Silvio Barbaglia, Il digiuno di Gesù all’ultima cena
Data: Giovedì, 19 aprile 2012 @ 07:20:00 CEST
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


 

Silvio Barbaglia, Il digiuno di Gesù all’ultima cena. Confronto con le tesi di J. Ratzinger e di J. Meier, Assisi, Cittadella Editrice, 2011.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il libro che presentiamo all’attenzione dei nostri lettori, scritto da Silvio Barbaglia, biblista, docente di Antico e Nuovo Testamento presso lo Studio Teologico “San Gaudenzio” e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Novara, è interessante per diverse ragioni. In primo luogo, l’argomento scelto, ovvero l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli, ha assunto ormai, almeno nel mondo occidentale, un valore che ha varcato gli stretti confini religiosi e che si potrebbe addirittura definire “archetipico”. Penso che sia quasi superfluo, ad esempio, menzionare l’importanza che questo soggetto ha acquisito per secoli nel campo dell’arte; non è poi un caso se, in un contesto come quello odierno, laico e secolarizzato, Massimo Recalcati, il più noto esponente in Italia della corrente psicoanalitica che si rifà alla scuola di Jacques Lacan, abbia intitolato un suo interessante saggio sulla bulimia e l’anoressia “L’ultima cena”. Ma, volendo analizzare il volume di Barbaglia da un punto di vista più propriamente esegetico, mi sembra che i punti da evidenziare siano in modo particolare due: il metodo scelto e le tesi sostenute, entrambi originali, anche se non costituiscono una novità assoluta.

Approcciando più da vicino il nostro testo, si può notare che, dopo una breve Prefazione, affidata a Romano Penna, il libro di snoda attorno a cinque brevi capitoli, preceduti da una Premessa e da una Introduzione e seguiti da un capitolo conclusivo e dalla Bibliografia, significativa se consideriamo la brevità del saggio.

Nella Premessa l’autore enuncia subito le due tesi fondamentali: “L’Ultima cena di Gesù fu veramente una cena pasquale secondo il calendario delle feste giudaiche e in quell’ultima cena, tanto desiderata, Gesù decise di astenersi dal mangiare il cibo pasquale”. Ora, se anche i lettori meno ferrati saranno sorpresi dall’affermazione del “digiuno di Gesù” – come recita anche il titolo dell’opera stessa –, quelli più esperti avranno subito compreso come anche la prima affermazione si ponga “in controtendenza rispetto alla gran parte degli esegeti contemporanei” – per citare lo stesso Barbaglia – poiché “oggi la maggioranza degli studiosi è convinta che il banchetto ultimo di Gesù non avvenne in un contesto di cena pasquale ebraica”.

Nell’Introduzione, che può essere considerata una sorta di approfondimento di quanto enunciato in sede di Premessa, Barbaglia esplicita i due autori che costituiscono i termini del confronto lungo l’itinerario da lui proposto nel presente saggio. Da una parte l’esegeta americano John Meier, noto per la sua monumentale opera di “rivisitazione” del Gesù storico, pubblicata in Italia in più volumi col titolo Un ebreo Marginale, può essere considerato degno rappresentante della posizione oggi dominante all’interno dell’esegesi del NT per quanto concerne il tema in oggetto: l’ultima cena, stando alla maggioranza degli esegeti, non sarebbe stata una cena pasquale secondo il calendario giudaico e, pertanto, la tradizione contenuta nel Vangelo di Giovanni sarebbe storicamente più affidabile rispetto a quella proposta dai Sinottici. L’altro autore è Joseph Ratzinger, di cui Barbaglia accoglie “l’impostazione ermeneutica e metodologica” enunciata dallo stesso papa Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazareth, che va sotto il nome di “approccio canonico”. È proprio attraverso tale prospettiva di lettura che, secondo Barbaglia, è possibile “superare lo iato, apparentemente incolmabile, della duplice tradizione nel racconto degli eventi”, concludendo che anche per Giovanni l’ultima cena deve considerarsi a tutti gli effetti una cena pasquale.

Il Primo capitolo approfondisce un aspetto curioso del tema trattato nell’Introduzione. Gli orientamenti di Meier e Ratzinger, pur essendo notevolmente diversi, anzi agli antipodi, registrano curiosamente le medesime conclusioni per quanto concerne la natura dell’ultima cena: anche per Ratzinger, cioè, l’ultima cena non può considerarsi una cena pasquale e, dunque, anche per lui, la cronologia giovannea risulta più credibile, dal punto di vista storico, di quella dei Sinottici. L’originalità del saggio di Barbaglia è evidenziata anche dal fatto che, per il nostro autore, la fondamentale differenza dell’approccio che propone, rispetto alla prospettiva storico-critica rappresentata da Meier, ha come esito una visione radicalmente diversa dei termini della questione: l’approccio canonico consentirebbe di concludere che anche il quarto evangelista intendeva l’ultima cena di Gesù come una cena pasquale; la divergenza riscontrata sarebbe solo frutto di un errore di interpretazione.

Ma quali sono le caratteristiche di una “lettura canonica” della Bibbia? A tale domanda è dedicato il secondo capitolo. Sintetizzando, possiamo enumerare tre tratti fondamentali. 1) l’impossibilità di separare storia e fede. È questa una costatazione che cerca di far sempre più breccia all’interno degli studi sul “Gesù della storia”, grazie ad autori come R. Bauckham e J. Dunn – citati in una nota da Barbaglia; per quanto riguarda J. Dunn rinviamo i nostri lettori alle recensioni pubblicate su questo sito. Dunque, anche alcuni studiosi che si riconoscono in una prospettiva storico-critica, sono sempre più sensibili al fatto che l’intreccio di storia e fede qualifica l’essenza della tradizione confluita nei Vangeli e, più in generale, nell’intero NT, con conseguenze destinate a modificare considerevolmente l’ottica con cui si conduce la ricerca sul “Gesù della storia” e che potrebbero essere riassunte nella seguente domanda: 1) il cosiddetto “Gesù storico” si situa dietro ai testi oppure è raggiungibile attraverso di essi? 2) Il primato della “cosa del testo” sulla “cosa della storia”. L’autore segnala che l’approccio canonico si pone come obiettivo il raggiungimento della “referenza testuale/storica”, non il “referente storico”, che – precisa Barbaglia in una nota – “non è raggiungibile, in quanto appartenente a una dimensione extra-testuale lontana nel tempo che si è data in determinate condizioni spazio-temporali”. In altri termini, in luogo di una ricostruzione pur sempre ipotetica dei fatti del passato (= “referente storico”), oggetto della ricerca storico-critica, la lettura canonica giudica maggiormente attendibile, nella ricostruzione del passato, l’immagine che scaturisce dalla testimonianza globale dei documenti (“referenza storico/testuale”). Inoltre, abbracciare una prospettiva canonica significa non solo riconoscere che “l’accoglienza di un testo come sacro nel canone lo differenziava in autorità rispetto agli altri”, ma anche ammettere che la disposizione dei testi, lungi dall’essere casuale, disegna un preciso itinerario di lettura. 3) L’imprescindibile riferimento al contesto socio-storico e culturale entro il quale un testo è nato. Crediamo che, al riguardo, sia opportuno lasciar parlare l’autore stesso: “Solo una sintonia che passa attraverso le istanze culturali di base, condivise e presupposte dalla redazione originaria dei Vangeli e l’accoglienza partecipativa […] della sfida che emerge dal messaggio, fanno del lettore un lettore competente, capace di verificare la veridicità delle cose espresse nel testo”, e ancora: “Il contributo delle conoscenze storiche, sociologiche, archeologiche e di ogni altro aspetto che aiuti il ‘lettore reale’ in quanto interprete ad avvicinarsi maggiormente all’immagine del ‘lettore implicito o ideale’ del testo evangelico, appare non solo importante ma assolutamente necessario. Non esiste serio approccio canonico alle Scritture avulso dalla conoscenza e dall’appropriazione delle idee, dei fatti e dei fenomeni che hanno segnato il contesto genetico del testo stesso”.

Il capitolo terzo è dedicato alla rappresentazione dell’Ultima cena nei tre Vangeli Sinottici. Conformemente a quanto enunciato nel capitolo precedente – vedi sopra al n. 2) –, il punto di partenza dell’analisi è costituito dal Vangelo di Matteo: infatti, nella prospettiva canonica, l’itinerario di lettura è dato anzitutto dalla disposizione dei testi all’interno del canone, prima ancora che dalla priorità cronologica. Inoltre, Barbaglia segnala subito ai lettori di fare riferimento “in più punti alla vasta documentazione e alla riflessione esegetica di Joachim Jeremias nella sua monografia sulle Parole dell’ultima cena”, definita dal nostro autore come “un testo imprescindibile […] e, per molti aspetti, ancora oggi insuperato”. Il merito dell’insigne esegeta luterano, oltre alla capillarità della sua analisi (chi ha letto Jeremias non può che concordare: si tratta di una prerogativa riscontrabile in tutte le opere del celebre studioso tedesco) risulta essere, nel caso presente, l’avere sostenuto e difeso la tesi del carattere pasquale dell’Ultima cena. Ma c’è di più. È di Jeremias anche l’ipotesi del “digiuno di Gesù all’ultima cena”. Il ruolo di Barbaglia è dunque quello di avere riproposto e approfondito questi due assunti, nel tentativo di conferire loro nuove pezze d’appoggio all’interno di una originale prospettiva di lettura. Il punto saliente di questo capitolo è costituito, a mio modo di vedere, dall’interpretazione del racconto lucano, che espliciterebbe un dato già presente in Matteo e in Marco: “Il motivo del digiuno [di Gesù] alla cena pasquale con i suoi è svelato in questo passaggio esattamente nella posizione del ‘servo’ ricoperta da Gesù: io sono in mezzo a voi (commensali) come colui che serve! Il servo non mangia perché deve servire i commensali!”. Si comprende anche il motivo per cui l’autore conclude così il capitolo: “Non poteva esserci migliore preparazione alla prospettiva di lettura dell’ultima cena interpretata dal quarto evangelista”; in effetti, è facile cogliere, a partire dalla lettura di Barbaglia del testo lucano, l’eco del noto episodio della “Lavanda dei piedi” (Gv 13, 1 – 20).

 È possibile leggere il capitolo quarto come una sorta di “capitolo di raccordo” in cui l’autore illustra le connessioni intertestuali tra i racconti dell’Ultima cena dei Sinottici e le allusioni e i riferimenti del quarto Vangelo che rimandano alla festività ebraica della Pasqua. Barbaglia può così enunciare la tesi che verrà debitamente approfondita nell’ultimo capitolo: “Il Vangelo di Giovanni, al seguito della lettura dei sinottici, […] si palesa come un’informazione complementare e di sviluppo rispetto a quelle finora comprese”.

Il quinto capitolo è il più lungo e anche quello più denso e dettagliato. Pretendere di riassumerlo in maniera esaustiva nel breve spazio di una recensione è impresa molto ardua. È preferibile piuttosto esporre la tesi principale dell’autore, lasciando poi che ciascun lettore si cimenti con la dimostrazione particolareggiata che ci viene proposta. Dunque, Barbaglia, attraverso l’itinerario di lettura canonico, propone al lettore l’assunto secondo cui la differenza tra la cronologia esposta dai Vangeli Sinottici e quella presentata dal quarto Vangelo deriverebbe principalmente dal fraintendimento del versetto di Gv 18,28. Tale malinteso avrebbe successivamente orientato in modo decisivo l’esegesi, al punto da accordare fiducia alla cronologia giovannea, ritenuta più attendibile dal punto di vista storico. In realtà, una volta chiarito il malinteso di fondo, l’apparente disaccordo tra i Sinottici e Giovanni cade: di conseguenza, anche per il quarto evangelista, l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli fu, a tutti gli effetti, una cena pasquale.

Molto utile è a mio avviso il capitolo conclusivo. Consiglierei a chi legge il nostro libro per la prima volta di dedicarsi a questo capitolo subito dopo avere letto la Premessa e l’Introduzione. Il motivo del mio suggerimento consiste nel fatto che questa parte finale fornisce una preziosa sintesi sia per quanto concerne il risultato, sia per quanto riguarda il metodo e può quindi utilmente orientare il lettore nei passaggi, talora estremamente articolati, proposti dall’autore.

La valutazione globale di un saggio come questo non è semplice. È l’autore stesso che nella premessa dichiara: “È probabile che all’ampiezza di testo non eccessiva nello svolgimento dei temi – si tratta di un piccolo libro – non corrisponda un’auspicata facilità di lettura. E di questo chiedo scusa al lettore, cosciente di sottoporlo a prove di pazienza nel seguire i meandri tracciati dai dati e dalle articolazioni logiche dei ragionamenti a essi sottesi”. Dunque un testo che, per ammissione dello stesso Barbaglia, non si presta ad una facile lettura, ma che, al tempo stesso, cerca di offrire “un contributo di carattere scientifico a questioni che toccano la fede, la tradizione, il culto e la pietas del popolo di Dio”. In ogni caso, l’autore è pronto a fornire ai lettori strumenti utili per la comprensione, – ad es., le pericopi in greco vengono sempre tradotte; questo agevola il lettore meno esperto, ma permette contemporaneamente a quello più preparato di verificare direttamente il testo originale. Il libro è poi corredato da un apparato di note, insieme ricco e sintetico, generalmente fruibile indipendentemente dal livello dei singoli lettori. Occorre poi riconoscere a Barbaglia l’audacia nel (ri)proporre determinate tesi in contrasto con l’orientamento attuale degli studiosi, approfondendole entro un quadro metodologico-ermeneutico dichiarato in partenza, il tutto sorretto da uno sforzo continuo di dimostrazione delle tesi proposte. L’aspetto che, a parer mio, presta maggiormente il fianco a critiche potrebbe essere esposto a partire dalla seguente considerazione. Man mano che si procede nella lettura del saggio, si ha come l’impressione che l’impalcatura ermeneutico-metodologica da cui è sorretto coincida in realtà con una petitio principii, alla base della quale vi è l’affermazione secondo cui, essendo già i Vangeli stessi, in ultima analisi, una ricostruzione della figura di Gesù, questa risulterebbe “più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni” (così Ratzinger nell’opera menzionata sopra, citato da Barbaglia). Ma questo non è forse un elemento che attende di essere dimostrato? In altri termini, mi domando se, per citare ancora Ratzinger, la “fiducia nei Vangeli” non debba costituire, all’interno di uno studio scientifico, il punto di arrivo, anziché un’assunzione aprioristica. Tale questione fa emergere, a sua volta, un ulteriore interrogativo: fino a che punto una ricerca che pretende di raggiungere una qualche “forma di oggettività storica” può rinunciare ad un tentativo, seppure ipotetico, di ricostruzione puntuale (= il “referente storico”) per interessarsi unicamente alla rappresentazione dominante che emergerebbe dalle fonti (= la “referenza storico/testuale”)? Il presente saggio, dunque, oltre ai meriti che abbiamo cercato di evidenziare, affronta e risolve secondo una prospettiva personale (e non da tutti condivisa) alcuni fondamentali problemi metodologici che si inseriscono prepotentemente nel dibattito storico-esegetico contemporaneo.







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