R. Pesch, Simon Pietro
Data: Sabato, 03 novembre 2012 @ 01:30:00 CET
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


 

R. Pesch, Simon Pietro. Storia e importanza storica del primo discepolo di Gesù Cristo, Queriniana, Brescia, 2008; ediz. orig. Simon Petrus. Geschichte und geschichtliche Bedeutung des ersten Jüngers Jesu Christi, Anton Hiersmann, Stuttgart, 1980.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il pubblico italiano può finalmente leggere nella nostra lingua uno dei testi chiave della ricerca su Simon Pietro. Scritto nel lontano 1980 da Rudolf Pesch, biblista cattolico di fama mondiale, scomparso nel gennaio del 2011, il testo che qui presentiamo all’attenzione dei nostri lettori, risulta, nei suoi aspetti fondamentali, sorprendentemente attuale, nonostante la bibliografia su Pietro, nell’arco di 32 anni, si sia arricchita in modo considerevole.

Dopo una breve Prefazione, nella quale si mette in evidenza che il volume, nell’edizione originale tedesca, trova la sua collocazione all’interno di una vastissima collana dedicata dall’editore Anton Hiersmann al tema “Papi e Papato”, il libro si snoda attorno a quattro densissimi capitoli e si conclude con una ricca bibliografia (risalente al 1980) e con l’indice dei passi citati (biblici ed extracanonici).

Il primo capitolo, significativamente intitolato Il Simone storico e il Pietro della fede, è dedicato alla questione metodologica. Il nostro autore, criticando lo scetticismo allora in voga sia all’interno dell’esegesi protestante che di quella cattolica, sostiene la possibilità di scrivere una “biografia” di Simon Pietro e di porla a fondamento delle “immagini” che essa produce, sfruttando in modo particolare le fonti neotestamentarie, senza disdegnare gli scritti extracanonici, preziosi in special modo per lo studio della morte di Pietro. Il Pesch mette inoltre in risalto, in questo capitolo introduttivo, lo stretto legame tra la ricerca sul “Gesù storico” e quella sul “Simone storico”, sia a livello metodologico che contenutistico, non fosse altro perché la vicenda di Simon Pietro acquista senso alla luce della sua chiamata al seguito di Gesù.

Il secondo capitolo, dal titolo La storia di Simon Pietro, è suddiviso in due parti: 1) “La storia del primo discepolo fino alla morte del Maestro”. 2) “La storia del primo apostolo fino alla sua morte”. Mi è certamente impossibile, nel breve spazio di questa recensione, riassumere dettagliatamente le opinioni dell’autore: il volume nel suo insieme è un’autentica miniera di informazioni, nella quale è possibile ritrovare tutti i punti fondamentali che hanno caratterizzato, e caratterizzano, la ricerca sul primo discepolo di Gesù. Alcuni elementi, però, meritano di essere messi in luce. A) In primo luogo, l’autore si sofferma sul soprannome conferito al discepolo Simone: Kêpha. La sua interpretazione è fortemente debitrice alla tesi che Peter Lampe aveva pubblicato, l’anno precedente (1979), in un articolo comparso sulla prestigiosa rivista New Testament Studies. Il pensiero dell’esegeta di Heidelberg, sinteticamente espresso, afferma che il modo usuale con cui viene inteso il termine Kêpha (tradotto con “Roccia”, sulla scorta di Mt. 16,18) non è esatto. Un individuo di lingua aramaica intendeva con tale termine anzitutto “pietra” e non “roccia”; certamente, tale vocabolo è polisemico e in rari casi può essere correttamente inteso nell’accezione di “roccia”. In ogni caso, quest’ultima rappresenta un’eccezione. Pesch, riallacciandosi a tale argomentazione, sostiene che Kêpha, in origine un soprannome, trasformatosi successivamente in un nome proprio sulla scia della posizione assunta da Pietro nella Chiesa delle origini, vada compreso anzitutto nel senso di “Pietra preziosa”. Il nomignolo, conferito al discepolo Simone dallo stesso Gesù, avrebbe fatto allusione alla posizione particolare assunta da Simone nella cerchia dei discepoli di Gesù, in modo particolare dei Dodici (il nostro autore ipotizza, seguendo Marco, come momento più probabile dell’attribuzione del soprannome proprio quello della costituzione della cerchia dei dodici). L’opinione di Peter Lampe è stata variamente criticata: in particolare, viene rimproverato allo studioso tedesco l’eccessivo schematismo. Proprio alla luce di tali critiche, mi domando se Gesù, da buon semita, non abbia giocato proprio sulla polisemia di tale termine, per indicare come il discepolo Simone sintetizzasse in sé la “durezza della pietra” e la “saldezza della roccia”. Due osservazioni, proposte dallo stesso Pesch, potrebbero convalidare la mia supposizione. In primo luogo, il fatto che “fa parte della specificità della tradizione di Pietro il fatto che il primo discepolo di Gesù […] sia presentato anche con le sue debolezze (successivamente interpretate in maniera tipologica). Le debolezze umane e il vigore della fede non si escludono a vicenda”. Secondariamente, uno dei risvolti più originali della monografia del Pesch risiede nel tentativo di cogliere gli aspetti “pedagogici” della relazione tra Gesù e Pietro: il tempo vissuto alla sequela di Gesù ha rappresentato per Simone, tra le altre cose, un’occasione formativa, una sorta di “tirocinio” capace di abilitarlo al ruolo centrale svolto successivamente nella comunità primitiva, posizione che, a diverso titolo e con sfumature differenti, gli è riconosciuta da tutta la tradizione neotestamentaria. Dunque, occorre riconoscere che “ per quanto si debba […] tener conto dei presupposti per così dire ‘naturali’ della posizione particolare di singoli discepoli e del ruolo da protagonista di Pietro, non per questo si può dimenticare che […] da ultimo a decidere il ruolo e la posizione dei discepoli fu Gesù”. B) Questo capitolo costituisce senza dubbio la sezione più densa del volume. Non stupisce, quindi, che proprio in questa parte il nostro autore esamini criticamente i tre celebri passi petrini, che, dal tempo della Riforma protestante, sono al centro delle controversie confessionali: Lc. 22,31 seg. – Gv. 21,15 seg. e, naturalmente, Mt. 16,18. Per quanto concerne il testo lucano, il Pesch ritiene che “queste parole possono senz’altro essere parole autentiche di Gesù o risalire a delle sue parole autentiche”. Il dialogo tripartito del brano giovanneo, secondo l’esegeta tedesco, che si rifà ad uno studio sulle tradizioni beduine dell’abate benedettino Laurentius Klein, “segue il modello dell’affidamento della responsabilità nei confronti del clan (famiglia) da parte del più anziano membro del clan (capofamiglia) al figlio maggiore, modello che nel rituale contemplava tre domande e tre risposte […]”. Interessante è notare come ”l’eco di un rituale implicherebbe presumibilmente anche aspetti ‘giuridici’ della sua [= di Pietro] responsabilità” e come Pesch alluda alla possibilità che questa tradizione possa essere sorta per contrastare “le pretese ‘dinastiche’ di Giacomo, fratello del Signore”. Approdiamo così al Tu es Petrus. Anche il testo matteano conosce, come gli altri due esaminati in precedenza, una complessa elaborazione che gli conferisce la sua forma attuale. La sua origine andrebbe individuata nel quadro storico del decreto di Gerusalemme e del conflitto antiochieno. Le conseguenze a cui Pesch approda rappresentano uno degli aspetti più originali del suo lavoro: il testo di Matteo proverebbe che Pietro, dopo avere lasciato Gerusalemme “nell’Aprile del 41 d.C.” per recarsi verosimilmente ad Antiochia, godeva di un’autorità così consolidata “da riuscire a imporsi anche in seno alla chiesa che stava diventando universale”. Pesch può in tal modo capovolgere la celebre tesi del Cullmann, secondo il quale, dopo la partenza da Gerusalemme, Pietro venne sostituito, nel ruolo di guida della comunità, da Giacomo, fratello del Signore. Pesch: “Dire che Pietro, dal momento in cui lasciò […] la direzione della comunità primitiva a Giacomo, sia retrocesso nella posizione di un ‘capo della missione giudeo–cristiana’ dipendente da Gerusalemme, è una supposizione che contraddice la rivendicazione che eleva Pietro come ‘fondamento roccioso’ della chiesa proprio al di sopra di Gerusalemme”. Pertanto “la sua [= di Pietro] autorità nei confronti della chiesa universale si lasciò alle spalle l’autorità localmente e giudeo–cristianamente limitata del suo ‘successore’ gerosolimitano”. Ma che tipo di autorità era quella di cui godeva Pietro? A tale importante quesito, Pesch risponde che essa era “sia di natura carismatica che di natura ‘ufficiale’ istituzionale”. L’affermazione del nostro autore, almeno da un punto di vista strettamente sociologico, non è ineccepibile. L’”autorità carismatica” – basti qui citare i noti studi di Max Weber o anche di Francesco Alberoni – si distingue da quella “istituzionale/ufficiale” e, nell’itinerario che marca lo sviluppo di un movimento, esse appartengono a due fasi differenti: la prima a quella dello “stato nascente”, mentre la seconda alla fase dell’”istituzionalizzazione”. Si può però sinteticamente affermare che la prima confluisce “naturalmente” nella seconda. Nonostante ciò, ritengo che il Pesch abbia bene messo in luce come l’autorità di Pietro costituisca un paradigma di leadership capace di tenere insieme auctoritas e potestas, di sostanziare l’autorità “ufficiale” con l’autorevolezza. E questo modo di intendere e di vivere la leadership affonda le sue radici nel pensiero di Gesù. L’esegeta tedesco non manca di rimarcare, a questo riguardo, che l’autorità di Pietro nella chiesa primitiva fu sempre interpretata in modo flessibile e non mancò di essere, in talune circostanze, pure contestata. In modo particolare, l’autore registra una certa tensione nel rapporto tra Pietro e Paolo: passi come 1 Cor. 3,11 e il fatto che Paolo esiga che ai suoi interventi nelle comunità da lui fondate venga riconosciuta un’autorità universale, costituirebbero la traccia della contestazione teologica del “primato petrino” e del radicalismo di Paolo.

Nel terzo capitolo – Lo sviluppo dell’immagine di Pietro e della sua importanza per tutta la chiesa – il nostro autore affronta l’analisi dello sviluppo dell’immagine di Pietro, sia negli scritti neotestamentari, sia in quelli apocrifi. Questa sezione, per sua natura più sintetica rispetto al capitolo precedente, conferma, nella sua lettura globale, quanto già constatato in sede storica: “Nei suoi [= del Nuovo Testamento] documenti non viene presentata nessun’altra figura di apostolo in possesso di una uguale ampia autorità e di una uguale importanza per tutta la chiesa”. Pietro è quindi la figura apostolica per eccellenza e, il Pietro tipologico–simbolico, che lo sviluppo della tradizione letteraria del cristianesimo primitivo produce, è ben radicato nel Pietro storico (ci serviamo in questa sede della distinzione che il Pesch utilizza all’inizio del volume, rifacendosi ad un altro esegeta cattolico tedesco, Josef Blank, che in varie circostanze, negli anni ’70 e ’80, ha fornito un valido contributo allo studio storico critico della figura di Simon Pietro).

Riprendendo il noto schema attorno a cui è costruito il Petrus di Oscar Cullmann, un testo che è diventato un punto di confronto imprescindibile per gli studiosi che affrontano il tema qui discusso, possiamo affermare che l’ultimo capitolo – Pietro e il primato dei vescovi romani – è il “meno esegetico” e il “più dogmatico”. L’autore mette in guardia, sin dalle prime pagine, dal rischio, sempre presente, di sovrapporre le due prospettive; giustamente, dunque, egli rileva la necessità di tenere distinta l’argomentazione strettamente storico–esegetica da quella relativa al “servizio petrino”, di cui tanto si discute in ambito ecumenico. Tuttavia, la ricerca esegetica può fornire un contributo specifico a tale questione. Il nodo problematico consiste principalmente nella domanda relativa al successore di Pietro. Se, da una parte, anche l’esegeta cattolico può oggi tranquillamente ammettere che il Nuovo Testamento non conosce nessuna successione diretta nel ruolo e nella funzione di Pietro, dall’altra non mancano nel Nuovo Testamento elementi sui quali si può fondare un “primato” sorto nella Chiesa solo successivamente. Tali elementi devono anche illuminare circa le modalità con cui tale “primato” – e, più in generale, l’esercizio dell’autorità nella Chiesa – possa essere esercitato. Mi sembra particolarmente interessante la seguente osservazione: “Neppure la rivendicazione petrina formulata da Mt 16,17–19 va infatti respinta come illegittima e teologicamente infondata solo perché essa fu avanzata relativamente tardi (circa vent’anni dopo la morte di Gesù); Paolo, ad esempio, non la relativizza con argomenti storici, ma con argomenti teologici”.

In conclusione, penso si possa affermare che si tratti di un libro di alto valore. Nonostante il tempo trascorso dalla sua prima pubblicazione, mantiene intatta la sua attualità. Lo stile dell’autore – chi ha letto anche solo i suoi commentari al Vangelo di Marco e agli Atti degli Apostoli lo sa – si caratterizza per la capacità di sintesi, non rinunciando in alcun modo, parallelamente, ad analisi ed approfondimenti: particolarmente utili, nel presente volume, sono quei paragrafi distinti da un carattere minore e dedicati all’indagine di alcuni punti particolari. Talvolta, però, il linguaggio del Pesch non è di immediata comprensione (e questo già nell’originale tedesco, che si distingue, tra l’altro, dall’edizione italiana per il fatto di mantenere i termini greci ed ebraici/aramaici nei caratteri originari, mentre in quella italiana i vocaboli greci vengono traslitterati): ciò rende la lettura del testo, perlomeno in certe sue parti, non particolarmente fluida.

L’originalità delle tesi sostenute – come si è cercato di mettere in luce -, la profondità dell’analisi e l’apparato critico di cui è corredato, rendono il presente volume estremamente interessante e consigliabile per la lettura.







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