L. Cascioli e le prove dell'inesistenza storica di Gesù di Nazareth -4
Data: Giovedì, 30 dicembre 2010 @ 01:20:00 CET
Argomento: Sensazionalismo




 

4. La seconda prova «Adversus Jesum»:
«Giovanni di Gamala, il vero personaggio storico occultato dall’invenzione nel II sec. di Gesù di Nazareth»

Luigi Cascioli con questa «seconda prova inconfutabile» raggiunge il clou superando se stesso e tutti gli altri prima di lui. Dopo avere offerto (con una presentazione infarcita di notevoli errori e svarioni) l’identikit della figura del personaggio che emergerebbe dai Testi Sacri (personaggio inventato, per Cascioli[94]) chiamato Gesù di Nazareth, l’autore descrive i tratti del celebre personaggio che fu la vera figura storica occultata dai falsari del II e III sec. Si tratterebbe del grande e celeberrimo Giovanni di Gamala…. Riportiamo il testo con le consuete annotazioni:

«Giovanni di Gamala secondo la documentazione storica.

a) Paternità: figlio primogenito di Giuda il Galileo[95].

b) Luogo di nascita: Gamala, sita nella regione della Golanite confinante con la Siria[96].

c) Residenza: Gamala, città degli Asmonei.

d) Quale discendente della stirpe di David, viene ricercato da Erode perché lo considera un suo rivale al trono di Gerusalemme[97].

e) Professione: Rabbi.

f) Ha due appellativi, quello di Galileo come suo padre Giuda, anche se di origine Golanite, perché appartenente al movimento rivoluzionario che ha sede in Galilea, e quello di Nazireo perché appartenente alla casta politico-religiosa dei Nazir alla quale il movimento rivoluzionario aveva affidato la propria propaganda secondo i canoni della morale esseno-zelota[98].

g) Inizia la sua missione di propagandista rivoluzionario costituendo una banda di guerriglieri, autonominatasi “Boanerghes” (figli della vendetta)[99], della quale fanno parte i suoi sei fratelli, i cui nomi sono Simone Barjiona, detto Cefa, Giacomo il Maggiore, detto Boanerghe, Giuda, detto Teuda, Giacomo il Minore, detto Zelota, Giuseppe e Menahem[100].
Con questa banda di guerriglieri, partendo dalla sua regione Golanite, che si trova ai confini della Siria, percorre la Palestina per concludere la sua missione in Giudea con la conquista di Gerusalemme.

e) Sotto le feste di Pasqua (era in questa ricorrenza che i rivoluzionari organizzavano le rivolte approfittando della confusione generata dal forte afflusso di pellegrini) viene catturato nel Getsemani e quindi crocifisso sotto l’accusa di promotore di una rivolta»[101].

 



[94] È probabilmente opportuno ricordare, insieme a tutte le altre considerazioni che sono state svolte, che nessuna delle fonti antiche, anche quelle più vicine agli eventi e polemiche contro il cristianesimo, ha mai messo in dubbio l’effettiva esistenza storica di Gesù di Nazareth.

[95] Non esiste alcuna documentazione che parli di un figlio primogenito di Giuda il Galileo e che lo indichi con un nome preciso, nella fattispecie Giovanni, come mostreremo.

[96] Se non abbiamo testimonianza dell’esistenza di Giovanni a maggior ragione non l’abbiamo della città natale di un “non registrato” dalla storia. Certamente qualcuno che si chiamava Giovanni sarà pur nato tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. a Gamala e può anche darsi che Giuda il Galileo avesse un figlio che si chiamava Giovanni, ma nulla ci è detto di questo in alcuna fonte storica antica.

[97] Non si ha alcuna documentazione né del personaggio Giovanni di Gamala, né che Giuda il Galileo fosse discendente della dinastia regale Asmonea. La relazione con la dinastia regale Asmonea collegata a Giuda il Galileo per via di suo padre Ezechia è una delle ipotesi di lavoro fiorite lungo il corso del secolo scorso, dibattuta, assunta da alcuni e contrastata da altri. Nessuno l’ha trasformata in un dogma storico, poiché quel che manca sono i documenti per vantare un fondamento storico certo (e non è cosa da poco).

[98] Tutta l’affermazione è frutto di combinazioni infondate e l’esito è l’inconfutabile infondatezza dell’affermazione: anzitutto si sta parlando di uno (Giovanni di Gamala) del quale non si conosce l’esistenza; il discorso potrebbe già troncarsi qui. Ma si continua: due appellativi, uno preso da Giuda il «Galileo» e l’altro da alcuni tratti del racconto del vangelo di Luca su Giovanni Battista e sulla denominazione di Gesù rispetto al «nazireo» invece di «nazareno». Non si conosce esplicitamente alcuna casta politico religiosa dei «Nazir» e neppure il movimento «esseno-zelota».

[99] Di questo abbiamo già parlato abbondantemente nelle pagine precedenti.

[100] Vedremo successivamente quali sono in realtà i figli accertati di Giuda il Galileo.

[101] Tesi vecchia se attribuita a Gesù. Tesi nuova se attribuita a Giovanni di Gamala, personaggio mai conosciuto dalla storia.

4.1. La famiglia di Giuda il Galileo secondo le testimonianze storiche

Giuda detto il «Galileo» fece la sua comparsa in scena, nella testimonianza di Giuseppe Flavio, accanto ad un fariseo di nome Sadduc. «Egli è probabilmente da identificare con quel Giuda che dieci anni prima aveva sollevato la fiaccola della rivolta a Sepphoris, capitale della Galilea»[102]. M. Hengel continua:

«Se Giuda, come capo degl’insorti, abbia avanzato pretese messianiche, si ignora; si potrà tuttavia supporre che, al pari di altre figure del suo tempo che dettero vita a movimenti popolari, si sia presentato come un carismatico dotato di doni profetici. Neppure è certo se sempre a lui si debba l’appellativo onorifico di “zelatori” per la sua setta. E lo stesso vale per la sua sorte: secondo Atti 5,37 la sua sollevazione fallì, egli fu ucciso e i suoi seguaci vennero dispersi. Ma quando e in quali circostanze ciò possa essere accaduto non si sa. Nei cinquant’anni seguenti si assiste piuttosto a un forte sviluppo del nuovo partito, e anche la sua famiglia dev’essere sopravvissuta alla catastrofe»[103].

È certamente utile mostrare la dinastia che ha nel «capobanda» Ezechia il punto di avvio secondo la ricostruzione delle testimonianze di Giuseppe Flavio. Riportiamo lo schema offerto da M. Hengel[104]:

 

I figli di Giuda il Galileo
Dinastia di Ezechia

 

In luogo dei 7 figli di Giuda il «Galileo», di cui il primogenito (non poteva che essere il primogenito ...) sarebbe stato Giovanni secondo l’invenzione di Cascioli, i testi antichi documentano solo quel che M. Hengel ha raffigurato nello schema che abbiamo sopra riportato.

Documentati storicamente sono dunque Simone e Giacobbe, crocifissi sotto Tiberio Alessandro attorno al 44 d.C.; in Bell. II,433 Menahem è indicato come figlio di Giuda, ma a motivo dell’intervallo di sessant’anni tondi si potrebbe pensare che fosse un nipote; infine in Bell. VII,253 il padre di Eleazaro si chiamava Jair ed egli stesso è detto in Bell. VII,253 «discendente di Giuda» e in Bell. II,447 parente di Menahem. Infine, Giuda e Simone, figli di Ari=Jair, si distinsero come fratelli tra gli zeloti nella difesa del tempio in Bell. V,250; VI,92.148. 

A questo punto emerge la domanda nodale: Giovanni di Gamala? A chi dobbiamo la sua invenzione storica? È creazione di sana pianta di Luigi Cascioli oppure va rintracciata in qualche fonte moderna (certo non antica) che già ne parli? Sarà sufficiente leggere cosa scrive David Donnini nel suo Cristo. Una vicenda storica da riscoprire (1994) per capire da dove Cascioli copia un po’ tutto il materiale presentato in La favola di Cristo relativo alla figura di Gesù di Nazareth[105] (con la differenza che Donnini esprime l’idea nella forma dell’ipotesi molto probabile, mentre Cascioli la definisce «tesi inconfutabile»):

«Dimostrazioni conclusive mi è impossibile fornirne, anche se personalmente ritengo abbastanza verosimile che il Cristo sia stato proprio il figlio primogenito di Giuda il Galileo, di nome probabilmente Giovanni. Credo anche però che tutto il possibile sia stato fatto, dagli scribi della Chiesa, per cancellare definitivamente la memoria di questa compromettente origine, creando la residenza leggendaria a Nazaret, inventando i personaggi di Giuseppe e Maria, gettando nell’ombra i fratelli-seguaci e controfigurandoli coi dodici apostoli: insomma, prelevando dalla storia alcuni personaggi reali e rimodellandoli quasi completamente, secondo la nuova immagine che essi dovevano rappresentare»[106].

Da Donnini troviamo anche la via per scoprire la genesi del tutto ipotetica di un «Giovanni» sedicente «Cristo» in questa storia, poiché egli prima di Cascioli compie l’operazione di appiattire la vicenda del gruppo di Gesù su quella di Giuda il «Galileo». Dopo avere individuato la cerchia dei cosiddetti «fratelli di Gesù», egli scorge da una variante testuale di Mt 13,55 la sostituzione della figura di «Giuseppe» tra i quattro fratelli di Gesù (Giacomo, Giuseppe, Simone, Giuda) con quella di «Giovanni»[107].

A causa di questa variante Donnini non sa se i fratelli indicati in Mt 13,55 siano veramente quattro oppure cinque con l’aggiunta di Giovanni. Evidentemente propende per questa seconda soluzione: quindi il Cristo/Messia non si chiamava Gesù bensì Giovanni, figlio non di Giuseppe e Maria, bensì di Giuda il «Galileo». Da una variante testuale nasce l’identificazione!

Tale variante, peraltro non presente nel parallelo di Mc 6,3, è documentata solo in nove manoscritti. La spiegazione del motivo dell’errore scribale consiste semplicemente nella posizione di «Giuseppe» al seguito di «Giacomo». A motivo infatti del ricorrere frequente nel testo dei Vangeli della coppia dei fratelli e figli di Zebedeo «Giacomo e Giovanni», alcuni scribi hanno confuso la successione dei nomi dei fratelli di Gesù riportando così la sequenza sbagliata[108].

Poiché si è decretato che non ci fu un Gesù chiamato «Cristo», bensì un primogenito di Giuda il Galileo con pretese messianiche, «esseno-zelote», chi poteva mai essere quel «Gesù» se non quell’altro suo fratello (il quinto dei quattro fratelli di Gesù!) che è testimoniato, per errore, solo in nove manoscritti antichi su migliaia ed è chiamato «Giovanni»? Quale prova più sicura di questa, fondata sul nulla, su un errore dello scriba e su negazioni di evidenze testimoniali chilometriche?

In effetti, a ben vedere, il personaggio di fantasia «Giovanni di Gamala» è già comparso sulla scena come creazione letteraria nell’anno 1888, all’interno di un romanzo di George Alfred Henty intitolato For the Temple. A Tale of the Fall of Jerusalem. Nel romanzo Giovanni è presentato come una figura eroica che combatté i Romani, specialmente quando essi concepirono il piano di distruggere il Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. 

 



[102] M. HENGEL, Gli Zeloti, p. 371.

[103] M. HENGEL, Gli Zeloti, p. 378.

[104] M. HENGEL, Gli Zeloti, p. 372.

[105] A sua egli volta prende tali teorie da Edmond Bordeaux Székely e, in particolare, da E. B. SZÉKELY, The Essene Origins of Christianity, International Biogenic Society 1980.

[106] D. DONNINI, Cristo. Una vicenda storica da riscoprire (Roma 1994), p. 204.

[107] D. DONNINI, Cristo, p. 195.

[108] Cfr. B. M. METZGER, A Textual Commentary on the Greek New Testament, New York 1971, p. 34; vedi anche la monumentale opera di Wieland Willker in Internet alla pagina dedicata a Matteo: http://www.uni-bremen.de/~wie/TCG/TC-Matthew.pdf

4.2. Nazareth o Gamala tra storia, archeologia e fantasia

Una delle prove più «schiaccianti» che Cascioli pensa di dover addurre ha a che fare con la patria di Gesù: Nazareth. Il villaggio di Nazareth non sarebbe infatti mai esistito secondo Donnini, Cascioli e altri, ma sarebbe stato creato successivamente a motivo dell’invenzione del personaggio Gesù. Se il Gesù dei Testi Sacri altri non era - secondo David Donnini e, di seguito, Luigi Cascioli - che Giovanni di Gamala, è evidente che il suo villaggio non poteva essere Nazareth bensì Gamala, sulla sponda orientale del lago di Genezareth[109].

Abbiamo in precedenza mostrato che di Giovanni non si sa nulla, neppure della sua esistenza; però, almeno la sua città è esistita realmente.... Ma quando è stata localizzata questa città? Vista la descrizione di Giuseppe Flavio si potrebbe pensare che essa fosse una delle più facili da identificare e che tale identificazione potesse vantare una tradizione costante lungo la storia… Ebbene, solo fino a poco più di trent’anni fa, si credeva che l’antica Gamala fosse l’attuale Jamlieh, che invece è collocata ad una decina di chilometri a sud est del sito scoperto e identificato, appunto, soltanto nel 1976[110]. Fu infatti Shmaryah Gutman, in base alla descrizione di Giuseppe Flavio, a localizzare il sito in quell’anno[111].

L’argomento fondamentale dei sostenitori della teoria della sostituzione consiste nell’assenza di citazioni esplicite su Nazareth nell’Antico Testamento e nei testi di Giuseppe Flavio, che era storico ebreo ed era avvezzo a molteplici riferimenti geografici nella Galilea; Giuseppe parla della Palestina soprattutto in Guerra Giudaica, dove narra della guerra tra Ebrei e Romani (66-70 d.C.) cui prese personalmente parte. Essendo ricordata solo nei testi neotestamentari, Nazareth risulterebbe dunque inventata e poi, non si sa come e da chi, sarebbe stata infine identificata con un luogo preciso (che prese appunto il nome di Nazareth).

Va anche aggiunto che tra le citazioni inerenti il sito di Nazareth vi è un passo che da tempo ha attirato l’attenzione degli interpreti. Si tratta del famoso testo di Mt 2,23: kaˆ ™lqën katókhsen e„j pÒlin legomšnhn Nazaršt, Ópwj plhrwqÍ tÕ •hqn di¦ tîn profhtîn Óti Nazwra‹oj klhq»setai dove l’aggettivo  Nazwra‹oj andrebbe accostato non tanto alla città di Nazareth (Nazaršt) bensì all’istituto del nazireato (“nazir”) e al termine netser (“germoglio”, “virgulto”) attestato in Is 11,1; Dn 11,7 e Ger 31,6. Il Nuovo Testamento parla inoltre della setta dei Nazorei (At 24,5). Per approfondire con acribìa tutte le tematiche relative alle attestazioni documentali e al sito di Nazareth rimandiamo alla bibliografia in nota[112].

Un bilancio critico sul villaggio di Nazareth dal punto di vista archeologico è riportato nel contributo di sintesi di Gianluigi Bastia relativo ai ritrovamenti nel sito antico sottostanti alle costruzioni della città attuale:

«Oggi Nazaret sorge in una zona collinare della Galilea, a 21 km dalla sponda sud-occidentale del lago di Tiberiade. Poiché da molto tempo è una cittadina densamente abitata non è possibile eseguire scavi archeologici in ogni sua zona di particolare interesse.

Nel 1955 vennero eseguiti degli scavi archeologici nei dintorni di Nazaret, diretti da Padre Bellarmino Bagatti (1905-1990). I risultati, per il periodo storico di nostro interesse, ovvero il I secolo dopo Cristo, sono documentati nella pubblicazione: Gli scavi di Nazaret I, dalle origini al secolo XII, OFM Press, Gerusalemme, 1967. In quest’opera è riportato che “attestazioni archeologiche di vita nel posto sono le tombe del periodo medio del Bronzo e, come resti di abitazioni, dal periodo medio del Ferro fino a noi”. Nelle tombe sono stati ritrovati vari oggetti di vita quotidiana quali ceramiche, pietre lavorate, cocci di vasi, ecc... [..]

Altri scavi furono condotti negli anni '50 quando la chiesa dell'Annunciazione di Nazaret, risalente al XVIII secolo, fu demolita per essere sostituita dalla chiesa attuale (1959-69), che ritornò all'orientamento est-ovest della chiesa delle crociate eretta dopo il terremoto del 1170 [..]. Levati poi i mosaici che coprivano il pavimento furono rinvenuti capitelli e altri blocchi di pietra lavorata, appartenenti ad un edificio religioso precedente la chiesa bizantina che presentava analogie con le sinagoghe costruite in Galilea nei sec. II e III d.C. Secondo Bagatti l'edificio poteva essere una chiesa anteriore alla chiesa bizantina o addirittura una sinagoga. In mezzo al materiale di riempitura con il quale era stata coperta la sinagoga-chiesa per stendervi sopra i pavimenti della chiesa bizantina, furono trovati intonaci con graffiti riportanti i simboli caratteristici delle comunità giudeo-cristiane. La scoperta più indicativa, oltre una croce cosmica, fu l’iscrizione in caratteri maiuscoli greci: «XE MARIA» (Ave Maria) [..].

Nell'area scavata da Bagatti sono poi state ritrovate anche cisterne e silos appartenenti al villaggio del I secolo d.C. Questo è tutto ciò che è stato ritrovato concretamente, sul campo, a Nazaret relativamente alla fase più antica della sua abitazione: diverse tombe, silos, cisterne, tracce di abitazioni scavate nella roccia, risalenti al I-II secolo e i resti di un possibile edificio religioso del II-III secolo d.C., una sinagoga-chiesa precedente l'epoca bizantina. Naturalmente il ritrovamento di tracce di antichissime abitazioni scavate nella roccia, di tombe o di alcune cisterne non prova che nel I secolo d.C. esistesse già una città di grandi dimensioni che aveva esattamente il nome Nazaret, tale da essere ricordata e citata da storici e scrittori del periodo. Proprio dalla distribuzione dei sepolcri si può peraltro desumere che Nazaret, al tempo di Cristo, fosse un piccolo villaggio caratterizzato da una economia di tipo rurale e agricolo.

Secondo R. Horsley, "Nazaret era un’infelice comunità agricola di meno di 500 abitanti, un po’ al di fuori delle vie principali. Il villaggio molto più grande di Jaffa, poco più di due chilometri a sud-ovest e sulla strada principale, era molto più importante". J.P. Meier, che si appoggia a Meier e Strange, riporta che Nazaret al tempo di Cristo occupava un'area di circa 40.000 metri quadrati, con una popolazione oscillante tra 1.600 e 2.000 unità, una stima superiore rispetto al dato fornito da Horsley, comunque riconducibile a un insediamento di piccole dimensioni. Tra le scoperte più recenti, si segnalano i rinvenimenti di alcuni importanti resti del tardo periodo romano. Nel 1993 Elias Shama ha scoperto presso la cosiddetta "zona della fonte di Maria" un esteso sistema di condutture sotterranee che potrebbero costituire un bagno termale. Nel 1996 Stephen Pfann ha riportato alla luce nella zona dell'ospedale di Nazaret una fattoria del periodo romano [..].

Nel 1962 durante alcuni scavi a Cesarea di Palestina (non a Nazaret, dunque) fu ritrovata una epigrafe in ebraico contenente l'iscrizione Nazaret. Il ritrovamento è documentato in: M. Avi-Yonah, A List of Priestly Courses from Cesarea, Israel Exploration Journal, 12, pp. 137-139, 1962»[113].

Epigrafe

La scritta in ebraico rinvenuta a Cesarea nell’anno 1962, decifrata dall’archeologo israeliano M. Avi-Yonah e datata nel III sec. d.C., che riporta le consonanti ebraiche di Nazareth (נצרת), continua ad essere sovente ignorata da molte delle riflessioni su questo argomento relative al sito archeologico[114]. Se tale iscrizione trovata a Cesarea corrisponde a Nazareth abbiamo un fondamento notevolissimo all’identificazione[115] (l’epigrafe suppone ovviamente l’esistenza della cittadina già nei secoli precedenti).

Da questi fatti comprendiamo che probabilmente Nazareth non era una città, bensì un villaggio senza alcuna rilevanza particolare (istruttiva è la memoria delle parole di Natanaele in Gv 1,46: «Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?») e per questo ignorato dagli scrittori dell’epoca ad eccezione dei testimoni diretti della vicenda di Gesù, ovvero i testi evangelici.

Naturalmente, in simili borghi la sinagoga non poteva essere come quelle presenti nelle grandi città (la maggior parte delle quali, anche se documentate da altre fonti, non è stata del resto rinvenuta dagli scavi archeologici): spesso si trattava infatti versomilmente di semplici abitazioni che erano state adattate a luogo di preghiera.

Accanto a tutte queste note vanno anche ricordate le testimonianze dei graffiti di Nazareth che ci riportano al II sec. con titolazioni cristologiche di assoluto interesse[116] ed il ritrovamento (fine 2009) da parte di archeologi israeliani di un’abitazione del I sec. nei pressi dell’attuale chiesa dell’Annunciazione[117].

Bellarmino Bagatti nei suoi scavi minuziosi presso tantissimi villaggi dalla Galilea alla Giudea così riferiva dei cocci rinvenuti a Nazareth:

«Il recente scavo al Santuario dell’Annunziata ha rimesso alla luce una grande quantità di cocci: coppi, vasi, pentole, ciotole, piatti, lucerne ecc. rimasti nascosti in qualche angolo o gettati via perché ormai inusabili. Si constata un vero sviluppo figulinario attraverso i tempi da un settecento anni prima di N. Signore fino a noi. Ora tutto questo ci fa sorgere alla mente la domanda: questa ceramica fu plasmata a Nazaret o fu importata? Per risolvere il problema era ovvio prendere in considerazione lo stato attuale e così ci siamo disposti a visitare le varie botteghe figulinarie»[118]

La constatazione di Bagatti porta a confermare l’autenticità della locazione dei cocci in loco a Nazareth.  Più oltre nel suo resoconto Bagatti giunge ad offrire anche una luce di comprensione sul silenzio relativo a Nazareth da parte di Giuseppe Flavio mostrando come molti problemi testuali si risolvono attraverso l’archeologia. Bagatti valuta la planimetria della disposizione del villaggio nel paesaggio e ci offre un report del suo sopralluogo dell’anno 1955[119].

 

Occorre anche sottolineare un ulteriore rilevante aspetto fenomenologico, riguardante le attribuzioni dei luoghi sacri nell’antichità. Nei casi in cui la tradizione cristiana non ha trasmesso un’identificazione precisa tra un luogo geografico ed il corrispettivo nome presente nel documento scritto, è stata prodotta dalle varie tradizioni locali una molteplice localizzazione e rivendicazione. Il caso emblematico è quello del sito di Emmaus, di cui esistono ben tre identificazioni diverse.

Non risulta invece che Nazareth sia mai stata localizzata in alcun altro luogo e ciò depone in favore dell’identità tra la documentazione evangelica del I sec. e la denominazione del sito già in atto.

C’è da notare, inoltre, che non è pensabile che in testi del I sec. (come appunto i Vangeli) che si rivolgevano anche ad ebrei loro contemporanei si potesse tranquillamente parlare di una località allora inesistente. Si tenga presente che non si trattava di un luogo qualunque, ma addirittura della città di provenienza del Messia (un dato essenziale). E proprio su questa linea gli studiosi, sulla base dei principi dell’imbarazzo e della discontinuità[120], sottolineano che ben difficilmente la tradizione avrebbe potuto inventarsi come luogo di origine del suo Messia una cittadina tanto insignificante, che non godeva di esplicite citazioni scritturistiche, oltretutto sita in Galilea.

Ricordiamo infine che l’Anonimo Piacentino, pellegrino in Palestina nel 570, parla espressamente di Nazareth e delle memorie collegate alla storia di Gesù. 

Tutti questi e anche altri dati non erano ancora disponibili ai tempi di Alfred Loisy (1933)[121] mentre Marcello Craveri avrebbe comunque potuto attingervi nella sua opera (1966 e nelle varie edizioni successive)[122]. Allo stesso modo, anche Donnini[123] e Cascioli procedono senza lasciarsi tangere dalla documentazione a disposizione.

 

Come prova finale della sua teoria[124], Cascioli propone il seguente passo:

«Lasciando l’annosa discussione riguardo la sua esistenza al tempo di Gesù che da alcuni è negata perché nessun documento ne parla prima del IX secolo[125], mentre da altri viene riconosciuta sotto forma di un piccolo raggruppamento di capanne dai tetti di paglia, procediamo nella dimostrazione della seconda prova considerando Nazaret nella sua posizione geografica leggermente collinare distante circa trentacinque chilometri dal lago di Tiberiade. Analizzando i vangeli non si può non restare sorpresi dal fatto che le descrizioni che essi fanno della patria di Gesù non hanno nulla a che vedere con la realtà[126].

Leggiamo insieme: <<Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella Sinagoga. La gente del suo paese, riconosciutolo, si mise a parlare di lui. Gesù, udito ciò che dicevano, partì di là su una barca, ma visto che la gente restava sulla spiaggia guarì i malati e moltiplicò i pani e i pesci. Congedata la folla, salì sul monte e si mise a pregare. Dal monte vide che sotto, nel lago di Tiberiade, la barca degli apostoli era messa in pericolo dalle onde generate dal vento che si era improvvisamente levato>>. (Mt. 13,2).

Se la patria di Gesù è Nazaret, come viene affermato dalla Chiesa, e Nazaret è una città situata su una zona leggermente collinare e lontana dal lago di Tiberiade trentacinque chilometri, vorrei che almeno uno dei tre (don Enrico Righi, il card. Biffi e il Vescovo Carraro), ai quali mi sono rivolto perché mi dessero una prova, una soltanto, dell’esistenza storica di Gesù, mi spiegasse come possa esserci una riva, delle barche e un monte che si erge sul lago di Tiberiade»[127].

Quindi, la città di cui parlano i Vangeli non sarebbe in realtà Nazareth (che non si trova vicino al lago) bensì Gamala[128].

Ora, se andiamo a controllare, Mt 13,2 dice testualmente (secondo il testo originale, che non vanta varianti significative): kaˆ sun»cqhsan prÕj aÙtÕn Ôcloi pollo…, éste aÙtÕn e„j plo‹on ™mb£nta kaqÁsqai, kaˆ p©j Ð Ôcloj ™pˆ tÕn a„gialÕn eƒst»kei («Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia»).

L’espressione che Cascioli spaccia per Mt 13,2 («Terminate queste parabole…») si trova invece a conclusione dello stesso capitolo 13, dedicato al discorso parabolico: più precisamente la troviamo in Mt 13,53 quando, dopo avere pronunciato le parabole, l’evangelista annota che Gesù partì di là e andò nella sua patria, cioè Nazareth.

Evidentemente, quindi, prima non si trovava a Nazareth: il discorso parabolico viene infatti pronunciato verosimilmente nella zona di Cafarnao, poiché in Mt 13,1 si dice: «Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare» riferendosi con tutta probabilità alla casa di Pietro a Cafarnao, che è presentata anche altrove[129] come il pied à terre di Gesù in quella zona e sua abitazione.

Inoltre, in Mt 12,46-50 (cioè nei versetti immediatamente precedenti a Mt 13,2), si dice che la madre e i fratelli di Gesù sono «fuori in disparte»[130]. Se costoro sono fuori di casa ciò significa che certamente l’episodio non si svolge nella loro casa di Nazareth, anche se non viene definito con precisione in quale casa Gesù si trovasse effettivamente.

Perciò tutta la teoria di Cascioli viene a decadere, in quanto egli pensa che il discorso in parabole sia stato scritto immaginando Nazareth sul lago di Tiberiade tra riva, barche, monte e mare.

La parte che segue nella citazione che l’autore attribuisce a Matteo («La gente del suo paese, riconosciutolo, si mise a parlare di lui. Gesù, udito ciò che dicevano… ») è pura invenzione o collazione di qualche altro versetto, una specie di risonanza evangelica; il tutto inventato di sana pianta e spacciato per Mt 13,2[131].

In conclusione, dunque, non c’è alcun bisogno di scomodare Gamala come città di origine e patria di Gesù (che come abbiamo visto non si chiamava Giovanni e non era figlio di Giuda) in luogo di Nazareth.

 



[109] Per comprendere quanto ci sia di copiato da David Donnini si consulti attentamente D. DONNINI, Cristo, pp. 185-188.

[110] Cfr. la pagina Internet: http://www.pohick.org/sts/gamla.html e la recente prima monografia come risultati degli scavi di Shmaryah Gutman: A. M. BERLIN, Gamla I. The Pottery of 2nd Temple Period, Israel Antiquities Authority 2006.

[111] Naturalmente Cascioli & C. sono sicuri che sono stati i falsari cristiani ad occultare la cittadina di Gamala per nascondere la verità della provenienza di Gesù. Credo però che Cascioli non conoscesse la notizia della recente identificazione del sito di Gamala (1976), contro la millenaria tradizione continuativa del sito di Nazareth!

[112] Per le discussioni relative a questi aspetti cfr.: Gianluigi Bastia, Osservazioni sul titolo di Nazareno nel Nuovo Testamento, in: http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Nazareno.pdf; R. E. BROWN, La nascita del Messia secondo Matteo e Luca, Assisi 1981, pp. 269-278. 292-295.

[113] P. BASTIA, L’iscrizione di Nazareth, in: http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Nazaret.htm   e   http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Nazaret-Archeo.htm

[114] Si veda ad esempio la sostanza delle considerazioni espresse nella pagina Internet: http://www.gesustorico.it/htm/archeologia/nazaret_avijonah.asp.

[115] Essendo in parte mutila, l’epigrafe potrebbe in teoria far riferimento alla città di Genèsareth, anche se ciò per una serie di ragioni appare improbabile. Si veda, per una buona discussione su questa questione, la già citata pagina: http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Nazaret.htm

[116] Cfr. E. TESTA, Nazaret Giudeo-Cristiana. Riti, iscrizioni, simboli, Gerusalemme 1969.

[117] Cfr. siti Internet:
http://www.mfa.gov.il/MFA/History/Early+History+-+Archaeology/Residential_building_time_Jesus_Nazareth_21-Dec-2009.htm
http://www.haaretz.com/news/in-pictures-israel-uncovers-first-jesus-era-house-in-nazareth-1.1682 
Si dovrà peraltro quindi rilevare come l'assenza di una citazione negli scritti di Giuseppe Flavio non possa di fatto essere considerata decisiva dato che, certamente, di questo centro abitato di cui come visto abbiamo evidenze archeologiche, egli in ogni caso non riporta notizie.

[118] B. BAGATTI, Antichi villaggi cristiani della Galilea, Jerusalem 1971), pp. 33-36.

[119] «In occasione del pellegrinaggio nell’estate del 1955, il padrone della casa posta a est della via asfaltata per Nazaret, alla curva di fronte al villaggio, ci ha invitati a vedere una camera scavata nella roccia di fronte alla sua casa. Egli conservava una lucerna di terracotta di forma rotonda ed una moneta di Massimino trovate ivi. È l’attestazione della vita nel villaggio anche dopo la guerra giudaica. Più che il versante est a noi premeva di vedere quello opposto che divenne lo scopo di un’altra visita al posto nel Novembre dello stesso anno. Giuseppe Flavio descrivendo la guerra non ricordò Nazaret e ci si domandava se era possibile lo svolgersi della guerra lasciando indisturbata la città del Signore. Ora abbiamo constatato che nella valle posta a ovest del villaggio vi è un sentiero che conduce al costolone del monte e di lì continua diritto per Seforis. Subito dopo le ultime case, nella valle, vi è l’antico pozzo attualmente murato ma sempre utile come lo dimostra la serie di abbeveratoi per le pecore posti nel piazzale antistante. Sono rozze pietre di diversa fattura messe in linea. Tutto il piazzaletto è recinto da muro a secco in modo da impedire agli animali di andare nei terreni coltivati della valle. Troviamo, poi, una fornace per fare la calce con molta ceramica bizantina, quindi un bell’oliveto e infine la fontana della ‘Ain Sufsafeh dove le donne vengono a prendere acqua al serbatoio. Si arriva così alla località  detta el-Mabay e presto alla cresta del colle dove passa la via che conduce a Ailut. Da questo punto di scorge Seforis ed un sentiero che vi conduce in continuazione di quello percorso. La constatazione di questo fatto ci ha lasciato intravedere lo svolgimento della guerra e perché Nazaret sia rimasto fuori essendo situato più a est ed in basso. I soldati non avevano alcuno scopo particolare di passare di là. D’altra parte sappiamo che i cristiani non presero particolare parte alle guerre d’indipendenza per il carattere religioso che esse presero. Essi avevano già un Messia che veneravano»: B. B AGATTI, Antichi villaggi cristiani della Galilea, pp. 101-102.

[120] http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=36&page=5

[121] A. LOISY, Le origini del cristianesimo, trad. ital., Torino 1964, pp. 98-99.

[122] M. CRAVERI, La vita di Gesù, Milano 1966, pp. 11ss.

[123] Cfr. D. DONNINI, Cristo, pp. 180-184.

[124] Anche questa ‘prova’ è ripresa da Donnini.

[125] È curioso notare che la “grande” Gamala, resa famosa dalle citazioni di Giuseppe Flavio, venga nominata dalla letteratura in lingua greca dall’inizio fino al II sec. d.C. esattamente 27 volte, di cui 25 nelle opere di Flavio Giuseppe e 2 nell’Aelius  Herodianus et Pseud.
La prima constatazione da fare è quindi che tale città è conosciuta praticamente quasi solo in virtù della testimonianza di Giuseppe Flavio. Nazareth, senza contare l’aggettivo «Nazareno» inteso come «proveniente da Nazareth», è ricordata 12 volte nel I sec., ovvero nei testi del NT, e 19 volte nel II sec., una volta nell’Apologia di Giustino martire e 18 in Origene (che tra l'altro conosceva bene la Palestina, avendovi abitato per molti anni). Con questo non si può certo dire che Gamala sia molto più attestata di Nazareth anche solo fermandosi al II sec.! Se Nazareth non è mai citata nell’AT, in Giuseppe Flavio e nella letteratura rabbinica, diciamo che differisce da Gamala per il fatto che questa è citata solo in Giuseppe Flavio, ma di questa, se non andiamo errati, tace tutto il resto della letteratura. Infine, l’osservazione di Cascioli secondo la quale di Nazareth non si sa nulla fino al IX sec. è curiosa perché abbiamo mostrato che se è valida la lettura della lapide di Cesarea, il villaggio sarebbe già citato nel III sec. d.C., mentre noi non siamo in possesso di alcun documento così antico che parli di Gamala. Inoltre i dati archeologici sopra riportati documentano una continuità di presenza nel sito e tutto depone in favore di un’esistenza esplicita di una cultura di villaggio almeno dall’VIII sec. a.C.: piuttosto, si potrebbe quindi affermare che se i manoscritti di Giuseppe Flavio risalgono a non prima dell’XI sec. d.C., ciò significa che non avremmo documentazione scritta dell’esistenza della città di Gamala prima dell’XI sec.!

[126] Da notare la ‘logica’ del ragionamento: siccome l’autore ha già stabilito che Gesù non è mai esistito ma al suo posto è esistito Giovanni di Gamala e poiché la sua città non poteva essere Nazareth, anch’essa mai esistita, bensì Gamala, allora è secondo lui possibile osservare come le testimonianze evangeliche descrivano la patria di Gesù in un modo che ha nulla a che fare con la realtà! Naturalmente si tratta di quella realtà che Cascioli ha in mente ma che non trova alcun riscontro né nelle testimonianze antiche né nella geografia: infatti, per provare tali affermazioni egli riporta una citazione che dice di trarre da Mt 13,2 ma che, di fatto, viene contraffatta, mutata nella posizione e in parte anche inventata, come mostriamo nel testo.

[127] Occorre sottolineare che non si tratta semplicemente di una svista contenuta (tra altri innumerevoli errori di citazioni e di ortografia) nella pagina del sito Internet di Cascioli dedicata alla due prove inconfutabili (http://www.luigicascioli.eu/ita_argomenti.php?topic=5) bensì di affermazioni riportate tali e quali nel suo celeberrimo libro La favola di Cristo alle pagg. 141-142.

[128] Verificando la collocazione di Gamala sarebbe facile controbattere che anche questa città non si presterebbe bene all’ambientazione degli episodi citati perché, sebbene più vicina, si trova anch’essa distante svariati chilometri dal lago..

[129] Cfr. Mt 4,13: «Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali». 
Giuseppe Flavio ricorda la cittadina di Cafarnao in Bell. III,520; essa risulta citata 16 volte nel NT e un centinaio di altre volte tra il II e il III sec.
Da questo versetto si capisce tra l’altro che l’evengelista aveva ben chiaro che Nazareth non si trovava sul mare (cioè sul lago di Genèsareth, secondo il modo di esprimersi degli antichi ebrei, che chiamavano ‘mare’ qualsiasi specchio d’acqua abbastanza esteso).

[130] Si veda anche Mc 3,20-4,34.

[131] In risposta a queste osservazioni, Cascioli ha successivamente affermato di aver solo sbagliato la citazione dei versetti in questione (ma come visto, la citazione è la stessa, sia sul sito che nel libro). Egli ha allora sostenuto che i riferimenti corretti sarebbero Mt 14,24 (anche se sospettiamo che più probabilmente avrebbe voluto riferirsi a Mt 14,13 ss…) e il parallelo Mc 6 ss.
In realtà la situazione non migliora: nel capitolo 14 si passa infatti ad un’altra sezione narrativa  (introdotta da  «In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù…») in cui si suppone che l’episodio della predicazione nella sinagoga di Nazareth del cap. 13 sia concluso e che Gesù  non si trovi più in quella cittadina (cioè è evidente anche dal parallelo di Mc 6 evocato dallo stesso Cascioli in cui si afferma che, dopo essere stato rifiutato a Nazareth, Gesù  «percorreva i villaggi, insegnando»). Quindi, di nuovo, quando in Mt 14,13 (e successivamente) parte con la barca, egli secondo i Vangeli non si trova più nella sua città di origine. La prova viene perciò a decadere anche in questo secondo caso.

5. CONCLUSIONE: La pagliuzza e la trave

«Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?» (Mt 7,3). Questo detto di Gesù di Nazareth ben si attaglia al caso Cascioli. Ebbene, ecco qui presentata una forma di «pena del contrappasso» relativa alla sua ricerca storica su Gesù:

1) Luigi Cascioli accusa la Chiesa cattolica di non fornire alcuna prova storica dell’esistenza di Gesù di Nazareth quando lui, ignorando ogni risultato serio di ricerche storiche, filologiche, ogni dato della codicologia, paleografia e papirologia antica, inventa, di contro, un nuovo personaggio di nome «Giovanni di Gamala» mai documentato da nessuna parte (se non nel romanzo di George Alfred Henty,1888) in luogo del «presunto Gesù della storia».

2) L’autore accusa i monaci e gli ecclesiastici dal II sec. in poi di avere contraffatto i testi antichi e di averli creati per inventare la religione cristiana, tentando così di convincere i non addetti ai lavori che siano state operate falsificazioni continue nei testi… egli però, di contro, non esercita mai neppure un minimo di autocritica rispetto alla sua opera. Chi sono i falsari? Coloro che hanno scritto dei testi, frutto della loro esperienza profonda, manifesti del loro credo, oppure chi, come Cascioli, cita in modo continuamente errato, infarcendo il proprio discorso di falsità nella speranza che nessuno vada a controllare le fonti del suo scritto?[132]

3) L’autore sfida le alte autorità ecclesiastiche accusando di ignoranza tutta la Chiesa cattolica, dai fedeli ai preti, ai vescovi, al papa. Cascioli pensa che, mentre i più non sanno, coloro che guidano la Chiesa sono invece ben coscienti che il cristianesimo sarebbe fondato sul nulla. Senza dovere scomodare alte eminenze sarebbe bastato - invece di leggersi qualche fonte di seconda mano e qualche testo qua e là di polemica anticlericale e anticristiana, dal Circolo Ernest Renan al suo 'amico' David Donnini – studiarsi un po’ di lingue antiche, leggersi le fonti, procurarsi un po’ di classici della ricerca storica sulla figura di Gesù e un po’ di saggi monografici che documentano i dibattiti di questi ultimi trent’anni appartenenti alla cosiddetta «Terza ricerca». Tutte cose che lui non ha fatto, rendendo quindi facilmente rispedibile al mittente l’accusa di ignoranza.
Capita di fare qualche recensione a libri di settore. Ogni tanto c’è qualche refuso, o qualche citazione errata di bibliografie o fonti, si rintraccia qua e là qualche debolezza argomentativa... L’accumulo quasi indigesto dei peggiori difetti di una pubblicazione è stato da me rintracciato solo nel libro La favola di Cristo: in media riscontriamo dalle due alle tre correzioni per ogni frase di senso compiuto, errori di citazioni di fonti, falsificazioni di dati, incomprensioni del problema… L’esemplificazione diretta di tutto questo la si è avuta dalle note che, in questo scritto, hanno chiosato parti del testo di Cascioli, oltre che dall’argomentazione esposta.

4) L’autore ha un metodo tutto suo (copiato anche questo dai suoi maestri, pochi e sempre faziosi) nel decidere che cosa sia storico e che cosa non lo sia. Nel caso analizzato, ovvero la figura di Gesù di Nazareth, abbiamo potuto constatare la regola fondamentale del teorema di Cascioli in tema di «criteri di storicità» con una serie di postulati che qui riassumiamo:

a. «Più un fenomeno è documentato, maggiore è la certezza che quel fenomeno sia stato inventato; meno se ne parla (meglio ancora se siamo in presenza di assoluta assenza di documentazione) maggiore è la certezza storica dell’evento».

Applicando il postulato a Gesù ciò significa che poiché egli è personaggio estremamente noto, allora è certo che non sia mai esistito. Di contro, applicandolo a Giovanni di Gamala, poiché non esiste alcuna fonte antica che parla di lui, allora è sicuro che egli sia stato un personaggio eminente della storia antica!

b. «Più è attestato il silenzio delle fonti che non hanno conosciuto un evento dall’interno (alias: documentazione non cristiana), maggiore è la probabilità che l’evento non sia mai accaduto; più le fonti esterne documentano un evento, maggiore è la qualità storica dell’evento, in base al postulato che le fonti interne sono per definizione “faziose e false”».

Applicato a Giuseppe Flavio, invece che ai Vangeli, il postulato produrrebbe l’alta probabilità sistematica della falsità di notizie e delle informazioni su tutto l’ebraismo, essendo egli fonte interna alla tradizione. Tuttavia, per Cascioli, Giuseppe Flavio è lo storico per eccellenza e l’affidabilità in persona che offre gli unici appigli per poter costruire la sua invenzione della setta esseno-zelota poi separatasi per i motivi legati all’eucaristia fino a diventare il cristianesimo. Si coglie come anche questo criterio altro non sia che il prodotto di distorsioni ideologiche.

Analogamente, l’uso che l’autore fa delle fonti evangeliche è il seguente: tutti i punti presenti nei Vangeli funzionali al suo sistema sono quelli che sono sfuggiti ai falsari e non sono stati occultati; gli altri, che depongono invece contro il suo sistema (circa il 95% di tutti i testi evangelici) sono invece falsi e creati dopo la metà del II sec.

c. «La molteplice attestazione di un fatto attribuisce storicità al fatto solo se lo storico ha già deciso in partenza la plausibilità di quell’evento oppure la non ammissibilità».

Non conta ciò che è documentato o documentabile, bensì solo la concatenazione delle proprie idee, che perciò vanno sostenute unicamente e soltanto con quegli eventi, dati o notizie funzionali alla proprie teorie, anche a costo di inventare ex novo addirittura citazioni e fonti. Tutto il resto, invece, va contrastato, fino all’occultamento. L’itinerario che abbiamo percorso rende ragione di questo altro postulato metodologico dell’autore.

 

Ci domandiamo quindi infine: com’è possibile accusare altri di ciò di cui si è la più alta rappresentazione e incarnazione?

Abbiamo passato in rassegna solo le due prove inconfutabili della non esistenza storica di Gesù, ma rassicuriamo il lettore che tutto il libro La favola di Cristo, in ogni sua parte, è costante nel mantenere la stessa scientificità e lo stesso livello di documentazione.

 



[132] Un ulteriore esempio viene proprio dallo stesso titolo del testo in esame: «La favola di Cristo». Cascioli lo riprende da una presunta citazione di papa Leone X (1474-1521); egli avrebbe infatti dichiarato al cardinal Bembo: «Tutti sappiamo bene quanto la favola di Cristo abbia recato profitto a noi e ai nostri più stretti seguaci », ammettendo in questo modo apertamente di essere consapevole che il cristianesimo è nient’altro che una truffa. È ben noto che la frase è inventata, normalmente attribuita alla fantasia del polemista inglese John Bale (1495-1563) ma probabilmente anteriore; eppure essa è acriticamente riportata da molti siti internet e anche da alcuni libri (ad es. quelli di Piergiorgio Odifreddi).
La scelta del titolo non è peraltro in sé nemmeno originale (cfr. G. FAU, La fable de Jésus-Christ, Paris 1964, pp. 374)







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