Agorà. Note per la visione
Data: Domenica, 29 maggio 2011 @ 00:00:00 CEST
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


 

Agorà di Alejandro Amenábar. Con Rachel Weisz (Ipazia), Max Minghella (Davo), Oscar Isaac (Oreste), Rupert Evans (Sinesio). Durata 128 min. Spagna 2009.

Recensione a cura di Francesco Pieri.



 

Parlare di Agorà di Alejandro Amenábar su di un sito dedicato alla storia del cristianesimo[1], che si distingue per il puntiglio di smantellare i falsi storici… Conoscendo le posizioni anti-cristiane di questa pellicola, qualcuno si starà già domandando se si tratterà di un mea culpa per le colpe storiche della Chiesa, oppure di un’operazione di apologetica. Certo questo film non è uno spettacolo che lasci indifferenti, se appena un anno fa circolava l’immancabile ipotesi di una macchinazione vaticana per non farlo uscire in Italia.

Si tratta di una pellicola realizzata senza risparmio di mezzi economici e tecnici, specie per le scene di massa e la persuasiva ricostruzione dell’antica Alessandria. È stato anche definito l’ultimo kolossal europeo. In effetti, opere del genere sembrano ormai alla portata delle sole produzioni americane[2]. Alla grandiosità delle immagini ben corrispondono le brucianti “passioni” dei protagonisti: quella amorosa, non corrisposta, per Ipazia da parte dei suoi allievi Oreste e Davo; quella religiosa dei cristiani, ormai trionfanti su pagani ed ebrei, nell’epoca teodosiana che vuole il cristianesimo unica religione dell’Impero; sopra tutte però quella scientifica della stessa Ipazia, inesausta scrutatrice dei cieli. Alle scene di massa tumultuose e drammatiche – che vedono tra l’altro i cristiani distruggere il Serapeo con l’annessa biblioteca e aggredire gli ebrei inermi riuniti nel teatro durante lo shabbat – si contrappone la serena quiete dello studiolo di Ipazia, ove ella cerca di scoprire il segreto della semplice bellezza del cosmo, della “musica” dei cieli. La filosofa è pervasa da una fede incrollabile nell’armonia del mondo: una prospettiva insieme scientifica e magico-religiosa che risale a Pitagora e Platone. Una fede tanto totalizzante da riempire l’esistenza, come significa la sua drastica scelta celibataria, fatalmente quasi incomprensibile agli altri. La densa sceneggiatura dello stesso Amenàbar e di Mateo Gil non evita di forzare – del tutto consapevolmente – i dati storici pur di accrescere il valore emblematico del personaggio. Indagando il moto dei pianeti, nel corso del film Ipazia abbandona gli epicicli di Tolomeo per riscoprire le teorie eliocentriche di Aristarco; dimostra sperimentalmente la plausibilità del moto della Terra; soppianta i moti circolari degli “erranti” con le ellissi ricavate dal cono di Apollonio. Con il suo eliocentrismo Ipazia incarna evidentemente Galileo, così come le critiche aprioristiche del suo discepolo Sinesio rappresentano l’opposizione inquisitoria; precorre inoltre (del tutto fantasiosamente, e almeno questo una didascalia del film lo dichiara) le ellittiche di Keplero; fondendo poi questi due aspetti nella sua persona, prefigura in un certo senso la gravitazione universale di Newton, sintesi delle meccaniche celeste e terrestre descritte dai due predecessori.

Sul versante ecclesiastico impera il più cupo oscurantismo. L’anatema che il vescovo Cirillo lancia pubblicamente contro di lei è apertis verbis l’atto fondatore della “caccia alle streghe”, giustificata in modo pseudo-teologico dai passi delle lettere paoline che vietano alle donne di insegnare e le condannano alla sottomissione. L’esilio della comunità ebraica da Alessandria, voluto da Cirillo, diviene una sorta di Endlosung, “soluzione finale” che mira all’estirpazione della stessa razza. A questo punto penso che nessuno si stupirebbe se si esprimessero in tedesco i “monaci” parabálani, neri esecutori materiali di questo comando, che si aggirano tra le pire dei corpi con lugubre croci pendenti al collo teorizzando: “Dio è dalla nostra parte”. E come dimenticare la scena dell’assalto al Serapeo, in cui si avverte tutta la ruvida, ostile estraneità alla raffinata cultura greco-romana delle folle inferocite che scandiscono ossessivamente, come una fatwa, il terrificante grido Allelu-Ja! Fin troppo facile leggere in filigrana l’incubo di un’Europa che, ormai invecchiata sotto il peso della sua cultura e priva di slancio, paventa la propria debolezza di fronte al fondamentalismo islamico.

Mi sono persuaso che proprio i ripetuti, palesi anacronismi costituiscano la chiave interpretativa del film: questa non è soltanto la ricostruzione di un periodo convulso della tarda antichità, ma una parabola dell’Occidente. Non sono in gioco solo i diritti della scienza – di cui lo studio dei cieli è emblema grandioso anche per il suo evidente potenziale di demitizzazione del soprannaturale – ma del pensiero umano, della sua libertà e laicità. Del resto il personaggio di Ipazia ha conosciuto una lunga storia di riletture in tal senso: è stata di volta in volta antipapista (una volta tanto che il vescovo di Roma non c’entra per nulla…) secondo il protestantesimo, razionalista secondo l’illuminismo, liberale e laicista per la massoneria… [3]. Alla libertà della ricerca e del pensiero si oppone il fanatismo, ogni fanatismo, ma alla religione spetta senza dubbio il ruolo di capofila. Dalla storia ci giunge dunque questo preciso avvertimento per il futuro e il film vuole ricordarcelo: ogni pretesa di portare una verità rivelata e universale, implicherà sempre la reciproca convinzione del non-diritto ad esistere dell’errore (scientifico, religioso, teologico) e la tendenza a far prevalere tale “verità” con tutti gli strumenti, compresi l’esercizio tirannico del potere, la violenza e l’omicidio.

In un dialogo con Sinesio, che è divenuto nel frattempo vescovo di Cirene, Ipazia respinge con pacata fermezza l’invito a farsi cristiana, motivando il suo rifiuto con questa dichiarazione assai rivelatrice: “Tu non puoi dubitare di ciò in cui credi… io devo”. Proprio in tale prospettiva, decisamente troppo schematica, sta il punto più debole del pensiero sottostante alla sceneggiatura. Come se la scienza (inclusa quella moderna e sperimentale) non avesse i suoi, più o meno confessati, dogmatismi e reciprocamente la fede non fosse un’inesauribile ricerca, nella consapevolezza che ogni verità, soprattutto quella su Dio, ci sovrasta sempre infinitamente…

Scelgo di concludere con sei enunciati, quasi in forma di tesi, ciascuno dei quali meriterebbe almeno un articolo, un corso accademico o un libro.

1)  L’impossibile laicità. È un grave errore di prospettiva storica ritenere che il politeismo sincretista greco-romano, con la sua tendenza a includere tutti gli dèi delle popolazioni sottomesse, equivalesse alla “laicità” moderna. Per il mondo antico la religione aveva una funzione essenzialmente civile, costitutiva dell’ethos sociale. Perciò il culto, cioè i sacrifici, erano garantiti anche economicamente dallo Stato. Se si prescinde dai culti misterici (che, come il cristianesimo, non vennero mai integrati nel Pantheon ufficiale) la religione non rispondeva affatto ad un bisogno individuale di salvezza e di significato per l’esistenza, non era oggetto di fides, cioè di affidamento e fiducia da parte dell’individuo. Suo compito era quello di assicurare alla collettività la pax deorum.

2)  L’abbraccio mortale. Teodosio congiunse la vocazione universale del cristianesimo al progetto politico dell’Impero per farne l’instrumentum regni. Fu proprio in applicazione delle leggi civili da lui promulgate che i sacrifici vennero proibiti e molti templi distrutti, o reimpiegati come chiese. Il cristianesimo, erede del monoteismo ebraico, portava con sé la “gelosia” del Dio di Israele. Il suo reclutamento del cristianesimo come religione imperiale segnò una profonda discontinuità rispetto alle sue origini: fu per certi aspetti un abbraccio mortale, che rese spesso quasi irriconoscibile il carattere essenzialmente liberante della predicazione di Gesù. La vera grandezza storica del cristianesimo non sta tuttavia nell’aver benedetto imperi e regni, ma nell’avere – malgrado tutto – fondato il moderno primato della coscienza e della soggettività. In definitiva, proprio ciò che sta alla base dei valori moderni di libertà religiosa e di laicità.

3)  Un confronto intellettuale. La polemica dei cristiani contro l’idolatria pagana si caratterizzò fin dal II secolo in senso intellettualistico, assai più che fideista. Gli apologeti non furono – come i parabalàni evocati dal film – grossolani imbonitori, abili nel fare presa sulla superstizione popolare, ma personalità in grado di rivolgersi ai pagani colti su di un terreno comune. La filosofia, specialmente il platonismo, fu intesa dai cristiani come veicolo privilegiato nel confronto col paganesimo. E questo, pur sopravvivendo a se stesso nelle sue manifestazioni esteriori, era già da tempo in crisi soprattutto presso gli intellettuali, che provavano un vero imbarazzo per la tradizionale maniera, antropomorfica e immorale, in cui erano presentate le divinità e perciò simpatizzavano spesso per un monoteismo razionale.

4)  Cristianesimo e classicità. Con buona pace di Agorà e de Il nome della rosa, l’atteggiamento di gran lunga prevalente del cristianesimo nei confronti della cultura classica fu di conservazione e trasmissione. Le opere dello stesso Cirillo dimostrano una conoscenza tutt’altro che superficiale della cultura classica ed ellenistica; non per nulla si è plausibilmente ipotizzato che anch’egli sia stato uditore di Ipazia. Parimenti il caso di Sinesio di Cirene sta a dimostrare che le élites cristiane, candidate a fornire la classe dirigente ecclesiastica, si formavano nei maggiori centri di cultura e presso i maestri pagani più rinomati. Il cristianesimo non fu la fede dell’unico Libro, né dell’unica interpretazione: ciò vale soprattutto per Alessandria, ove preesisteva una secolare tradizione filologica e scientifica di cui beneficiarono (ben prima di Cirillo) uomini come Clemente, Origene, Didimo… La distruzione del Serapeo fu certo una pagina nera nella storia della cultura, giacché vi era annessa una biblioteca, resa ancor più importante dalla distruzione della grande biblioteca alessandrina[4]. Ma non è onesto sostenere che fosse presa di mira la cultura scritta in quanto tale, tanto meno in quanto “pagana”[5].

5)  Gli ebrei tra pagani e cristiani. L’avversione nei confronti dell’ebraismo è un dato culturale già ampiamente presente nella cultura romana. Proprio ad Alessandria, attorno al 38 d.C. (epoca certo non sospetta di cristianesimo) si svolse quello che viene considerato il primo pogrom antiebraico della storia: la comunità ebraica vi era profondamente integrata, ma insieme temuta e odiata per la sua irriducibile alterità religiosa e la sua potenza economica. Due monumenti culturali dell’ebraismo alessandrino divennero ben presto un patrimonio essenzialmente cristiano: si tratta della traduzione in greco della Bibbia, che sarà detta “dei LXX”, e della sua interpretazione allegorica, in chiave platonica, ad opera di Filone. La continuità e il debito culturale con la religione madre erano certo avvertiti con tutta evidenza dai primi credenti in Cristo. Man mano che la comunità cristiana, sempre più composta da gentili, ebbe perso la consapevolezza della propria “radice”, sul diffuso sentimento anti-ebraico si innestarono argomenti di maldestra teologia, tutti riecheggiati nel film, quali: la colpevole cecità di fronte alle profezie su Cristo, l’accusa di deicidio, la perdita del diritto alla terra. A parere non solo mio, è questa oggi l’eredità più imbarazzante della tradizione patristica, anche se certo non tutta la comprensione teologica dell’ebraismo da parte del cristianesimo antico si può ridurre a questi motivi polemici.

6)  Cirillo. Perché santo e dottore? Dopo quanto detto sulla distruzione del Serapeo, aggiungiamo riguardo all’uccisione di Ipazia che non vi sono elementi certi per fare di Cirillo il suo mandante diretto, anche se ebbe certo una responsabilità indiretta. Essa fu opera di fanatici cristiani i quali ritennero di venire incontro alla crescente gelosia nei suoi confronti da parte del vescovo; questi a sua volta probabilmente mal sopportava il perdurante influsso esercitato da Ipazia sul prefetto augustale Oreste, come se ciò lo sottraesse al suo più diretto controllo. Non si tratta certo di nobili sentimenti cristiani. Né può costituire un’attenuante il fatto che nel 415 Ipazia dovesse apparire una matura e veneranda matrona piuttosto che la cover girl presentata dal film. Che poi un vescovo non eretico fosse destinato, dopo la sua morte, a essere proposto come modello e ricevere un culto era nella Chiesa antica un fatto pressoché scontato. Non si prevedevano, come nel cattolicesimo post-tridentino, una “fama di santità” né un’inchiesta tesa a provare la “eroicità delle virtù”. L’importanza storica di Cirillo è soprattutto legata alla sua teologia dell’incarnazione, che egli sviluppò in opposizione a Nestorio, e in particolare all’aver imposto durante il concilio di Efeso (431) la pertinenza dell’appellativo di “madre di Dio” che la tradizione popolare già riservava a Maria. Il titolo di “dottore della Chiesa” – di cui non esiste il corrispettivo nella tradizione orientale – gli venne invece attribuito tardivamente (1882) da Leone XIII. Nonostante i metodi poco ortodossi da lui utilizzati per far trionfare in sede conciliare la propria dottrina siano, fin dall’antichità, ben noti agli storici.

 


[1] Il presente contributo è stato pubblicato, con lievi varianti redazionali e il titolo «Tesi su Ipazia», sulla rivista I Martedì 1/35 (2011), pp. 36–40 a cura del Centro San Domenico (Bologna).

[2] Tra i contributi critici si segnala quello particolarmente interessante, anche sotto il profilo prettamente cinematografico, di Giorgio Avezzù, «“E i mondi ancora si volgono sotto i suoi piedi bianchi”. Ipazia e Agorà di Alejandro Amenábar», Dionysus ex machina. Rivista online di studi sul teatro antico I (2010), 334–346. La rivista contiene una sezione dedicata al cinema sul mondo antico, curata da Luigi Spina.

[3] Ripercorre, oltre alle fonti storiche, anche il lungo “mito” letterario e artistico di Ipazia il saggio di S. Ronchey, Ipazia. La vera storia, Milano 2010, in particolare le pp. 69–122, capitolo che sta sotto il titolo eloquente di “Tradire i fatti”.

[4] Non prendiamo qui posizione circa l’epoca della sua distruzione: le ipotesi spaziano dalla conquista romana dell’Egitto (epoca di Cesare) all’invasione araba (VI sec.). Probabilmente ognuna delle numerose proposte ha una sua parte di verità e la perdita definitiva della biblioteca non avvenne in un solo momento.

[5] Mi sembra quindi esagerata la conflittualità con cui Luciano Canfora (estremizzando alcune provocazioni di Girolamo sulla sufficienza della institutio biblica) caratterizza il rapporto dei cristiani con la cultura classica. Mi riferisco al dibattito su “Ipazia - Una donna per la libertà, la scienza, contro ogni fanatismo” tenutosi il 14 aprile 2010 presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, con interventi anche di G. Caramore, G. Giorello, A. Gnoli, C. Ossola, S. Ronchey. L’intervento è visibile sul sito dell'Istituto.







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