La formazione del Nuovo Testamento e la questione del canone
Data: Giovedì, 25 aprile 2002 @ 12:00:00 CEST
Argomento: Il Nuovo Testamento


di Clementina Mazzucco e Andrea Nicolotti

La Bibbia è spesso considerata come se fosse un libro unico; sfugge a molti che essa è invece la somma di settantatre libri, scritti in epoche diverse, da persone diverse e con scopi diversi. Come si è formata la Bibbia, e chi ha stabilito quali e quanti fossero i libri che compongono la Bibbia? Perché vi sono alcuni scritti che hanno un nome simile a quello dei libri contenuti nella Bibbia, ma sono stati da essa esclusi? Che cosa sono gli scritti apocrifi, i deuterocanonici e gli pseudoepigrafi? Questa trattazione sul canone ha lo scopo di chiarire questi temi, limitandosi allo studio della formazione del Nuovo Testamento.



Sommario

 

Il capitolo è di Clementina Mazzucco, con alcune integrazioni di Andrea Nicolotti.

Il canone ed i libri canonici

La formazione del NT, ossia il processo attraverso cui si è arrivati all’attuale numero e disposizione degli scritti neotestamentari, è strettamente connessa con la questione del canone. Su questo argomento esistono molte trattazioni, tuttavia l’impostazione è di tipo per lo più teologico e confessionale e dà molto spazio a concetti come quelli di ispirazione o di rivelazione, estranei ai nostri scopi. Noi cercheremo di affrontare l’argomento in modo più storico, anche se è comunque un dato ineliminabile che il NT si è costituito secondo criteri ecclesiali e di fede.

Un criterio rigorosamente storico ha talora portato a studiare gli scritti del NT insieme a tutto il complesso delle opere che furono composte nel medesimo periodo o poco oltre (I-II sec.): da una parte, gli scritti, simili per denominazione o genere (vangeli, lettere apostoliche, atti di apostoli, apocalissi) che saranno definiti poi «apocrifi» (cioè «segreti», ma anche «non canonici») 1, dall’altra parte, quelli che che più tardi saranno raccolti sotto la denominazione di «Padri apostolici» (la Didachè, le lettere di Clemente Romano, di Ignazio, di Policarpo, dello Pseudo-Barnaba, il Pastore di Erma, ecc.).

Il termine «canone» deriva dal greco kanôn, sostantivo che denota anzitutto un’asta diritta e rigida. Poiché la bacchetta diritta era impiegata per drizzare altre cose o per verificare che altre cose fossero diritte, kanôn designava la livella, il regolo o l’archipendolo usato dai carpentieri, oppure il righello dello scrivano. In senso lato, kanôn fornisce un criterio o modello (latino norma) i rapporto al quale si può determinare la dirittura di opinioni o azioni, oppure la norma, la regola di qualche cosa; una persona esemplare era per i Greci canone del bene. In riferimento alla letteratura, il kanôn era per i grammatici alessandrini la raccolta di opere classiche ritenute degne di essere imitate. Per Paolo (Gal 16,10) il kanôn è il comportamento cristiano esemplare. Per i Padri prevale il significato di regola o norma della fede, e nel 341 d.C. fu dato il nome di «canoni» alle deliberazioni del concilio di Antiochia. Il termine venne quindi applicato, come avvenne appunto per i libri della Bibbia non più tardi del IV secolo, ad una lista di scritti normativa o orientativa 2.

La parola canone applicata alle Scritture, quindi, ha un primo significato di «norma di fede e di vita» per i credenti: gli scritti che ne fanno parte si impongono cioè come norma, regola della fede e della vita cristiana (i teologi sono soliti parlare di «canone attivo»). Poiché questa norma di vita e fede si identifica con i libri che la contengono, tali libri, rappresentanti la regola concreta, la norma per i cristiani, sono appunto i libri canonici («canone passivo»). Perciò per "canone biblico" si intende il catalogo ufficiale dei libri che compongono la Bibbia che la Chiesa ha riconosciuto come ispirati, i quali costituiscono la regola della fede e dei costumi del cristiano.


1 Esistono apocrifi sia dell’AT sia del NT; a volte se ne parla complessivamente come di «letteratura intertestamentaria».

2 Cfr. H. W. BEYER, Kanôn, in G. KITTEL et alii (a cura di), Grande Lessico del Nuovo Testamento, trad. it., vol. V, pp. 169-186; B. M. METZGER, Il canone del Nuovo Testamento. Origine, sviluppo e significato, trad. ital., Brescia, Paideia, 1997, pp. 253-256.

Scritti apocrifi, deuterocanonici, pseudoepigrafi

Esiste una categoria di scritti contrapposti ai canonici, detti «apocrifi», dal greco apókrufa, che significa «nascosti». Tale denominazione ha avuto varie accezioni lungo la storia: anzitutto furono così designati quei libri che venivano esclusi dalla pubblica lettura liturgica, in opposizione a quelli comuni, pubblici e manifesti, in quanto ritenuti da alcuni portatori di tradizioni misteriose o esoteriche troppo profonde per essere a tutti comunicate. Poi, il termine fu usato più genericamente per indicare gli scritti di dubbia origine, la cui provenienza era quantomeno incerta. Infine il termine passò ad indicare i libri contraffatti o eretici, o per lo meno poco raccomandabili.

Oggi, per «apocrifi» si intendono quei libri che presentano stretta affinità con la Sacra Scrittura e che pretenderebbero di godere della medesima autorità, dei quali però la Chiesa non riconobbe la canonicità. «Apocrifo» quindi si contrappone a canonico, ed è sinonimo di «non canonico, extracanonico».

Evidentemente le categorie «canonico» e «apocrifo» sono di tipo dogmatico e possono anche variare. È possibile notare che il canone dell’AT non è il medesimo per gli Ebrei e per i Cristiani: alcuni libri, composti tardi, non vennero inseriti nella Bibbia ebraica, mentre furono accolti dalla traduzione greca dei Settanta (III - I sec. a.C.) e poi dai Cristiani: sono perciò definiti dai Cattolici «deuterocanonici» (canonici in seconda istanza, sulla canonicità dei quali vi fu inizialmente qualche dubbio) in contrapposizione ai «protocanonici» (canonici da sempre, in prima istanza) 1, anche se per essi questa definizione non ne intacca la canonicità al pari degli altri, ed è solo una distinzione cronologica. I Protestanti, quando non ne accettano la canonicità, li enumerano tra gli «apocrifi», e li relegano al fondo dell’AT. Si tratta di Tobia, Giuditta, I e II Libro dei Maccabei, Baruc, Siracide, Sapienza, nonché i capp. 13 e 14 di Daniele e Ester 10,4-16,24. Ne deriva che quei libri dell’Antico Testamento che per i Cattolici sono apocrifi, per i Protestanti sono «pseudoepigrafi», ovvero «dalla falsa intestazione».

Anche per il NT abbiamo dei deuterocanonici: sono i libri che Eusebio di Cesarea (all’inizio del IV sec.) riteneva ancora di discussa canonicità e che Lutero inizialmente inserì in appendice alla sua traduzione tedesca del NT. Si tratta della Lettera agli Ebrei, delle lettere di Giacomo e Giuda e dell’Apocalisse. Quanto ai deuterocanonici e apocrifi del NT, la terminologia in uso presso i Cattolici e i Protestanti è la medesima, in quanto medesimo è anche il canone adottato dalle due confessioni religiose.

Gli antichi, ed i Greci ortodossi tuttora, solevano chiamare i protocanonici homologoúmena («sui quali vi è accordo»), ed i deuterocanonici amphiballómena («dubbi») o antilegómena («discussi»).


1 Terminologia creata da Sisto Senese († 1569).

Composizione della Bibbia

Il NT, così come lo troviamo nelle edizioni e traduzioni correnti, è costituito da 27 scritti, che compaiono secondo il seguente ordine (tra parentesi vengono indicate le abbreviazioni dei libri biblici adottate dalla Bibbia di Gerusalemme e usate comunemente):

4 Vangeli: Matteo (Mt), Marco (Mc), Luca (Lc), Giovanni (Gv);

gli Atti degli Apostoli (At);

13 lettere attribuite a Paolo: ai Romani (Rm), I e II ai Corinzi (1 e 2 Cor), ai Galati (Gal), agli Efesini (Ef), ai Filippesi (Fil), ai Colossesi (Col), I e II ai Tessalonicesi (1 e 2 Ts), I e II a Timoteo (1 e 2 Tm), a Tito (Tt), a Filemone (Fm); più la Lettera agli Ebrei (Eb), la cui attribuzione a Paolo è stata contestata fin dall’antichità;

7 lettere dette «cattoliche»: Giacomo (Gc), I e II di Pietro (1 e 2 Pt), I, II e III di Giovanni (1, 2 e 3 Gv), di Giuda (Gd);

l’Apocalisse (Ap).

Tra le lettere di Paolo si distinguono quelle indirizzate a Chiese specifiche (Rm, 1 e 2 Cor, Gal, Ef, Fil, Col, 1 e 2 Ts) e le cosiddette «pastorali», rivolte cioè a pastori di Chiese (1 e 2 Tm, Tt); c’è inoltre una lettera inviata a una persona particolare (Fm). Quattro lettere (Ef, Fil, Col, Fm) sono spesso designate con il titolo di «lettere della prigionia» o «della cattività» (prigionia in latino si dice captivitas), perché in esse Paolo stesso dice di scrivere mentre si trova in carcere.

Le lettere «cattoliche» (la denominazione risale già all’antichità) furono dette così perché rivolte non a una chiesa particolare, come per lo più quelle di Paolo, ma alla Chiesa in generale (la parola greca catholikós significa «universale»). In realtà non è così per tutte: ad es., per 2 e 3 Gv, che però sono molto brevi e furono anche meno lette e considerate nell’antichità.

La consistenza del NT risulta pertanto molto inferiore, quantitativamente, a quella dell’AT, almeno nell’estensione del canone cattolico, nel quale l’AT è costituito da 46 libri, raggruppati in alcune serie:

il Pentateuco, ossia i cinque libri (pente in greco significa cinque, teuchos significa libro) che costituiscono per gli ebrei la Torah (Legge): Genesi (Gen), Esodo (Es), Levitico (Lv), Numeri (Nm), Deuteronomio (Dt);

i Libri storici: Giosuè (Gs), Giudici (Gdc), Rut (Rt), I e II Libro di Samuele (1 e 2 Sam), I e II Libro dei Re (1 e 2 Re), 1 I e II Libro delle Cronache o Paralipomeni (1 e 2 Cr), Esdra (Esd), Neemia (Ne), Tobia (Tb), Giuditta (Gdt), Ester (Est), I e II Libro dei Maccabei (1 e 2 Mac);

i Libri poetici e sapienziali: Giobbe (Gb), Salmi (Sal), Proverbi (Pr), Qoelet o Ecclesiaste (Qo o Eccle), Cantico dei Cantici (Ct), Sapienza (Sap), Siracide o Ecclesiastico (Sir o Eccli);

i Libri profetici: Isaia (Is), Geremia (Ger), Lamentazioni (Lam), Baruc (Bar), Ezechiele (Ez), Daniele (Dn), i 12 profeti minori: Osea (Os), Gioele (Gl), Amos (Am), Abdia (Abd), Giona (Gn), Michea (Mi), Naum (Na), Abacuc (Ab), Sofonia (Sof), Aggeo (Ag), Zaccaria (Zc), Malachia (Ml).

Gli Ebrei li raggruppano invece in tre categorie principali:

Torah (Legge),

Nebiìm (Profeti), articolati in anteriori (= Libri storici) e posteriori (= Libri profetici)2,

Ketubìm (Scritti), corrispondenti ai Libri sapienziali.

Il numero dei libri dell’AT nel canone ebraico è di 22 o 24, perché sono considerati come un solo libro i 2 libri di Samuele, Re, Cronache, un solo libro i 12 profeti minori, un solo libro Giobbe, Ester, Daniele, Esdra, Neemia, ecc. Il numero 22 è considerato dagli Ebrei particolarmente significativo, perché corrisponde al numero delle lettere dell’alfabeto ebraico.

Nella Bibbia ebraica, come si è detto a proposito del canone, non compaiono 7 libri: Tobia, Giuditta, 1 e 2 Maccabei, Baruc, Siracide, Sapienza, nonché Daniele, capp. 13-14 (la storia di Susanna e la storia di Bel e il drago), che sono libri tardi (di età ellenistica, III-II sec. a.C.). Alcuni di questi (ad es. 1 e 2 Maccabei, la Sapienza) furono composti direttamente in greco, mentre gli altri libri dell’AT sono stati scritti in ebraico, anche se di alcuni conosciamo solo la traduzione greca (ad es. Tobia, Giuditta).


1Nella Vulgata (la trad. latina elaborata da Gerolamo verso la fine del IV sec. e diventata la forma più diffusa in cui la Bibbia venne letta in occidente) i Libri di Samuele e quelli dei Re sono tutti denominati Libri dei Re: pertanto i due libri di Samuele diventano 1 e 2 Re e i due libri dei Re diventano 3 e 4 Re.

2 Da notare il fatto che non viene sentita dagli ebrei opposizione tra storia e profezia: sono due modalità complementari attraverso cui si manifesta la volontà di Dio.

La traduzione greca dei Settanta

Una traduzione greca dell’Antico Testamento fu redatta in età ellenistica, ad Alessandria di Egitto, in un periodo che va dal III sec. al I a.C.: è la cosiddetta traduzione dei «Settanta» (LXX), cioè attribuita, secondo la leggenda, a settanta studiosi ebrei a cui il sovrano di Egitto avrebbe affidato il compito di elaborarla e che lo avrebbero fatto, indipendentemente l’uno dall’altro, con perfetto accordo. È soprattutto attraverso questa traduzione greca che l’AT fu letto e conosciuto dai Cristiani. Ma esistettero anche altre traduzione greche: di Aquila, Simmaco, Teodozione (quest’ultima fu la più diffusa per quanto riguarda il libro di Daniele).

Sappiamo che il cristiano Origene, maestro della Scuola esegetica e teologica Alessandrina nella prima metà del III sec., aveva fatto un’edizione critica dell’Antico Testamento su sei colonne parallele (donde il titolo Esapla), contenenti il testo ebraico, la traslitterazione dei caratteri ebraici in greco e quindi le traduzioni greche dei Settanta, di Simmaco, di Aquila e di Teodozione. Per la sua monumentalità non venne però trascritta e quindi andò perduta, tranne che per qualche citazione.

La dicitura "Nuovo Testamento"

Il nome di «Nuovo Testamento» compare come denominazione di una raccolta di scritti (non necessariamente la stessa che ora possediamo) solo a partire dalla fine del II secolo. «Nuovo Testamento» o «Nuovo Patto» (in greco Kainê Diathêkê, in latino Novum Testamentum) 1 è un’espressione usata dai Settanta e ripresa dai più antichi scrittori cristiani, a partire da Paolo (cfr. 1 Cor 11,25), per indicare la nuova alleanza tra Dio e l’uomo che viene instaurata dall’opera redentrice di Gesù Cristo e che porta a compimento l’alleanza antica stabilita da Dio col popolo ebraico. Con questa espressione, dalla fine del II secolo, si denomina pure la raccolta degli scritti sacri cristiani, per distinguerli, ma anche per metterli alla pari, rispetto a quelli dell’«Antico Testamento», che originariamente avevano rappresentato, anche per i cristiani, la «Scrittura» per eccellenza. Un testo interessante, che documenta il nuovo uso dell’espressione «Nuovo Testamento», è quello di un anonimo scrittore antimontanista citato da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica V,16,3), e che probabilmente scrisse intorno al 190; egli afferma: «Temevo ed evitavo che a qualcuno sembrasse che io volessi aggiungere o imporre qualcosa alla parola del Nuovo Testamento evangelico, alla quale chi ha scelto di vivere secondo il Vangelo non può aggiungere o togliere niente». Prima di questo periodo si usavano altre espressioni: ad esempio, verso il 150 si indicavano l’AT e il NT come «i Libri e gli apostoli».

Oggi la denominazione di AT in contrapposizione a NT viene contestata negli ambienti che promuovono il dialogo tra Cristiani ed Ebrei, perché si sente in essa una sfumatura spregiativa (ancora più forte nella denominazione di «Vecchio Testamento», che non è quasi più usata), e perciò c’è chi cerca di diffondere un’altra forma: «Primo Testamento» e «Secondo Testamento». Ma le forme «Antico» e «Nuovo» Testamento hanno valore storico: erano usate già dai primi cristiani, che si rifacevano a loro volta ad espressioni usate nel NT, nel senso di Antico e Nuovo Patto (cfr. 2 Cor 3,6.14).



1 Il termine latino Testamentum, da cui deriva il nostro «Testamento», acquista pertanto un’accezione nuova, in rapporto col significato del termine greco, a sua volta traduzione dal termine ebraico berit, che significava «patto, alleanza».

Simbologia del numero degli scritti

Per quanto riguarda il numero degli scritti, è possibile rilevare l’importanza simbolica del numero 7: 7 sono le lettere cattoliche, 7 sono le comunità a cui Paolo scrive, 14 sono le lettere complessivamente attribuite a Paolo, compresa la lettera agli Ebrei. Del resto anche all’interno dell’Apocalisse sono riportate 7 lettere alle Chiese. Già nel Frammento Muratoriano (II sec.) si rileva un rapporto tra le 7 chiese a cui scrive Paolo e le 7 chiese dell’Apocalisse: «Lo stesso beato apostolo Paolo, in ciò seguendo la regola del suo predecessore Giovanni [autore dell’Apocalisse], scrive nominativamente a sole sette Chiese»1. Dalla lettura delle lettere di Paolo si deduce che egli aveva scritto altre lettere (ad es. ai Corinzi), ma non le possediamo e questo fatto risulta molto difficile da spiegare. Non si può escludere in assoluto che anche il criterio numerico abbia avuto la sua influenza: il numero 7 indica nell’aritmologia biblica la pienezza e la perfezione. Oscar Cullmann suppone che l’inserimento di 2 e 3 Gv, lettere molto brevi, sia stata suggerito dall’intenzione, appunto, di arrivare a 7, per le lettere cattoliche 2.

Al numero 4 dei Vangeli attribuisce molta importanza l’eresiologo della fine del II sec. Ireneo di Lione (Adversus Haereses III,11,8)3: egli insiste a sottolineare che i Vangeli possono essere solo 4, né di meno né di più: 4 come i punti cardinali e i venti, 4 come i Viventi dell’Apocalisse (cfr. Ap 4,29). E con ciascuno dei Viventi trova una precisa corrispondenza prendendo spunto dall’inizio di ciascuno dei Vangeli: mette Gv in rapporto col leone, per l’immagine di regalità, divinità e potenza che emerge dal prologo di Gv a proposito del Logos; Lc in rapporto col toro o vitello, perché incomincia con il sacrificio di Zaccaria nel tempio; Mt in rapporto con l’uomo, perché parte dalla genealogia umana di Gesù; Mc in rapporto con l’aquila perché pone all’inizio un’ampia citazione profetica. Queste corrispondenze, almeno per quanto riguarda Mc e Gv, cambieranno con Gerolamo (fine del IV sec.- inizio del V): il simbolo del leone sarà attribuito a Mc, l’aquila a Gv. Di qui deriverà il simbolismo iconografico della tradizione successiva.


1 […] cum ipse beatus Apostolus Paulus sequens predecessoris sui Ioannis ordinem non nisi nominatim septem Ecclesiis scribat.

2 Introduzione al NT, trad. ital., Bologna, Il Mulino, 1968, pp. 108 e 126 n° 3.

3 Non è possibile che i Vangeli siano in numero maggiore o minore di quanti sono. Perché ci sono quattro direzioni del mondo in cui viviamo e quattro venti principali […] Quadriformi sono gli esseri viventi, quadriforme anche il Vangelo e l’opera del Signore. E per questo furono dati quattro patti principali all’umanità [Noè, Abramo, Mosè, il Vangelo medesimo].T… d»pote oÜte ple…ona oÜte ™l£ttona tÕn ¢riqmÒn e„si t¦ eÙaggšlia; 'Epeˆ g¦r tšssara kl…mata toà kÒsmou ™n ú ™smn kaˆ tšssara kaqolik¦ pneÚmata […] Tetr£morfa g¦r t¦ zùa, tetr£morfon kaˆ tÕ eÙaggšlion kaˆ ¹ pragmate…a toà Kur…ou. Kaˆ di¦ toàto tšssarej ™dÒqhsan kaqolikaˆ diaqÁkai tÍ ¢nqrwpÒthti. Ed. A. Rousseau - L. Doutreleau, Paris, 1974.

Ordine degli scritti del Nuovo Testamento

Per quanto riguarda l’ordine, si tenga presente che non è normalmente di carattere cronologico, neanche all’interno degli scritti appartenenti allo stesso genere letterario.

Gli scritti del NT sono presentati nella raccolta canonica a blocchi omogenei per genere letterario: vangeli, atti, lettere, apocalisse, e secondo una successione di valore: al primo posto i Vangeli, che parlano direttamente di Gesù e contengono le sue parole (I Vangeli erano sentiti come un tutto unitario, tanto che si parlava comunemente di «Vangelo» secondo Mt, secondo Mc, secondo Lc, secondo Gv), poi gli Atti, che descrivono la missione degli Apostoli e gli inizi della storia della Chiesa, poi le lettere degli Apostoli, che forniscono insegnamenti alle comunità primitive, quindi l’Apocalisse, l’unico libro profetico e «apocalittico» del NT.

Questa ripartizione a blocchi comporta qualche inconveniente: ad esempio gli Atti, scritti da Luca, vengono separati dal suo Vangelo, con cui costituivano, nel progetto originario dell’autore, un’unica opera. Cronologicamente, le lettere di Paolo (almeno quelle sicuramente sue) sono, per quello che riusciamo oggi a ricostruire, gli scritti più antichi tra tutti quelli del NT, mentre l’Apocalisse potrebbe essere anteriore al Vangelo di Giovanni.

L’ordine attuale dei Vangeli, che risale al periodo più antico, come testimonia l’importante documento costituito dal Canone o Frammento Muratoriano, la prima lista di libri «canonici», databile verso il 180 1, potrebbe dipendere, almeno per il primo posto conferito a Matteo, dall’opinione della sua anteriorità cronologica rispetto a Marco, che ha radice già in un’affermazione fatta dal vescovo Papia di Gerapoli, un altro fondamentale testimone sulla formazione del NT, vissuto agli inizi del II secolo: in un passo di una sua opera (riportato in Eusebio, Historia Ecclesiastica III,39,16) 2 egli sosteneva che Matteo avesse raccolto i detti (del Signore) in lingua ebraica, avesse cioè composto un vangelo, o un abbozzo di vangelo, in ebraico (o aramaico), che doveva essere il primo in assoluto. L’affermazione esplicita dell’anteriorità di Matteo rispetto a Marco, all’interno della successione Mt Mc Lc Gv, si trova in Origene (in Eusebio, Historia Ecclesiastica VI,25,3-5), metà del III sec. Ma un diverso ordine dei Vangeli compare in alcuni manoscritti appartenenti all’ambiente occidentale, e databili al V-VI sec. (D, W): Mt, Gv, Lc, Mc. Forse questo ordine dipende da un criterio di importanza: in effetti i Vangeli di Matteo e Giovanni erano attribuiti ad Apostoli e furono fin dagli inizi i più diffusi nella Chiesa e i più commentati, mentre Luca e Marco non potevano essere attribuiti ad Apostoli ed ebbero minore considerazione rispetto agli altri due; Marco poi sembra essere stato quasi ignorato da questo punto di vista 3.

L’ordine delle lettere di Paolo corrisponde probabilmente a criteri di lunghezza e di importanza per le 13 principali, mentre Eb è all’ultimo posto (pur essendo molto estesa e importante), in quanto è attribuita a Paolo, ma la sua paternità fu discussa vivacemente già in tempi antichi con propensione ad escludere che fosse stata davvero scritta in greco da lui (c’è chi pensava a Luca o a Clemente Romano come redattori), e fu definitivamente inserita nel canone solo tardi. Però nella tradizione manoscritta più antica viene spesso riportata tra le lettere di Paolo, e talora tra le più importanti: in un papiro (P46) tra Rm e 1 Cor; nei manoscritti onciali, cioè scritti in maiuscolo (i più antichi documenti, dopo i papiri), tra 2 Ts e 1 Tm; fu collocata alla fine, dopo Fm, soprattutto nei manoscritti bizantini e nella Vulgata.

Nel NT della Chiesa greca le lettere cattoliche precedono quelle paoline, nella Chiesa latina seguono: anche qui dipenderà da criteri di importanza.

L’Apocalisse è alla fine forse perché anch’essa stentò a entrare nel canone: per questo motivo fu anche trascritta meno rispetto a Vangeli e lettere paoline.



1 Il nome di Frammento Muratoriano dipende dal fatto che il testo ci è pervenuto frammentario (è mutilo all’inizio) e che fu scoperto nel 1740, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, da Ludovico Antonio Muratori.

2 Il passo letteralmente suona: «Matteo raccolse i detti in lingua ebraica, e ciascuno li interpretò come poteva» (Matqa‹oj mn oân `Ebradi dialšktJ t¦ lÒgia sunet£xato, ¹rm»neusen d' aÙt¦ æj Ãn dunatÕj ›kastoj). L’affermazione di Papia, non del tutto chiara, è stata discussa a lungo da parte degli studiosi suscitando interrogativi mai completamente risolti: è esistito originariamente un Vangelo di Matteo ebraico (o aramaico)? Il Vangelo greco che conosciamo è una traduzione? Oppure Papia non parla di un Vangelo completo, ma solo di detti, ossia parole, insegnamenti, di Gesù?

3 Mentre possediamo per gli altri Vangeli (soprattutto per Giovanni e Matteo) una vasta e importante produzione esegetica nella patristica, già a partire dal II-III secolo, per Marco a malapena troviamo una decina di omelie di Gerolamo (fine del IV secolo) su alcuni passi del Vangelo e solo ancora più tardi (dal VI sec.) qualche commento sparuto. Nel corso del IV secolo perfino il simbolo a cui Marco era collegato cambiò: non più aquila, ma leone, con valore di declassamento, in quanto l’aquila, connessa con l’idea di altezza spirituale e di acutezza teologica, era ritenuto un simbolo superiore (e sarà applicata al Vangelo di Giovanni). Era diffusa l’opinione che Marco fosse posteriore a Matteo e dipendente da esso: Agostino, nel De consensu evangelistarum (I,2), discutendo del rapporto tra i Vangeli e del problema delle discordanze tra essi, lo disse un po’ sprezzantemente «valletto e compendiatore» di Matteo: Marcus eum (sc. Matthaeum) subsecutus tamquam pedisequus et breviator. Tale giudizio negativo ebbe un grande e deleterio influsso sulla tradizione successiva.

La fissazione del canone del Nuovo Testamento

Per la chiesa cattolica il canone biblico si può dire definitivamente stabilito in maniera dogmatica al Concilio di Trento l’8 aprile 1546, con il decreto De canonicis Scripturis1; tale decreto fu in realtà solamente la ripetizione dell’elenco dei libri canonici contenuto nel Decretum pro Iacobitis del precedente Concilio di Firenze (4 febbraio 1441)2. Tuttavia, le prime decisioni conciliari sul canone biblico che ci sono pervenute risalgono agli antichi concili africani di Ippona (393) e Cartagine (397 e 419), cui prese parte Agostino, i quali riportano un canone identico a quello tridentino. Gli atti del concilio di Ippona sono perduti, ma abbiamo il suo sommario che venne letto ed approvato a Cartagine (397):

“Oltre alle Scritture canoniche nulla dev’essere letto sotto il nome di divine Scritture. E le scritture canoniche sono: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; Giosuè, Giudici, Ruth, i quattro dei Re, i due dei Paralipomeni, Giobbe, Salterio di David, cinque libri di Salomone [Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico], i dodici Profeti [i minori: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia], Isaia, Geremia, Daniele, Ezechiele, Tobia, Giuditta, Ester, i due di Esdra [Neemia ed Esdra], i due dei Maccabei. Del Nuovo Testamento quattro libri di Evangeli, un libro di Atti degli Apostoli, tredici lettere di Paolo apostolo, una del medesimo agli Ebrei, due di Pietro, tre di Giovanni, una di Giacomo, una di Giuda, l’Apocalisse di Giovanni”3

Di conseguenza per la Chiesa Cattolica il canone, ovvero l’elenco dei libri che fanno parte delle Sacre Scritture della Bibbia, è espresso chiaramente dal Concilio di Trento, secondo quanto fissato dal Concilio di Firenze e, prima, da alcuni concili africani del IV secolo.

Nella definizione tridentina furono riconosciute canoniche anche parti da alcuni allora contestate, come la finale lunga del Vangelo di Marco (Mc 16,9-20) e l’episodio dell’adultera (Gv 7,53-8,11), che invece i Protestanti o omettono o inseriscono tra parentesi4. In generale però il NT si presenta oggi sostanzialmente identico nelle Bibbie protestanti e in quelle cattoliche.

La tradizione cristiana successiva, almeno a partire da un certo momento, ha sentito il complesso dei libri canonici del NT come un tutto unitario. E questo vale anche per noi, sebbene resti valida l’esigenza di tener conto del contesto culturale e dei rapporti possibili con la produzione contemporanea.

Complessa e molto studiata è la questione della fissazione del canone del NT, ossia del processo con cui si è stabilito che certi libri dovevano essere considerati «normativi» per i cristiani, dovevano quindi far parte della Sacra Scrittura, al pari dell’AT. Al tempo di Paolo e degli autori del NT, ma ancora oltre, con «Scrittura» si intendeva solo l’AT.

Nel periodo in cui gli scritti del NT furono composti (tra seconda metà del I sec. e inizio del II sec.), e successivamente, fiorì una vasta produzione di scritti apocrifi e di quegli scritti di ispirazione biblica, che denominiamo «Padri apostolici». Possiamo constatare che nei primi secoli della Chiesa la valutazione sulla canonicità e non canonicità è oscillante per quanto riguarda scritti appartenenti a tutti questi ambiti, per cui alcuni scritti oggi entrati nel canone non erano universalmente accettati, mentre talora scritti oggi esclusi (apocrifi o Padri apostolici) venivano considerati come Sacra Scrittura.

Possiamo cercare di ricostruire queste valutazioni attraverso le citazioni e i giudizi dei primi autori cristiani e attraverso i primi tentativi espliciti di classificazione. Ma i dati non sono sempre chiari e si prestano a interpretazioni varie. Quello che è certo è che le prime collezioni parziali hanno riguardato le lettere di Paolo (alcune) e i Vangeli.

1. Periodo dei Padri Apostolici e dei primi apologisti (fino al 175 circa).

Gli scritti dei Padri più antichi (detti «Padri Apostolici», ovvero «contemporanei agli Apostoli») testimoniano una cognizione dell’esistenza di certi libri che in seguito formeranno il NT, più di una volta citati. Queste citazioni e allusioni inducono a pensare che essi riconoscessero a tali libri una autorità; ciò sembrerebbe avvalorato dal fatto che, benché raramente, essi paiono applicare a passi del NT le formule già in uso per introdurre quelli canonici dell’AT («la Scrittura dice» oppure «è scritto»)5. Tutti gli scritti che oggi fanno parte del canone sono menzionati nel complesso da questi Padri, eccetto la III lettera di Giovanni; ma la sua estrema brevità (13 versetti in tutto) ed il contenuto dottrinalmente trascurabile, spiega facilmente come non sia capitato agli autori di questo periodo l’occasione di nominarla.

Verso la II metà del II secolo la tradizione orale, col passar del tempo, rischia di divenire sospetta ed incontrollabile, e si impone l’esigenza di scritti accettati che la trasmettano fedelmente. Inizia qui il passaggio dalla tradizione orale al riconoscimento di una tradizione scritta autorizzata e normativa. Giustino, apologista e martire, consente di osservare questa tendenza: nel 150 ci informa che nelle adunanze liturgiche dei Cristiani «vengono letti i fatti memorabili degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, per quanto il tempo lo consenta. Poi il lettore si ferma ed il capo istruisce a viva voce, esortando all’imitazione di queste buone cose. Quindi tutti ci alziamo in piedi e leviamo preghiere»6. È chiaro che venivano letti indifferentemente libri dell’uno e dell’altro Testamento, con una certa preminenza degli scritti cristiani.

Un momento fondamentale di questo cammino verso il canone è l’opera dell’eretico Marcione, che verso il 144 elabora il primo abbozzo di canone noto: egli, che rifiutava tutto l’AT, in quanto espressione di un Dio diverso e inferiore, accettava solo come «Scrittura» gli scritti cristiani che meno erano influenzati dall’AT, quindi Paolo (10 lettere, escluse le pastorali ed Eb) e il Vangelo di Luca, discepolo di Paolo (ma con tagli: ad esempio, dei primi 2 capp.). Anche per reazione a questo canone, opera di un eretico, la Chiesa ha accelerato la fissazione di un canone ufficiale. Però le motivazioni devono essere state molte e complesse, e può aver influito anche la definizione del canone palestinese dell’AT, che è avvenuta verso la fine del I sec. d.C. (ma l’influsso può essere stato reciproco).

2. Periodo di assestamento (dal 175 al 450 circa).

Per quanto riguarda i libri cosiddetti deuterocanonici, ovvero Ebr, Giac, 2 Pt, 2 e 3 Gv, Gd e Ap, anch’essi sono citati nelle opere degli scrittori antichi del periodo precedente7. Tuttavia, a partire dalla fine del II secolo, le fonti ci mostrano alcune incertezze sulla canonicità di questi scritti.

In Ireneo di Lione, verso il 180, troviamo riconosciuti come Scrittura i 4 Vangeli (il Vangelo è unico, ma tetramorfo), 13 lettere di Paolo (compresa Eb, ma esclusa Fm), gli Atti, 1 Pt (non 2 Pt), 1 e 2 Gv (non 3 Gv, non Gc e non Gd), l’Ap; inoltre viene accolto anche il Pastore di Erma (un Padre apostolico).

La prima lista ufficiale, databile nella seconda metà del II sec., è il Frammento o Canone Muratoriano, che conosciamo in latino (forse una traduzione dal greco) e probabilmente proveniva da Roma. Enumera 22 o 23 scritti del NT (l’incertezza sul numero deriva dal carattere frammentario del testo): i 4 Vangeli nell’ordine attuale 8, gli Atti, 13 lettere di Paolo (esclusa Eb), 3 lettere cattoliche (Gd e due di Gv, non Gc, non 1 Pt), l’Ap di Giovanni, ma anche l’Apocalisse di Pietro (un apocrifo). Contesta esplicitamente la canonicità del Pastore di Erma, che invece il contemporaneo Ireneo accoglie. Appare particolarmente strana l’omissione di 1 Pt, riconosciuta invece, oltre che da Ireneo, da quasi tutti i Padri del tempo: Tertulliano, Clemente Alessandrino, Ippolito.

“[...] ai quali pure egli (Marco?) fu presente e così ha (es)posto. Il terzo libro dell’evangelo (è quello) secondo Luca. Questo medico, Luca, preso con sé da Paolo come esperto di diritto (o esperto del viaggio, o della dottrina), lo compose dopo l’ascensione di Cristo secondo ciò che egli (Paolo) credeva. Neppure lui però vide il Signore in carne, e perciò cominciò a raccontare così come poteva ottenere (il materiale), dalla nascita di Giovanni. Il quarto degli evangeli (è quello) di Giovanni, (uno) dei discepoli. Poiché i suoi condiscepoli e vescovi lo esortavano, disse: «Digiunate con me per tre giorni da oggi e ci racconteremo a vicenda ciò che ad ognuno verrà rivelato». In quella stessa notte fu rivelato ad Andrea, (uno) degli apostoli, che Giovanni doveva mettere tutto per iscritto in nome proprio, mentre tutti (lo) avrebbero esaminato. E perciò, sebbene diversi princìpi siano insegnati nei singoli libri dei vangeli, ciò non costituisce però una differenza per la fede dei credenti, essendo tutte le cose spiegate dall’unico e normativo Spirito: ciò che riguarda nascita, passione, risurrezione, vita sociale con i suoi discepoli, la duplice venuta, dapprima, disprezzato nell’umiltà, che è già avvenuto, la seconda volta, illustre, con potere regale, che deve (ancora) avvenire. Che c’è di strano, dunque, se Giovanni tanto costantemente presenta anche nelle sue lettere delle particolarità, dato che dice di se stesso: «Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e udito con le nostre orecchie e che le nostre mani hanno toccato, queste cose abbiamo scritto a voi» (1 Gv 1,1 ss.). Così non solo egli si professa testimone oculare ed auricolare, ma anche scrittore di tutte le cose mirabili del Signore, per ordine. Gli Atti poi di tutti gli Apostoli sono scritti in un unico libro. Luca raccoglie per l’ottimo Teófilo le singole cose che sono state fatte in presenza sua e lo fa vedere chiaramente omettendo la passione di Pietro e anche la partenza di Paolo dall’Urbe (= Roma), per la Spagna. Le lettere di Paolo poi rivelano esse stesse, a chi vuol capire, da che località e in che circostanza sono state inviate. Prima di tutte ai Corinzi, vietando l’eresia dello scisma; poi ai Galati (vietando) la circoncisione; poi ai Romani (spiega) esattamente l’ordine delle Scritture e che Cristo è il loro principio. Delle quali (lettere) è necessario che parliamo singolarmente. Lo stesso beato apostolo Paolo, in ciò seguendo la regola del suo predecessore Giovanni [cfr. sette lettere di Apoc cap. 2-3: si veda più avanti], scrive nominativamente a sole sette chiese in quest’ordine: ai Corinzi la prima (lettera), agli Efesini la seconda, ai Filippesi la terza, ai Colossesi la quarta, ai Galati la quinta, ai Tessalonicesi la sesta, ai Romani la settima. Sebbene sia tornato a scrivere ai Corinzi e ai Tessalonicesi per correggerli, si vede che una sola chiesa è diffusa per tutta la terra. Perché anche Giovanni scrive nell’Apocalisse a sette chiese, ma parla a tutte. Ma una a Filémone e una a Tito e due a Timóteo (le scrisse) per affetto e amore. Sono ritenute sacre per l’onore della Chiesa cattolica, per il regolamento della disciplina ecclesiale. Circola anche una (lettera) ai Laodicesi, un’altra agli Alessandrini, falsificate col nome di Paolo dalla setta di Marcione, e molte altre cose che non possono essere accettate nella chiesa cattolica. Non conviene che il fiele sia mescolato con il miele. Però una lettera di Giuda e due con la soprascritta "di Giovanni" sono ricevute nella Chiesa cattolica, come pure la Sapienza scritta in onor suo dagli amici di Salomone. Riceviamo anche le Apocalissi di Giovanni e di Pietro soltanto. Alcuni di noi però non vogliono che questa sia letta nella chiesa (= assemblea). Il Pastore l’ha scritto poc’anzi, nella nostra città di Roma, Erma, mentre sedeva sulla cattedra della chiesa della città di Roma il vescovo Pio, suo fratello. Perciò conviene che sia letto, però non si può leggere pubblicamente nella chiesa al popolo, né tra i profeti il cui numero è completo, né tra gli apostoli della fine dei tempi. Non accettiamo del tutto nulla di Arsinoo o Valentino o Milziade, che scrissero anche un nuovo libro di Salmi per Marcione insieme con Basilide asiano, fondatore dei Catafrigi […]”9.

Tertulliano (150-222 circa), che considera il Nuovo Testamento «strumento evangelico ed apostolico»10 ne cita esplicitamente come canonici 23, e non menziona 2 Pt, Gc, 2 e 3 Gv, forse per mancanza d’occasione. Il Pastore di Erma inizialmente lo ritiene utile11, poi lo rigetta come falso e apocrifo12.

Tenuto conto delle testimonianze dei Padri, si può constatare che verso il 200 in Occidente è ormai solido il nucleo costituito dai 4 Vangeli, dagli Atti, da 13 lettere di Paolo, dall’Apocalisse di Giovanni.

Per le lettere cattoliche vi è incertezza da parte di alcuni, e la Lettera agli Ebrei sarà riconosciuta solo verso il 380, perché non era attribuita generalmente a Paolo ed era abusata dagli eretici, specie montanisti e novaziani. La Lettera di Giacomo entrerà definitivamente solo verso il 350.

In Egitto Clemente di Alessandria (150-215 circa) mostra di conoscere ed accettare come canoniche tutte le Scritture, a parte forse Gc, 2 Pt e 3 Gv.

Origene (185-254 circa), che con i suoi numerosi viaggi poté accertarsi con esattezza delle tradizioni in uso nelle varie regioni, ci restituisce un quadro preciso della situazione. Egli divide il canone in scritti accettati da tutti e dovunque (i 4 vangeli, le 13 lettere paoline, At, 1 Pt, 1 Gv e Ap), e scritti discussi (2 Pt, 2 e 3 Gv, Ebr e Gc). In seguito egli cita anche alcuni libri apocrifi, bollandoli come eretici. È difficile stabilire quale fosse però il suo parere personale13.

Nella sua Storia ecclesiastica, composta tra la fine del III sec. e l’inizio del IV, Eusebio di Cesarea riporta in proposito le opinioni dei più importanti Padri precedenti e delinea sistematicamente la situazione al suo tempo (cfr. III,25). Sappiamo così che ancora nel III secolo mancava un canone preciso: venivano usati tutti i 27 libri del nostro canone, ma anche molti altri: Lettera dello Pseudo-Barnaba, Apocalisse di Pietro, Didachè, Pastore di Erma, Atti di Paolo, ecc. Eusebio cerca di fare distinzioni precise, ma non senza incertezze; egli eredita la distinzione origeniana tra scritti homologoúmena («sui quali vi è accordo»), antilegómena («discussi»), ed eretici.

“Arrivati a questo punto, ci sembra ragionevole ricapitolare (la lista) degli scritti del Nuovo Testamento di cui abbiamo parlato. E, senza alcun dubbio, si deve collocare prima di tutto la santa tetrade (= quaterna) degli evangeli, cui segue il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo questo, si debbono citare le lettere di Paolo, a seguito delle quali si deve collocare la prima attribuita a Giovanni e similmente la prima lettera di Pietro. A seguito di queste opere si sistemerà, se si vorrà, l’Apocalisse di Giovanni, su cui esporremo a suo tempo ciò che si pensa. E questo per i libri universalmente accettati.
Tra gli scritti contestati, ma tuttavia riconosciuti dalla maggior parte, c’è la lettera attribuita a Giacomo, quella di Giuda, la seconda lettera di Pietro e le lettere dette seconda e terza di Giovanni, che sono dell’evangelista o di un altro che porta lo stesso nome.

Tra gli apocrifi (lett. bastardi, spuri), vengono anche collocati il libro degli Atti di Paolo, l’opera intitolata Il Pastore, l’Apocalisse di Pietro e dopo questi la lettera attribuita a Barnaba, i cosiddetti Insegnamenti degli Apostoli (Didaché), poi, come s’è già detto, l’Apocalisse di Giovanni, se si vuole. Qualcuno, come ho già detto, la rifiuta, ma altri la uniscono ai libri universalmente accettati. Tra questi stessi libri alcuni hanno ancora collocato il Vangelo secondo gli Ebrei, che piace soprattutto a quegli Ebrei che hanno creduto a Cristo.

Pur stando così le cose per i libri contestati, tuttavia abbiamo giudicato necessario farne ugualmente la lista, separando i libri veri, autentici e accettati secondo la tradizione ecclesiastica, dagli altri che, a differenza di quelli, non sono testamentari (= vincolanti), e inoltre contestati, sebbene conosciuti, dalla maggior parte degli scrittori ecclesiastici; affinché possiamo distinguere questi stessi e quelli che, presso gli eretici, sono presentati sotto il nome degli apostoli, sia che si tratti dei vangeli di Pietro, di Tommaso e di Mattia o di altri ancora, o degli Atti di Andrea, di Giovanni o di altri apostoli. Assolutamente nessuno mai tra gli scrittori ecclesiastici ha ritenuto giusto di ritrovare i loro ricordi in una di queste opere. D’altra parte, il carattere del discorso si allontana dallo stile apostolico; il pensiero e la dottrina che essi contengono sono talmente lontani dalla vera ortodossia da poter chiaramente provare che questi libri sono delle costruzioni di eretici. Perciò non si debbono neppure collocare tra gli apocrifi, ma si debbono rigettare come del tutto assurdi ed empi” (Historia Ecclesiastica III, 25, 1-7)14.

Colpisce l’oscillazione a proposito dell’Ap di Giovanni, che viene collocata sia tra gli scritti più autorevoli e indiscussi, sia tra quelli dubbi. In questo caso Eusebio è influenzato dalle osservazioni critiche del vescovo Dionigi Alessandrino, che riteneva, per ragioni stilistiche e contenutistiche, impossibile attribuirla al medesimo autore del Vangelo e di 1 Gv e supponeva potesse essere opera di un altro Giovanni. Eusebio riporta per esteso tali osservazioni di Dionigi nel libro VII, cap.25 della sua Storia ecclesiastica, e inoltre elabora ulteriori argomenti a favore dell’ipotesi del secondo Giovanni o Giovanni presbitero (III, 39,5-6). La sua posizione influenzerà profondamente l’atteggiamento riservato dei Padri greci successivi a proposito della canonicità dell’Apocalisse15.

Un uso più estensivo di libri canonici, in Oriente, è testimoniato anche da alcuni codici biblici antichi, come il Sinaitico (S o ‘alef), del IV sec., e l’Alessandrino (A), del V sec.: contengono, insieme ai libri che oggi appartengono al NT, scritti come la Lettera dello Pseudo-Barnaba, il Pastore di Erma (in S), le due lettere attribuite a Clemente Romano (in A).

Il primo a portare il canone a conclusione in Oriente fu Atanasio di Alessandria in una lettera pasquale del 36716: egli per primo enumera i 27 scritti del NT come i soli canonici, senza registrare dubbi di sorta; ammette che si usino nella catechesi (ma non nelle letture liturgiche ufficiali) anche Didachè e Erma, ma non li inserisce nel canone.

Tuttavia alcune lettere cattoliche e l’Apocalisse continuarono ad essere rifiutate in alcune parti dell’Oriente: tra le lettere cattoliche 2 Pt, 2 e 3 Gv, Gd furono accolte in Siria solo nel V-VI sec.; lunga fu l’emarginazione dell’Ap, che durò fino al VI-VII sec. e oltre, ma si tratta di casi isolati.

Le principali cause di dubbio sulla canonicità degli scritti poi detti deuterocanonici, sopra elencati, sono:

La circolazione di apocrifi, che rendeva alcune Chiese diffidenti verso i libri la cui canonicità ad esse non constava con certezza;

La brevità eccessiva ed il non rilevante valore dottrinale di alcuni scritti (2 e 3 Gv, Gd). Giuda inoltre pareva accreditare l’apocrifo veterotestamentrio di Enoc;

L’uso che alcune sette ereticali facevano della lettera agli Ebrei e dell’Apocalisse;

La difficoltà di comunicazione tra le Chiese. La Chiesa siriaca, è quella che più a lungo mantenne dubbi circa 5 libri che ignorava.

3. Periodo dell’unanimità (dal 450 circa in poi).

Dalla II metà del V secolo c’è un consenso unanime sui 27 libri del NT. Rimane solo il caso della Chiesa sira, che raggiunge l’accordo più tardi, colla versione filosseniana della Bibbia (secolo VI).

Come detto, la lettera festale di Atanasio del 367 è la prima a dichiarare che l’ambito del canone del NT è costituito esattamente dai 27 libri oggi accettati come canonici. Le prime decisioni conciliari, invece, sono quelle di Ippona (393) e Cartagine (397 e 419)17, con il medesimo canone di Atanasio, che diverrà poi quello della Chiesa Cattolica.


1 H. DENZINGER - A. SCHÖNMETZER, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, Bologna, EDB, 199537, parr. 1501-1505. Il decreto è costituito da una premessa sull’indole delle Sacre Scritture, seguita dall’elenco dei libri accettati nel canone.

2 Ivi, par. 1335: “ Un solo, identico Dio è autore dell’antico e del nuovo Testamento, cioè della Legge e dei Profeti, e del Vangelo, perché i santi dell’uno e dell’altro Testamento hanno parlato sotto l’ispirazione del medesimo Spirito Santo. Essa accetta e venera i loro libri, che sono indicati da questi titoli: I cinque di Mosè, cioè: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; Giosuè, Giudici, Ruth, i 4 dei Re, i 2 dei Paralipomeni, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe, Salmi di David, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico, Isaia, Geremia, Baruc, Ezechiele, Daniele, i 12 Profeti minori, e cioè: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia; i 2 dei Maccabei, i 4 Evangeli: di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni; le 14 lettere di S. Paolo: ai Romani, le 2 ai Corinti, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, le 2 ai Tessalonicesi, ai Colossesi, le 2 a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei; le 2 di Pietro, le 3 di Giovanni; 1 di Giacomo; 1 di Giuda; gli Atti degli Apostoli, e l’Apocalisse di Giovanni”.

3 Ivi, par. 186.

4 “Chi non accettasse come sacri e canonici tutti i libri, per intero, con tutte le loro parti, come v’è usanza di leggerli nella Chiesa Cattolica e come si trovano nell’antica edizione latina della Vulgata, sia scomunicato”. Ivi, par. 1504.

5 POLYCARPUS SMYRNENSIS (107-110 circa), Ad Philippenses XII,1 (Fil. 2,1 e Ef 4,26); PSEUDO BARNABAS, Epistula IV,14 (Mt 22,14).

6 Apologia I, LXVII,3-5: T¦ ¢pomnhmoneÚmata tîn ¢postÒlwn À t¦ suggr£mmata tîn profhtîn ¢naginèsketai, mšcrij ™gcwre‹. Eta pausamšnou toà ¢naginèskontoj Ð proestëj di¦ lÒgou t¾n nouqes…an kaˆ prÒklhsin tÁj tîn kalîn toÚtwn mim»sewj poie‹tai. ”Epeita ¢nist£meqa koinÍ p£ntej kaˆ eÙc¦j pšmpomen. Ed. E. J. Goodspeed, Göttingen, 1915.

7 A parte 3 Gv, per i motivi già detti.

8 Parla di Lc come del 3º Vangelo e di Gv come del 4º, sicché si deve supporre che precedentemente, nella parte oggi mancante, egli avesse menzionato Mt come 1º e Mc come 2º (le parole iniziali del frammento sembrano appunto riferirsi a Mc, perché riecheggiano un’informazione che conosciamo da Papia: Mc avrebbe trascritto nel suo Vangelo la predicazione di Pietro a cui avrebbe assistito).

9 Testo edito da H. LIETZMANN, Das Muratorische Fragment, Berlin, 19332; traduzione di Pier Ottaviano.

10 Adversus Marcionem IV, p. 426: “Constituimus inprimis evangelicum instrumentum Apostolos auctores habere, quibus hoc munus Evangelii promulgandi ab ipso Domino sit impositum”; IV, p. 428: “Si vero Apostoli quidem integrum Evangelium contulerunt, de sola convictus inaequalitate reprehensi, pseudoapostoli autem veritatem eorum interpolaverunt et inde sunt nostra digesta, quod erit germanum illud apostolorum instrumentum, quod adulteros passum est?”. Ed. E. Kroymann, Vindobonae, 1954 (CSEL SL 1).

11 Oratio XVI.

12 De pudicitia X.

13 In EUSEBIUS, Historia ecclesiastica VI,25,3-14.

14 EÜlogon d' ™ntaàqa genomšnouj ¢nakefalaièsasqai t¦j dhlwqe…saj tÁj kainÁj diaq»khj graf£j. Kaˆ d¾ taktšon ™n prètoij t¾n ¡g…an tîn eÙaggel…wn tetraktÚn, oŒj ›petai ¹ tîn Pr£xewn tîn ¢postÒlwn graf»: met¦ d taÚthn t¦j PaÚlou katalektšon ™pistol£j, aŒj ˜xÁj t¾n feromšnhn 'Iw£nnou protšran kaˆ Ðmo…wj t¾n Pštrou kurwtšon ™pistol»n: ™pˆ toÚtoij taktšon, e‡ ge fane…h, t¾n 'Apok£luyin 'Iw£nnou, perˆ Âj t¦ dÒxanta kat¦ kairÕn ™kqhsÒmeqa. kaˆ taàta mn ™n Ðmologoumšnoij: tîn d' ¢ntilegomšnwn, gnwr…mwn d' oân Ómwj to‹j pollo‹j, ¹ legomšnh 'Iakèbou fšretai kaˆ ¹ 'IoÚda ¼ te Pštrou deutšra ™pistol¾ kaˆ ¹ Ñnomazomšnh deutšra kaˆ tr…th 'Iw£nnou, e‡te toà eÙaggelistoà tugc£nousai e‡te kaˆ ˜tšrou ÐmwnÚmou ™ke…nJ. `En to‹j nÒqoij katatet£cqw kaˆ tîn PaÚlou Pr£xewn ¹ graf¾ Ó te legÒmenoj Poim¾n kaˆ ¹ 'Apok£luyij Pštrou kaˆ prÕj toÚtoij ¹ feromšnh Barnab© ™pistol¾ kaˆ tîn ¢postÒlwn aƒ legÒmenai Didacaˆ œti te, æj œfhn, ¹ 'Iw£nnou 'Apok£luyij, e„ fane…h: ¼n tinej, æj œfhn, ¢qetoàsin, ›teroi d ™gkr…nousin to‹j Ðmologoumšnoij. ”Hdh d' ™n toÚtoij tinj kaˆ tÕ kaq' `Ebra…ouj eÙaggšlion katšlexan, ú m£lista `Ebra…wn oƒ tÕn CristÕn paradex£menoi ca…rousin. Taàta d p£nta tîn ¢ntilegomšnwn ¨n e‡h, ¢nagka…wj d kaˆ toÚtwn Ómwj tÕn kat£logon pepoi»meqa, diakr…nontej t£j te kat¦ t¾n ™kklhsiastik¾n par£dosin ¢lhqe‹j kaˆ ¢pl£stouj kaˆ ¢nwmologhmšnaj graf¦j kaˆ t¦j ¥llwj par¦ taÚtaj, oÙk ™ndiaq»kouj mn ¢ll¦ kaˆ ¢ntilegomšnaj, Ómwj d par¦ ple…stoij tîn ™kklhsiastikîn ginwskomšnaj, †n' e„dšnai œcoimen aÙt£j te taÚtaj kaˆ t¦j ÑnÒmati tîn ¢postÒlwn prÕj tîn aƒretikîn proferomšnaj ½toi æj Pštrou kaˆ Qwm© kaˆ Matq…a À ka… tinwn par¦ toÚtouj ¥llwn eÙaggšlia periecoÚsaj À æj 'Andršou kaˆ 'Iw£nnou kaˆ tîn ¥llwn ¢postÒlwn pr£xeij: ïn oÙdn oÙdamîj ™n suggr£mmati tîn kat¦ t¦j diadoc¦j ™kklhsiastikîn tij ¢n¾r e„j mn»mhn ¢gage‹n ºx…wsen, pÒrrw dš pou kaˆ Ð tÁj fr£sewj par¦ tÕ Ãqoj tÕ ¢postolikÕn ™nall£ttei carakt»r, ¼ te gnèmh kaˆ ¹ tîn ™n aÙto‹j feromšnwn proa…resij ple‹ston Óson tÁj ¢lhqoàj Ñrqodox…aj ¢p®dousa, Óti d¾ aƒretikîn ¢ndrîn ¢napl£smata tugc£nei, safîj par…sthsin· Óqen oÙd' ™n nÒqoij aÙt¦ katataktšon, ¢ll' æj ¥topa p£ntV kaˆ dussebÁ paraithtšon. Ed. G. Bardy, Paris, 1952-1958.

15 All’ostilità di Dionigi e di Eusebio verso l’Apocalisse non è estranea l’ostilità verso il millenarismo, che per lo più faceva appello proprio alla descrizione del regno millenario nel cap. 20 dell’Apocalisse. Le concezioni millenaristiche, che si incentravano sull’attesa di un regno terreno di Cristo coi suoi santi alla fine dei tempi, previa distruzione di ogni altro regno (e quindi anche dell’impero romano), erano sentite in contrasto con l’idea di una conciliazione tra cristianesimo e impero, caldeggiata da vari esponenti della Chiesa, tra cui particolarmente Eusebio, che vide in Costantino l’uomo capace di promuoverla concretamente.

16 Testo ricostruito da T. ZAHN, Athanasius und der Bibelkanon, in Festschrift seiner Königlichen Hoheit dem Prinzregenten Luitpold von Bayernzum achtzigsten Geburtstage, Erlangen – Leipzig, 1901, pp. 1-36.

17 Ivi, par. 186.

Criteri di canonicità

I criteri che prevalsero per l’inserzione nel canone furono principalmente tre:

  1. L’apostolicità, cioè l’attribuzione degli scritti, direttamente o indirettamente, ad apostoli. L’apostolo ebbe nella Chiesa una funzione unica, quella di testimone oculare; per conseguenza solo gli scritti che hanno per autore un apostolo o un discepolo di un apostolo furono presi a garanzia della purezza della testimonianza cristiana.

  2. Il consenso delle chiese: cioè il fatto che fossero stati accolti e letti durante la liturgia in tutte o quasi tutte le comunità ecclesiali.

  3. La conformità all’insegnamento ecclesiale trasmesso oralmente dagli apostoli, per quanto riguarda il contenuto; furono scelti quei libri che erano in armonia con la tradizione orale e rifiutati tutti quelli che presentavano la figura di Gesù in modo difforme da quello tramandato. Perciò scritti pur attribuiti ad Apostoli sono stati rifiutati: è il caso del Vangelo di Pietro (secondo una testimonianza di Serapione di Antiochia, della fine del II sec., trasmessaci da Eusebio di Cesarea (Hist. Eccl. VI,12,2-6)1.

Per quanto riguarda il criterio dell’apostolicità, possiamo notare come abbia operato la tradizione ecclesiale, soprattutto a proposito degli scritti che erano stati trasmessi senza indicazione del nome dell’autore (la maggior parte), nel senso di collegarli strettamente a figure di apostoli; in tempi moderni il criterio di apostolicità si è modificato, perché non dipende più rigorosamente dall’attribuzione specifica ad Apostoli, ma dal fatto di trasmettere i contenuti dell’annuncio apostolico. Ossia, si deve tener conto delle acquisizioni di carattere filologico-storico, senza che queste interferiscano sulla questione della canonicità. Questo ha comportato che nessuna attribuzione sia stata esente da verifiche e contestazioni.


1 “Noi infatti, fratelli, accogliamo Pietro e gli altri Apostoli come Cristo, ma respingiamo in base alla nostra esperienza i falsi scritti che portano il loro nome” (Testo originale: tinaj ™n tÍ kat¦ `RwssÕn paroik…v prof£sei tÁj e„rhmšnhj grafÁj e„j ˜terodÒxouj didaskal…aj ¢poke…lantaj. Ed. G. Bardy, Paris, 1952-1958)

Bibliografia

Sul canone, molto ricco di informazioni è soprattutto il manuale del A. WIKENHAUSER - J. SCHMID, Introduzione al NT, trad. ital. a cura di F. MONTAGNINI, Brescia, Paideia, 19812, pp. 44-90.

La migliore trattazione specifica è quella di B. M. METZGER, Il canone del Nuovo Testamento. Origine, sviluppo e significato, trad. ital., Brescia, Paideia, 1997.







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