Claudio Gianotto, I vangeli apocrifi
Data: Mercoledì, 22 settembre 2010 @ 00:33:18 CEST
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


Claudio Gianotto, I vangeli apocrifi, Bologna, Il Mulino, 2009.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Una serie fortuita (?) di circostanze contingenti, ha negli ultimi anni portato alla ribalta la letteratura apocrifa. Si pensi al successo de “Il Codice da Vinci” di Dan Brown, nel quale la citazione del testo del Vangelo di Filippo, secondo cui il Salvatore baciava sovente sulla bocca Maria Maddalena, ha scatenato le più fervide fantasie, o alla quasi concomitante pubblicazione, nel 2006, dell’edizione critica del Vangelo di Giuda con l’avallo della National Geographic Society.

Eventi come quelli menzionati, con il correlato mediatico che gli argomenti religiosi sanno quasi sempre suscitare, hanno diffuso nell’opinione pubblica il sospetto che i testi apocrifi contenessero informazioni più autentiche sulla vita di Gesù, appositamente tenute nascoste dal Cristianesimo “ufficiale”, in quanto il contenuto di tali notizie screditerebbe le Chiese, la loro dottrina e la loro prassi. A questo atteggiamento, si contrappone quello di molti credenti che, spaventati da tanto clamore, si arroccano in difesa gridando al complotto.

Penso che entrambi gli “schieramenti” che, in modo alquanto schematico, abbiamo provato a delineare troverebbero una risposta, almeno parziale, a molte delle loro domande e preoccupazioni nel libro che qui presentiamo, scritto da Claudio Gianotto, docente di Storia del Cristianesimo e Storia delle origini cristiane all’Università di Torino.

Si tratta di un’introduzione, che si snoda attorno a sei capitoli, ai Vangeli apocrifi.

Il pregio principale di questo libro mi pare sia quello di inserire il discorso sui Vangeli apocrifi nel quadro, ampio e variegato, del Cristianesimo delle origini. I primi tre capitoli, che si potrebbero definire introduttivi, sono appunto dedicati a sintetizzare tale contesto ed i problemi ad esso connessi. Partendo dunque dalla predicazione del Regno di Dio da parte di Gesù, l’autore si sofferma sull’esito tragico della sua esistenza: non solo il Regno non si manifestò, ma il Nazareno fu condannato alla crocifissione. Che cosa permise ai suoi seguaci di riprendersi e riorganizzarsi? La fede nella resurrezione del capo carismatico: “Si può dunque pensare che la fede nella resurrezione di Gesù, – afferma Gianotto – per quanto diversamente interpretata, sia stato il principale catalizzatore che permise al movimento di riorganizzarsi e svilupparsi”. Il movimento di Gesù si presenta , sin dagli inizi, contrariamente ad un’opinione diffusa ma non veritiera, come un’entità plurale e articolata, formata da vari gruppi con caratteristiche e teologie differenti, alcuni dei quali (cristiani di origine ebraica, ellenisti …) hanno lasciato una traccia più o meno profonda nel Nuovo Testamento, mentre di altri, la cui esistenza è comunque intuibile, non si sa più nulla. La presenza di testimoni oculari, continui od occasionali, ha comunque permesso, sino agli anni 60, di conservare e sviluppare la memoria della vicenda di Gesù, assolvendo in questo modo ad un compito irrinunciabile alla sopravvivenza di qualsiasi gruppo: la conservazione e l’elaborazione della propria identità.

Con la scomparsa dei testimoni oculari e il venir meno della tensione escatologica – cioè della fede in un rapido ritorno del Signore nella gloria -, “La riorganizzazione del movimento avvenne soprattutto attraverso la creazione di strutture di governo stabili […] che portarono ad una sua progressiva istituzionalizzazione. In questa nuova situazione anche i modi di conservazione e trasmissione della memoria del capo carismatico mutarono, cercando forme più stabili e durature, che garantissero un più alto grado di attendibilità della tradizione”.

Anche se, dunque, non è corretta una rigida contrapposizione tra tradizione orale e scritta nella conservazione della memoria di Gesù, in quanto vi sono elementi che confermerebbero “la coesistenza e lo sviluppo parallelo di oralità e scrittura”, Gianotto sottolinea la complessa articolazione che presiede alla trasmissione della tradizione cristiana primitiva. Essa fu in un primo momento prevalentemente orale e solo successivamente, non senza qualche scetticismo in alcuni ambienti in cui si continuava preferire la trasmissione diretta da maestro a discepolo ( es.: Papia di Gerapoli), prevalse il prodotto scritto.

Ora, il nostro autore ci rammenta che l’oralità ha regole e caratteristiche proprie che la differenziano dalla scrittura, la quale presenta, a sua volta, diversi generi letterari, alcuni dei quali trovano posto anche nel panorama variopinto della letteratura cristiana delle origini.

Per quanto riguarda le modalità di trasmissione orale riguardanti i seguaci di Gesù, Gianotto ricorda le principali spiegazioni che sono state fornite e che fanno capo alla scuola di R. Bultmann, alla quale si contrappose, all’inizio degli anni 60 del secolo scorso, la “scuola svedese” di B. Gerhardsson; alcuni studiosi, recentemente, attingendo a contributi antropologici e folkloristici, propongono un modello in grado di mediare tra l’approccio troppo “libero” dell’esegeta tedesco e quello eccessivamente “rigido” degli scandinavi.

Se come si accennava, alcuni generi letterari, ampiamente diffusi nella società ellenistico–romana, - come ad es. l’epistola – o propri dell’ambiente giudaico – per es. l’apocalisse – trovarono spazio anche tra i cristiani, l’evangelista Marco creò, intorno al 70 d. C., un modello letterario che, “pur restando senz’altro debitore, in una certa misura, nei confronti della tradizione precedente, sia in ambito giudaico, sia in ambito ellenistico, presentava anche caratteristiche indubbiamente innovative”: il Vangelo.

A questo punto, Gianotto pone la domanda circa la natura del “Vangelo”. Mi sembra un punto chiave, non fosse altro perché molti dibattiti che ruotano intorno al valore degli apocrifi evitano questa domanda preliminare; a me invece pare di capitale importanza porsela. Il lettore del nostro libro potrà facilmente rendersi conto come non sia affatto scontata la risposta a tale quesito; attorno al termine “Vangelo” ruota una serie di problemi che il nostro autore brevemente espone ed analizza: l’ambito semantico coperto da tale locuzione, il rapporto con la tradizione orale, il processo di canonizzazione e la formazione del Nuovo Testamento – altro punto estremamente delicato, nei confronti del quale prevalgono sovente, a livello di opinione pubblica, i luoghi comuni, più che i risvolti di un serio dibattito scientifico -, le questioni letterarie che esso pone, ecc. ecc.

E’ solo a questo punto che l’ autore comincia a parlare di Vangeli apocrifi e lo fa, anche qui, partendo dal significato del termine “apocrifo” , alla cui voce i dizionari menzionano due possibili accezioni: “1) Che la Chiesa non riconosce, non ammette nel canone biblico; 2) La cui autenticità è perlomeno dubbia: contestato, falso, non autentico”. Ma, ricorda Gianotto, tali definizioni pongono in ombra il significato etimologico del termine, che rimanda invece a qualcosa di segreto, di velato, al contrasto tra pubblico e segreto e alle visioni opposte che contrapponevano gli Gnostici alla Grande Chiesa nel corso del II secolo. Bisognerà aspettare la fine del secolo, quando uno sviluppo incontrollato della produzione letteraria cominciava a comportare seri rischi, per vedere attribuito al termine “apocrifo” il significato, che oggi è divenuto corrente, di scritto inautentico o illegittimo. Questo ci riconduce al fatto che, ancora durante il II secolo, nessuno degli scritti in circolazione “viene prodotto con la precisa intenzione di entrare a far parte di un qualche canone normativo […] Piuttosto gli autori sono convinti di essere portatori di tradizioni antiche e venerande o di tradizioni particolari. Non c’è quindi, all’origine, una differenza intrinseca tra scritti apocrifi e futuri scritti canonici”.

I restanti tre capitoli sono dedicati all’analisi delle principali tipologie di Vangeli apocrifi.

Il capitolo quarto è dedicato alla presentazione dei Vangeli senza cornice letteraria. Oltre ad un’analisi sufficientemente approfondita – per lo spazio consentito da un’opera come questa - del Vangelo di Tommaso e dei Dialoghi di rivelazione, l’autore dedica un’attenzione particolare pure agli Agrapha” di Gesù, cioè ai detti che gli sono stati attribuiti al di fuori dei quattro Vangeli canonici. Singolare è poi la decisione di Gianotto di inserire all’interno di questo capitolo una trattazione della Fonte Q, motivata dal fatto che essa può “essere affiancata agli altri Vangeli apocrifi perché di essa si suppongono un’esistenza e una circolazione autonome […] e perché esso non è entrato a far parte del canone cristiano come scritto indipendente, ma soltanto in quanto inglobato nei vangeli di Matteo e di Luca”

Al capitolo quinto è invece riservata l’analisi dei Vangeli con cornice letteraria, cioè i Vangeli giudeocristiani, il Vangelo di Pietro, il “Vangelo segreto di Marco”, e, dopo un breve accenno ai Papiri di Ossirinco, i Vangeli dell’infanzia e il Protovangelo di Giacomo. Ritengo che questi ultimi due siano quelli che, forse, potranno maggiormente interessare il lettore non (ancora) esperto in materia: può darsi che alcuni credenti cattolici si stupiranno nel notare come certi capisaldi della mariologia e della devozione mariana affondino le loro radici proprio nel Protovangelo di Giacomo; altri potranno rimanere urtati, nella loro sensibilità, dalle bizzarrie attribuite a Gesù fanciullo dai Vangeli dell’infanzia. L’abilità di Gianotto consiste, in questo caso, nel ricondurre gli argomenti trattati al contesto che gli ha prodotti, mostrando come episodi che oggi sembrano oscuri o di non immediata comprensione, trovino in realtà in quell’ambito un preciso significato.

Il libro si chiude con un capitolo dedicato ai Vangeli gnostici, classificabili in due gruppi: il primo, all’interno del quale si collocano il Vangelo di Maria e il Vangelo di Giuda, riprende le forme letterarie tradizionali del Vangelo, mentre il secondo gruppo annovera scritti che “applicano l’etichetta di ‘vangelo’, ormai svuotata di specifiche caratteristiche formali, ai contenuti più diversi”. Entrambi però sono accomunati dal “riferimento […] al complesso di idee e dottrine che gli studiosi moderni connettono con il fenomeno religioso dello gnosticismo”.

L’aspetto veramente interessante della presentazione di Gianotto è quello, come già accennato, di ricondurre i Vangeli apocrifi e le problematiche che essi sollevano al contesto più ampio della storia e della letteratura del Cristianesimo delle origini. Il lettore può rendersi conto in questo modo di quanta superficialità si celi dietro tante presentazioni mediatiche ed è in grado, di contro, di farsi una prima idea generale dell’ampio e complesso dibattito storico – scientifico che ruota intorno alla letteratura apocrifa. Inoltre, l’analisi dei Vangeli è sempre arricchita da esempi di brani che ne illustrano il pensiero e che l’autore commenta brevemente.

Il testo è particolarmente indicato per coloro che si approcciano per la prima volta al tema in questione o anche a quei lettori che sono alla ricerca di una sintesi, non banale ed esaustiva, che sappia rendere ragione delle principali questioni concernenti i Vangeli apocrifi.

Nella bibliografia ragionata posta al termine del volume, il lettore può trovare una pista di ricerca per un ulteriore successivo approfondimento.







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