Il contesto storico (dal 67 a.C. al 135 d.C.)
Data: Lunedì, 31 dicembre 2001 @ 12:00:00 CET
Argomento: Il giudaismo


La storia della Palestina all’epoca di Gesù, e i suoi protagonisti

di Andrea Nicolotti

La comprensione del cristianesimo nascente non può prescindere dalla conoscenza delle vicende del popolo giudaico, dal quale ebbe i natali Gesù e nel cui alveo si formarono le prime comunità cristiane. Una storia civile e religiosa di un secolo vissuto in Palestina.



Sommario

 

La fine del regno di Giudea indipendente

Nel 67 a.C. moriva a Gerusalemme la regina Alessandra Salome, moglie del defunto re e sommo sacerdote Alessandro Ianneo (103-76), della dinastia degli Asmonei; fin dal 76 aveva lasciato il titolo di sommo sacerdote al figlio Ircano II, a discapito del figlio minore Aristobulo II. Alla morte della madre, il secondogenito si impadronì del trono gerosolimitano con un esercito di mercenari, deponendo dalla carica il fratello dopo soli tre mesi di regno.

La guerra civile che ne seguì fu la causa della fine dell’indipendenza giudaica; infatti, nell’autunno del 63 a.C., i contendenti invocarono l’aiuto del generale romano Gneo Pompeo, che allora si trovava in Oriente, e che sfruttò l’occasione per mettere le mani sulla Palestina.

Entrato a Gerusalemme e invaso sacrilegamente il Tempio, il generale romano si diede al massacro dei sacerdoti, per poi dirigersi verso l’inaccessibile Sancta Sanctorum, che con gran stupore scoprì essere vuoto, ormai privo dell’arca dell’alleanza.

Così descrive quel momento, in maniera pittoresca, il Ricciotti:

“Oltre a ragioni militari, nel gesto di Pompeo dovette avere buona parte la curiosità: se ne raccontavano tante di quel misterioso Tempio, che egli, avutane occasione, volle vedere con i suoi occhi quello che c’era dentro. Non è arduo immaginarsi Pompeo che, con la spada in mano, s’inoltra sospettoso e guardingo attraverso il Santo: solleva emozionato la cortina ch’era davanti alla porta pentagonale, preparato a scorgere una testa d’asino o qualche mostruoso simulacro; e invece, spiando nell’oscurità del Santo dei Santi, non scorge se non vacuam sedem et inania arcana. Era Gneo Pompeo che compiva quel gesto, o era l’umanità intera?”1.

In tal modo, dopo un secolo di lotte, il popolo giudaico perdeva nuovamente la libertà faticosamente acquisita: sconfitto e deportato a Roma Aristobulo, Ircano fu costituito sommo sacerdote ed etnarca, ma senza il titolo di re. Annessi numerosi distretti territoriali alla provincia romana di Siria, recentemente creata, all’etnarca Ircano restarono la Giudea, la Galilea e la Perea, con alcuni distretti dell’Idumea, tutti soggetti a tributo; anche l’etnarchia, pur godendo di autonomia interna, fu messa sotto il controllo del reggente di Siria.

Alla corte asmonea di Gerusalemme, residenza del pontefice Ircano, il potere dell’etnarca già in tal guisa limitato, sempre più cedeva il passo alla crescente influenza dell’intraprendente prefetto di palazzo Antipatro, che anelava al raggiungimento del potere per sé e per i propri figli.

E così, la contesa fra i due Asmonei terminava con la sconfitta di ambedue. Il sopraffatto Aristobulo finì davanti al carro trionfale di Pompeo; ma Ircano, rimasto a Gerusalemme, finì in maniera anche più ignobile: divenne il fantoccio nelle mani del vero vincitore, l’idumeo Antipatro.


1 Storia d’Israele, Torino, 19495, vol. II, p. 356. Cfr. Tacito, Historiae V,9: “Nulla intus deum effigie vacuam sedem et inania arcana”.

Erode il Grande (37-4 a.C.)

Anche dopo la morte di Pompeo e l’avvento di Giulio Cesare, Antipatro continuò nella sua ascesa al potere; come ricompensa dell’aiuto dato a Cesare nella sua campagna d’Egitto, nel 47 venne nominato procuratore (epítropos) della Giudea e cittadino romano. Approfittando del suo strapotere, prima di morire avvelenato, egli assicurò una buona posizione ai suoi figli Fasaele ed Erode, designandoli rispettivamente come governatori (strategói) di Gerusalemme e di Galilea. Erode, poi soprannominato “il Grande” da Flavio Giuseppe, ottenne da Caio Cassio Longino anche il titolo di governatore della Celesiria e della Samaria. Una volta sedata una rivolta di Antigono, figlio di Aristobulo, Erode ebbe in sposa la figlia di Ircano Mariamme; per convolare a nozze con essa, dovette ripudiare la prima moglie Doride, con la quale si era precedentemente sposato.

Nel 40 i Parti occuparono la Siria romana e nominarono Antigono re di Giudea; Ircano venne reso inabile al sommo sacerdozio, Fasaele si uccise, ed Erode fuggì a Roma. Quest’ultimo, accordatosi con Antonio ed Ottaviano (Cesare era stato assassinato nel 44), ricevette il titolo di re di Giudea, e con l’aiuto dell’esercito romano riprese il controllo della Giudea nel 37; caso insolito nella storia delle conquiste romane, il re Antigono, privato del trono di Gerusalemme, venne fatto decapitare.

Ottenuto definitivamente tutto il potere nelle proprie mani, Erode fu sempre “amico e alleato” di Roma (per usare un’espressione dello storico di corte Nicola di Damasco), passando dopo la battaglia di Azio (31) dall’alleanza con Antonio a quella con Ottaviano Augusto, che gli concesse grande libertà nel governare.

Erode durante il suo regno (37-4 a.C) si distinse per le numerose opere monumentali di cui disseminò non solo il suo territorio, ma anche le regioni limitrofe: la munificenza del re rifulse soprattutto nell’ampliamento e abbellimento del Tempio di Gerusalemme, i cui lavori iniziarono nel 20 e terminarono solo nel 63; anche i discepoli di Gesù non poterono non ammirare i solidi basamenti dei sacri edifici costruiti da Erode1. Egli inoltre costruì e abbellì numerose città, come Cesarea, in onore di Augusto, ove fece anche costruire un palazzo che divenne la residenza del procuratore della Giudea (Cfr. At 23,352); Antipatride e Fasaelide in ricordo del padre e del fratello, Sebaste, Tiro, Sidone, Damasco e Rodi, spingendosi a lasciare memoria della propria grandezza sino ad Atene. Grande cura impiegò nell’edificazione e nel restauro di fortificazioni, Ircania, l’Alexandreion, Macheronte e Masada.

D’altra parte egli fu anche un re passato alla memoria per la sua ferocia: il ritratto di sovrano sanguinario è già presentato da Giuseppe Flavio, che lo chiama “uomo crudele verso tutti indistintamente, dominato dalla collera”3. Impressionante la lista delle sentenze di morte da lui pronunciate: nel 37, appena ottenuto il potere, fece assassinare il già ricordato Antigono e quarantacinque aristocratici del suo partito; nel 35 fece affogare in una piscina di Gerico il sommo sacerdote asmoneo Aristobulo, fratello di sua moglie Mariamme; nel 34 fece uccidere lo zio Giuseppe, che era anche marito di sua sorella Salome; nel 30 il vecchio Ircano II; nel 29 sua moglie Mariamme, per un pettegolezzo di corte, e la di lei madre Alessandra, a causa di una congiura; intorno al 25 manda a morte il nuovo marito della sorella Salome, Kostobar, ed alcuni partigiani degli Asmonei; nel 7, assieme a trecento ufficiali, i suoi figli Alessandro e Aristobulo che tornavano da Roma, nonostante le resistenze di Augusto (l’imperatore ebbe a dire, secondo Macrobio, che “è meglio essere un porco di Erode che un suo figlio”4); nel 4, cinque giorni prima della morte, fece uccidere anche l’altro suo figlio Antipatro, erede al trono designato, che voleva avvelenarlo. Il vangelo di Matteo attribuisce ad Erode anche la soppressione dei fanciulli dai due anni in giù nella zona di Betlemme, la cosiddetta strage degli innocenti5.

Le relazioni di Erode con Roma erano ottime: egli era considerato un re alleato e poté conservare il trono in quanto, come compendia Cicerone, “è sempre stato costume del popolo romano di restituire il regno anche ai vinti”6. Con il tempo, le limitazioni di potere e le imposizioni romane vennero meno: i tributi a Roma sparirono del tutto, le truppe romane abbandonarono la Giudea per non farvi ritorno se non alla morte del re, ad Erode fu data la pienezza dei poteri legislativi, amministrativi e giudiziari (il Sinedrio, depositario di tali poteri, ne venne esautorato e, a quanto pare, fu convocato una sola volta in più di trent’anni di regno).

Tuttavia, come ogni re vassallo di Roma, Erode fu sottoposto ad alcune limitazioni nell’esercizio del potere: non poteva coniare monete auree o argentee con il proprio nome, non aveva il potere capitale sui membri della propria famiglia, doveva sottoporre all’imperatore il nome del suo successore designato, non poteva muover autonomamente guerra. L’obbligo di far giurare ai suoi sudditi fedeltà all’imperatore, a causa dell’empietà di un tale giuramento agli occhi degli Ebrei, gli causò non pochi problemi.

Quanto alla sfera religiosa, Erode fu per lo più rispettoso dei costumi e delle tradizioni giudaiche: fu estremamente scrupoloso nella costruzione del Tempio, rispettandone lo stile e le misure tradizionali; non permise che esso fosse violato dall’ingresso di persone non autorizzate ad entrarvi, lui compreso, nemmeno per i lavori (per i quali fece addestrare i sacerdoti stessi); non utilizzò monete con effigi umane né introdusse trofei pagani; seguì la procedura giudaica anche per la pena di morte, limitandosi alla decapitazione, alla forca, al rogo e alla lapidazione, senza servirsi della romana crocifissione.

Tuttavia, nella sua vita personale e specie nelle città lontane da Gerusalemme, ancor più negli ultimi anni del regno, non si fece scrupolo di violare le giudaiche consuetudini: eresse templi pagani, depose e nominò a suo piacimento i sommi sacerdoti, violò la tomba di Davide, introdusse a corte un gran numero di Greci, fece educare due suoi figli a Roma, ebbe almeno dieci mogli, fino ad arrivare all’atto sconsiderato di far collocare contro la legge giudaica un’aquila d’oro sulla porta est del Tempio. Nei suoi ultimi giorni di vita, Mattia e Giuda, che avevano incitato alcuni giovani a rimuoverla, credendo che Erode fosse morto e quindi non più in grado di intervenire, vennero da lui mandati al rogo.

Durante il regno di Erode, la situazione economica conobbe un evidente miglioramento, e non mancarono gli interventi che provocarono il plauso del popolo: oltre al citato programma edilizio, la diminuzione delle tasse per i più poveri, il mantenimento dell’ordine pubblico, la dispensa dal giuramento di fedeltà di alcuni sudditi (tra cui gli Esseni), le opere commerciali e agricole. Si narra inoltre che durante una carestia il popolo venne sfamato e vestito grazie al suo oro personale. Le sue riforme dello stato e trasformazioni sociali lasciarono un segno duraturo; il sistema di riscossione fiscale affidata ai pubblicani, ricordata dai vangeli, fu da lui organizzato.

Nell’autunno del 5 il re cadde ammalato e dovette trasferirsi a Gerico ove nell’anno successivo, cinque giorni dopo l’uccisione di Antipatro suo figlio, morì. Correva l’anno 750 dalla fondazione di Roma.


1 Mc 13, 1: “Mentre usciva dal Tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!»

2 “Gli disse: «Ti ascolterò quando saranno giunti anche i tuoi accusatori». E ordinò che fosse custodito nel pretorio di Erode”.

3 Antichità giudaiche XVII, 191.

4 Melius est Erodis porcum esse quam filium (Saturnalia II, 4, 11). I porci, per lo meno, non venivano uccisi perché il giudaizzato Erode non poteva cibarsene.

5 Mt 2, 16: “ Allora Erode, vistosi ingannato dai Magi, si adirò fortemente e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e dei dintorni, dai due anni in giù, in considerazione del tempo preciso indicatogli dai Magi”.

6 Populus romanus etiam victis regibus regna reddere consuevit; Pro Sextio XXVI.

La successione di Erode

I tre figli maggiori di Erode (Alessandro e Aristobulo nati da Mariamme, Antipatro da Doride) erano stati da lui stesso eliminati; altri figli maschi sopravvissero al padre, tra i quali meritano di essere ricordati Archelao, Erode Antipa e Filippo, e l’Erode Filippo legittimo marito di Erodiade.

Erode il Grande nel suo terzo e ultimo testamento aveva nominato suo principale erede Archelao, figlio della samaritana Malthake, assegnandogli il regno di Giudea, la Samaria e l’Idumea; ad Erode Antipa, fratello di Archelao anche per parte di madre, toccavano la Galilea e la Perea, mentre a Filippo, la cui madre era la gerosolimitana Cleopatra, spettavano le regione settentrionali, ovvero la Traconitide, la Gaulanitide, la Batanea, l’Auranitide e l’Iturea.

Il testamento del re non poteva applicarsi se non con l’approvazione di Augusto; d’altra parte alla sua esecuzione si opponevano varie persone: Antipa, che nel precedente testamento era stato nominato erede universale, e molti autorevoli Giudei i quali, memori delle vessazioni del padre, avrebbero preferito passare direttamente sotto il governo romano. Subito dopo l’acclamazione di Archelao come successore di Erode, scoppiò la prima di una serie di sommosse che agitarono questo periodo: avendo Archelao rifiutato di allontanare dalla corte quei consiglieri che avevano istigato Erode a mandare a morte Mattia e Giuda per la questione dell’aquila d’oro, i maggiorenti della città organizzarono una rivolta, che Archelao fece soffocare nel sangue, causando tremila vittime.

A questo punto Archelao, Antipa e Salome (sorella del defunto Erode) partirono alla volta di Roma per dirimere la questione della successione. Nel frattempo in Giudea scoppiavano altre sommosse, tra le quali quelle capeggiate dal pastore Athrogenes, da un Alessandro che si spacciava per figlio di Erode, da Giuda il Gaulanita, figlio di quell’Eleazaro giustiziato quarantatré anni prima da Erode, e da un certo Simone, che si autoproclamò re. A calmar tutte queste agitazioni, calò dalla Siria Quintilio Varo, legato della Siria, spingendosi persino ad assaltare il Tempio; pare che abbia eretto duemila croci destinate ai sediziosi, lasciando una legione a Gerusalemme prima di ripartire per Antiochia. Tutte queste rivolte, a differenza della prima, erano di matrice popolare; tra gli umili si annoveravano gli unici sostenitori degli Erodi, ma sempre tra di essi scoppiavano le rivolte messianiche: un segno della complessità delle posizioni politiche del tempo.

Nell’Urbe, la lite per la successione era ancora nelle mani di Augusto, quando una ambasceria di cinquanta Giudei, sostenuta dagli Ebrei residenti a Roma, venne a implorare l’imperatore di liquidare la dinastia erodiana e di incorporare tutta la Palestina alla provincia di Siria, onde poter vivere tranquillamente secondo le tradizionali costumanze giudaiche sotto la protezione dell’impero.

Augusto, in prudente attesa di vedere lo sviluppo della situazione, decise di confermare il testamento di Erode; ma ad Archelao non venne riconosciuto il titolo regale, titolo che avrebbe dovuto assumere solamente dopo aver dato saggio della propria indole. A Salome, sorella del defunto Erode, andarono le città di Iamnia, Azoto e Fasaelide.

Archelao, quindi, ottenne il semplice titolo di etnarca (ethnárchês), ed i suoi fratelli Filippo ed Antipa furono confermati, in ossequio al testamento del padre, come tetrarchi (tetrárchês)1.


1 Le fonti, talora, tendono ad assegnare a tutti e tre il titolo regale (basilèus), che nessuno in effetti possedeva, interscambiandolo con quello corretto: l’evangelista Marco ad esempio chiama Erode Antipa “re” tutte le volte (6, 14); Matteo una sola volta (14, 9), mentre altrove usa il corretto titolo di “tetrarca” (14, 1), e così fa anche Luca (3, 19); Giovanni chiama “reale” l’ufficiale di Antipa (4, 46); Giuseppe Flavio dice che suo padre era nato “nel decimo anno del regno di Archelao” (Vita I, 5), ed esplicitamente lo chiama “re Archelao” (XVIII, 93). Tale costume di usare disinvoltamente le differenti designazioni, quasi fossero sinonimi, è espressione della tendenza popolare a conservare la terminologia tradizionale, senza curarsi troppo delle distinzioni. Per cui, nel linguaggio usuale, il termine “re” passa a designare tutti e tre i governanti.

Filippo (4 a.C. – 34 d.C.)

Il tetrarca Filippo ebbe il comando delle regioni settentrionali, ovvero la Traconitide, la Gaulanitide, la Batanea, l’Auranitide e l’Iturea, regioni abitate in larga misura da pagani.

Il suo regno fu il più tranquillo, caratterizzato da fedeltà a Roma. Anch’egli, come gli altri della dinastia di Erode, si acquistò fama di costruttore e ampliatore di diverse città, tra le quali ricordiamo Cesarea, prima chiamata Paneio; per distinguerla dall’altra Cesarea costruita dal padre (Cesarea di Palestina), verrà detta Cesarea di Filippo, ove avvenna la famosa “confessione” di Pietro1. Ricostruì anche Betsaida e la chiamò Giulia, in onore della figlia di Augusto.

La moglie di Filippo fu Salome, la giovane che fu causa della decapitazione di Giovanni Battista.

Alla sua morte, Tiberio ne annesse il territorio alla provincia di Siria, ma nel 38 per volontà di Caligola esso finì sotto lo scettro di Agrippa I.


1 Cfr. Mt 16, 13-16: "Giunto poi Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, si mise ad interrogare i suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?». Essi risposero: «Chi dice che sia Giovanni il Battista, chi Elia, chi Geremia o uno dei profeti». Dice loro: «Ma voi chi dite che io sia?». Prese la parola Simon Pietro e disse: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Archelao (4 a.C.– 6 d.C.)

Del breve governo di Archelao come etnarca conserviamo poche notizie, poiché a Giuseppe Flavio venne a mancare la sua fonte principale, lo storico Nicola di Damasco. Egli viene menzionato in Mt 2,22: Giuseppe teme di ritornare in Giudea con Maria ed il bambino, quando viene a sapere che è diventato re Archelao al posto del padre Erode1.

Appena tornato a Gerusalemme da Roma, depose il sommo sacerdote Ioazaro, accusandolo di non essere stato in grado di controllare Gerusalemme durante la sua assenza, e lo sostituì con il di lui fratello Eleazaro; anche questi sarà poi deposto, e sostituito da Gesù figlio di See.

Ripudiò la moglie Mariamme e sposò la cognata Glafira, vedova di suo fratello Alessandro. Rifabbricò sontuosamente la città di Gerico, e più a nord fondò Archelaide.

Inviso a molti, fu accusato innanzi ad Augusto da una commissione di Giudei e di Samaritani, quale re dispotico e crudele; di buon grado l’imperatore lo convocò a Roma e lo condannò ad andare in esilio a Vienna, in Gallia. La Giudea, annessa formalmente alla provincia imperiale di Siria, e quindi dipendente dal legato a capo di tale provincia, fu materialmente affidata ad un procuratore che abitualmente risiedeva a Cesarea.


1 “Ma quando seppe che in Giudea regnava Archelao, successo ad Erode suo padre, ebbe paura di recarsi là”.

Erode antipa (4 a.C. – 39 d.C.)

Non essendo riuscito a far valere il secondo testamento del padre, Antipa si dovette accontentare della tetrarchia della Galilea e della Perea. Nelle monete, in Giuseppe Flavio e nel Nuovo Testamento, egli è chiamato semplicemente Erode1, e questa omonimia con il padre diede talora adito a confusioni, già deplorate da Girolamo2.

Antipa si scelse come capitale della tetrarchia Sefforis, da allora detta Autocratoride o Cesarea, in seguito Diocesarea; più tardi si trasferì nella città da lui edificata sul lago di Genezareth, Tiberiade, in onore del nuovo imperatore Tiberio (14-37).

La moglie legittima di Antipa era una principessa nabatea, figlia del re Areta IV; questa moglie, però, venne da lui messa da parte per sposare Erodiade, una donna che egli aveva incontrato a Roma, forse nel 28, della quale si innamorò, e che fu la causa della sua rovina politica.

Erodiade, però, era nipote di Antipa, perché figlia del defunto fratellastro di lui Aristobulo; per giunta, essa era anche sua cognata, in quanto già maritata ad un altro suo fratellastro, di nome Erode Filippo, che era ancora in vita. La legge giudaica non permetteva che Antipa sposasse una sua nipote e cognata, vivente il marito legittimo; ma Erodiade tornò in Galilea al fianco dello zio Antipa assieme a Salome, la di lei figlia, che, andrà poi in sposa al tetrarca Filippo. La legittima moglie di Antipa, risaputa la cosa, fuggì dal padre Areta IV prima di essere ripudiata.

Giovanni Battista fu il solo ebreo che, nello sdegno generale, ebbe il coraggio di accusare pubblicamente Antipa di incesto, e per questo, oltre che per opportunità politica, venne arrestato e imprigionato a Macheronte. Dopo alcuni mesi, secondo i racconti degli evangelisti Matteo3 e Marco, la figlia di Erodiade, Salome, dopo aver danzato per il patrigno, chiese la testa del Battista su un vassoio al tetrarca, il quale le aveva promesso di esaudirla in ogni cosa; e, forse malvolentieri, egli fu costretto ad esaudirla. Anche Giuseppe Flavio parla di questa uccisione, ma la attribuisce piuttosto alla preoccupazione che destava il movimento di folla che si era creato attorno al Battista4.

A questo punto, il re nabateo Areta scese in campo a vendicare l’oltraggio subito dalla figlia; sconfisse militarmente Antipa nel 36, ed al tetrarca non rimase che ricorrere a Roma. Tiberio comandò il legato di Siria Vitellio di catturare vivo o morto Areta; ma questi obbediva malvolentieri, ostile come era ad Antipa. Giunto a Gerusalemme, venne a sapere che Tiberio era morto (16 marzo del 37): di qui il pretesto per fermare l’esercito, e non disturbare Areta.

Nel frattempo, il territorio già del tetrarca Filippo era stato assegnato dal nuovo imperatore Caligola (37-41) all’amico Erode Agrippa I, nipote di Antipa e fratello di Erodiade, con il titolo di re; quest’ultima, invidiosa, spinse Antipa a recarsi a Roma per ottenere la medesima dignità. Erode Agrippa, avuto il sentore di un colpo di mano, inviò a sua volta a Roma un liberto, con lettere accusatorie contro Antipa, accusandolo di trattative con i Parti: ottenne così non donativi e titoli regali, ma l’esilio a Lione nelle Gallie, assieme alla moglie Erodiade. La Perea e la Galilea, allora, passarono direttamente ad Agrippa.


1 Si veda ad esempio Lc 3, 19: “Il tetrarca Erode”.

2 In Matthaeum II, 22.

3 14,3-11: “ Ora Erode, dopo aver preso e messo in catene Giovanni, l'aveva gettato in carcere a causa di Erodiade, la moglie di suo fratello Filippo. Diceva infatti Giovanni: «Non ti è lecito tenerla!». Pur volendo metterlo a morte, era trattenuto dal timore del popolo che lo teneva per profeta. Una volta, in occasione del compleanno di Erode, la figlia di Erodiade danzò in pubblico e piacque tanto ad Erode, che con giuramento promise di darle qualunque cosa gli avesse chiesto. Ella perciò, istigata da sua madre, chiese: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».Il re ne fu contristato; ma a causa del giuramento e per riguardo ai commensali ordinò che fosse accolta la sua richiesta e mandò ad uccidere Giovanni nel carcere. La sua testa fu portata su un vassoio e consegnata alla fanciulla e questa la porse a sua madre”. Cfr. Mc 6,14-19.

4 Antiquitates XVIII, 118-119: “Temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. E [Giovanni] per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso”.

Prima amministrazione romana (6-41)

La Giudea fu annessa direttamente all’impero ed affidata al governo di un procuratore o prefetto, subordinato al legato della provincia imperiale di Siria Sulpicio Quirinio1. Tuttavia, non fu un’annessione piena, ma una subordinazione di poteri, in quanto il procurator di Giudea avrebbe governato direttamente, solamente vigilato nel suo operato dal suo vicino superiore.

Il primo procuratore fu Coponio (6-9), che assieme a Quirinio compì il consueto censimento, che serviva allo scopo di porre le basi per la futura riscossione delle tasse; solo l’intervento del sommo sacerdote Ioazaro, già deposto una volta da Archelao, riuscì a evitare una sommossa di rivolta al censimento. Ma la rivolta che non scoppiò in Giudea scoppiò in Galilea, a causa di un certo Giuda di Gamala che dette il via ad una sommossa di tipo messianico, calando a Gerusalemme e trovando l’appoggio di alcuni farisei, con a capo Saddok. In nome di uno zelo nell’applicazione della legge che doveva ormai necessariamente passare attraverso la lotta armata, costituirono così un movimento di liberazione della Palestina. La repressione che ne seguì fu esemplare.

L’unica altra notizia di questo periodo di procuratorato, è la profanazione del Tempio da parte di alcuni samaritani che vi introdussero delle ossa umane nel giorno di Pasqua, raccontataci da Giuseppe Flavio.

Sotto il governo di Marco Ambivio o Ambibulo (9-12) morì Salome, sorella di Erode il Grande, che lasciò i suoi beni a Livia, moglie di Augusto, e sotto quello di Annio Rufo (12-15) morì Augusto.

Il procuratore nominato dal nuovo imperatore Tiberio, Valerio Grato, resse la provincia dal 15 al 26, ed ebbe poca fortuna nei rapporti con i sommi sacerdoti: infatti, deposto subito Anano (l’Anna dei vangeli), in quattro anni gli diede quattro successori, Ismaele, Eleazaro, Simone e Giuseppe detto Caifa.


1 È citato da Luca (2,2) in proposito del censimento: “ Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria”. Questa notizia fa difficoltà, poiché conosciamo solo un censimento di Quirino avvenuto nel 6 d.C., anni dopo la nascita di Gesù. Sono state date varie spiegazioni a questo problema (due censimenti diversi, oppure censimento generale di tutto l’impero che in Palestina venne organizzato da Quirino).

Ponzio Pilato (26-36)

La decennale amministrazione di Pilato e la sua persona sono presentate in cattiva luce sia da Giuseppe Flavio, sia da Filone Alessandrino; i vangeli sono forse la fonte a lui meno ostile. In Filone abbiamo la descrizione che ne fece il re Agrippa I, dipingendolo come venale, violento, angariatore e tirannico nel suo governo; egli lo biasima innanzitutto per il suo carattere inflessibile, ostinato e crudele, ma ancor di più per le “le innumerevoli e continue uccisioni”1.

Secondo Giuseppe, uno dei suoi primi atti di governo fu l’ordine impartito ai soldati che da Cesarea si recavano a Gerusalemme di entrarvi portando seco, per la prima volta, le insegne con l’effigie dell’imperatore; lo fece nottetempo, per mettere i Giudei davanti al fatto compiuto. Il giorno appresso, costernati da tanta profanazione, molti Giudei corsero a Cesarea per implorare la rimozione delle insegne, “prostrati per cinque giorni e cinque notti”; Pilato, irritato da tale insistenza, li fece circondare dai soldati con le spade sguainate. Ma essi, “come se fossero già d’accordo, si gettarono giù in massa, e inchinato il collo si gridarono pronti a farsi ammazzare piuttosto che trasgredire la legge. Straordinariamente impressionato da così potente religiosità, Pilato comandò di portar subito via le insegne da Gerusalemme”2.

Più tardi, il governatore si permise di attingere al tesoro del Tempio per finanziare la costruzione di un acquedotto, cosa che provocò diverse manifestazioni della folla; allora Pilato, travestiti alcuni soldati da Giudei e sparpagliatili tra la gente, fece prendere a randellate i manifestanti3.

Un’altra volta, racconta Filone, il governatore espose certi scudi dorati con il nome dell’imperatore al palazzo di Erode a Gerusalemme; ma questa volta, i nobili protestarono direttamente con l’imperatore, il quale ingiunse a Pilato di rimuovere gli scudi e farli appendere nel tempio di Augusto a Cesarea4. Questa arrendevolezza di Tiberio ci fa ipotizzare che ciò sia avvenuto solo dopo la morte di Seiano (31), onnipresente ministro di Tiberio e nemico dei Giudei, e probabilmente anche dopo l’uccisione di Gesù.

Nel processo a Gesù gli accusatori del Sinedrio contano sulla sua fedeltà all’imperatore, e presentano Gesù come un sovversivo che si vuole sostituire a Cesare5; Pilato invece pare essere riluttante a condannarlo6. Egli fa scrivere sulla croce il motivo della condanna, e nonostante la protesta dei sacerdoti, non permette che essa sia modificata7. Dietro richiesta di Giuseppe di Arimatea, concede il cadavere di Gesù per la sepoltura8.

Alla fine, Pilato stesso fu la vittima del suo modo di governare; nel 35 uno pseudoprofeta samaritano promise ai suoi seguaci che avrebbe mostrato loro gli arredi del Tempio di Mosè, che si credevano nascosti nel monte Garizim. Il governatore, raggiunta la sommità del monte, fece trucidare un gran numero di presenti, e in seguito mise a morte i più ragguardevoli tra quelli che aveva arrestato. La comunità samaritana, allora, presentò formale protesta al legato di Siria, Vitellio, diretto superiore di Pilato; egli l’accolse con premura, perché i Samaritani erano noti per la loro fedeltà a Roma, destituì Pilato e lo mandò a Roma a discolparsi9. Correva l’anno 36. Ma quando Pilato giunse a Roma, trovò che Tiberio era morto (16 marzo 37). In che modo finì il condannatore di Gesù, è ignoto alla storia: alcuni lo fanno suicida (stante il vezzo di Caligola di far suicidare i colpevoli, non è impossibile), mentre la successiva leggenda gli attribuì mirabolanti avventure, destinandolo ora all’inferno, ora al paradiso come santo.


1 Legatio ad Caium CCCII, 4. Ed. L. Cohn - S. Reiter, Berlin, 1915.

2 Bellum Iudaicum II, 174. Cfr. Antiquitates Iudaicae XVIII, 55-59.

3 Antiquitates Iudaicae XVIII, 60-62. Bellum Iudaicum II, 175-177.

4 Legatio ad Caium CCXCIX-CCCVI.

5 Gv 19,12: “ Da quel momento Pilato cercava di liberarlo. Ma i Giudei continuavano a gridare: «Se tu liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare».

6 Mt 27,23-24: «Ma che male ha fatto?». Ed essi gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla e che, anzi, stava sorgendo un tumulto, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla folla dicendo: «Sono innocente del sangue di questo giusto: voi ne risponderete».

7 Gv 19,19-22: «  Pilato aveva scritto anche un cartello e l'aveva posto sopra la croce. Vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» […]I sacerdoti-capi dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non lasciare scritto: "Il re dei Giudei", ma scrivi: "Costui disse: sono il re dei Giudei"». Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto».

8 Mt 27,57-58: “ Quando fu sera, venne un uomo ricco di Arimatea, di nome Giuseppe, il quale era anch'egli discepolo di Gesù; egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Pilato ordinò che gli fosse consegnato”.

9 Antiquitates Iudaicae XVIII, 85-89.

Fino alla restaurazione del regno (36-41)

Dei successori di Pilato sappiamo solamente che Vitellio “mandò uno dei suoi amici, Marcello, perché fosse governatore della Giudea”1, e che Caligola “manda Marullo come procuratore in Giudea”2. Dal fatto che il nome Marullo è assai raro, e per altri motivi, si è pensato che forse possa trattarsi della stessa persona, nominata da Vitellio per conto di Tiberio e confermata da Caligola.

In questo tempo, invece, passarono in primo piano i magistrati romani di Siria ed Egitto, e il medesimo nuovo imperatore Caligola (37-41).

Per la Pasqua del 36 Vitellio salì a Gerusalemme, condonò alcune tasse e restituì al Tempio il parato solenne del sommo sacerdote che era da tempo conservato nella fortezza Antonia.

Al tempo di Caligola, esercitò un influsso veramente notevole sulle cose di Palestina il legato della Siria Publio Petronio (39-42); suo è il merito di aver temporeggiato sino alla morte dell’imperatore riguardo all’esecuzione di un suo insano ordine, l’erezione di una statua d’oro nel Tempio di Gerusalemme. Già la popolazione pagana di Iamnia sul litorale filisteo aveva innalzato un’ara all’imperatore, distrutta dai Giudei; Caligola, informato del fatto, ordinò nel 40 di riedificarlo ancor più sontuoso, e di collocare la statua nel Tempio. Il legato Petronio, ben conscio delle conseguenze che l’atto sacrilego avrebbe portato, per due volte cercò di dilazionare l’esecuzione di tal ordine adducendo varie scuse; l’imperatore, in un eccesso di sdegno gli ingiunse di togliersi la vita a causa della sua renitenza, ma fortunosamente l’ordine giunse a destinazione quando Caligola era già stato assassinato il 24 gennaio del 41.

Ad Alessandria d’Egitto abitava da secoli una numerosissima comunità di Giudei; dall’inizio dell’impero di Caligola, il prefetto d’Egitto Avillio Flacco, ostile ai Giudei, si diede a favorire atti contrari alla loro sensibilità. Il primo atto fu l’erezione di statue nelle sinagoghe della città, poi l’eliminazione dei loro vecchi privilegi, la cacciata in massa dalle loro case, i saccheggi, le uccisioni, le profanazioni; questi atti riportarono alla memoria dei Giudei la politica di Antioco Epifane, che due secoli prima si era macchiato di delitti simili. Ma nello stesso anno 41, dietro accusa del re Agrippa I, amico dell’imperatore e sovrano dei territori un tempo governati dal tetrarca Filippo e da Erode Antipa, Flacco venne rimosso e relegato nell’isola di Andro, ove fu ucciso.

Dopo la sostituzione, si recò a Roma una delegazione giudaica capeggiata dal filosofo Filone (autore del più volte nominato In Flaccum contro il soprannominato prefetto), e subito dopo un’altra delegazione greca guidata da quell’Apione contro il quale è diretta una apologia di Giuseppe Flavio; solo alla morte di Caligola, il successore Claudio (41-54) restituì i privilegi ai Giudei, e la pace ad Alessandria. Tra il resto, Claudio il 10 novembre del 41 fece promulgare ad Alessandria una lettera, copia della quale fu ritrovata nel 1924, nella quale rifiutava il culto divino, riconfermava la libertà religiosa e imponeva la mutua tolleranza fra pagani e Giudei3.


1 Antiquitates Iudaicae XVIII, 89.

2 Antiquitates Iudaicae XVIII, 237.

3 H. I. BELL, Jews and Christians in Egypt, London, 1924, p. 25.

Il regno di Agrippa I (41-44)

Marco Giulio Agrippa, detto anche Erode Agrippa, nato nel 10 a.C., era nipote di Erode il Grande, figlio di quell’Aristobulo ucciso dal padre nel 7 a.C., e sua madre era Berenice figlia di Salome. Il nonno aveva disposto che fossero educati a Roma, in compagnia di Claudio il futuro imperatore. Caduto progressivamente in povertà, dopo un periodo in Palestina al servizio di Antipa, ritornò a Roma nel 36 e strinse amicizia con Gaio, il futuro Caligola.

Un giorno, rivolse all’amico l’augurio di succedere sul trono imperiale; saputolo, il regnante Tiberio lo fece mettere in catene, ove rimase per sei mesi. Alla morte di Tiberio l’amico Caligola, divenuto realmente imperatore, gli donò una catena d’oro dello stesso peso di quella portata in carcere, e gli fece dono delle insegne pretorie. Con il titolo, nel 38, egli ottenne anche la tetrarchia di Filippo e quella di Lisania nella regione di Abila. Giunto in Palestina, avendo suscitato l’invidia di Erodiade moglie di Antipa, che desiderava quei territori per il marito, ottenne in seguito alla di lui deposizione per volontà di Caligola anche la Galilea e la Perea. Sfruttando il momento opportuno, ottenne anche il piccolo regno della Calcide per suo fratello Erode.

Nel 40, tornato a Roma per la questione della statua imperiale, divenne gradito all’imperatore Claudio, che abolì la provincia di Giudea, e la trasferì nei suoi poteri, dotandolo della potestà consolare. Così, il regno di Erode il Grande venne ricostituito nelle mani del suo nipote, nel 41.

Agrippa si diede alla pratica scrupolosa e zelante della religione giudaica, cercando di rendersi gradito alla corrente farisaica; anche la persecuzione della nascente comunità cristiana, culminata con l’arresto di Pietro e l’uccisione dell’apostolo Giacomo (Cfr. At 12,1-3)1, è forse un modo per accattivarsi la folla. Tuttavia, fuori dalla Giudea, a cominciare dalla sua residenza Cesarea, non si fece scrupolo di erigere statue, istituire ludi gladiatorii, edificare un anfiteatro a Beyrouth, battere moneta con effigie umana.

Sua è la costruzione del grande muro di Agrippa, che però non fu portato a termine forse a causa di un divieto imposto da Roma.

La morte, raccontata da Luca2 e da Giuseppe Flavio3, lo colse nel 44 a Cesarea.

Claudio affidò il governo ad un nuovo procuratore romano, Cuspio Fado, ristabilendo la vecchia provincia, in quanto il figlio di Agrippa era stato giudicato troppo giovane ed inesperto per succedere al padre.


1 “ Verso quel tempo il re Erode prese a maltrattare alcuni membri della Chiesa. Fece morire di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, mandò ad arrestare anche Pietro”.

2 At 12, 19-23.

3 Antiquitates Iudaicae XIX, 343-350.

Agrippa II (49-dopo il 92)

Marco Giulio Agrippa II (detto il Giovane) era figlio di Agrippa I. La nomina a re l’ebbe nel 48, come successore dello zio Erode di Calcide, che aveva ottenuto anche la sovrintendenza del Tempio di Gerusalemme e il diritto di nomina del sommo sacerdote; nel 53 fece una vantaggiosa permuta di territorio, restituendo al legato di Siria la Calcide e ricevendo in cambio le tetrarchie di Filippo, di Lisania, e una piccola eparchia posseduta da Varo. A questi territori, Nerone (54-68) aggiunse anche nel 55 altre parti della Galilea e della Perea, ovvero Tiberiade e Tarichea, e Bethsaida Giulia con 14 centri minori; il vassallo si sdebitò subito mutando il nome della capitale Cesarea in Neroniade, ma questo nome cadde presto in disuso.

Durante la carica di sovrintendente del Tempio nominò sei sommi sacerdoti e si fece costruire sul palazzo degli Asmonei un alto osservatorio per poter spiare quanto avveniva nel Tempio: irritati, i sacerdoti fecero costruire un muro che gli togliesse la visuale; sorte contestazioni, la cosa fu deferita a Nerone, e per suo comando il muro poté rimanere.

Fra le molte opere di restauro, egli intraprese un restauro del Tempio, e fece lastricare di pietra bianca le piazze della città, per dare lavoro agli operai rimasti disoccupati alla fine della fabbrica del santuario.

È assai celebre l’incontro di Agrippa con l’apostolo Paolo a Cesarea, mentre egli era tenuto in catene per ordine del procuratore Felice, nel quale Paolo fa della propria vita e dottrina un’apologia così energica, da ben disporre il re (At 25-26).

A tale incontro era presente anche la sorella Giulia Berenice, chiamata “grande regina”; essa intratteneva una relazione incestuosa col fratello, di cui si prese gioco persino Giovenale (in seguito ne ebbe un’altra con Tito, che si diceva volesse persino sposarla, ma che invece la ricacciò per ben due volte, sebbene a malincuore).

Alle prime avvisaglie della guerra romana contro i Giudei, egli cercò ed ottenne inizialmente di mantenere la pace; dopo alcuni successi, fu scacciato da Gerusalemme a sassate, per aver esortato il popolo a tollerare ancora il procuratore Floro. Tornato a Cesarea, per aver inviato tremila cavalieri di rinforzo a Gerusalemme, perdette il palazzo reale, incendiatogli dai rivoltosi della sua città.

Scoppiata la guerra, egli si schierò apertamente con i Romani, tanto che gli si ribellarono le città di Tiberiade, Tarichea e Gamala; ma Vespasiano lo aiutò a riconquistarle, e nel 75, a guerra finita, venne ricompensato per la sua fedeltà con la dignità pretoria e aumenti di territorio.

Fu in corrispondenza sia con Giuseppe Flavio, presso il quale insistette perché scrivesse una storia della grande guerra, sia con l’antagonista Giusto di Tiberiade, da lui liberato durante le ostilità. Agrippa II morì dopo il 92.

Seconda amministrazione romana (44-66)

Il secondo periodo di amministrazione procuratoria romana in Giudea, che andò dalla morte di Agrippa I all’inizio della grande guerra giudaica, nel suo insieme fu assai diverso e peggiore del precedente.

Anzitutto il territorio era più esteso, in quanto prima essa comprendeva la vecchia etnarchia di Archelao (Idumea, Giudea e Samaria), mentre le altre parti restavano sotto il governo di Filippo e Antipa; ora, invece, tutto il regno di Agrippa I, che superava quello di Erode il Grande a causa della Lisania, fu dato a nuovi procuratori, sempre con residenza a Cesarea. Questo stato di cose perdurò fino al 53, quando i territori di Filippo e Lisania vennero dati ad Agrippa II.

Inoltre, le condizioni del governo erano sempre più difficili, perché da una parte il popolo era sempre più intollerante del giogo straniero, e dall’altra i procuratori non fecero nulla per farsi amare, anzi, indispettirono sempre più i Giudei. Escatologia e messianismo, tensioni religiose e politiche, si univano a formare una miscela esplosiva.

Dei primi tre procuratori, non si hanno notizie: il primo fu Cuspio Fado, che mandò a morte Teuda, un predicatore che aveva promesso ai suoi seguaci di far loro attraversare il Giordano dopo averne diviso le acque, come Mosè nel Mar Rosso (At 5,361). Il secondo fu Tiberio Giulio Alessandro, durante i cui anni vi fu una terribile carestia, ed il terzo Ventidio Cumano. Sotto il governo di quest’ultimo, vi furono sommosse a causa di alcuni atti sacrileghi e soprusi. A causa di una guerra civile tra Giudei e Samaritani, in cui i rivoltosi Giudei erano capeggiati da certi Eleazaro e Alessandro, si rinnovò la ormai solita prassi di ricorso al governatore di Siria e l’invio a Cesare, ove Cumano venne esiliato, e i Samaritani rivoltosi giustiziati.

Il successore Antonio Felice (52-60), un liberto (cosa che fu criticata aspramente da Tacito2) scelto per intercessione del sommo sacerdote Jonathan, si trovò a fronteggiare il partito sempre più attivo degli Zeloti. Suo merito fu la cattura del brigante Eleazaro. Egli esitò altresì a stroncare sul nascere ogni movimento messianico, uno dei quali fu quello dell’egiziano che promise di distruggere con un cenno le mura della città. L’apostolo Paolo verrà scambiato una volta per costui3, e sarà anche da Felice messo in carcere.

Il procuratore perseguitò con ogni mezzo gli Zeloti e i Sicari, ma non esitò a servirsene per far assassinare lo stesso pontefice che aveva favorito la sua elezione.

Una disputa tra i Giudei e i Pagani di Cesarea, poiché i primi pretendevano la cittadinanza, finì anche questa volta con massacri e con due delegazioni a Cesare, fatto che procurò la sostituzione di Felice con Porcio Festo (60 è la data più probabile, ma è assai discussa)4.

Festo (60-61,62) trovò la regione a lui affidata in uno stato di semianarchia, e continuò la caccia dei rivoltosi; anch’egli poi ebbe a che fare con predicatori di instaurazione messianica. Ma, tutto sommato, fu governatore corretto: per merito suo andò a buon fine una disputa tra Agrippa II e i sacerdoti a proposito di un muro del Tempio. Con Paolo fu equo, e lo inviò a Roma per l’appello a Cesare5.

Nell’intervallo tra la morte del procuratore e l’invio del suo successore, il sommo pontefice Anano (Anna), figlio dell’Anna che compare nella passione di Gesù, approfittò della vacanza politica per mandare a morte alcune persone che odiava, tra cui Giacomo il Minore (detto Giacomo fratello del Signore), capo del gruppo dei seguaci di Gesù a Gerusalemme6; per questo, il pontefice si meritò la deposizione.

Il successore Lucceio Albino (61,62-64,65), si rivelò per la Giudea un disastro: Giuseppe Flavio lo descrive come scellerato e ladro. Quando seppe che il suo successore era in viaggio per sostituirlo, svuotò le carceri ammazzando alcuni prigionieri, altri liberandoli dietro compenso; così, dice Giuseppe, “la prigione fu vuota di carcerati, ma il paese fu pieno di ladri”7.

Nonostante tutto, quando grazie alla benevolenza di Poppea arrivò il nuovo procuratore Gessio Floro (64-66), i Giudei rimpiansero il precedente; la sua condotta ingiusta verso i provinciali venne ostentata come pompa, la collaborazione coi briganti era evidente.

Nel frattempo un certo Gesù figlio di Anano, secondo i racconti di Giuseppe, non cessava di gridare dalle mura del Tempio “Guai a Gerusalemme!”

Quando nella pasqua del 66 il legato di Siria Cestio Gallo salì a Gerusalemme, una ingente folla di Giudei si lagnò dell’iniquo governatore, ma senza ottenere ascolto. A maggio del 66, da Roma giunse la sentenza imperiale circa la vertenza tra i pagani e i giudei di Cesarea scoppiata sotto Felice, infausta per i Giudei. La notizia a Gerusalemme infiammò gli animi; e contribuì a scaldarli il furto di 17 talenti dal tesoro del Tempio da parte di Floro, per i quali i Giudei lo schernirono come un poveraccio. Floro, allora, fece uccidere e flagellare un gran numero di patrizi Giudei, senza neppur risparmiare i cittadini romani.

L’ultimo oltraggio fu l’imposizione al popolo di salutare le truppe che uscivano o entravano in città; essi, loro malgrado, si sottomisero a farlo, ma Floro, desideroso di discordia, ordinò ai soldati di non rispondere altrettanto. Dalla rivolta da qui scaturita, le truppe stavolta ebbero la peggio; molti Giudei si rifugiarono nel Tempio, e lo isolarono dalla fortezza Antonia.

Farisei e Sadducei cercavano una mediazione, Zeloti e Sicari volevano la battaglia; la mediazione di Agrippa II, accorso ad implorare la pace, ebbe breve fortuna. Nel contempo, Nerone negava ai Giudei la cittadinanza di Cesarea, contribuendo in tal modo ad infiammare gli animi.

La decisione di non compiere più nel Tempio il quotidiano sacrificio per l’imperatore, fu l’offesa che segnò l’inizio delle ostilità.


1 “Infatti tempo fa venne fuori Teuda, che si spacciava per un personaggio straordinario, e gli andò dietro un gran numero di uomini, quasi quattrocento. Ma quando fu ucciso, tutti i suoi aderenti furono dispersi e si ridussero a nulla”.

2 Historiae V, 9.

3 At 21, 38: “Allora non sei quell'Egiziano che in questi ultimi tempi ha sobillato e condotto nel deserto i quattromila ribelli?”

4 Cfr. U. HOLZMEISTER, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, Casale, 1950, pp. 107-112.

5 At 26, 31-32.

6 Antiquitates Iudaicae XX, 200.

7 Antiquitates Iudaicae XX, 215.

Prima guerra giudaica (66-74)

Agrippa era subito ritornato nella sua regione, avendo inviato tremila cavalieri a presidio di Gerusalemme; essi, però, si trovarono immediatamente accerchiati, e si rifugiarono nella fortezza di Erode con i Romani. Usciti di lì dietro promessa di salvacondotto, vennero invece massacrati, assieme al pacifista pontefice Anania. Nell’ottobre-novembre del 66 Cestio Gallo, legato della Siria, calò in Palestina con la legione XII Fulminata e con altre truppe ausiliari, incendiando alcune città e tentando un assalto al Tempio, fallito; ritiratosi, venne inseguito dai Giudei i quali ad Antipatride uccisero circa seimila soldati, e tornarono in città carichi di preda e trionfanti. Il successo ottenuto non fece altro che eccitare le speranze dei rivoltosi; alcuni Giudei, allora, preferirono sfollare e mettersi in salvo. È molto probabile che risalga a questo momento la fuga dei Cristiani a Pella, secondo quanto predetto da Gesù1, di cui ci parlano gli storici Eusebio ed Epifanio2.

A Gerusalemme vennero nominati capitani Giuseppe figlio di Gorione e il sommo sacerdote del 62 Anano; tra i comandanti delle altre toparchie spicca Giuseppe, il futuro storico dei medesimi avvenimenti. Si prepararono fortificazioni, si fece incetta di grano, e si finì il muro di Agrippa I. Frattanto gli Zeloti occupavano le fortezze di Masada, Macheronte e Gerico.

La notizia della rotta di Cestio raggiunse nel 67 Nerone; egli sostituì il legato di Siria con Vespasiano, e lo incaricò, coadiuvato dal figlio Tito, di riportare la pace. Con tre legioni, la V Macedonica, la X Fretensis e la XV Apollinaris, più altre truppe alleate, egli sbarcò a Tolemaide e avanzò verso la Galilea con circa 60.000 uomini. Le truppe di Giuseppe, timorose, si diedero alla fuga, ed i rimanenti ripararono a Iotapata. Espugnata la piazzaforte dopo 47 giorni, Vespasiano distrusse la città, e Giuseppe si nascose in una cisterna per sfuggire alla morte. Trovato e condotto davanti al generale Vespasiano, gli predisse la carica imperiale, ottenendo il suo compiacimento e la vita: resterà in custodia dei romani, legato da una catena per due anni, fino all’avverarsi della profezia, quando potrà riottenere la libertà.

Nel frattempo, le città della Giudea cadevano una dopo l’altra; a Gerusalemme imperversavano i rivoltosi Zeloti al comando di Giovanni di Ghiscala, che elessero a sommo sacerdote lo zotico Phanni; i sommi sacerdoti Giovanni, Anano e Gesù vennero uccisi. Mentre i gerosolimitani si azzannavano a vicenda, con gli Idumei per un certo periodo accorsi in aiuto degli Zeloti, Vespasiano attendeva il momento opportuno per il contrattacco; invero il primo luglio del 69 veniva proclamato imperatore (lo sarà sino al 79) e partiva alla volta di Roma, lasciando in Palestina il figlio Tito.

Verso la Pasqua del 70, Tito raggiunse Gerusalemme, e lentamente iniziò a circondarla ed a superarne le difese esterne, costruendovi poi intorno un muro, per isolarla dall’esterno e prenderla per la fame. Venne presa la fortezza Antonia, forse il 2 luglio, e rasa al suolo; il sacrificio del Tempio venne interrotto per mancanza di personale, e da allora non venne mai più offerto.

Contro la volontà di Tito, a causa di un tizzone ardente gettato dentro una apertura, il Tempio venne incendiato e devastato, probabilmente il 6 agosto; Tito fece appena in tempo ad entrare nel Santo dei Santi, come aveva fatto Pompeo un secolo prima.

Presa la città bassa, l’esercito si volse alla regione alta, ove si trovava Giovanni di Ghiscala, fuggito con alcuni tesori ed il paludamento pontificale. Catturato, farà parte del corteo trionfale a Roma, ricordato dall’arco di Tito. Tito, in seguito, succederà al padre nell’impero (79-81).

La città venne totalmente distrutta; l’offerta al Tempio venne tramutata in offerta al tempio di Giove sul Campidoglio, vennero fatti 97.000 prigionieri venduti come schiavi. La Palestina venne dichiarata proprietà di Vespasiano, che ne distribuì molte terre ai veterani, e la Giudea divenne provincia imperiale con Lucilio Basso per legato. Basso si occupò di espugnare l’Herodium e la fortezza di Macheronte, mentre il suo successore Flavio Silva si impadronì nella primavera del 73 della fortezza di Masada, i cui assediati si diedero la morte l’un l’altro. Degli Zeloti, molti fuggirono in Egitto e a Cirene, continuando le agitazioni, ma vennero messi in breve a tacere.


1 Lc 21, 20-23: “Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia”.

2 Historia Ecclesiastica III, 5, 3: “Secondo un oracolo comunicato per rivelazione, era stato ordinato ai fedeli di Gerusalemme di sfollare dalla capitale e di abitare in una città della Perea chiamata Pella”. Epifanio dice che “furono avvisati tutti da un angelo” (Adversus haereses XXIX, 7, 8; XXX, 2, 7).

Seconda insurrezione giudaica (115-117)

Sotto l’impero di Tito, Domiziano (81-96) e Nerva (96-98), vi fu tranquillità in Palestina; tuttavia, la distruzione di Gerusalemme non aveva del tutto sopito la spinta rivoluzionaria, che si ripresentò quasi un cinquantennio più tardi. La grande prova a cui erano stati sottoposti i Giudei, faceva pensare ad alcuni ad una imminente venuta del Messia liberatore.

Mentre l’imperatore Traiano (98-117) conduceva le sue gloriose campagne contro i Parti al di là del Tigri, scoppiò la rivolta tra i Giudei lungo tutta una striscia dal Tigri sino a Cirene, ove i Giudei fremevano ripensando alla sconfitta del 70 e anelavano alla ricostruzione messianica della loro nazione. I Giudei di Alessandria e dell’Egitto, e quelli di Cirene, si sollevarono nel 115 con violenza contro i loro compaesani non circoncisi; nel frattempo, Traiano scampava fortunosamente ad uno spaventoso terremoto ad Antiochia, un evento che venne interpretato dagli insorti come un segno rivelatore dell’imminente venuta del Messia, e contribuì ad intensificarne le speranze.

La sollevazione si propagò su larghissima zona, soprattutto nelle città di Tebe, Alessandria, Cipro e Cirene, e venne sedata con fatica dall’esercito romano guidato da Marcio Turbone nel 116. Lo stesso avveniva in Mesopotamia mentre Traiano era a Ctesifonte; la rivolta fu osteggiata con maggior vigore dalle truppe di Lusio Quieto, che mise a ferro e fuoco le città di Nisibi, Seleucia ed Edessa, per poi recarsi in Palestina come governatore. A Gerusalemme, che era rimasta probabilmente estranea alla rivolta, la popolazione era cresciuta dopo la distruzione del 70, e si pensava alla ricostruzione; consta che tra le rovine del Tempio si svolgessero pii pellegrinaggi.

Ultima guerra giudaica (132-135)

Il successore di Traiano, Adriano (117-138), abbandonò la politica del suo predecessore, e si ritirò non solo dalla guerra con i Parti, ma anche dalle regioni recentemente conquistate, riportando i confini dell’impero sull’Eufrate; tale atteggiamento suscitò il disappunto dei generali di Traiano, molti dei quali vennero rimossi e talora eliminati: Lusio Quieto e Marcio Turbone furono trasferiti il primo a Roma e il secondo in Mauritania.

Intanto l’imperatore viaggiava per tutto l’impero a sincerarsi della condizione dei suoi possedimenti, seguito da uno stuolo di agrimensori, ingegneri ed esperti costruttori, per progettare migliorie e ricostruzioni ove fosse necessario; di qui il soprannome di restitutor stampato su alcune sue monete.

Quanto a Gerusalemme, ordinò che fosse riedificata col nome di Colonia Aelia Capitolina, in stile ellenistico e con un tempio di Giove in luogo del vecchio Tempio ebraico. Così in un colpo le speranze riportateci dagli Oracoli sibillini, in cui si vagheggiava un Adriano novello Ciro, riedificatore del Tempio giudaico, lasciarono il posto alla realtà: non un novello Ciro, ma un novello Antioco Epifane. Nel frattempo veniva vietata con decreto la circoncisione, sotto la pena capitale disposta dalla lex Cornelia de sicariis et veneficis; ciò avvenne non in odio verso i Giudei, ma in ossequio ad una applicazione di princìpi giuridici fissati in quel periodo nel diritto romano. Tuttavia, entrambi i provvedimenti spinsero ad una rivolta non inferiore a quella del 70, anche se purtroppo le testimonianze storiche in merito ad essa sono meno precise, mancando il resoconto di Giuseppe Flavio.

La sommossa iniziò quando l’imperatore partì per la Grecia, nel 132, sotto la guida di Simone Bar Kokhebhah, che da alcuni, tra i quali spiccava il grande rabbi Aqiba, venne preso per il Re Messia. La tradizione rabbinica non accenna a miracoli da lui operati; secondo Giustino1 ed Eusebio2 perseguitò in qualche modo i Cristiani a motivo della loro neutralità nella battaglia e della loro ostinazione nel ritenere Gesù il Messia.

Secondo l’antica tattica maccabaica, i rivoltosi occuparono e fortificarono rocce, caverne e dirupi, ed approntarono trincee, trasformando tutta la Giudea in un campo di battaglia; il legato di Giudea Tineio (Tiranno) Rufo, fu costretto ad una graduale ritirata, dopo aver abbandonato Gerusalemme, nella quale Bar Kokhebhah incominciò a battere moneta con scritte inneggianti alla liberazione di Israele, e cercò di attendere alla ricostruzione del Tempio. Né l’accorso legato di Siria Publicio Marcello servì a cambiare la situazione.

Adriano chiamò allora dalla Britannia il suo migliore generale Giulio Severo, e si recò egli stesso a ispezionare il teatro delle operazioni, preparando assieme all’architetto Apollodoro piani di attacco delle fortificazioni israelite. La battaglia fu assai faticosa, e la difesa alquanto tenace; ma le truppe romane ebbero la meglio, e costrinsero Bar Kokhebhah a riparare nell’ultima fortezza a lui rimasta, quella di Bethar, odierno Bittir; là venne assediato, debellato passato a fil di spada nella prima metà del 135.

Dagli scritti di Dione Cassio risulta che la repressione fece assai più vittime che all’epoca di Tito, circa 600.000 persone; gli schiavi giudei messi in vendita furono numerosissimi, a tal punto che, a causa dell’abbondanza della merce, sui mercati di Hebron, Gaza ed Egitto uno schiavo ed un cavallo costavano lo stesso.

Dopo aver causato quello che Dione definì un deserto, Adriano procedette senz’altri ostacoli all’edificazione di Elia Capitolina su modello ellenistico, con un nuovo assetto e bagni, teatro, templi ed edifici pubblici. Sulla porta meridionale della città fu innalzata come trofeo l’effigie del porco, emblema della legione X Fretensis; sulle rovine del Tempio venne eretto un sacello a Giove Capitolino, con una statua equestre dell’imperatore; nella regione del sepolcro di Gesù sorse un tempio ad Afrodite.

Ai Giudei superstiti fu proibito sotto pena di morte di metter piede sul posto dell’antica Gerusalemme, cosicché ad essi, secondo le parole di Tertulliano, “venne solamente permesso di guardarla cogli occhi da lontano”3. Se prima era impossibile per un pagano entrare nel Tempio, ora è impossibile per un Giudeo entrare nella sua città santa, ove il Sancta sanctorum era stato sostituito dalla statua di Giove.

Così il Ricciotti concludeva la sua storia d’Israele, nel commentarne il triste epilogo: “Da quel giorno i Giudei hanno avuto per città il mondo intero, e per Tempio il proprio cuore”4.


1 Apologia I, 31.

2 Chronicon II, 168 ss.

3 Adversus Iudaeos XIII.

4 G. RICCIOTTI, Storia d’Israele, Torino, 19495, vol. II, p. 539.

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