Templare Guillaume Bos, appaiono parole sulle quali Frale avrebbe dovuto interrogarsi profondamente. Ad esempio, il Templare riguardo al misterioso signum afferma che videtur sibi quod esset album et nigrum. Frale traduce - non troppo letteralmente, ma non importa[7] - “gli sembrava che fosse fatto come di bianco e di nero”.

Ma come è possibile? Sono andato sul Du Cange alla ricerca della parola albus e... ho trovato solo questi tre significati: “pane bianco”, “moneta d’argento” e “catalogo”! E alla voce niger ho trovato soltanto “negro” ed “esercito nero” presso gli Ungari![8] Ora mi domando come Frale abbia potuto tradurre album et nigrum usando il significato comune del latino classico, che non è attestato sui dizionari di latino medievale. Avrebbe dovuto tradurre, conforme alla sua teoria: “gli sembrava che fosse fatto di pane bianco e come un negro”, oppure “gli sembrava che fosse fatto come di moneta e di esercito ungaro”. Ma può andare anche peggio. Poco prima il Templare dice di essere rimasto stupefactus de hiis que faciebant sibi fieri, e Frale ha tradotto “stupefatto di quanto gli facevano fare”. Eppure, udite udite, sul Du Cange la parola stupefio non c’è. Nemmeno stupefacio, e tantomeno stupefactus. E come poter pensare che il Templare sputò sulla croce per tre volte (spuit supra eam ter) se il Du Cange non ha il verbo spuo e nemmeno l’avverbio ter? Impossibile ricorrere, Frale ci insegna, al dizionario di latino che usavamo al liceo: ella dovrà rivedere tutte le sue traduzioni, e probabilmente concluderà di non avere a che fare con un testo medievale, ma con un falso, perché nel medioevo quelle parole e quei significati non esistevano, in quanto lei non le ha trovate sul Du Cange: parole così arcaiche, lei crede, si trovano solo nelle “fonti lontane oltre mille anni dal documento che ci interessa”[9].





[1] A. Carioti, Sindone, le scritte della discordia, su «Il Corriere della Sera» dell’8 gennaio 2010, p. 37.

[2] Magister Gregorius, Narracio de mirabilibus urbis Romae, 4: “Aliud signum aeneum est ante palatium domini papae, equus videlicet immensus et sessor eius”.

[3] A. Nicolotti, Quale l’antigrafo e quale l’apografo?, in «Giornale di Storia» 3 (2010), alla pagina www.giornaledistoria.net, p. 4.

[4] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 5.

[5] A. Nicolotti, I Templari e la sindone di Torino secondo Barbara Frale, alla pagina www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=157.

[6] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 7.

[7] Frale è solita allontanarsi dalla lettera dei testi che traduce per supportare le sua tesi. Leggendo l’intera sua traduzione della dichiarazione del Templare, ad esempio, ci si accorge che essa è piuttosto una parafrasi interpretativa, addomesticata a ciò che si vuole dimostrare, cioè che il Templare abbia visto la sindone. Su questo, si possono vedere gli interventi sia mio sia di Vallerani, già citati.

[8] C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort, Favre, 1883-1887, tomo 1, p. 169; tomo 5, p. 592.

[9] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., pp. 5-6.

 

Nuovi seguaci dei blogger

Credo che ormai non occorra più spendere parole su fusteum, che non è e non può essere fustanium, e nemmeno sul signum che Frale vuole a tutti costi trasformare in una specie di disegno (quello della sindone, naturalmente). E lascio da parte altre argomentazioni marginali altrettanto inconcludenti: ad esempio il discorso basato sul fatto che signum e fusteum secondo lei non possono certo comparire in quel modo nella sua fonte perché, secondo Frale, ciò non è in linea con le altre centinaia di interrogatori sopravvissuti (come se questi interrogatori fossero tutti avvenuti nella stessa città, avessero riguardato le stesse persone, con le stesse caratteristiche linguistiche, e fossero stati redatti dai medesimi notai. Occorre sempre ricordare che le deposizioni avvenivano in lingua volgare; il volgare di Carcassonne non c’entra nulla con il volgare degli interrogatori dei Templari della Toscana o di Parigi, e anche l’interprete non era lo stesso. Questi paragoni non hanno alcun senso).

Ritornando invece ai blogger e ai seguaci di blogger (così Frale chiama coloro che criticano le sue teorie), vorrei aggiungerne qualcuno alla lista. Simonetta Cerrini, la medievista “famosa in ambito internazionale” che Frale ha citato in apertura del suo articolo tra i suoi sostenitori, lo scorso mese ha rilasciato un’intervista al mensile francese Sciences et Avenir. Dopo aver riassunto in poche battute l’ipotesi sostenuta dal libro di Frale, mostrando di concordare sostanzialmente con lei su altri punti della sua ricostruzione storica (sui quali mi soffermerò di certo, ma in altra sede), Cerrini conclude con queste parole:

 

È anche possibile che i Templari non si riferissero alle stesse cose quando li si faceva confessare - sotto tortura - di aver adorato un idolo, la maggior parte delle volte una statua di legno (signum fusteum), come quella di cui parla il Templare Guillaume Bos[1].

 

L’altro medievista a lei favorevole che Frale cita in apertura, accanto a Cerrini, è Franco Cardini. Ma non sono a conoscenza di alcun suo pubblico intervento in merito a questo tema specifico. La menzione del suo nome, però, mi fornisce l’occasione per richiamare alla memoria ciò che è avvenuto durante una giornata di studio intitolata Parliamo della Sindone, che si è svolta il 18 maggio 2010 presso l’Università di Bari. Quel giorno, dallo stesso tavolo a cui Franco Cardini era seduto in qualità di relatore, Raffaele Licinio, ordinario di Storia medievale e direttore del Centro Studi Normanno-Svevi, ha mostrato e fatto circolare tra il pubblico la riproduzione fotografica delle parole del manoscritto di cui ci stiamo occupando, accompagnando il gesto con queste parole:

 

Una serie di studiosi, me compreso, e anche gli amici e i colleghi paleografi e diplomatisti che io conosco, hanno letto tutti quelle due parole - signum fustanium, secondo la Frale - in un’altra accezione: tutti concordano, ripeto tutti, concordano nel leggere signum fusteum [...] È abbastanza semplice da leggere [...] Signum fusteum, cioè una “statua di legno” [...] Si sta riferendo non a un telo di fustagno, ma a una testa di legno. Può essere scambiata con la Sindone? No.

 

Nessuno in sala, né tra i relatori seduti al tavolo né tra il pubblico, ha obbiettato alcunché; il video della conferenza è tuttora visualizzabile su internet[2]. È bene ricordare ancora una volta che cosa Frale pensa dei sostenitori della lettura signum fusteum e dei fautori della traduzione “statua di legno”:

 

Non ci sono statue di nessun tipo, come quelle che invece vorrebbero i bloggers e Andrea Nicolotti [...] La fretta di usare la traduzione già pronta del blog senza passar tempo a esaminare testi scientifici nelle biblioteche specializzate dev’essere la causa dell’abbaglio. Personalmente credo assurdo tradurre la parola signum nel senso di “statua” [...] È senza dubbio una traduzione adatta a un blog non scientifico: ma è un esempio da seguire ad occhi chiusi per chi intenda fare storia in modo serio? [...] Confesso di non aver mai visto un filologo che usa un metodo simile[3].

 

All’iniziale gruppo di studiosi che Frale tratta come incompetenti dilettanti (Massimo Vallerani, Julien Théry e Andrea Nicolotti), i quali si sono trovati a sostenere un’interpretazione del tutto simile a quella di coloro che l’autrice deride come bloggers (Gaetano Ciccone, Gian Marco Rinaldi, Antonio Lombatti), si sono dunque aggiunti Simonetta Cerrini, Raffaele Licinio ed altri paleografi e diplomatisti. A questo elenco vanno poi sommati quegli storici dell’Ordine templare che, in passato, avevano già descritto quel manoscritto: François Raynouard, Konrad Schottmüller e Julius Gmelin, per l’oggetto nominato da Guillaume Bos, parlano tutti e tre di una figura in legno[4].

Quando Barbara Frale dà sfogo alle sue accuse di superficialità, incapacità ed ignoranza, dovrebbe accorgersi che non sta insultando solo Nicolotti e i suoi tanto odiati blogger. Fuori dal blog, forse, ci è rimasta solo lei.





[1] S. Cerrini, Le Temple adorait-il le saint suaire?, in «Sciences et Avenir» 761 (luglio 2010), p. 58: “Il est aussi vraisemblable que les Templiers ne se référaient pas aux mêmes choses quand on leur faisait avouer - sous la torture - avoir adoré « une idole », la plupart du temps une statue de bois (signum fusteum), comme celle dont parle le templier Guillaume Bos”. Evidenziatura mia.

[2] Alla pagina www.livestream.com/centrostudinormannosvevi3, seconda parte del video, dal minuto 17. Evidenziatura mia.

[3] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., pp. 5 e 8.

[4] F. Raynouard, Monumens historiques relatifs a la condamnation des chevaliers du Temple et l’abolition de leur ordre, Paris, Égron, 1813, p. 242: “Une figure en bois”; K. Schottmüller, Der Untergang des Templer-Ordens, vol. 1, Berlin, Mittler & Sohn, 1887, p. 257: “Holzfigur”; J. Gmelin, Schuld oder Unschuld des Templerordens, Stuttgart, Kohlhammer, 1893, p. 341: “Holz”.

 

Fotografie e gonfaloni

La sostanza delle proposte di Barbara Frale termina qui. Il resto del suo articolo prosegue con argomentazioni esposte da lei, ma su suggerimento di qualcun altro. Prima di passare all’esame di queste nuove argomentazioni di seconda mano, vorrei concludere con un altro particolare che è farina esclusiva del suo sacco.

Riferendosi ad una mia affermazione riguardo alla fotografia del manoscritto in questione, Frale ha sostenuto quanto segue:

 

Senza premurarsi di vagliare la validità delle affermazioni ivi contenute, Nicolotti scrive che i curatori del blog “furono i primi a rintracciare una fotografia del documento originale”, e già questa è una circostanza inesatta [...] L’immagine in formato digitale del documento infatti è a disposizione di chiunque sul sito dell’Archivio Nazionale di Parigi già dagli inizi del 2009, alcuni mesi prima che uscisse il mio libro. Qualsiasi studioso già da allora avrebbe potuto scaricarlo e stamparlo gratis [...] Trovo divertente che mi si accusi di aver quasi voluto “occultare” un testo, il quale, se uno ha voglia di far controlli prima di scrivere, si rivela essere invece di pubblico dominio[1].

 

Ricordo per l’ennesima volta a Barbara Frale che Rinaldi e Ciccone non hanno un blog, bensì un sito. Inoltre vorrei invitare Frale a rileggere ciò che la lingua italiana non permette di interpretare in maniera equivoca: io ho scritto che Rinaldi e Ciccone “furono i primi a rintracciare una fotografia del documento originale” dopo l’uscita del volume; non ho scritto che tale fotografia era irreperibile, o nascosta, o impossibile a trovarsi. Vero è che essi sono davvero stati i primi a rintracciare una fotografia del manoscritto pubblicata sul catalogo francese, e ne hanno dato notizia fin dall’11 luglio 2009, segnalando l’errore di trascrizione del fusteum; sullo stesso catalogo, qualche tempo dopo e in maniera indipendente, Massimo Vallerani e Julien Théry hanno trovato la medesima immagine e hanno riscontrato il medesimo errore. Semplicemente, ho riconosciuto loro la capacità di aver raggiunto un testo e di essersi accorti del problema ancor prima di altri; se questi bloggers davvero fossero così superficiali e sprovveduti, non si sarebbero certo premurati di andare alla ricerca di un’immagine del manoscritto, e nemmeno sarebbero stati in grado di segnalare un errore di cui ora stiamo qui a parlare.

Frale ci informa che le fotografie del manoscritto possono essere richieste da chiunque agli Archivi parigini; poi segnala che quelle immagini sono anche visibili, dagli inizi del 2009, sul sito internet dell’archivio. Vorrei far notare che non è cosa consueta per il semplice lettore di una monografia impegnarsi nell’acquisto o nella ricerca delle fotografie di tutti i manoscritti citati nel testo che legge. In ogni caso, Rinaldi e Ciccone hanno fatto ciò che il lettore comune non fa: conoscendo per esperienza la debolezza delle argomentazioni di certa letteratura sindonologica, hanno fiutato l’inghippo. Va detto, però, che le indicazioni fornite sul libro di Frale non favorivano affatto l’accesso all’originale: nel suo libro, infatti, ella non aveva indicato la segnatura del manoscritto. In merito a questo manoscritto di cui solo adesso Frale ci fornisce ogni riferimento, Massimo Vallerani ha scritto:

 

La Frale non riporta neanche l’indicazione archivistica (il rimando nella nota corrispondente è a un’opera inesistente: “Du Fresne”, che dovrebbe essere il Glossarium di Du Fresne Du Cange, che non contiene affatto la fonte esaminata: possibile un errore così grave in un punto chiave della dimostrazione? Leggendo meglio si scopre che il riferimento è espresso, in maniera implicita, nella nota successiva, confuso con un rimando a un’altra fonte[2].

 

In effetti, Frale nel suo libro aveva dato una sua traduzione del testo inedito senza trascriverlo, limitandosi a riportare solo due parole latine (signum fustanium, una delle quali sbagliata) e senza segnalare l’indicazione archivistica. In nota, infatti, si trova quel riferimento al dizionario del Du Cange (che cosa c’entra, poi?) sul quale già Vallerani si interrogava: ma in tale riferimento - ironia della sorte? - è impreciso il titolo, è inservibile l’indicazione, ed è sbagliata la pagina[3]. In pratica, una nota inutilizzabile.

L’indicazione archivistica del manoscritto Frale la riporta in una nota seguente, che però è riferita ad un altro testo che compete ad un altro processo svoltosi in un’altra città. Non si può certo dire che Frale abbia reso così agevole l'identificazione del manoscritto. A fronte di tale carenza di necessarie indicazioni, i cosiddetti bloggers sono riusciti comunque a trovare un’immagine del testo, e sono stati molto più precisi di lei nelle loro indicazioni bibliografiche. Se poi Frale era a conoscenza del fatto che le immagini di quel manoscritto erano disponibili presso il sito degli Archivi di Parigi, mi domando perché non lo abbia segnalato ai lettori riportandone il link in nota; mi domando anche perché ella non abbia trascritto integralmente un testo latino inedito di poche righe, di modo che tutti fossimo in grado di verificare la sua traduzione: il presunto carattere divulgativo del suo volume (argomento al quale talvolta Frale ricorre) non impedisce certo di dedicare una nota di sei righe al testo inedito su cui viene fondata un’argomentazione centrale del libro. Cosa migliore ella avrebbe fatto pubblicando in una sede opportuna la trascrizione di tutto il manoscritto (che è edito solo in parte) di modo che le frasi estrapolate potessero essere lette nel loro contesto.

Mi viene rivolta una seconda accusa, ancor più incredibile. Frale ritiene che io abbia commesso “l’imprudenza di entrare in una discussione sui Templari ignorando i loro specifici usi e costumi”. A testimonianza delle mie “idee assurde”, cita un passaggio di un mio scritto, stravolgendolo, per indurre il lettore a credere che io abbia sostenuto qualcosa di cui, invece, mi facevo beffe[4]. Riporto le mie parole:

 

Anche se davvero il testo avesse contenuto la parola fustanium, chi ci autorizza a pensare alla sindone? Qualunque altro oggetto di stoffa sarebbe adatto all’uopo, l’importante è che sia “bianco e nero”: ad esempio, dopo aver letto il libro della Frale qualcuno potrebbe affermare che i Templari adoravano la stoffa del loro vessillo, “il glorioso gonfalone detto baussant perché bipartito di bianco e di nero, il quale simboleggiava l’orgoglio e l’eccellenza del Tempio”[5].

 

Ora, chiunque avesse letto tutto ciò che precede, avrebbe visto che l’intero mio discorso tende ad escludere che le fonti templari parlino di un idolo di stoffa. Al termine, facevo notare che in ogni caso, anche se così non fosse, non basterebbe trovare una fonte che parla di stoffa per concludere che Templari adoravano la stoffa della sindone: ci sono infiniti tipi di stoffe al mondo, e anche di stoffe bianche e nere, senza che vi sia alcun motivo per pensare che si tratti della sindone (che tra l’altro non è bianca è nera, ma al massimo bianca e rossiccia, perché l’immagine della sindone non è nera). E facevo un esempio qualsiasi, mostrando come a questo punto qualunque tipo di oggetto bianco e nero, una volta che si concede una sfrenata libertà alla fantasia di ciascuno, potrebbe servire allo scopo. Il gonfalone dei Templari è bianco e nero, quindi a questo punto “qualcuno potrebbe affermare che i Templari adoravano la stoffa del loro vessillo”. Qualcuno, si intende, che come Frale vada alla ricerca di deboli somiglianze su cui costruire dimostrazioni. Ma l’autrice impiega una pagina intera per spiegarmi quanto sia assurdo pensare che i Templari adorassero il loro gonfalone senza riconoscerlo. Tanto quanto lo sarebbe pensare che adorassero la sindone senza riconoscerla, vorrei aggiungere (è ciò che lei crede). La conclusione è che “Nicolotti ignora che quello dei Templari è un ordine militare”. La ringrazio di avermelo segnalato, fino ad oggi ero convinto che si trattasse di un ordine contemplativo.





[1] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 3.

[2] M. Vallerani, I templari e la Sindone: l’”ipotetica della falsità” e l’invenzione della storia, in «Historia Magistra» 2 (2009), p. 12, nota 8.

[3] In seguito al testo tradotto a p. 81, di cui fornisce solo le due parole latine signum e fustanium, Frale pone questa nota abbreviata: “Du Fresne, Glossarium, p. 447” che, secondo la sua bibliografia (p. 222), starebbe per: “Du Fresne Du Cange, C., Glossarium mediae et infimae latinitatis, Graz 1954”. Ci sono ben tre errori in questa indicazione. Primo: il Glossarium è stato iniziato dal Du Cange nel 1678, e quella del 1954 è solo la ristampa di una riedizione uscita negli anni 1883-1887, e questo, ad essere precisi, andrebbe segnalato. Secondo: il dizionario è in dieci volumi, e se Frale non ci dice in quale volume occorre cercare, l’indicazione è inservibile. Terzo: in nessuno dei dieci volumi alla pagina 447 compaiono le parole signum o fustanium. Davvero un capolavoro.

[4] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 13.

[5] Intero articolo qui.

 

Le fonti genovesi

 

Domenica 6 giugno 2010, all’interno di un articolo sul quotidiano Il Giornale e firmato da Andrea Tornielli, è apparso un breve intervento favorevole alla tesi di Frale da parte di Antonio Musarra, dottorando presso l’Università di S. Marino[1]. Egli, senza entrare nel merito del contesto di tutto il passo in questione, citava due dizionari di latino medievale di area ligure a sostegno della tesi che la parola fustus potesse significare “tessuto” o “tela”.

Lo stesso giorno Musarra, su mia richiesta telefonica, mi ha gentilmente spedito la fotografia di una pagina di uno dei due dizionari da lui citati, che al momento non erano a mia disposizione; in occasione dello scambio mi ha confermato che si era concentrato sulla ricerca di fustus in quanto riteneva errata la lettura fustanium proposta da Frale (ecco dunque un altro blogger!). In effetti, nel suo intervento Musarra ha parlato della parola fustus, senza far menzione del fustanium, che non c’è; egli ha sostenuto che fusteum (cioè la nostra lettura) sarebbe aggettivo da fustus (invece che da fustis). Sul momento, dunque, ho apprezzato il fatto che Musarra avesse basato la propria analisi sulla corretta lettura del manoscritto (che Frale invece continua a negare); quando però ho potuto rintracciare non solo entrambi i dizionari, ma anche i testi a cui essi rimandavano, mi sono accorto che la teoria di Musarra era alquanto affrettata, e sostanzialmente erronea.

Nel suo articolo a me indirizzato su questa rivista, Frale si è appropriata in toto delle stesse osservazioni ed ha ripreso i medesimi testi e dizionari citati da Musarra quasi due mesi prima; ma ha omesso di segnalarlo adeguatamente. Il nome di Musarra compare solamente in una nota a piè di pagina nella quale l’autrice comunica di sfuggita che uno dei testi da lei presentati “è stato citato anche da un medievista dell’Università di San Marino (sic), Antonio Musarra, in un’intervista di Andrea Tornielli”[2], quasi come se il merito dell’aver individuato quel materiale fosse di Frale, e non di Musarra, e solo per caso anche Musarra abbia avuto l’avventura di imbattersi nel medesimo testo. Occorre invece dirlo con chiarezza: i dizionari di latino ligure con i rimandi a quei testi sono stati individuati da Musarra, che non per nulla è genovese, e da lui sono stati segnalati a Frale e al pubblico de Il Giornale. Fa specie (?) che Frale per quattro pagine adoperi le argomentazioni di qualcun altro senza dichiararlo chiaramente. Allo stesso tempo, poco prima di analizzare le suddette fonti, Frale si rivolge a me, al solito, come a persona che scrive “senza curarsi di effettuare nessuna verifica nei modi consoni ad un professionista della ricerca”, rimproverandomi di non aver fatto un “accurato lavoro di verifica”, quasi come se quelle verifiche, di cui parla una riga più sotto, fossero opera sua.

Frale comunque pensa di poter cantar vittoria, nonostante i testi citati da Musarra si basino sulla nostra corretta lettura del manoscritto, cioè fusteum, e non sulla lettura fustanium che ella pervicacemente continua a difendere; a questo punto, dando vita ad una nuova spericolata congettura (diversa da quella di Musarra) questa volta linguistica, conclude che fustum non sia da mettere in relazione con fustis, come tutti finora pensavano, ma sia “una forma contratta del più esteso fustaneum, parola usatissima nel tardo medioevo”[3].

Lasciando perdere questa nuova gratuita etimologia, occorre a questo punto prendere in esame i testi genovesi individuati da Musarra e ripresi da Frale che indurrebbero a pensare, secondo loro, che la parola fustum (non fustanium, né fusteum, occorre sempre tenerlo a mente!) possa indicare al contempo sia un pezzo di legno sia un pezzo di stoffa. Lascio perdere anche qualche altro legittimo interrogativo che ci porterebbe troppo fuori dal seminato: ad esempio, che cosa c’entri il latino ligure con le confessioni di alcuni Templari rinchiusi in un castello della Linguadoca. Sarebbe troppo facile da parte di Frale rispondere con generici riferimenti ai frequenti scambi tra le diverse regioni dell’Europa medievale e tra i Templari e le città marinare: lo ha già fatto, sostenendo che l’area ligure è “vicinissima a quella cui appartiene il frate templare del documento”. A me Genova e Carcassonne non sembrano proprio vicinissime, a 660 km di distanza una dall’altra. Mi limiterò allora a citare un’affermazione dovuta a Frale stessa:

 

Si sa bene che la società del medioevo occidentale vive all’interno di una koinè linguistica dominata dal latino, lingua comune perchè usata in ambito ecclesiastico; ma si sa anche bene che all’interno di questa comunità linguistica esistono tante aree diverse, segnata ognuna dalle sue particolarità[4].

 

Infatti, spetterebbe a lei (e a Musarra) documentare l’uso di quei termini in quella forma e con quel significato sia in area di Linguadoca sia in area ligure, per non correre il rischio di sottovalutare quelle “particolarità” linguistiche a cui Frale fa riferimento.




[1] A. Tornielli, Repliche alla Frale sulla Sindone: «Scritte fraintese», in «Il Giornale» del 6 giugno 2010, p. 20.

[2] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 11, nota 44. Corsivo mio.

[3] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 12.

[4] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 10.

 

 

Il rotolo di stoffa


Uno dei due dizionari a cui Musarra faceva riferimento è il Vocabolario Ligure di Sergio Aprosio[1]. La prima sorpresa l’ho avuta nel vedere che il lemma proposto da Aprosio è il neutro fustum, e non il maschile fustus da lui citato nell’articolo su Il Giornale. Ma procediamo, per ora.

Citando un segmento delle Leges Genuenses del maresciallo Boucicaut (di un secolo posteriori ai testi templari a cui ci riferiamo), il dizionario, tra le varie accezioni, propone di tradurre la parola fustum con “rotolo di stoffa”. Frale cita una lista di espressioni, di stile ripetitivo, su cui Aprosio basava la sua definizione; ne riporto solo tre, ma l’elenco è costituito da undici articoli, ciascuno dedicato ad un diverso tipo di stoffa:

 

Panni de Malinges canne decem parmi tres, et pro preisis parmi septem quarte tres, faciunt ad fustum canne undecim parmi unum quarte tres.

Panni de Borsella magne muasionis canne decem, et pro preisis parmi septem quarte due, faciunt ad fustum canne decem parmi septem quarte due.

Panni borselini parve muasionis canne decem, et pro preisis parmi septem quarte due, faciunt ad fustum canne decem parmi septem quarte due[2].

 

Sarebbe stata cosa buona chiarire qual è il contesto di queste frasi: si tratta del lacerto di una serie di norme sulla misurazione dei tessuti per la vendita (De longitudine pannorum, è il titolo del capitolo), cioè una regolamentazione legislativa delle unità di misura che dovevano essere adoperate per vendere le stoffe, in un momento in cui non esisteva ancora un sistema di misurazione sicuro e condiviso da tutti. Questo elenco, come si può vedere, non è un testo qualunque che dimostra che a Genova la stoffa veniva chiamata fustum; è la spiegazione di quale unità di misura occorreva adoperare per vendere i diversi tipi di stoffa, accanto a “canne”, “palmi” e “prese”. E siccome, come detto più volte, fustum indica un oggetto di legno, anche un “bastone”, come Aprosio stesso registra, è abbastanza agevole interpretare questo testo: canne, bastoni o regoli di legno sono gli oggetti per misurare o arrotolare su di sé i teli di stoffa che poi dovevano essere venduti. La traduzione di Aprosio “rotolo di stoffa” non significa che fustum vuol dire “stoffa”, ma che in quello specifico linguaggio commerciale un bastone che serve per misurare e arrotolare una quantità di stoffa accuratamente determinata, veniva in gergo mercantile chiamato “fusto”. La legge stabilisce che ad ogni tipo di stoffa (quella di Malines, quella di Borsella, etc.) corrisponda un certo fustum (potremmo dire: una stecca su cui è stata arrotolata la giusta quantità di stoffa, o una misura identificata da quella stecca). Un altro esempio di metonimia ce lo fornisce lo stesso testo, quando parla di “palmi” e “canne”. In contesto mercantile, quando si parla di misurazioni di stoffe, tutti capiscono che dicendo “un palmo” o “una canna” stiamo parlando di unità di misura, e che due palmi di stoffa non sono due mani e due canne non sono due bastoni; ma al di fuori di quel contesto, il palmo rimane una parte della mano, e la canna rimane un pezzo di legno, e a nessuno verrebbe in mente di dire che “canna” o “palmo” sono sinonimi di “stoffa”. Risulta anche evidente che questo nome di fustum attribuito al rotolo di stoffa deriva dalla forma e dalla materia del bastone del rotolo stesso, e non dalla stoffa: sarebbe come dire che un fustino di detersivo è fatto di detersivo.

Fustum è un sostantivo, e il fusteum del manoscritto templare è un aggettivo. Cerco di immaginare quale sarebbe la fantasiosa traduzione dell’interrogatorio di Carcassonne, rispondente ai criteri di Frale: al Templare fuit hostensum quoddam signum fusteum, cioè “fu ostensa un’immagine di rotolo di stoffa”? Cosa vedevano, questi templari? Un “disegno di rotolo”? Un “simbolo rotoloso”?

Il tentativo di vedere sempre e comunque la sindone porta a ricordare, da parte di Frale e Musarra, che essa - almeno da quando è conservata a Torino - è stata conservata arrotolata su un bastone. I miei critici non si accorgono che seguendo questa strada destituiscono completamente di ogni credibilità tutta l’impalcatura su cui è basato il libro di Frale, cioè che la sindone da tempo immemorabile - fin da quando era conservata a Edessa, perché fatta coincidere (erroneamente) con un’altra reliquia, il mandylion - sarebbe stata conservata non arrotolata bensì ripiegata in un modo particolare. Secondo Frale e secondo i sindonologi a cui essa si è ispirata, infatti, la ripiegature erano fatte in modo che del lenzuolo rimanesse visibile solo la parte che conteneva il volto dell’uomo in essa contenuto; e proprio questo sarebbe all’origine dell’errore secolare (!) di tutti coloro che hanno sempre parlato della reliquia di un volto (nel caso del mandylion) e di una testa (nel caso dell’idolo dei Templari), proprio perché ingannati dal fatto che quel tipo di piegatura non avrebbe permesso di percepire l’intero corpo raffigurato sulla sindone, ma solo la testa. Qui invece Frale e Musarra ci inducono a ragionare su un “rotolo di stoffa”, che evidentemente è tutt’altra cosa, e non lascia percepire nessuna testa: andrebbe prima srotolato. Delle due l’una: se la sindone veniva presentata arrotolata, dal momento che si presentava come un rotolo di stoffa non poteva lasciare in vista alcuna immagine o signum che fosse; se invece veniva srotolata, non era più un rotolo, né poteva costituire o contenere un “signum in forma di rotolo”. La conservazione della sindone su un rotolo esclude completamente qualsiasi spiegazione che ricorre all’artificio della ripiegatura, e quindi in ogni caso fa cadere tutta la teoria del libro di Frale.

Questa credo utile divagazione non deve far perdere di vista tre punti fermi: secondo Musarra il manoscritto riporta fusteum e non fustanium; fusteum non è fustum; fustum a Genova e forse anche altrove nel XV secolo è il nome che viene usato per identificare un’unità di misura, il “rotolo”, e non è un sinonimo di “stoffa”.




[1] Sergio Aprosio, Vocabolario Ligure Storico-Bibliografico, vol. I/1, Savona, Sabatelli, 2001, p. 412.

[2] C. Desimoni (ed.), Leges Genuenses, Augustae Taurinorum, Bocca, 1901, p. 559. Il dizionario di Aprosio talora trascrive scorrettamente.

I vestiti arrotolati

Lo stesso discorso fatto per il rotolo vale per un’altra traduzione di fustum proposta dallo stesso dizionario di Aprosio, ripresa da Musarra e infine da Frale: “Fusto, banda centrale” (Musarra parafrasa “banda di stoffa centrale”)[1]. Qui il testo si riferisce a paramenti sacri:

 

Item planeta una veluti rubri cum fusto uno ad istoriam beate Marie cum liliis et galis aureis fodrata cendato trezenello rubro.

Item puviale unum panni aureati de damasco cum fusto trino aureo et cum duobus osmadis et cum sex pomis perlatis ad arma dicti domini Johannis

Item paramentum unum pro mortuis totum furnitum.

Item aliud pro mortuis totum furnitum cum uno fusto rubeo[2].

 

Di questo testo Frale dimostra di non aver capito nulla:

 

Questa fonte mostra inequivocabilmente che la parola fustum serve per indicare un pannello di stoffa, che può essere decorato a ricamo con figure (ad historiam beate Marie), oppure di merletto (trina) in filato d’oro (trino aureo), oppure semplicemente di stoffa colorata (fusto rubeo). Si tratta dunque di pannelli tessili di larghezza moderata, oggetti comunissimi nelle forniture per la liturgia delle chiese medievali, usati sia per il culto (planeta, pluviale), sia per le cerimonie funebri (pro mortuis totum furnitum cum uno fusto rubeo). Ed è anche comprensibile che venissero tenuti arrotolati su se stessi, da cui è derivato anche l’altro significato di fustum come “rotolo di stoffa” (p. 11).

 

“Pannelli tessili di larghezza moderata” che venivano “tenuti arrotolati su se stessi”? Forse occorre spiegare a Frale cosa sono una pianeta e un piviale.

La pianeta è un paramento liturgico indossato dai sacerdoti durante la celebrazione della messa, in forma di scapolare che ricade sul petto e sulla schiena, senza coprire le braccia. Il piviale è un altro paramento liturgico solenne, dalla forma di lungo mantello che ricade sulla schiena, aperto sul davanti, e si indossa agganciandolo sul petto con una fibbia.

 

               

 

 

Sia le pianete sia i piviali si caratterizzano per un sistema decorativo che consiste nell’applicazione sul tessuto di galloni e fasce di stoffa più rigide, o in ricami o decorazioni dalla forma ben regolamentata. La pianeta è attraversata longitudinalmente da questa decorazione, sia sul davanti sia sul retro; su uno dei due lati il disegno della fascia assume forma di croce. Anche il piviale è decorato, specie sui lembi esterni: inoltre, dalla schiena pende un grosso cappuccio irrigidito, spesso riccamente ornato e con frange. All’interno di queste decorazioni talora vengono ricamati ornati o figurazioni umane. La fonte genovese chiama fustum la fascia longitudinale della pianeta, e ci dice che era decorata con immagini della Madonna; dice poi che il piviale dorato aveva una fascia in tre parti, e che il paramentale nero, che si usa per le messe dei defunti, aveva fasce colorate di rosso.

Siamo di nuovo da capo: si tratta di un uso traslato specifico di un certo linguaggio. Queste fasce che la fonte genovese chiama “fusti”, libri di liturgia più recenti le chiamano “colonne”. Ecco come il più diffuso manuale liturgico dedicato ai paramenti descrive il nostro fusto/colonna della pianeta:

 

L’ornamento [della pianeta] consiste in una striscia verticale nel mezzo della parte posteriore, la cosiddetta colonna, una specie di T-croce davanti ed un largo bordo intorno al collo[3].

 

“Fusti” e “colonne” indicano dunque la forma, non la materia, di quelle bande ornate: una forma lunga e diritta. Non è forse vero che la parte centrale della colonna si chiama «fusto», perché ricorda la forma di un albero? Al di fuori di questo contesto, però, fustum non può mantenere quel significato, esattamente come avveniva per il rotolo di stoffa di cui sopra. Anche “colonna”, al di fuori del contesto della descrizione di una pianeta, non vuol certo dire “banda di stoffa ricamata”! Giustamente il dizionario riporta la definizione di “fusto, banda centrale”, che ovviamente ha senso solamente in quel contesto. Applicando il metodo di Frale e Musarra dovremmo concluderne che le colonne del tempio fossero fatte di stoffa, e che la veste del sacerdote fosse ricamata in marmo. Ma soprattutto: che c’entra tutto questo con il povero Templare?

La definizione di Frale, secondo cui si tratta di “pannelli tessili di larghezza moderata, oggetti comunissimi nelle forniture per la liturgia delle chiese medievali, usati sia per il culto sia per le cerimonie funebri”, mostra che ella non sa che cosa siano i fusti delle pianete, e nemmeno le pianete. Mi piacerebbe sapere quale sia la differenza tra “culto” e “cerimonia funebre” (un funerale non è un atto di culto?), e a che cosa Frale sta pensando quando parla di “pannelli tessili” che ella fa credere di conoscere molto bene, visto che li ritiene “comunissimi” nelle chiese medievali. Parlando di pezzi di stoffa che fanno parte della “fornitura” della Chiesa, forse immagina drappi o stendardi o veli d’altare o chissà che cosa. I fusti delle pianete e dei piviali, invece, non sono oggetti a sé stanti, non sono pannelli di stoffa dall’esistenza autonoma: sono bande decorative cucite o ricamate sopra gli abiti da cerimonia. Ma il massimo di sé Frale lo dà quando considera “comprensibile che venissero tenuti arrotolati su se stessi”. I “fusti” dei paramenti sono parte di un vestito, non sono pezzi di stoffa che si arrotolano e magari si tirano dentro e fuori dall’armadio della sacrestia. A nessun sacrestano verrebbe mai in mente di arrotolare un piviale o una pianeta, perché significherebbe rovinarla in modo irreparabile, danneggiandone il tessuto, i ricami, i galloni e le decorazioni. La collocazione migliore per quel tipo di paramenti è la conservazione all’interno di larghissimi cassettoni orizzontali, in cui essi vengono deposti piegandoli il meno possibile; oppure, per mancanza di spazio, ci si serve di grucce per appenderli nell’armadio. Frale può visitare una qualunque sacrestia per vedere una pianeta e un piviale; poi, dal manuale di liturgia che abbiamo già citato, potrebbe apprendere come si conservano i paramenti, proprio per evitare che essi prendano pieghe[4]. Non credo che nemmeno a Frale stessa sia mai venuto in mente di riporre nell’armadio i propri vestiti dopo averli arrotolati (magari intorno a un bastone di legno, per farne un “rotolo” alla genovese).




[1] Un più vecchio dizionario per lo stesso testo proponeva la definizione “ricamo”: G. Rossi, Glossario medioevale ligure. Appendice, in «Miscellanea di storia italiana» 44 (1909), p. 167.

[2] M. Remondini, Esame critico di alcuni documenti riguardanti l’origine del culto di N. S. del Soccorso, in «Giornale ligustico di archeologia, storia e letteratura» 13 (1886), p. 268-269. Frale regolarizza istoriam con historiam e puviale con pluviale.

[3] G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso, storia e simbolismo, Torino, Marietti, 1914, p. 93. Corsivo dell’autore.

[4] G. Braun, I paramenti sacri, op. cit., pp. 50-51: “Sul modo di tenere le pianete vi è diversità di pareri. Gli uni trovano che è utilissimo lo stenderle, gli altri l’appenderle [...] Se la sagrestia è umida, è meglio che le pianete siano appese, perché così si aerano più facilmente, come è necessario; bisogna però badare che il sostegno sia bene adatto al taglio del paramento, altrimenti questo piglierà cattive pieghe [...] I piviali è sempre opportuno appenderli, perché prendono troppo facilmente pieghe se si vogliono tenere nei cassoni, e simili pieghe sono sconvenientissime. Nel medioevo si avevano spesso per custodire i piviali delle grandi casse in forma di metà o quarto di cerchio, nelle quali i piviali erano interamente distesi o piegati in due”.

 

I bicchieri di stoffa

 

Il secondo dizionario genovese citato da Antonio Musarra è il Nuovo glossario medievale ligure di Nilo Calvini[1]. Qui il lemma registrato è il maschile fustus, quello citato da Musarra sul quotidiano (quindi non più fustum, ma non ancora fusteum né tantomeno fustanium) ed è tradotto con “tessuto, tela”.

Differentemente da quanto registrava il dizionario precedente, qui sembra che si abbia finalmente a che fare con un uso normale del termine, che non fa parte di un linguaggio tecnico specifico e metonimico e che quindi potrebbe avere qualche relazione con ciò di cui parlava il Templare, che non era né un mercante di stoffe né un sacrestano. Musarra, però, si è accontentato di ricopiare la definizione del dizionario, comunicandola al giornalista Andrea Tornielli prima di avere esaminato il testo a cui tale definizione faceva riferimento. In questo caso, la fretta di apparire con la sua “scoperta” su un quotidiano nazionale lo ha tradito. Frale ha fatto ancora di peggio: ha cercato il testo, lo ha letto e trascritto, ma non lo ha capito.

Ecco la frase a cui Calvini fa riferimento, tratta da un inventario redatto dal notaio Lamberto di Sambuceto, che Frale stessa cita nel suo articolo:

 

[...] quamdam capsiam cum rebus infrascriptis intra repositis: messarinum unum, missareram unam, oregerios duos, linteamina quinque, peciam unam tele bambaxalis, que est canne due, dobletum unum bocarani, toagia una de tabula, manutergium unum, copertorium unum tinctum blavum et virmilium, copertorium unum album, messilabam unam de ramo, bacille unum de ramo, moscolos duos, traffodam unam, coclearia quatuor argenti, napos duos de fusto, cogeria[m] una[m] de fusto, etc[2].

 

Che si traduce:

 

Una cassa con riposto all’interno quanto segue: un messarinum (?), un’ampolla, due guanciali, cinque lini, una pezza di tela di seta, di due canne, un telo di bucherame, una tovaglia da tavola, un asciugamano, una coperta tinta di blu e rosso, una coperta bianca, una brocca di rame, un bacile di rame, due orecchini, un parafuoco, quattro cucchiai d’argento, due tazze di legno, una faretra di legno, etc.

 

Nonostante la difficoltà di certa terminologia[3], mi è sembrato subito evidente che Calvini si è clamorosamente ingannato[4]: egli non si è accorto che napus significa “tazza”, “coppa”, “bicchiere” (in italiano “nappo”, dal germanico Knapp)[5], e quindi si è “inventato” la traduzione di fustum con “stoffa”, non riuscendo a capire il senso della frase. Su questo non vi è alcun dubbio: sarebbe stato sufficiente proseguire nella lettura del documento in questione per incontrare poco più avanti “tre piccole tazze d’argento” (tres napos parvos argenti), “una tazza d’argento con piede” (napum unum argenti cum pede) e “quattro tazze d’argento” (napos quatuor argenti)[6]. Di tazze di stoffa o di stoffe d’argento non se ne sono mai viste, credo. Ed ecco perché questi napos duos de fusto non sono elencati assieme alle altre pezze di stoffa raggruppate nelle righe precedenti: compaiono infatti al loro posto nell’elenco, accanto ai quattro cucchiai d’argento.

Che su un intero dizionario ci sia qualche errore, posso concederlo. Non lo concedo invece a coloro che, chiamati a discutere su un’unica parola su cui è costruita un’intera teoria storiografica, non ne approfondiscono il significato.




[1] N. Calvini, Nuovo glossario medievale ligure, Genova, Civico Istituto Colombiano, 1984, p. 177.

[2] C. Desimoni, Actes passés à Famagouste de 1299 à 1301 par devant le notaire génois Lamberto di Sambuceto, in «Revue de l’Orient latin» 1 (1893), pp. 286-287.

[3] L’editore stesso del testo si trova in difficoltà con la traduzione di alcuni termini tecnici. Seguo la sua interpretazione, anche se in certi punti è incerta; le incertezze comunque non riguardano la parte che ci interessa.

[4] Ancor prima dei dizionari, mi ha illuminato la passione per l’opera lirica: nel primo Atto dell’Otello di Verdi (libretto di Arrigo Boito), Cassio si rivolge a Jago, tentando di respingere il bicchiere di vino che gli veniva offerto, esclamando: “Cessa! Già m’arde il cervello per un nappo vuotato!”

[5] “Si tratta di parola di sicura origine germanica. Essa è testimoniata nel significato di «nappo, tazza, calice» in tutte le lingue germaniche antiche ad eccezione del gotico [...] È testimoniato nel latino medievale dal sec. ix come hanappum [...] È presente inoltre nel francese antico henap, hanap, francese moderno hanap, nell’italiano antico anappo, nappo, italiano moderno nappo, nel provenzale antico e nel catalano antico enap. Per quanto riguarda l’Italia la testimonianza più antica finora nota è negli Annales Camaldulenses a. 936: duo napi. La forma con doppia p (nappus) si alterna la forma con p scempia (napus)”. Così E. Falaschi, Carte dell’archivio capitolare di Pisa 2 (1051-1075), Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1973, pp. 254-255.

[6] C. Desimoni, Actes passés à Famagouste, op. cit., pp. 323, 338, 344.

 

La memoria di Google

 

Le vicende legate a Barbara Frale spesso sono accompagnate da fatti curiosi. L’articolo di Frale a cui sto ora rispondendo è stato pubblicato sul Giornale di Storia la mattina del 31 luglio 2010. Fino a quel momento, chiunque si fosse collegato alla pagina principale del sito internet personale di Antonio Musarra (www.antoniomusarra.net) avrebbe potuto leggere un testo contenente alcune osservazioni riguardanti l’argomento di cui ci stiamo occupando, tra le quali compariva questo passaggio:

 

Per Calvini, in ogni caso, fustus è certamente da tradurre con “tela”. Il termine si trova in un atto rogato a Famagosta nel 1300 dal notaio genovese Lamberto di Sambuceto [seguono il riferimento bibliografico e il testo latino, che ometto]. La questione però non convince, potendosi tradurre napos con “bicchiere, coppa”; anche se Calvini - imperterrito - preferisce tradurre quest’ultimo termine con “coperta”.

 

Faccio solo osservare che napus non si può tradurre con “bicchiere”: si deve tradurre in quel modo. Verso le 15,30 dello stesso 31 luglio ho visitato per l’ultima volta il sito di Musarra, ove il passaggio compariva in bella mostra nella home page.

Certi lamentabili episodi che in passato hanno contrassegnato il dibattito su tutto ciò che riguarda le pubblicazioni di Frale (penso al falso Aquilanti, e non solo) mi hanno però reso molto più sospettoso: ed è animato da questo sentimento che, quel pomeriggio, mi ero fatto una copia di salvataggio di quella pagina internet che conteneva l’importante anche se un po’ timida ammissione di errore da parte di Musarra. Non si sa mai: in internet è molto facile mettere, togliere o modificare qualunque pagina, occorrono solo pochi minuti.

La mattina del giorno successivo, 1 agosto, questo testo era scomparso. Chiunque si colleghi ora a quella pagina[1] troverà, in luogo delle osservazioni sopra riportate, solo il link all’articolo pubblicato da Frale sul Giornale di Storia. Gian Marco Rinaldi - uno di quelli che Frale chiama spregiativamente bloggers - si è accorto subito della sparizione, ma mi ha segnalato che una copia della pagina eliminata si poteva ancora ritrovare interrogando la “memoria cache” del motore di ricerca: Google, infatti, fotografa periodicamente lo stato di una pagina internet e la mantiene in memoria per un certo tempo. Aprendo la pagina cache, che conteneva appunto la versione che io avevo potuto vedere sino al giorno precedente, Google mi ha anche fornito la data in cui era avvenuto l’ultimo salvataggio: “14 lug 2010 06:27:46 GMT”. Quindici giorni prima dell’uscita del pezzo di Frale, la pagina era già lì. Poche ore dopo la pubblicazione di Frale, Musarra ha modificato la sua pagina, sostituendola con il link all’articolo ed eliminando il riferimento all’errore dei bicchieri che lui stesso aveva compiuto, ma di cui poi si era avveduto, e che invece Frale senza batter ciglio aveva proposto trionfalmente.

Posso dunque tentare una ricostruzione cronologica dei fatti:

1) Nel giugno 2010 Musarra, pur persuaso che il manoscritto riporti la lezione fusteum come noi ripetiamo da mesi, sfogliando due dizionari di latino ligure ha trovato due particolari definizioni di fustus e fustum, che gli sembravano portare acqua al mulino della teoria di Frale. Pur non avendo ancora a disposizione i testi, ha ritenuto di non voler pazientare ed è uscito con un lancio su un giornale nazionale, all’interno di un articolo montato allo scopo, in cui Frale si difendeva dalle “accuse” di aver mal trascritto il manoscritto, avanzate da me, da Massimo Vallerani e da altri.

2) Successivamente, venuto a conoscenza dei testi, Musarra si è accorto che per almeno uno di essi aveva preso una cantonata irrimediabile. Ha quindi creato una pagina sulla home page del proprio sito personale nella quale riconosceva l’errore, prima che qualcuno lo facesse notare a lui. Cosa che sarebbe sicuramente successa, perché è troppo evidente: io stesso, ad esempio, lo avevo notato il giorno stesso dell’uscita dell’articolo di Andrea Tornielli su Il Giornale.

3) Frale si è buttata a capofitto sul materiale suggerito da Musarra dalle colonne de Il Giornale, pensando che esso potesse contribuire a salvare la propria teoria (nonostante fustum e fustanium siano due cose diverse). Ha scritto quindi un articolo per il Giornale di Storia riproponendo gli stessi e identici passaggi, senza dire chiaramente che li aveva tratti da Musarra, e sbeffeggiando la mia incapacità ed imprecisione nell’approfondire i documenti... quasi come se quei documenti li avesse trovati lei! Intanto, tra una pianeta arrotolata e un disegno rotoloso, non è stata in grado di capire il palese errore in cui Musarra era incorso, e di cui lui stesso invece si era reso conto.

4) La mattina del 31 luglio è uscito l’articolo di Frale. In esso compariva lo strafalcione dei bicchieri.

5) Tra le ore 15,30 di quel giorno e le 4 di mattina del giorno successivo, Musarra ha eliminato dalla propria pagina la constatazione dell’errore riguardo ai bicchieri.





[1] Ultimo controllo: 13 settembre 2010, ore 15.

 

Conclusioni

 

Discussioni infinite che si concentrano su particolari come questo (una parola in un manoscritto) rischiano di far perdere di vista tutto il resto, e di far pensare che la credibilità o meno della tesi sostenuta da Barbara Frale dipenda esclusivamente dalla soluzione di questi piccoli problemi. Tutta la teoria, invece, rimane comunque incredibile. È vero che Frale parla spesso di “altre testimonianze” che rendono “il passaggio della sindone fra i Templari più che probabile”[1]; queste testimonianze citate nei suoi libri, però, le ho esaminate una ad una, e mi si sono rivelate tutte inconcludenti (talora esclusivamente congetturali, talora manipolate, talora maltradotte, talora addirittura inesistenti). Non sono esente da errori, certamente, e anche io potrei sbagliarmi in qualche cosa: ma l’errore più grande sarebbe quello di credere che - anche se ciò dovesse avvenire - il riuscire a mantenere in piedi un singolo puntello equivalga ad aver salvato un palazzo costruito sulla sabbia.

Antonio Musarra, da parte sua, si è inserito all’interno di un dibattito che già da tempo era in corso, limitandosi a proporre dalle colonne di un quotidiano due semplici definizioni di dizionari, senza alcun tipo di approfondimento e soprattutto senza aver controllato le fonti. La ricopiatura della definizione di un vocabolario è un’operazione che può fare chiunque; da chi sta svolgendo un dottorato di ricerca ci si aspetta qualcosa di più, e una maggiore attenzione per quello che si cita. Se non avesse avuto fretta di uscire su Il Giornale, Musarra avrebbe forse evitato di citare due testi inconcludenti, e avrebbe evitato di sottoporre al grande pubblico di un giornale lo strafalcione dei bicchieri. La pagina internet eliminata, poi, la conservo in memoria come pietoso esempio di mutuo soccorso.

Frale avrebbe dovuto concentrarsi di meno sulla formulazione di accuse di incompetenza e incapacità di svolgere “un accurato lavoro di verifica” rivolte a me e ai suoi “oppositori”, dedicando invece il suo tempo a dimostrare di esserne capace lei stessa. Il manoscritto dei Templari parla e continua a parlare di un’immagine, di una statua, di un bassorilievo o di una scultura di legno. L’uso metonimico di un termine in un linguaggio specifico (cosa tutt’altro che rara) non può certo modificare il significato consueto di quel termine e permetterne un’applicazione in qualunque contesto. L’insistenza su un uso ligure di fustum, tra l’altro, dal momento in cui lei sul manoscritto legge fustanium, non ha nessuna rilevanza: non serve aggrapparsi al salvagente di qualsiasi parola che inizi per fust allo scopo di trasformare un pezzo di legno nella sindone di Torino.

Chissà se prossimamente Frale vorrà ancora insistere sui bicchieri di fustagno, tipiche stoviglie del medioevo genovese, frequentissime sulle tavole dei Templari. In tal caso neppure Giovanni Aquilanti, ne sono certo, avrà il coraggio di assecondarla.           




[1] B. Frale, La crociata del «Signum fusteum», op. cit., p. 12.

 







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