J. D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo
Data: Domenica, 24 marzo 2013 @ 19:20:00 CET
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


J. D. G. Dunn, Gli albori del cristianesimo. Gli inizi a Gerusalemme: 1 La prima fase; 2 Paolo apostolo dei gentili; 3 La fine degli inizi, Brescia, Paideia 2012, trad. di Angelo Fracchia; edizione originale Christianity in the Making, vol 2, Beginning from Jerusalem, Eerdmans, Grand Rapids 2009.

Recensione di Armando Rolla.



 

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Anche il secondo volume inglese di questa opera, elaborato dal professore emerito di teologia dell’Università di Durham (Inghilterra), a motivo della sua mole (1347 pagine) ancor più massiccia del primo, è stato diviso dall’editore italiano in tre tomi, ancora per niente esigui. Il periodo storico qui preso in esame riguarda il quarantennio che va dalla morte di Gesù alla distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani nel 70 d.C. e che coincide con la fine della prima generazione di cristiani, compresa la morte di tre persone di spicco (Pietro, Giacomo e Paolo).

I tre tomi constano di 17 capitoli che continuano la numerazione (dal 20 al 37) dei tre precedenti, sempre tradotti dall’Editrice Paideia di Brescia, e sono divisi in tre parti, anch’esse in continuazione delle parti pubblicate in precedenza. La parte sesta fornisce lo status quaestionis della ricerca sulla chiesa storica in questo quarantennio e analizza le fonti che la riguardano, con particolare attenzione agli Atti degli Apostoli. La parte settima s’occupa degli inizi della chiesa di Gerusalemme, della sua espansione soprattutto ad opera degli ellenisti (giudeo-cristiani di lingua greca) e di Paolo di cui è tratteggiata l’infanzia, la conversione e il suo legame con la chiesa di Antiochia. Dopo aver delineato la missione di Pietro, l’attenzione è concentrata sui primi conflitti interecclesiali, costituiti dal Concilio di Gerusalemme e dall’incidente di Antiochia. È in questo contesto che è analizzata in maniera piuttosto dettagliata la lettera di Paolo ai Galati. La parte ottava è interamente dedicata a Paolo, apostolo dei gentili, che molti studiosi considerano “il secondo fondatore del cristianesimo”. L’attenzione è soprattutto rivolta all’attività missionaria di questo apostolo che Dunn denomina in maniera originale “missione egea” con le sue due fasi corrispondenti alla denominazione tradizionale “secondo viaggio” e “terzo viaggio “ di Paolo. Anche qui v’è la presentazione piuttosto analitica delle due lettere ai Corinti e di quella ai Romani. Infine la parte ottava studia la passione di Paolo in connessione con le lettere ai Filippesi, a Filemone e ai Colossesi, l’ultima missione di Pietro e il ruolo di Giacomo, fratello di Gesù e vescovo di Gerusalemme. Nell’ultimo capitolo di questa parte ottava sono brevemente analizzate la lettera agli Efesini, quella di Giacomo e la I Pietro.

La lettura dei tre tomi rivela che il suo autore adotta nel campo della critica letteraria e storica una posizione che oscilla tra tradizionalismo e progressismo. Eccone alcuni esempi. In fatto di critica letteraria, in accordo con la tradizione, Dunn riconosce la paternità lucana delle famose “sezioni-noi” degli Atti degli Apostoli, e l’autenticità paolina della II lettera ai Tessalonicesi e di quella ai Colossesi. In particolare riguardo alla lettera ai Colossesi, che la gran parte dei commentatori attuali considera deuteropaolina, egli afferma che essa fu scritta da Paolo mentre si trovava prigioniero a Roma prima del terremoto che nel 60/61 devastò le città della valle del fiume Lico, fra cui v’era Colossi. Poiché lo stile, la cristologia e l’escatologia di questa lettera sono diversi da quelli delle lettere autentiche di Paolo, Dunn ipotizza che l’apostolo abbia incaricato il discepolo Timoteo a stendere la lettera in nome suo, limitandosi ad autenticarla con il saluto finale.

La tendenza tradizionalista dell’autore affiora anche nei riguardi della lettera di Giacomo e della I Pietro. Opponendosi a Lutero, che considerava la lettera di Giacomo non una lettera apostolica ma “una lettera di paglia”, Dunn la rivaluta perché “è pressoché la sola finestra di cui si disponga sulla chiesa di Gerusalemme e sulla sua influenza negli anni 50 e 60 del I secolo” (p. 1151). L’avrebbe composta Giacomo, fratello di Gesù e vescovo di Gerusalemme, con l’aiuto di un discepolo più versato nel greco; la lettera attuale sarebbe stata redatta dopo la morte di Giacomo nel 62 e anche dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 per raccogliere il meglio dell’insegnamento di Giacomo. Anche nei riguardi della I Pietro “la spiegazione più logica è che I Pietro rappresenti l’insegnamento di Pietro, che fin dall’inizio sia stata riconosciuta come tale e che presto abbia finito con l’essere accettata come tale. Il che potrebbe significare che fu Pietro stesso a comporre la lettera ‘tramite Silvano’ o parimenti uno stretto collega o discepolo (Silvano, Marco?) abbia raccolto l’insegnamento di Pietro in una lettera che era (ed è ancora) un tributo adeguato alla qualità, alla natura e al contenuto di ciò che si ricordava dell’insegnamento e della predicazione di Pietro” (p. 1185). Invece nei riguardi della lettera ai Galati, normalmente fatta comporre da Paolo durante il terzo viaggio missionario (53-58), Dunn ne anticipa la composizione nella prima fase della missione egea, che corrisponde al secondo viaggio missionario dell’esegesi tradizionale. Infatti egli afferma: “A mio parere le probabilità maggiori sono che Paolo abbia scritto Galati dopo le due lettere ai Tessalonicesi, ossia all’incirca nel 52” (p. 736). Per questo studioso solo la II Timoteo è autentica mentre I Timoteo e Tito sono state scritte nello spirito di Paolo venti o trenta anni più tardi della II Timoteo.

Anche nel campo della critica storica Dunn mostra lo stesso equilibrismo tra tradizionalismo e progressismo. In accordo con gli esegeti anglosassoni rifiuta il minimismo storico degli Atti degli Apostoli, frequentemente sostenuto nell’area tedesca. A chi afferma che nei punti in cui Atti e lettere paoline divergono bisogna privilegiare Paolo, egli replica che “Paolo non può essere considerato un testimone spassionato di ciò che racconta” (p. 113) e “l’impressione generale fa certamente pensare che l’autore degli Atti fosse informato sulla vita e sulla missione di Paolo” (p. 94); però aggiunge anche: “Nessuno dei due è semplicemente ‘storico’, la loro prospettiva teologica orienta il racconto di entrambi” (p. 113). In particolare i discorsi degli Atti sono un saggio di ciò che i protagonisti in questione avrebbero/potrebbero/ dovrebbero aver detto.

È la ricostruzione della vita di Paolo quella in cui Dunn si discosta soprattutto dalla esegesi tradizionale. Innanzitutto egli rifiuta la terminologia corrente di I-II-III “viaggio missionario” di Paolo e preferisce parlare di “missione egea” con le sue due fasi che corrispondono rispettivamente al II e III viaggio della terminologia tradizionale, basata su Atti 16-20. Il motivo è che “il via vai nella zona egea sembrava molto più la fondazione di una missione distinta o addirittura indipendente più che l’ampliamento di un secondo viaggio missionario della missione partita da Antiochia” (pp. 678-679).

In accordo con l’esegesi tradizionale Dunn riconosce che Atti (15,5-21 e Gal 2,1-9) si riferiscono al Concilio di Gerusalemme, però il cosiddetto “decreto apostolico” (Atti 15,22-29) non sarebbe il risultato di questo concilio ma avrebbe preso forma stabile solo sei mesi dopo, in seguito all’incidente di Antiochia. Con altri neotestamentaristi attuali egli è convinto che in questo incidente ebbe la meglio Pietro anziché Paolo, come comunemente si crede. Ed è questo smacco subito da Paolo che l’avrebbe indotto a condurre la sua attività missionaria successiva in totale indipendenza dalla chiesa di Antiochia, contrariamente a quello che affermano a più riprese gli Atti. In questo caso Dunn, per lo più propenso a valorizzare gli Atti nella ricostruzione del cristianesimo primitivo, prende le distanze da esso perché “la tendenza di Luca è di sorvolare sugli episodi negativi nella storia dell’espansione del cristianesimo”(p. 1081).

Ricordo ancora che Dunn adotta l’opinione della Galazia meridionale (provincia romana) evangelizzata nel cosiddetto I viaggio missionario (Gal 1,21; Atti 16,6) opponendosi agli studiosi (soprattutto tedeschi) che ritengono l’identificazione della Galazia settentrionale (regione) l’opinione più diffusa. Inoltre Paolo sarebbe stato martirizzato sotto Nerone tra il 62 e il 64 alla conclusione dell’unica prigionia romana, cosicché non si può parlare di un suo viaggio in Spagna e di una sua ulteriore attività missionaria conclusasi con una seconda prigionia romana. Gli Atti non parlano di questa morte però “la conclusione più ovvia che si possa trarre è quindi che in realtà Luca sapesse fin troppo bene che il processo di Paolo alla fine dei due anni era finito male e che Paolo era stato giustiziato sommariamente, subito o poco dopo” (pp. 1081-1082).

Infine riguardo ai piani di viaggi di II Tim (3,14-15) e di Tito (3,12) “sospetto che una parte di essi rielaborino itinerari paolini precedenti e che le uniche informazioni che portino direttamente alla questione della fine di Paolo consistano nel passo di 2Tim 4,6-18” (p. 1083).

Concludendo bisogna riconoscere che Dunn ha fatto le sue scelte (di cui ho fornito solo un piccolo campionario) in un continuo confronto con gli studiosi oggi più accreditati (quasi esclusivamente inglesi e tedeschi), come mostrano le continue e dense note in calce di pagina, integrate dalla bibliografia finale di oltre 70 pagine. A parte le numerose ripetizioni e lo stile troppo spesso ridondante, questa opera merita tutta l’attenzione specialmente da parte degli “addetti ai lavori”.







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