La vita sociale ed economica
Data: Martedì, 15 gennaio 2002 @ 12:00:00 CET
Argomento: Il giudaismo


Aspetti e caratteristiche della Palestina sotto il governo romano

di Andrea Nicolotti

L'occupazione romana della Palestina è un elemento fondamentale nel caratterizzare il contesto sia politico che religioso nel quale si sono svolti i fatti evangelici. Vengono qui presentate le caratteristiche del governo romano in Palestina.



La provincia romana

Per provincia (provincia, eparchía) si intende un territorio fuori d’Italia occupato e amministrato dai Romani.

In epoca repubblicana, l’amministrazione delle province minori era affidata ad ex pretori, quella delle maggiori ad ex consoli: di qui il titolo di propretore (legatus pro praetore) e proconsole (legatus pro consule), e la conseguente suddivisione in provincie pretorie e provincie consolari. Questi governatori risiedevano in una città della provincia chiamata capitale o metropoli.

Con il principato di Augusto le province ebbero una nuova ripartizione: al Senato toccarono quelle interne, tranquille e debolmente presidiate, mentre quelle di frontiera, meno sicure, tumultuose ed esposte agli attacchi dei barbari, l’imperatore le tenne per sé. Di qui la divisione in province imperiali e province senatorie. Nel 23 Augusto si riservò anche un controllo sulle province senatorie, in forza del cosiddetto imperium proconsulare magnus et infinitum.

Le province senatorie furono governate dai proconsoli, che duravano in carica un solo anno, raramente due, quelle imperiali da legati di Augusto propretori, i quali dipendevano dall’arbitrio dell’imperatore.

Secondo una classificazione di Strabone, vi erano tre categorie di province imperiali: quelle consolari o di prima classe, le più grandi, con governatori che disponevano di legioni e pieni poteri militari; quelle pretorie o di seconda classe, secondo la terminologia dell’epoca repubblicana, erano le minori; c’erano poi quelle procuratorie o di terza classe, solitamente dai territori più piccoli e conquistati di recente, difficili a dominarsi, governate da un funzionario di rango equestre denominato praefectus o procurator.

La Giudea era una provincia procuratoria, o di terza classe; pur godendo di autonomia, il suo governatore, di classe equestre, era vigilato nel suo ufficio dal legatus pro praetore di Siria, che era la più illustre provincia imperiale orientale, e che disponeva di tre e, dal tempo di Augusto, di quattro legioni accampate nella capitale Antiochia.

Le denominazioni greche delle magistrature provinciali sono dappertutto generiche: la più usata è êgemón (governatore), la più rara ypárchos (comandante); negli scrittori del Nuovo Testamento si trova êgemón assieme a basiléus (re)1. Il sostantivo astratto êgemonía (imperio) indica in molti autori la dignità imperiale, ma anche quella dei governatori, ed il verbo connesso êgemonéuein (governare) è usato da Luca in riferimento a Pilato prefetto di Giudea e a Quirinio legato di Siria, e da Giuseppe Flavio per indicare i medesimi governatori di Siria, il proconsole d’Asia e il procuratore di Giudea. Esiste anche una traduzione etimologica per designare il proconsole, anthýpatos, usata talora da Giuseppe e nel Nuovo Testamento, che così chiama i governatori di Cipro, dell’Asia e dell’Acaia. Il titolo di legatus Augusti propraetore ha la sua versione letterale in presbeutês Sebastóu antistrátêgos, ma Flavio usa solo antistrátêgos o solo presbeutês. Il termine procuratore è tradotto con epítropos.

In latino, il governatore di Giudea è detto sia praefectus che procurator; il titolo di praefectus era certamente usato per il governatore della provincia d’Egitto, e in Giudea è documentato per Ponzio Pilato da un’iscrizione scoperta a Cesarea nel 1961 2. La denominazione di procuratore aveva in origine un carattere d'indole finanziaria, ed esisteva anche nelle province senatoriali: il procuratore era infatti colui che amministrava le rendite dei possedimenti imperiali, ed agiva come inviato personale del sovrano. La designazione di prefetto invece attendeva al carattere militare dell'incarico. Con il graduale prevalere dell'imperatore sul senato, e quindi il crescente potere della funzione del procuratore, il titolo che in origine era applicato ad un inviato dell'imperatore sostituì quello di un pubblico ufficiale. Così la differenza tra praefectus e procurator divenne impalpabile, esercitando entrambi poteri militari, finanziari e giudiziari; essi infatti erano spesso riuniti nella stessa persona. È per questo motivo che le fonti usano indifferentemente i due termini: a partire dalla metà del I secolo d.C., l'appellazione di procuratore prevalse senz'altro su quella di prefetto, eccezion fatta per l'Egitto. Ma anche nel caso dell'Egitto, abbiamo la testimonianza dell'ebreo Filone alessandrino che chiama procuratore il suo prefetto, senza che ciò desti lo stupore degli storici.

Tacito chiama il governatore di Giudea procurator, nel caso di Ponzio Pilato ma anche di Cumano e Felice, governatori al tempo dell'imperatore Claudio (41-54); nel Nuovo Testamento si trova êgemón (governatore)3, mentre epítropos (procuratore) è applicato ad un magistrato di Antipa4 e per designare il tutore di un minorenne5, mentre il verbo epitropéuein (procurare) è detto di Pilato una volta6. Giuseppe Flavio usa epítropos, ma anche êgemón come nel Nuovo Testamento, oppure éparchos (prefetto).

La Giudea era provincia dotata di un governatore, ma sottoposta in qualche modo alla supervisione del legato di Siria: le testimonianze di Giuseppe Flavio in merito, che paiono talora contraddittorie, si spiegano tenendo presente tale situazione7. Normalmente la Giudea e il suo procuratore erano autonomi, ma nei casi più delicati, specie in caso di sommosse, il legato della Siria doveva e poteva intervenire. Conosciamo poi vari casi d’intervento del legato di Siria negli affari interni della Giudea, nella nomina dei procuratori Vitellio, Petronio e Quadrato, per esempio. Si tratta di una amministrazione particolare, creata probabilmente per reggere una regione non facile a governarsi.

L’attività dei procuratori della Giudea era la medesima degli altri governatori provinciali, salvo specifiche differenze.


 

1 Si ricordi la già notata disinvoltura con cui il titolo regale è applicato dagli evangelisti e da Giuseppe Flavio ai successori di Erode Antipa, al posto dei formalmente corretti titoli di tetrarca ed etnarca. Cfr. il capitolo sulla storia giudaica.

2 A. FROVA, L'iscrizione di Ponzio Pilato a Cesarea, in «Rendiconti dell'Istituto Lombardo, Accademia di Scienze e Lettere» XCV (1961), pp. 419-434; Laura BOFFO, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Brescia, Paideia, 1994, n° 25.

3 7 volte in Matteo, 6 volte in Atti.

4 Lc 8, 3.

5 Gal 4, 2.

6 Lc 3, 1 secondo il codice D.

7 Ad esempio in Antichità Giudaiche XVIII, 2 si dice che Coponio viene inviato a governare la Giudea con potere assoluto (¹ghsÒmenoj 'Iouda…wn tÍ ™pˆ p©sin ™xous…v), ma nello stesso capitolo si afferma che Quirinio venne in Giudea, diventata appendice della Siria, per censire (parÁn d kaˆ Kur…nioj e„j t¾n 'Iouda…an prosq»khn tÁj Sur…aj genomšnhn ¢potimhsÒmenoj). Ed. B. Niese, Berolini, 1885-1892.

Esercito

Per la tutela dell’ordine pubblico, in Giudea erano di stanza cinque coorti (spéirai), in tutto forse tremila uomini, delle quali una, sempre a Gerusalemme, vigilava il tempio dalla fortezza Antonia. Dagli Atti degli Apostoli (10,1; 27,1) abbiamo il nome di due di esse, l’Augusta e l’Italica, nomi confermati dal ritrovamento di alcune iscrizioni1. In Atti 23,23 compare anche il termine dexiolàboi, comunemente inteso come guardie di pubblica sicurezza.

Il vangelo di Marco (6,27), riferendosi ad un periodo precedente il governo romano diretto, nomina uno spekoulátôr (traslitterazione del latino speculator) di Erode Antipa, che era nell’esercito romano la sentinella, il portaordini o il carnefice: l’uso di questo termine ci prova che nell’organizzazione militare la dinastia di Erode si conformava all’uso romano. Le truppe al soldo di Agrippa I erano pure esse romane, stante il fatto che dopo la morte del re furono da Claudio trasferite nel Ponto.


 

1 At 10, 1 e 27, 1. Corpus Inscriptionum Latinarum III, 13483a; VI, 3528; II, 6117. W. DITTEMBERGER, Orientis graeci inscriptiones selectae I p. 632.

Tasse e monete

Quale capo amministrativo, il procuratore presiedeva alla esazione delle imposte e delle gabelle; esse finivano nel fiscus o cassa imperiale, mentre le imposte delle province senatorie finivano nell’aerarium. Il tributo più importante era l’epikefálaion (testatico), ovvero la tassa personale, dal quale i sinedriti, gli scribi, i sacerdoti e i leviti di Gerusalemme erano esenti fin dal tempo di Antioco III. Le imposte erano di natura fondiaria, personale o di reddito; le gabelle comprendevano diritti diversi, quali dazi, pedaggi, affitti di luoghi pubblici, mercati ed altro.

La Giudea fu divisa in undici distretti fiscali o toparchie, ed un ottimo mezzo di accertamento per l’esazione delle imposte dirette furono i pubblici censimenti periodici (ogni 14 anni, di solito), come quello di Quirinio ricordato dai vangeli.

Successivamente entravano in azione i pubblicani (publicani, telônai), i quali a loro volta avevano come impiegati alle loro dipendenza gli exactores (esattori) o portitores (gabellieri); anche questi ultimi venivano popolarmente detti pubblicani. Talora, a causa degli abusi, complicati viepiù da un sistema di appalti e subappalti, essi erano odiati dal popolo, come ci testimoniano non solo i vangeli, ma anche autori come Luciano di Samosata e Plinio il Vecchio.

I procuratori avevano diritto di battere moneta con l’effigie dell’imperatore; ma in Giudea, in ossequio al divieto di farsi immagini di esseri animati viventi, le monete coniate dal procuratore non recavano alcuna figura umana, ma solo il nome del regnante e alcuni simboli ammessi. Circolavano tuttavia anche monete con la riprovata immagine, perché coniate fuori dalla Giudea, specie nel territorio delle regioni del nord, abitate da molti pagani (cfr. Mt 22, 19).

Giustizia

Per l’esercizio del potere giudiziario il governatore si serviva di un suo tribunale (symboúlion), ed aveva la facoltà di pronunciare sentenze capitali (ius gladii). Chi godeva della cittadinanza romana poteva fare appello a Roma, mentre per gli altri non esisteva appello; facendo ricorso a questo diritto Paolo si evitò una frettolosa condanna1. Circa lo ius gladii del procuratore di Giudea, abbiamo l’affermazione di Giuseppe Flavio sul primo di essi, Coponio, che “fu mandato [in Giudea] dopo aver ricevuto da Cesare ogni potere, incluso quello di mettere a morte”2.

Il supplizio più frequente per i delitti di ordine pubblico era la crocifissione.

Invece, per i casi ordinari rimasero in funzione i tribunali ebraici preesistenti, in primo luogo quello del Sinedrio di Gerusalemme, secondo il costume romano di lasciare il più possibile in funzione le autorità locali.

Il Sinedrio conservò quindi ogni sua prerogativa, eccetto quella della pena capitale: è per questo che i maggiorenti di Gerusalemme, dopo aver pronunciato condanna di morte per Gesù, si rivolsero al prefetto Ponzio Pilato per l’esecuzione3. Alcuni commentatori, però, hanno difeso il pieno diritto del Sinedrio di infliggere la pena di morte per i delitti di indole religiosa4.

La pubblica sicurezza, dunque, era garantita ordinariamente dall’autorità giudaica, e così anche la giustizia ordinaria, amministrata a Gerusalemme dal Sinedrio; fuori della capitale, le medesime funzioni erano assicurate da altri tribunali di anziani.


 

1 At 25,11: "Se ho fatto del male e ho commesso qualche cosa degna di morte, non rifiuto di morire, ma se non c'è nulla di vero nelle cose delle quali costoro mi accusano, nessuno può consegnarmi nelle loro mani. Mi appello a Cesare".

2 Bellum Iudaicum II, 118: Kwpènioj pšmpetai mšcri toà kte…nein labën par¦ Ka…saroj ™xous…an.

3 In Gv 28, 31 i membri del Sinedrio dicono: “A noi non è consentito mettere a morte alcuno”.

4 Così fecero ad esempio J. JUSTER, Les Juifs dans l’Empire Romain, Paris, 1914, vol. II, pp. 127-145, e H. LIETZMANN, Der Prozess Jesu, Berlin, 1931, pp. 313-322.

Privilegi ed obblighi civili e religiosi

Molti furono i privilegi mantenuti o concessi dai Romani alla nazione giudaica, come attesta Giuseppe Flavio: “Essi non costringono i sudditi a trasgredire le leggi della loro nazione e si contentano di quegli omaggi che gli obblighi religiosi e legali dei loro donatori consentono di dar loro”1.

Il primo era l’esenzione del culto dell’imperatore, che pure nelle altre province era un atto fondamentale di ordinario governo, perché impossibile ad accettarsi dai Giudei; la sola eccezione fu il tentativo di Caligola, nel 40, di far introdurre la propria statua nel Tempio, ma il tentativo fu stornato dall’insistenza dei Giudei e dal buon senso del legato di Siria Petronio.

I Giudei erano pure esentati dal servizio militare per riguardo della proibizione del sabato e dei cibi vietati, ed Augusto promise “di non lasciarli chiamare in giudizio dal vespro del venerdì a tutto il sabato”2.

I Romani si astennero anche dall’introdurre insegne militari in territorio giudaico, che erano di scandalo a causa dei trofei con le immagini dell’imperatore e dei popoli vinti. Tale privilegio era stato ottenuto da Erode il Grande, e fu controvoglia rispettato anche da Ponzio Pilato, che tentò di eluderlo per ben due volte. Quando Vitellio era sul punto di muovere contro gli Arabi, venne implorato dai Giudei di non passare nel loro territorio con le insegne, ed egli accondiscese.

L’ingresso nell’atrio interno del Tempio era stato interdetto sotto pena di morte ai non circoncisi già da Erode il Grande; il servizio di guardia era così assicurato da soldati giudei. Un’iscrizione greca del Tempio erodiano, ritrovata nel 1871, recita: “Nessuno straniero metta piede entro la balaustrata che sta attorno al Tempio e nel recinto. Colui che vi fosse sorpreso, sarà la causa per se stesso della morte che ne seguirà”3. Si tratta di un caso in cui ai soldati giudei era lecito mettere a morte un uomo.

Altro privilegio era la garanzia di un arrivo sicuro dell’oro che i Giudei della diaspora inviavano a Gerusalemme per il Tempio, privilegio deplorato da Cicerone (Pro Flacco LXVII)4.

Per quanto riguarda le esecuzioni capitali, gli evangelisti ci parlano di un’amnistia pasquale a scelta del popolo di un condannato5; non ci sono altri riscontri identici in altri documenti, ma solamente un papiro dell’anno 85 attesta che il prefetto d’Egitto risparmiò la flagellazione ad un malfattore, in grazia alle folle6. Il fatto che Gesù andò fino al Calvario vestito, e non nudo, secondo l’uso romano, potrebbe indicare un privilegio rispettoso della decenza giudaica. Era poi obbligo per i Giudei che non restassero cadaveri appesi dopo il tramonto, in forza della prescrizione mosaica di Deuteronomio 21, 23; tale regola verrà rispettata anche al tempo dell’occupazione romana, come ci testimoniano Filone, Giuseppe Flavio ed i racconti dei vangeli su Gesù. Alcuni hanno visto un altro privilegio nel cosiddetto rescritto di Nazareth, che per ordine dell’imperatore puniva con la morte i violatori di tombe giudaiche7.

Tuttavia, i Giudei dovevano osservare alcune imposizioni anche in campo religioso: innanzitutto il giuramento di fedeltà all’imperatore, introdotto verso la fine del regno di Erode il Grande (causò non pochi fastidi al re), ricordato dalle fonti anche per il 37, quando il legato di Siria Vitellio lo fece pronunciare in favore di Caligola8.

Ogni giorno, nel Tempio, si doveva fare un sacrificio per l’imperatore ed il popolo romano, come dissero una volta i Giudei a Petronio di Siria9; ma pare che il sacrificio venisse pagato dall’imperatore medesimo10.

I magistrati romani, seguendo l’esempio di Erode il Grande e Archelao, ebbero a nominare, deporre e a sostituire i sommi sacerdoti, e arrivarono persino a conservare per trent’anni nella fortezza Antonia il loro stupendo paludamento, che quindi andava richiesto e poi riconsegnato per le tre festività dell’anno. Al tempo di Tiberio, quest’ultima usanza venne abbandonata.

Sempre a detta di Giuseppe Flavio, “i soldati romani, per motivi di ordine pubblico, occupavano in armi, durante le solennità giudaiche, i portici del Tempio”11.

La Giudea governata dai procuratori romani, quindi, non si trovava in condizioni affatto peggiori della Giudea di Erode il Grande; certo, tutto dipendeva dall’indole dei singoli governanti, che non mancarono di commettere atti sconsiderati, specie negli ultimi anni prima dello scoppio delle guerre giudaiche, quando a governare un popolo sempre meno tollerante, vennero inviati procuratori sempre meno condiscendenti.


 

1 Contra Apionem II, 73: “Quoniam subiectos non cogunt patria iura transcendere, sed suscipiunt honores sicut dare offerentes pium atque legitimum est”.

2 Antiquitates Iudaicae XVI, 164: M¾ Ðmologe‹n aÙtoÝj ™n s£bbasin À tÍ prÕ aÙtÁj paraskeuÍ ¢pÕ éraj ™n£thj.

3 Edizione a cura di CLERMONT – GANNEAU in «Revue Archéologique» XXIII (1872), pp. 214-234. Cfr. E. GABBA, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Casale, 1958, pp. 83-86.

4 Cfr. At 3, dove Pietro e Giovanni incontrano alla porta Bella del Tempio uno zoppo che si aspetta di ricevere da loro dell’oro.

5 Ad esempio Matteo 27, 15: “ Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta”.

6 G. VITELLI, Papiri fiorentini, Milano, 1906, vol, I, pp. 113-116.

7 F. CUMONT, Un rescrit impérial sur la violation de sépolture, in «Revue historique» CLXIII (1930), pp. 241-266. Cfr. E. GABBA, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Casale, 1958, pp. 92-99, che riporta anche la questione dell’interpretazione della lapide come collegata con la morte di Cristo.

8 Antiquitates Iudaicae XVIII, 124.

9 Bellum Iudaicum II, 197.

10 FILONE, Legatio ad Gaium, CLVII, 6. Ed. L. Cohn - S. Reiter, Berlin, 1915.

11 Antiquitates Iudaicae XX, 106.

Bibliografia

Oltre alla bibliografia per la sezione della storia giudaica, si veda:

A. MOMIGLIANO, Ricerche sull’organizzazione della Giudea sotto il dominio romano (63 a.C-70 d.C.), Amsterdam, 1967.

P. A. BRUNT, Procuriatoral jurisdiction, in «Latomus» XXV (1966), pp. 461-489.

E. M. SMALLWOOD, The Jews under Roman rule, Leiden, 19812.

J. P. LEMONON, Pilate et le gouvernement de la Judée, Paris, 1981.

H. GUEVARA, Ambiente político del pueblo judío en tiempos de Jesús, Madrid, 1985.







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