La critica testuale e l'edizione critica del Nuovo Testamento
Data: Domenica, 21 ottobre 2001 @ 12:00:00 CEST
Argomento: Il Nuovo Testamento


di Clementina Mazzucco

Manoscritti e loro classificazione, critica e ricostruzione del testo, errori nella sua trasmissione, esempi di critica testuale



Introduzione

La critica testuale è un aspetto che idealmente viene prima di tutti gli altri, in quanto, prima di discutere su questioni storiche, prima di interpretare e analizzare, occorre accertare il grado di affidabilità del testo che abbiamo davanti, occorre sapere se esistono problemi e quali siano. Alcuni problemi critici possono essere anche molto rilevanti per lo studio: ad esempio, quello della finale di Mc.

Noi sappiamo che nessun testo antico ci è pervenuto nell’originale, ma tutti attraverso copie e copie di copie. I libri del NT furono copiati molto di più di qualsiasi altro testo antico e questo significa che il numero dei testimoni è molto grande ed ha continuato ad arricchirsi anche nel nostro secolo grazie a ricerche più accurate: oggi risultano circa 5.400.

Solo a partire dal 1500 si incominciarono a stampare i testi, prima in traduzione latina, poi nell’originale greco, ma i criteri con cui i testi furono stampati, col progredire delle metodologie della critica testuale, si sono rivelati manchevoli. Neppure oggi si può dire che si sia arrivati a esiti definitivi.

Cerchiamo di ricostruire la storia del testo del NT nelle sue varie fasi.

I testimoni del testo - Il genere

All’inizio la «pubblicazione» dei testi, cioè la loro diffusione sia per uso privato sia per uso pubblico (liturgico, catechetico, ecc.), avveniva attraverso la copiatura a mano, ad opera di scribi, su fogli di papiro o su pergamene (pelli di ovini o bovini conciate appositamente). Il papiro è il materiale che fu usato nei tempi più antichi; venne sostituito, già dai primi secoli, ma soprattutto a partire dal IV, dalla pergamena, che era più resistente e consentiva di scrivere più facilmente su entrambe le facciate; poteva perfino essere raschiata e riscritta (palinsesto). Proprio per la loro fragilità, i papiri si sono conservati solo in ambienti estremamente asciutti (desertici) e comunque in modo frammentario. La forma adottata era, soprattutto per i papiri, quella del rotolo (volumen), a cui si affiancò poi la forma a codex, quella dei fogli piegati in quattro, a quaternioni, rilegati insieme, da cui viene la forma attuale dei libri. Mentre gli Ebrei mantennero, per rispetto della tradizione, la forma del rotolo per le Sacre Scritture usate durante la liturgia, i Cristiani adottarono quella a codice che risultava più facile da usare e anche più economica, perché consentiva di sfruttare meglio il materiale (su questo argomento, si veda il capitolo dedicato alla filologia).

Abbiamo un centinaio di papiri, per lo più del III secolo, ma alcuni anche del II: sono i testimoni più antichi del testo, contengono però solo frammenti. Ne sono stati scoperti molti, e importanti, a partire dal 1930 (collezioni Chester-Beatty e Bodmer) ed il loro studio ha portato a modificare la valutazione dei testimoni già noti.

I manoscritti greci più antichi furono scritti con la scrittura maiuscola (detta anche onciale), che risulta molto chiara e nitida, ma più tardi, per rendere più veloce la trascrizione e per risparmiare spazio, si passò alla scrittura minuscola corsiva, che diventa comune dal IX secolo e soppianta del tutto la maiuscola. Perciò sono anche molto più numerosi i manoscritti (=mss.) in minuscola che ci sono pervenuti (sono circa tremila, contro trecento in maiuscola). Nel corso del tempo e in ambienti diversi cambiava il tipo di scrittura adottata, perciò oggi lo studio degli stili di scrittura contribuisce a datare i mss. e a stabilirne la provenienza geografica.

Il testo nei manoscritti era scritto su colonne appaiate (di numero variabile: 2,3,4) e, soprattutto nei mss. in maiuscola, non presentava separazione tra le parole (scriptio continua), né spiriti o accenti, né segni di interpunzione; inoltre erano usate volentieri abbreviazioni, specialmente a proposito dei cosiddetti nomina sacra (nomi indicanti figure divine, come Theós, Iêsoús, ma anche nomi molto comuni, come patêr, ánthrôpos), di cui si trascrivevano, ad esempio, l’iniziale e la desinenza (THS per Theós, KS per Kúrios, ecc.), con una lineetta sopra per avvertire dell’abbreviazione. Ciascuna di queste caratteristiche ha provocato errori particolari nella trascrizione da copia a copia. Non esisteva l’attuale divisione in capitoli e versetti, che fu fatta, per i capitoli, in età medievale (sul testo della Vulgata), e, per i versetti, nel ‘500, in un’edizione a stampa. Però già in antichi mss. del IV e V sec., come il Vaticano e l’Alessandrino, si trovano forme di numerazione del testo dei libri del NT; per i Vangeli molti mss. riportano il sistema dei «Canoni» elaborato da Eusebio di Cesarea, che consentiva di riconoscere a colpo d’occhio se un passo evangelico presentava paralleli negli altri Vangeli, e quanti. 1

A partire dal IV secolo soprattutto invalse l’uso di copiare i testi della Scrittura per uso liturgico, secondo l’ordine del calendario liturgico, in appositi volumi, i lezionari: anch’essi possono costituire dei testimoni utili della tradizione manoscritta, tanto più utili in quanto la tendenza è maggiormente conservatrice. Sono circa 2300, posteriori al IX secolo. Questi ultimi contengono i passi destinati all’uso liturgico (pericopi), quindi solo alcune parti dei libri del NT.

La Peshitta è una antica traduzione siriaca La Peshitta è una antica traduzione siriaca

Vi sono anche una trentina di ostraca, ossia cocci di terracotta utilizzati come materiale scrittorio.

Accanto alle copie dirette dei testi originali, fin dai primi secoli, via via che il messaggio cristiano veniva portato in paesi in cui si parlavano lingue diverse dal greco, si rese necessario tradurre i testi nelle varie lingue locali: le traduzioni in latino sono testimoniate a partire dal II secolo. Anche queste traduzioni, che a loro volta furono copiate per essere diffuse, interessano ai fini della ricostruzione degli originali, soprattutto quanto sono traduzioni antiche, che presuppongono originali antichi.

 

Infine non vanno trascurate le citazioni testuali, almeno quelle letterali, fatte dai Padri della Chiesa, specialmente quelli tra il II e il IV secolo (Giustino, Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene, Epifanio): anche queste citazioni, che presuppongono testi greci antichi, sono importanti, sebbene comportino problemi particolari di interpretazione, perché anche all’interno di citazioni letterali, quando incontriamo espressioni diverse da quelle che troviamo nei manoscritti del testo, non si può escludere che l’autore citi a memoria, e quindi con imprecisioni.


NOTE AL TESTO

1 Eusebio aveva suddiviso il testo di ciascun Vangelo in sezioni o passi dando a ciascuno un numero progressivo (i passi risultano 355 in Mt, 233 in Mc, 342 in Lc, 232 in Gv), quindi aveva elaborato dieci tavole (kanones), dove erano riportati i numeri delle varie sezioni, così ripartiti: nella I tavola, su colonne parallele, quelli presenti in tutti e quattro i Vangeli, nelle tavv. II-IV quelli presenti in tre (Mt-Mc-Lc oppure Mt-Lc-Gv, ecc.), nelle tavv. V-IX quelli presenti in due, nella X quelli presenti in un solo Vangelo. I mss. riportano a margine del testo i numeri del passo e della tavola. Questi numeri sono riportati ancora nelle edizioni moderne (nel Nestle-Aland nel margine interno, nel Merk in quello esterno, in carattere corsivi); e le tavole vengono riprodotte nell’introduzione insieme al testo della Lettera a Carpiano in cui Eusebio spiega il suo sistema.

Numero dei testimoni

Il numero dei testimoni della tradizione manoscritta si è via via arricchito nel tempo e anche la valutazione del loro valore non è ancora stata completata. Sulla base dei dati forniti da R. Dupont-Roc nel 2004 il numero dei primi tre tipi di testimoni è così ripartito: 115 papiri, 309 manoscritti maiuscoli, 2862 minuscoli, 2412 lezionari.

Per valutare il significato di tali dati, si è soliti considerare, per contrasto, il numero di manoscritti che tramandano il testo dei classici antichi. Se il Nuovo Testamento ci è riportato, parzialmente o integralmente, in circa 5400 testimoni, l’Iliade di Omero, la «Bibbia» degli antichi, è trasmessa solamente da 457 papiri, 2 manoscritti maiuscoli e 188 minuscoli. Di Euripide, tra i più letti, abbiamo 54 papiri e 276 mss, quasi tutti bizantini. I manoscritti utili per la ricostruzione delle opere di autori come Platone, Plinio il Giovane, Cesare, Tucidide, Svetonio, Erodoto, Euripide, Aristofane non superano la decina. Moltissimi documenti antichi sono stati copiati e ricopiati per secoli prima di giungere alla copia più antica in nostro possesso: il più antico esemplare de Le opere e i giorni di Esiodo, che è datato tra il 590 e il 555 a.C., è del secolo XI d.C. (1500 anni di distanza dall’originale); gli Annali di Tacito (56-115 d.C.), hanno un solo testimone e per giunta del secolo XI (1000 anni dopo l’originale).

Di contro, il manoscritto più antico del Nuovo Testamento ha un intervallo di soli 25 anni dall’originale. La critica testuale neotestamentaria, differentemente da quella dei testi classici, è sommersa dall’abbondanza di materiale. Giorgio Pasquali, nel suo notissimo manuale di filologia classica, poteva affermare che “Nessun altro testo greco è tramandato così riccamente e così credibilmente come il Nuovo Testamento”1.


NOTE AL TESTO

1 G. PASQUALI, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze, Le Monnier, 19522, p. 8.

Sistema di classificazione dei manoscritti

Nelle edizioni critiche moderne, a partire dal 1700, si è adottato un sistema di classificazione dei manoscritti attraverso numeri o lettere, che è rimasto abbastanza costante. I manoscritti in maiuscola furono indicati con lettere maiuscole dell’alfabeto latino (A,B,C,D, ecc.) e, non bastando, anche dell’alfabeto greco (thêta, delta, ecc.). Il famoso codice Sinaitico, scoperto da Konstantin von Tischendorf nel 1859, fu da lui designato con la prima lettera dell’alfabeto ebraico, ‘alef (così compare anche nel Nestle-Aland, mentre il Merk lo cita con S). Invece i manoscritti in minuscola, più numerosi, furono indicati con numeri arabi. Per i manoscritti in maiuscola, quando non bastarono più le lettere dei due alfabeti, si pensò di indicarli anch’essi con numeri arabi ma, per distinguerli dai minuscoli, preceduti da uno zero (01, 02, ecc.): perciò essi hanno oggi una doppia indicazione negli elenchi. Questo sistema risulta molto più pratico di quello fino ad allora adottato: i manoscritti in maiuscola precedentemente erano indicati con denominazioni che facevano riferimento al luogo di provenienza (Codex Alexandrinus [oggi A o 02]: proveniente da Alessandria) o al luogo di conservazione (Codex Vaticanus [oggi B o 03]: della Biblioteca Vaticana; di norma si aggiunge anche il numero di catalogazione), o al nome del proprietario (Codex Bezae [oggi D o 05]: trovato e acquistato da Teodoro Beza) o a particolarità (Codex Ephraemi rescriptus [oggi C o 04]: palinsesto, ovvero manoscritto del NT raschiato e riutilizzato per trascrivere l’opera di Efrem).

Per quanto riguarda i papiri, che solo all’inizio di questo secolo si è cominciato a considerare, la sigla usata è P (spesso scritta in carattere gotico: così nel Nestle-Aland) seguita da un numero in esponente che corrisponde al numero d’ordine dato da C. R. Gregory: ad es., P45 (Vangeli, Atti), P46 (Lettere di Paolo), P47 (Apocalisse), P66 (Vangelo di Giovanni), P75 (Vangeli di Luca e di Giovanni).

I lezionari sono indicati con una elle corsiva (l ) seguita dal numero d’ordine dato da chi li ha classificati (Gregory).

Le traduzioni sono indicate con abbreviazioni in lettere latine minuscole: it (= Itala, antiche versioni latine anteriori alla Vulgata), vg (= vulgata), latt (= tutte le versioni latine), sy (= traduzioni siriache), co (= traduzioni copte), ecc. Sempre con lettere latine minuscole sono indicati singoli manoscritti delle versioni latine più antiche (a, b, c, ecc.).

Le citazioni patristiche sono indicate con abbreviazioni dei nomi dei Padri: Ir (= Ireneo), Or (= Origene), ecc.

Testimoni importanti

Nell’apparato critico delle edizioni moderne i testimoni della tradizione manoscritta vengono elencati secondo un ordine di importanza: prima i papiri, poi i manoscritti maiuscoli, poi i minuscoli, poi i lezionari, infine le citazioni patristiche. Più importanti sono considerati i testimoni più diretti e più antichi.

Papiro P52 Il papiro P52, scritto su entrambi i lati, è il reperto più antico per il Nuovo Testamento.

Tra i papiri abbiamo il testimone più antico del NT, P52, che è datato al 125 e contiene un frammento di Gv (18,31-33,37-38). Segue il recentemente scoperto P90, sempre del II secolo, che comprende parti di Gv 18,36 -19,7, e P98, anch'esso probabilmente del II secolo, che contiene parti di At 1,13-20. Verso il 200 sono datati P46, che contiene nove epistole paoline e P66, di ben 104 pagine, contenente alcune parti di Gv (i primi quattordici capitoli quasi completi, e una buona parte dei restanti). P46 e P66 appartengono a due importanti collezioni che sono state costituite nel XX secolo, rispettivamente quella Chester Beatty di Dublino e quella Bodmer di Ginevra1.

Frammenti P64/67 Frammenti P64/67 del Magdalen College di Oxford contenenti parti di Mt 26.

Sempre al 200 o prima sono datati P64/67, del Magdalene College, che contiene passi di Matteo, e P32, con alcuni versetti della lettera a Tito. Alla collezione Bodmer appartiene P75, formato di 102 pagine più o meno integre, con parti dei Vangeli di Luca e Giovanni, ed è datato tra il 175 ed il 225. Alla prima metà del III secolo è ascrivibile P45, costituito da porzioni di trenta fogli contenenti testi provenienti dai quattro Vangeli e dagli Atti; di poco successivo è P47, che riporta dieci fogli dell’Apocalisse. Entrambi sono parte della collezione Chester Beatty. Sempre del II secolo, P72 (Bodmer) contiene la più antica copia conosciuta dell’epistola di Giuda e delle due di Pietro. Sempre nel III secolo vanno collocati P4 della Nazionale di Parigi, che contiene parti del Vangelo di Luca, e P5 della British Library, con parti del Vangelo di Giovanni.

Dei manoscritti maiuscoli meno di un centinaio contengono più di due fogli. Sono pochissimi quelli anteriori al IV secolo (cinque in tutto), mentre al IV secolo risalgono 14 mss., e poi ne abbiamo 8 tra IV e V sec., 36 del V, ecc. I più importanti sono:

- 'alef (o S) o 01 o codice Sinaitico: è del IV sec. e originariamente conteneva tutta la Bibbia greca; ora contiene comunque tutto il NT: è l’unica copia completa del NT greco in caratteri maiuscoli. Anche per la qualità è ritenuto di fondamentale importanza.

Codex Sinaiticus Codice sinaitico, uno dei testimoni più importanti.

- A o 02 o codice Alessandrino: è del V sec. e contiene AT e NT con lacune: per il NT manca quasi tutto Mt. E’ di qualità varia, a seconda dei libri, che furono copiati da mani diverse. E’ importante per l’Apoc.

Codex Alexandrinus Codice alessandrino.

- B o 03 o codice Vaticano: è del IV sec. e contiene AT e NT con lacune: per il NT mancano alcune lettere paoline e l’Apoc. E’ il primo codice che contenga una suddivisione del testo. E’ importante.

Codex Vaticanus Codice Vaticano, IV secolo d.C., versetti del Vangelo di Marco.

- D o 05 o codice di Beza o Cantabrigiensis (si conserva a Cambridge): è del V sec. ed è bilingue, con greco e latino a fronte. Presenta i Vangeli nell’ordine Mt, Gv, Lc, Mc. Ha la caratteristica di riportare numerose e significative varianti, sia con omissioni sia con aggiunte, e non solo di parole o espressioni, ma di intere frasi. In Lc 6, ad es., inserisce il v.5 dopo il v.10 e aggiunge tra i vv. 4 e 6: «Lo stesso giorno, vedendo un uomo che lavorava di sabato, egli [Gesù] gli disse: Uomo, se tu sai ciò che stai facendo, tu sei benedetto; ma se non lo sai, sei maledetto e un trasgressore della Legge». In Lc 22,15-20, nel racconto dell’ultima cena, omette, insieme ad alcuni testimoni latini e siri, l’ultima parte del v.19 e tutto il v.20, eliminando così la menzione del secondo calice. Negli Atti degli apostoli D è più lungo di circa un decimo rispetto al testo comunemente tramandato e presenta, talora insieme ad altri testimoni del cosiddetto «testo occidentale», alcune correzioni che rivelano un atteggiamento misogino.

Codice di Beza Codice di Beza.

I codici minuscoli sono classificati in varie categorie, a seconda del periodo in cui furono trascritti: i più antichi sono quelli tra IX e XIII sec. (vetustissimi, IX-X, vetusti, X-XII), mentre si dicono recentiores quelli tra XIII e XV sec. e novelli quelli copiati dopo l’invenzione della stampa.

Solo 58 minuscoli contengono tutto il NT. Alcuni gruppi di mss. minuscoli risultano così strettamente imparentati in base al tipo di errori che contengono, da essere classificati unitariamente: sono le famiglie indicate con f1 (cinque mss.) e f13 (una dozzina di mss.).

Una particolarità dei lezionari è che non riportano mai testi dell’Apocalisse perché, a causa delle controversie sulla sua canonicità, non entrò nell’uso liturgico della Chiesa greca. La maggior parte dei lezionari pervenuti non è anteriore al IX sec.; a differenza degli altri mss., continuarono ad essere trascritti in maiuscola, almeno fino all’XI, anche quando ormai era invalso l’uso della minuscola. Il lezionario più antico che possediamo è l 1596, del V sec. Due lezionari del IX sec. (l 961 e l 1566) sono tra i pochi testimoni della finale «intermedia» di Mc.

Le traduzioni nelle varie lingue antiche possono essere di grande rilievo, perché risalgono ai primi secoli, ma comportano anche difficoltà, sia perché la struttura linguistica cambia, rispetto a quella dell’originale greco, sia perché non sempre si tratta di traduzioni rigorosamente letterali. Non interessano la critica testuali traduzioni che non siano state fatte direttamente a partire dal greco o rivedute sulla base del greco.

Codex Bobbiensis Codex Bobbiensis

Il NT fu tradotto in latino già a partire dal II sec. nell’Africa del Nord, e poi in Italia, Gallia, ecc. Queste versioni latine anteriori alla fine del IV sec. risultano molto letterali, e quindi particolarmente preziose per la ricostituzione dei testi greci da cui dipendono. Ma le versioni che conosciamo presentano molte differenze tra loro: sotto la denominazione di Vetus latina si indica pertanto, non una singola traduzione, ma il complesso delle traduzioni latine anteriori alla Vulgata di Gerolamo (e talora si distinguono l’Afra, l’Itala, ecc.). Possiamo ricostruire queste versioni sia attraverso le citazioni letterali fatte dai Padri latini del III-IV sec. (a partire da Tertulliano), sia attraverso i mss., che in genere riportano ciascuno solo parti del NT (Vangeli oppure Atti, oppure lettere di Paolo, oppure l’Apoc). Tra i mss. della Vetus latina il più importante è il codex Bobbiensis (proveniente dal monastero di Bobbio, ora alla Biblioteca Nazionale di Torino), indicato con la lettera k: fu scritto in Africa verso il 400, contiene circa metà di Mt e Mc ed è l’unico ms. del NT latino che riporti la finale «intermedia» di Mc. Non possediamo ancora un’edizione critica completa della Vetus latina.

Col termine Vulgata (ossia «diffusa») si indica la traduzione latina del NT, attribuita a Gerolamo, e databile verso il 380; è incerto però se Gerolamo abbia effettivamente riveduto tutto il NT, o solo i Vangeli. Comunque questa traduzione divenne la più diffusa nella Chiesa romana a partire dal VII sec. e fu riconosciuta come quella ufficiale con le edizioni promosse da Sisto V (1590) e Clemente VIII (1592): nelle sigle con cui si citano le attestazioni della Vulgata (vg), il Nestle-Aland indica in esponente, con s e cl, appunto queste edizioni (vgs e vgcl). In tempi moderni abbiamo avuto due edizioni della Vulgata: quella pubblicata a Oxford tra 1898 e 1954, da J. Wordsworth, H. J. White e H. F. D. Sparks (= vgww) e quella pubblicata a Stuttgart nel 1969 (19833) (= vgst). Paolo VI ha promosso una revisione della Vulgata sulla base dei testi originali, perciò dal 1979 (e in 2º ed. dal 1986) abbiamo la neo-Vulgata, che viene riprodotta a fronte del testo greco nelle edizioni bilingui del NT.

Delle traduzioni siriache del NT esistono cinque tipi, a parte la versione siriaca del Diatessaron di Taziano, che conosciamo attraverso le citazioni di Efrem:

  1. la Vetus syra, che è la più antica; la conosciamo principalmente attraverso due mss., uno della fine del IV sec., trovato sul Monte Sinai, e perciò detto siro-sinaitico (sigla: sys), l’altro, del V sec., trovato in Egitto da W. Cureton, e perciò detto siro-curetoniano (sigla: syc);

  2. la Peschitta o Vulgata siriaca (sigla: syp), la versione ufficiale, ancora oggi, della Chiesa sira: non contiene alcune lettere cattoliche né l’Apocalisse. Ne possediamo molti mss. ed è in corso l’edizione critica;

  3. la versione detta filosseniana (sigla: syph), perché promossa dal vescovo Filosseno di Mabbug all’inizio del VI sec.;

  4. la versione detta harclense (sigla: syh), perché opera del vescovo Tommaso di Harqel, che compì una revisione della versione filosseniana sulla base di alcuni mss. greci, nel 616;

  5. la versione siro-palestinese, poco nota: la testimonianza più estesa è quella di un lezionario dei Vangeli giunto in mss. dell’XI-XII sec.

  6. Importanti sono anche le traduzioni copte: sono almeno una mezza dozzina le forme dialettali del copto: le più antiche e importanti sono il sahidico (sigla: sa) e il bohairico (sigla: bo), poi abbiamo il medioegiziano (sigla: mae), l’achmimico (sigla: ac), ecc. Per la conoscenza di queste versioni è stata fondamentale la scoperta di molti papiri.

  7. Le citazioni dei Padri sono utili da molti punti di vista: per il loro numero e la loro estensione, consentono di ricostruire quasi tutto il NT; permettono di localizzare e datare i tipi di testo documentati nei mss. e nelle versioni; quando discutono esplicitamente di varianti documentate nei mss. a loro disposizione o esprimono opinioni sul testo. Presentano anche problemi, che dipendono sia dalla difficoltà di accertare se citino in modo letterale o libero, sia da possibili fenomeni di armonizzazione intervenuti nel corso della tradizione manoscritta delle opere stesse dei Padri.


NOTE AL TESTO

1 Le collezioni prendono nome dai primi acquirenti.

La tipologia degli errori di trasmissione del testo

In tutti i testimoni della tradizione manoscritta dei testi antichi sono presenti un gran numero di errori, che è necessario riconoscere per procedere all’opera di correzione. È possibile distinguere due grandi categorie di errori: gli errori involontari e quelli volontari, anche se non sempre la distinzione è facile.

Ci siamo già occupati della tipologia degli errori presenti negli scritti provenienti dall’antichità; qui ci limiteremo a fornirne alcuni esempi tratti esclusivamente dal NT, rimandando a quel capitolo per le necessarie considerazioni generali.

Errori involontari

Errori di copiatura da un altro manoscritto:

Errori di udito:

vengono commessi quando la scrittura avveniva sotto dettatura o anche per effetto di ripetizione orale del passo memorizzato da parte dello scriba.

- A errori di udito si possono attribuire le confusioni frequenti tra vocali brevi e lunghe:

tra O e W, con conseguente alternanza tra indicativo e congiuntivo nella prima persona plurale dei verbi. Cfr. échomen e échômen in Rom 5,1; ma anche ôde («così, qui») e ode («costui») in Lc 16,25;

tra AI ed E. Cfr. érchesthai («andare») e érchesthe («andate») in Lc 14,17; éterois («altri») e étairois («compagni») in Mt 11,16;

tra OU e U. Cfr. lousánti («a colui che ha lavato») e lusánti («a colui che ci ha sciolti») in Apoc 1,5).

tra H, I, U, EI, OI, UI, per il fenomeno dell’itacismo, secondo cui in età bizantina tutte queste lettere e i dittonghi venivano letti come I. In 1 Cor 15,54 la frase «la morte è stata inghiottita nella vittoria (níkos)» presenta in un papiro e in B la sostituzione di néikos («conflitto») a níkos. Si può spiegare così anche l’alternanza tra íris («arcobaleno») e ieréis («sacerdoti») in Apoc 4,3, anche se il termine «sacerdoti» può essere stato suggerito dal carattere liturgico della scena. Estremamente frequenti sono le confusioni tra il pronome possessivo plurale di prima e di seconda persona (êméis e uméis) e talora non è più possibile decidere quale fosse la forma originale: ad es., in 1 Gv 1,4 si deve intendere «che la nostra gioia sia piena» o «che la vostra gioia sia piena»? In Lc 2,2 il nome del governatore della Siria è riportato come Kurêniou, Kuriniou, Kureinou e Kurinou.

- Si possono avere anche scambi tra consonanti. Cfr. in Apoc 15,6, in cui si parla di angeli vestiti di «lino» (línon) puro splendente, ma, secondo alcuni testimoni, di «pietra» (líthon).

Errori di memoria:

si producono nel passaggio tra la lettura del passo e la trascrizione.

Errori di giudizio:

vengono compiuti da scribi ottusi o molto distratti.

Modificazioni intenzionali

Sono gli errori più pericolosi e nella critica testuale risultano estremamente deleteri gli atteggiamenti sia degli scribi saccenti o volonterosi che si ingegnano per correggere o migliorare i testi, sia di quelli che vi apportano modificazioni per motivi di fede. Gli interventi di questo tipo erano particolarmente temuti e criticati già dai Padri della Chiesa. Ad es., Origene (Comm. Mt 15, 14) osserva riguardo ad un passo differentemente attestato: «In questo caso è evidente che si è prodotta una grossa divergenza tra i manoscritti, sia per disattenzione da parte di certi copisti, sia per il nefasto ardire da parte di alcuni nell’apportare una correzione al testo delle Scritture, sia per il fatto che nella correzione alcuni hanno aggiunto o tolto a loro piacimento». Gerolamo (Epistula LXXI,5) a sua volta si lamenta dei copisti che «trascrivono non ciò che trovano, ma quel che ritengono essere il significato e, mentre tentano di correggere gli errori di altri, non fanno che rivelare i propri».

Di fatto, abbiamo il curioso caso di un correttore del XIII sec. del cod. B, che, a proposito di Ebr 1,3, notando come un correttore precedente avesse cambiato la lezione originaria del codice fanerôn con férôn, convinto che la lezione autentica fosse fanerôn, annota a margine: «Sciocco e canaglia, lascia stare la lezione antica, non modificarla!». In realtà, era invece lui che si sbagliava... gli editori moderni dànno férôn.

Correzioni di ortografia e grammatica:

Sono interventi che mirano a «normalizzare» presunti errori, o forme difficili, dei testi. Sono frequenti nei mss dell’Apocalissi, che presenta una lingua caratterizzata da solecismi e anomalie. Ma anche i numerosi semitismi di Lc 1-2 suggeriscono talora correzioni. Cfr. Apoc 1,6, dove invece di epóiêsen una serie di minuscoli dà il participio dativo poiêsanti, che concorda con i participi precedenti agapônti hêmas e lusánti. In Lc 2,35 molti mss omettono l’ ek davanti a pollôn kardiôn, rendendo più semplice la costruzione (pollôn kardiôn diventa il genitivo di dialogismói).

Soluzione di difficoltà storiche o geografiche.

Ad es., in Mc 1,2 la formula di introduzione alla citazione biblica «nel profeta Isaia» è stata modificata in «nei profeti» oppure omessa, perché ci si è resi conto che la citazione in realtà non è soltanto di un passo di Isaia, ma è la combinazione di un passo di Isaia con uno di Malachia. In Mc 2,25 l’espressione «sotto il sommo sacerdote Abiatar» viene omessa perché non risulta esatta l’informazione: si trattava in realtà di Abimelech (anche i paralleli sinottici omettono).

Armonizzazione

Armonizzazione con passi paralleli o coi testi originali, in caso di citazioni. Abbiamo visto che talora si tratta di errori di memoria, ma possono anche essere intenzionali.

- Armonizzazione con passi paralleli. (Cfr. il testo del Padre nostro in Lc 11,2-4 che viene in più punti, da molti testimoni della tradizione manoscritta, assimilato alla versione di Mt 6,9-13, più nota: invece che «Padre», c’è chi scrive «Padre nostro che sei nei cieli»; dopo «venga il tuo regno» c’è chi aggiunge «sia fatta la tua volontà come in cielo anche in terra», ecc.). In Atti 9,4-6 il racconto della conversione di Paolo, che compare altre due volte nel libro, viene talora uniformato alle versioni successive (ad es., dopo «perché mi perseguiti?» di 9,4 alcuni aggiungono: «è duro per te recalcitrare contro il pungolo», che si trova in 26,14; altri mss introducono l’aggiunta, ampliata, dopo 9,5). In Mt 9,13, a conclusione del detto di Gesù che si dice venuto per chiamare non i giusti, ma i peccatori, alcuni mss aggiungono «per la conversione», che si trova nel parallelo di Lc 5,32. In Lc 1,64 la descrizione del momento in cui Zaccaria viene guarito dal mutismo viene modificata da alcuni testimoni della tradizione manoscritta occidentale con espressioni ricalcate dal racconto della guarigione del sordomuto di Mc 7,35: dopo «si aprì subito la sua bocca» aggiungono: «e fu sciolto il legame della lingua». In Lc 1,60, nell’espressione «sarà chiamato Giovanni» alcuni mss inseriscono «col nome», che riprende la medesima espressione presente nell’annuncio dell’angelo di Lc 1,13. Forse anche la sostituzione di «Israele» a «Gerusalemme» in Lc 2,38 («il riscatto di Gerusalemme») è suggerita dall’intenzione di adeguare meglio il passo al contesto: si noti che precedentemente si era parlato di «riscatto» per il popolo di Dio, definito «Dio di Israele» (1,68) e in 2,32 era pure menzionato il «tuo popolo, Israele», e in generale è frequente la menzione di Israele, molto meno quella di Gerusalemme.

- Armonizzazione di citazioni bibliche con il testo originale dell’AT o in particolare con il testo dei Settanta, che era il più noto. Sappiamo che i copisti conoscevano molto bene tutta la Scrittura, praticamente a memoria; perciò questo tipo di interventi è frequente. Ad es., in Rom 13,9, nella citazione di alcuni comandamenti (cfr. Deut 5,17,21; Es 20,13-17), «non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desiderereai», molti mss, specialmente minuscoli, ma anche S, aggiungono «non dirai falsa testimonianza».

Ampliamenti e chiarimenti del testo.

Sono molto frequenti; la tendenza più comune è appunto quella di ampliare il testo che non di abbreviare (tranne che nel caso di omissioni involontarie). Lo scopo è quello di renderlo più comprensibile o adeguato (tendenza all’enfasi).

Completamenti e chiarificazioni.

Ad es. in Mt 26,3 tra «i sommi sacerdoti» e « gli anziani» molti mss hanno inserito «e gli scribi» per rendere completo l’elenco dei capi giudei che si riuniscono per decidere la cattura di Gesù (del resto nei paralleli Mc 14,1 e Lc 22,2 gli scribi sono menzionati). In Mt 6,4.6 di nuovo molti mss specificano che Dio, che vede i meriti nascosti dell’uomo, ricompenserà «in modo manifesto». In Mt 1,8 viene integrata la serie genealogica. In Lc 1,75, invece che «tutti i nostri giorni», alcuni testimoni dànno «tutti i giorni della nostra vita»; in Lc 2,48 l’aggettivo «afflitti» viene intensificato da testimoni della tradizione occidentale con «e addolorati». In Lc 2,21 al posto del pronome «lui» molti mss dànno «il fanciullo», che rende più chiara la frase. Altri chiarimenti sono costituiti, in Lc 2,42, dalle aggiunte di «a Gerusalemme» dopo «quando salirono», e di «degli azzimi» dopo «la festa».

Amplificazione o modificazione di titoli, di personaggi, della divinità, ma anche di opere.

Ad es., in Col 1,23 Paolo si definisce «diacono» (ministro, servitore); alcuni copisti, forse ritenendo riduttivo questo titolo, vi sostituiscono «araldo e apostolo», altri aggiungono questi titoli, o almeno «apostolo» a «diacono». Il fenomeno del progressivo accrescimento di titoli divini è ben documentato da Gal 6,17, dove tra le varianti di «Gesù», abbiamo: «Cristo», «Signore Gesù», «Signore nostro Gesù Cristo». Per i titoli di libri biblici un caso macroscopico è il titolo dell’Apoc, che troviamo come «Apocalisse di Giovanni», «A. di Gv il teologo», «A. di san Gv il teologo», «A. di Gv il teologo ed evangelista», fino alla forma lunghissima riportata da un codice minuscolo (1775) e che suona: «L’A. del gloriosissimo evangelista, amico che stette sul petto (del Signore), vergine, amato da Cristo, Gv il teologo, figlio di Salome e Zebedeo, figlio adottivo di Maria, madre di Dio, e figlio del tuono».

Attribuzione di nomi propri a personaggi anonimi.

Al ricco epulone della parabola lucana (Lc 16,19) vengono attribuiti dalla tradizione manoscritta diversi nomi propri: un papiro lo chiama Neves; una versione sahidica Nineves (forse Neves è un’aplografia di Nineves); Priscilliano Finees (nome che ricorre nell’AT). Anche ai due ladroni sono stati assegnati nomi, con numerose varianti attestate per i passi paralleli dei tre sinottici: Mt 27,38; Mc 15,27; Lc 23,32 (Zoatham o Zoathan o Joathas, uno; Camma o Cammatha o Capnatas o Maggatras, l’altro). In Atti 16,27 il carceriere è chiamato da alcuni minuscoli «il fido Stefana».

Combinazione di lezioni diverse.

Si ha nella tradizione tarda, di fronte alla presenza di varianti tra cui non si sa scegliere. Cfr. Lc 24,53: c’è chi ha «benedicendo Dio» e chi «lodando Dio», e chi fondendo riporta: «lodando e benedicendo Dio». In Atti 20,28, di contro a due varianti, «Chiesa di Dio» e «Chiesa del Signore», è attestata anche la forma «la Chiesa del Signore e di Dio».

Alterazioni a scopo dottrinale.

Avvennero da parte di eretici per rafforzare le proprie concezioni, ma anche da parte ortodossa, per eliminare difficoltà dogmatiche. Ma anche l’influsso delle tendenze encratite, ossia ascetiche in senso rigoristico, si fanno sentire. Molte volte i Padri della Chiesa accusano gli eretici di manipolare le Scritture e sappiamo che Marcione aveva eliminato tutti i riferimenti giudaici e veterotestamentari presenti in Lc. La perdita degli originali dovette avvenire molto presto, sia per il naturale deperimento dei materiali sia a causa delle persecuzioni contro i cristiani, che comportarono talora la consegna e la distruzione dei libri sacri.

Queste alterazioni avvengono sia omettendo sia modificando sia aggiungendo.

Omissioni.

In Mc 13,32 e Mt 24,36, «Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli (del cielo) e neppure il Figlio, soltanto il Padre», una parte della tradizione manoscritta, molto consistente per Mt, omette «e neppure il Figlio», perché l’ignoranza, da parte del Figlio di Dio, del tempo della fine non è ammissibile. Probabilmente l’omissione di «il primogenito» da parte di W in Lc 2,7, «e partorì suo figlio», è dovuta al timore che si possa pensare che Maria ebbe anche altri figli: di fatto l’espressione diede adito appunto a opinioni di questo genere.

Modificazioni.

In Lc 1-2 riscontriamo numerosi casi in cui si interviene per correggere espressioni che presentano Giuseppe come genitore e padre di Gesù e sono in contrasto con l’idea del parto verginale di Maria, idea che viene indirettamente proposta da Lc (più chiaramente da Mt) e che ebbe grande diffusione nelle credenze cristiane. In Lc 2,41.43, al posto di «i suoi genitori» abbiamo le varianti «Giuseppe e Maria» e «Giuseppe e la madre»; in 2,48, al posto di «tuo padre ed io» abbiamo due varianti: «noi» e «i tuoi parenti ed io»; in 2,33, al posto di «suo padre» c’è «Giuseppe». In 2,27 invece un ms omette «i genitori». Si può pensare che la modificazione, da parte di alcuni testimoni siriaci, dei sette «anni» di matrimonio della profetessa Anna in sette «giorni», in Lc 2,36, sia dettata da un orientamento ascetico, che induce a ridurre il più possibile il periodo coniugale a favore della vedovanza?

Tra le modificazioni provocate da motivi ideologici si possono collocare le variazioni testuali di carattere «misogino», attestate soprattutto negli Atti degli Apostoli.

Aggiunte.

In Mc 9,29, dove Gesù afferma che non si può scacciare i demòni «se non con la preghiera», la maggior parte della tradizione, anche di quella antica, aggiunge «e col digiuno». In Mc 16,3, il ms latino k introduce una descrizione della risurrezione di Gesù, con fenomeni prodigiosi: «improvvisamente, alla terza ora del giorno, si fece buio su tutta la faccia della terra e angeli discesero dal cielo ed egli sorse nello splendore del Dio vivente, e contemporaneamente essi ascesero con lui, e immediatamente si fece luce. Allora esse si avvicinarono al sepolcro»; è possibile che questo ampliamento sia suggerito dall’intento di completare un racconto troppo scarno e manchevole su questo punto, in confronto ai paralleli. In Lc 1,3, nel proemio, due mss della Vetus Latina aggiungono a «parve bene a me» l’espressione «e allo Spirito Santo», probabilmente per rendere più autorevole la decisione di Luca di scrivere il suo Vangelo. L’espressione «parve bene allo Spirito Santo e a noi» viene usata in Atti 15,28, all’interno del documento finale del concilio di Gerusalemme.

Conclusione.

Il numero delle varianti documentate per tutto il NT è enorme, se calcolato in termini assoluti: circa 250.000; e solo per metà del testo si può dire che i testimoni siano perfettamente concordi. Inoltre le varianti sono antiche: per la maggior parte risalgono al II sec. e sono presenti già nei papiri più antichi, perché inizialmente era meno rigoroso il rispetto per il testo. Tuttavia sono veramente poche le divergenze che incidono sostanzialmente sul significato.

Principi di critica testuale

L’identificazione dell’errore non è sempre un processo immediato e sicuro; molte volte ci si trova di fronte a lezioni differenti senza che sia possibile scegliere con certezza la lezione «giusta». Negli ultimi 150 anni si è molto lavorato per stabilire dei criteri scientifici in questo senso. E si è lavorato in due direzioni principali: cercando di valutare attentamente le caratteristiche dei testimoni per accertarne l’affidabilità e cercando di fissare regole per scegliere tra diverse lezioni (o varianti) quella che più plausibilmente è quella originaria. Oggi si parla di «prove esterne» per quanto riguarda le considerazioni sul valore dei testimoni, di «prove interne» per quanto riguarda le considerazioni sulle singole varianti.

Criterio di discernimento delle varianti testuali

Le prove esterne.

Un primo elemento da prendere in considerazione è l’affidabilità dei singoli testimoni: sono generalmente ritenuti più importanti i testimoni più antichi. Ma non si tratta di un principio assoluto: ciò che conta realmente è la qualità dei singoli testimoni (la cura nella trascrizione e quindi un minor numero di errori meccanici), ma anche il fatto che una lezione sia attestata da più testimoni validi. Non è decisiva la quantità: il fatto che una lezione sia riportata dal maggior numero dei testimoni esistenti non rende la lezione più raccomandabile, anzi. Un problema di grande rilievo, per la critica testuale del NT, è stato, ed è ancora, quello di riconoscere i rapporti di parentela tra i codici, per determinare, non solo quali singoli codici siano affidabili, ma anche quali famiglie di codici lo siano.

La filologia moderna, seguendo il metodo elaborato da Karl Lachmann nell’800, ha in genere per i testi antichi cercato di stabilire i rapporti di parentela tra i codici, fissando uno stemma codicum, o albero genealogico, che ha al proprio vertice l’archetipo, cioè quel codice, che non possediamo più, ma che è all’origine di tutta la tradizione manoscritta esistente di una data opera e a cui si può tentare di arrivare nella ricostituzione del testo. Nel caso del NT però questa operazione non è possibile, sia per il grande numero dei testimoni, che non sono stati neppure tutti presi in considerazione, sia per quei fenomeni di contaminazione1 che si verificano anche per altri testi e che sconvolgono la linearità dei rapporti.

Tuttavia, a partire dal sec. XVIII, ma soprattutto dal XIX, gli studiosi del testo del NT hanno constatato che è possibile, in base al tipo di varianti dei codici, raggruppare i codici in famiglie e riconoscere che in vari periodi e zone si sono determinate recensioni particolari del testo (tipi testuali). Anche se la scoperta di nuovi documenti ha portato a modificare le valutazioni, si è d’accordo nel distinguere tra i testimoni tre o quattro gruppi o famiglie, a cui sono state attribuite dai diversi studiosi denominazioni diverse. Semplificando, possiamo dire questo.

1. Al primo posto, almeno quantitativamente, si pone il cosiddetto testo siro o lucianeo o antiocheno o bizantino o koiné (viene quindi spesso indicato con la lettera K), che è stato fatto risalire a una recensione attribuita (da Gerolamo) a Luciano di Antiochia, in Siria, verso la fine del III secolo. È quello rappresentato dalla grande maggioranza dei mss antichi (tra cui, per i Vangeli, A,W,Y, ecc.) e di quelli minuscoli. Prevalse nella Chiesa greca e fu il più usato fino al XVI sec.; venne stampato per primo, diventando il textus receptus, cioè quello universalmente accolto. È il più corrotto, perché ha subito numerose revisioni e tentativi di rendere il testo scorrevole e accettabile, anche dogmaticamente, e di armonizzare i Vangeli. È un gruppo complesso, con vari sottogruppi. La scoperta dei papiri, che in taluni casi presentano lezioni comuni a questo tipo testuale, ha portato a rivalutarlo, in quanto risulta così che non si tratta soltanto di una recensione tarda.

A questo tipo testuale si devono, ad es., le alterazioni dottrinali di Mt 24,36 (omissione di «e neppure il Figlio») e di Lc 2,33.43 (correzioni delle denominazioni di Giuseppe come padre di Gesù), di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente.

2. Anteriore al testo bizantino è il cosiddetto testo occidentale, in realtà diffuso, già nel II sec., in Oriente e in Occidente; si affermò soprattutto in Occidente. È rappresentato dai due mss del V e VI sec. indicati con la sigla D (e contenenti, l’uno, Vangeli e Atti, l’altro lettere paoline), da alcune versioni latine (la Vetus Latina) e dalle citazioni dei Padri occidentali, ma anche da versioni siriache. Ha la tendenza a parafrasare, omettere, ampliare, soprattutto armonizzare. E’ importante per le varianti degli Atti e di Lc: per il testo degli Atti il tipo occidentale fornisce un testo più lungo quasi del 10 % rispetto a quello riportato da altri tipi testuali.

Per aggiunte consistenti si veda Atti 11,2; per omissioni si veda Lc 5,39 (tutto il versetto risulta omesso); per armonizzazioni con passi paralleli si veda Lc 5,27, dove il passo viene assimilato a quello di Mc 2,13-14. È curioso, ed è stato studiato, l’atteggiamento misogino che manifesta in alcuni passi, soprattutto degli Atti2: in Atti 1,14 aggiunge alla menzione delle donne che si riunivano in preghiera con gli apostoli nel cenacolo: «e i figli», in modo che si pensi alle «mogli» degli apostoli stessi e non a donne indipendenti; in 17,12, nella menzione della conversione di donne e uomini nobili, inverte l’ordine dei termini «donne e uomini»; in 17,34 cancella il nome di Damaris; in 18,26 pospone il nome di Priscilla a quello del marito Aquila. In Col 4,15 abbiamo un caso simile: D intende il nome Ninfa come maschile (il Merk ha anche lui la forma maschile invece che quella femminile) e sostituisce conseguentemente il pronome che lo accompagna.

3. Il tipo testuale più apprezzato è quello neutrale o egiziano o alessandrino o di Esichio (si indica con H proprio da Hesychius): si è pensato che risalga alla recensione di un Esichio di Alessandria, in Egitto, verso il 300 (in realtà non è probabile). È stato detto “neutrale” perché gli si riconosceva indipendenza e genuinità e di conseguenza era ritenuto il più importante e autorevole. Oggi però si ammette che neppure questo gruppo conserva il testo originale puro. E’ rappresentato principalmente dai codici Sinaitico (S) e Vaticano (B), del IV sec., ma anche dal rescritto di Efrem (C), e da alcuni papiri molto antichi (P66 e P75 soprattutto).

4. Nel ‘900 è stato individuato il testo cesariense o palestinese (C), così definito perché è testimoniato nelle opere composte a Cesarea di Palestina da Origene e nelle opere di Eusebio di Cesarea. Ma è possibile constatare che compare già in opere origeniane composte ad Alessandria. È un testo misto, che somiglia in parte all’alessandrino e in parte all’occidentale. E’ ancora oggetto di studi e non tutti ne ammettono l’esistenza. I suoi rappresentanti più caratteristici sono P45, Q e le famiglie di minuscoli f1 e f13 .

Di norma, di fronte a varianti testimoniate da più mss, si tende a trascurare le lezioni riportate dalla koiné e a preferire le lezioni del testo alessandrino; autorevole è ritenuta una lezione documentata da tipi testuali distanti geograficamente: perciò l’accordo tra testo occidentale e testo alessandrino risulta spesso decisivo.

Tuttavia oggi si ha minor fiducia nei criteri esterni e non si esclude che anche la koiné o il testo occidentale possano conservare lezioni genuine. Neppure i codici minuscoli, i più tardi, debbono essere accantonati. In ogni caso le prove esterne vanno confermate dalle prove interne.

Le prove interne

Sono i criteri specifici che guidano a scegliere tra le varianti, sia tenendo conto delle tendenze più comuni nei copisti, che determinano gli errori di cui si è parlato, sia tenendo conto dello stile dell’autore stesso.

Per quanto riguarda l’opera dei copisti, si cerca di rispondere alla domanda: che cosa è probabile che i copisti abbiano fatto di fronte al testo? E quindi si procede in senso inverso.

- Poiché la tendenza comune dei copisti è quella di rendere più facile e comprensibile il testo dove presenta difficoltà, tra diverse varianti si sceglierà la lectio difficilior, cioè la lezione più ostica, dal punto di vista linguistico, grammaticale, stilistico, contenutistico. A meno che sia una lectio impossibilis !

- Poiché la tendenza comune dei copisti è quella di ampliare il testo, per chiarirlo e migliorarlo, tra diverse varianti si sceglierà la lectio brevior, la lezione più breve, a meno, ovviamente, che non si possa riconoscere una omissione per omeoteleuto o per motivi dottrinali.

- Poiché la tendenza comune dei copisti è quella di armonizzare i passi coi paralleli o, in caso di citazioni, con i testi originali e la versione dei Settanta, tra diverse varianti si sceglierà quella che presenta discordanze rispetto ai paralleli e ai testi citati.

Per quanto riguarda l’autore del testo, si cerca di rispondere alla domanda: che cosa è probabile che l’autore abbia scritto? Perciò si esamina l’usus scribendi dell’autore e si preferisce la variante che più concorda con le caratteristiche linguistiche e stilistiche dell’autore e del testo e con il contesto immediato e remoto dell’opera.

Conclusione.

La critica testuale è più un’arte che una scienza esatta e, anche se esistono delle regole utili, nessuna va applicata in modo meccanico. Ogni caso va attentamente considerato secondo tutti i criteri. In genere una buona strada è quella di scegliere, tra le varianti, quella che spiega meglio l’origine delle altre. La congettura, o divinatio, ossia la correzione di un presunto errore in base a un’ipotesi propria, è quasi sempre da evitare e gli editori migliori non vi ricorrono se non in casi disperati: nel Nestle-Aland risultano in tutto circa 200.


NOTE AL TESTO

1 La contaminazione avviene quando un copista non copia semplicemente da un codice, ma da più codici contemporaneamente, seguendo ora l’uno ora l’altro.

2 Cfr. B. WHITHERINGTON, The anti-feminist tendencies of the «western» text in Acts, in «Journal of Biblical Literature» CIII (1984), pp.82-84. Questo aspetto è preso in considerazione da Metzger, nell’appendice di aggiornamento al suo manuale sul testo del NT, pp. 269-270.

Esempi di critica testuale

La finale del Vangelo di Marco: Mc 16,9-20

Presenta una situazione complessa.

I versetti 16,9-201, che rappresentano la «finale canonica» in quanto sono riconosciuti dalla Chiesa come pienamente ispirati alla pari del resto del Vangelo, appartengono al textus receptus e sono attestati dalla maggioranza dei codici greci, da alcune versioni e da molti Padri della Chiesa, già a partire dal II secolo, anzi forse già prima del 150; sembra che l’apologista Giustino conoscesse questa finale, e fu inserita nel Diatessaron di Taziano.

Invece non vengono riportati dai due codici onciali più antichi e importanti: Sinaitico e Vaticano, dal minuscolo 304, dal codice Bobbiense (k), il più antico testimone della Vetus Latina (IV-V sec.), da un’antica versione siriaca, dalla maggior parte dei codici armeni e georgiani più antichi, in quasi tutta la tradizione sahidica. In vari testimoni compaiono segnalazioni esplicite sul fatto che Mc doveva concludersi con 16,8. Per di più molti Padri provano che non sono autentici questi versetti: Clemente Alessandrino e Origene, in particolare, non li conoscono. Eusebio di Cesarea (Quaestiones ad Marinum 1) e Gerolamo (Epistula CXX, 3) discutono espressamente la questione e sostengono di non aver trovato questa finale in codici greci del tempo.

Accanto a queste due finali ampiamente attestate: Mc 16,8 e 16,9-20, la tradizione conosce altre due forme:

- quella del cod. W, che riporta i vv.9-20 e in più, tra i vv. 14 e 15, un ampliamento (il cosiddetto loghion di Freer, dal nome di colui che acquistò il codice), che era già noto a Gerolamo (Adv. Pelag. 2,15);

- una finale breve, diversa da quella lunga, riportata dal codice Bobbiense (K) al posto della finale lunga; riportata invece da vari codici greci maiuscoli e minuscoli (L Y 083 099, ecc.), da mss siriaci e copti e dalla maggioranza dei mss etiopici prima della finale lunga. In vari mss c’è la segnalazione che si tratta di un’aggiunta.

Le prove esterne, ossia l’autorevolezza dei testimoni (il Sinaitico e il Vaticano) e l’accordo tra i più importanti tipi testuali (l’alessandrino e l’occidentale), sono a favore dell’inautenticità dei vv.9-20. Anche le prove interne confermano questa opinione: il linguaggio di questa parte non è marciano (ben 17 parole non si trovano nel resto di Mc o sono usate altrove con significato diverso); tra i vv. 8 e 9 è evidente una frattura stilistica; il contenuto dei vv.9-20 si presenta come un compendio delle parti finali degli altri Vangeli. Si ha l’impressione che questa finale sia stata composta per ovviare all’assenza sconcertante di apparizioni del Risorto che rendevano Mc manchevole rispetto agli altri Vangeli. Deve essere stata composta molto presto, subito dopo la composizione degli altri Vangeli.

Tuttavia l’idea che Mc si concludesse originariamente col v.8 non lascia soddisfatti molti studiosi, perché è davvero strano questo finale, con le donne che fuggono atterrite dalla tomba senza dire niente a nessuno proprio per la paura2. Le ultime parole sarebbero efoboúnto gar, una forma che non trova corrispondenti. Perciò alcuni (e Metzger è tra questi) ritengono che neppure 16,8 sia la vera conclusione di Mc e ipotizzano che il Vangelo sia stato interrotto, o sia andato perduto un foglio durante la trasmissione del testo. Ma altri studiosi difendono invece con forza l’adeguatezza della finale al v.8, perché il suo carattere rotto e perfino assurdo ben si conforma allo stile e alle intenzioni di Mc, quali si riconoscono nel resto del Vangelo.

Il Nestle-Aland riporta la finale canonica dopo Mc 16,8, tra le doppie parentesi quadre; invece il Merk la riporta senza alcun segno grafico.

La pericope dell’adultera: Gv 7,53-8,11

La pericope3 è riportata in questa collocazione dal cod. D, da alcuni testimoni della Vetus Latina (b c e ff2), dalla Vulgata e dalla recensione koiné. È riportata in altre collocazioni da alcuni codici: dopo Gv 7,36 dal cod. 225; dopo Gv 21,25 (alla fine del Vangelo) da f1; dopo Lc 21,38 da f13; dopo Lc 24,53 (alla fine del Vangelo) dal correttore di 1333.

È omessa dai principali testimoni: P66, P75, S, B, forse A C, ecc.

Gli autori greci non la conoscono prima della fine del sec. XII; in Occidente è attestata a partire dalla fine del sec. IV. Agostino (De adulterinis coniugiis II,6,5) nota che manca in vari codici e ritiene che sia stata eliminata in un secondo momento perché creava problemi in tema di adulterio. La sua antichità, ma non l’appartenenza alla tradizione evangelica, è attestata da Papia (inizio del II sec.). Il passo è stato inserito dopo 7,52 a motivo di 8,15: «Io non giudico nessuno».

I codici più autorevoli testimoniano contro l’autenticità giovannea della pericope e gli spostamenti nella collocazione di altri codici che la riportano mostrano che si tratta di un materiale vagante. Inoltre la maldestra inserzione nel contesto di Gv e lo stile non giovanneo indicano che si tratta di un’aggiunta, peraltro molto antica.

È oggi generalmente riconosciuta come non giovannea. Il Nestle-Aland riporta la pericope in Gv 7,53-8,11 tra le doppie parentesi quadre; il Merk senza alcun segno grafico.

Mt 27,16-17: Barabba o Gesù Barabba?

Trattasi di un problema testuale ritenuto dall'editore difficile da risolvere e segnalato pertanto con le parentesi quadre.

Siamo alla fine dell'episodio del processo davanti a Pilato, al momento in cui il procuratore propone alla folla di scegliere un prigioniero da liberare per l'amnistia di Pasqua. Nel racconto di Matteo due volte la tradizione manoscritta diverge a proposito del nome di Barabba: una parte dei testimoni (il codice maiuscolo Q, un gruppo di minuscoli, ossia f1 e 700, una versione siriaca, ma anche alcuni codici noti a Origene) lo designa come Gesù Barabba: "Avevano allora un prigioniero famoso detto [Gesù] Barabba. Mentre dunque erano riuniti Pilato disse loro: Chi volete che vi liberi: [Gesù il] Barabba o Gesù detto il Cristo?".

Le traduzioni normalmente omettono in entrambi i casi "Gesù".

Qui è evidente che la forma "Gesù Barabba" costituisce una lectio difficilior: a nessun copista sarebbe venuto in mente di aggiungere "Gesù" se non lo avesse trovato nel testo. Commenta Joachim Gnilka: "Si raccomanda la lezione Gesù Barabba, ovvero Gesù il Barabba. Può apparire scandaloso che Barabba si chiami anche Gesù. Per questo fu cancellato nella grande maggioranza dei manoscritti". Commenta anche Alberto Mello (Evangelo secondo Matteo, Magnano, Qiqajon, 1995, pp. 472-473): "Gesù Barabba è lezione conservata solamente da una piccola famiglia di manoscritti, ma ha un'alta probabilità di essere quella originaria, poiché più difficile. Era già nota a Origene, il quale la esclude per il motivo che nessun peccatore può portare il nome di Gesù: i copisti devono aver fatto altrettanto, per gli stessi motivi reverenziali (l'evangelo di Matteo è l'unico in cui la variante si sia conservata). Dunque, per Matteo, l'alternativa di Pilato è molto netta: 'Chi volete che vi rilasci: Gesù Barabba o Gesù chiamato il Messia?' (v. 17). Matteo non colora Barabba a tinte fosche, come Mc 15,7 (un sedizioso, un rivoltoso, un omicida): dice solo che era 'famoso', e l'aggettivo non comporta un giudizio negativo. Si tratta di scegliere tra due 'Gesù' [...], uno dei quali è 'chiamato Messia': tutto il peso della scelta consiste in questo riconoscimento messianico". Invece per Gnilka il termine deve significare "famigerato", proprio perché sintetizza il giudizio di Marco (Il Vangelo di Matteo, Brescia, Paideia, 1990-1991, vol. II, p. 664).

Lc 23,34: Gesù ha detto: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno"?

Qui abbiamo un altro esempio, tratto dal Vangelo di Luca, di lezione difficile da accertare, ma teniamo conto del fatto che l'edizione Nestle-Aland usa addirittura le doppie parentesi quadre, manifestando la convinzione che si tratti di lezione sicuramente non autentica (come sono i casi, a cui abbiamo accennato all'inizio del corso, della finale di Mc e dell'episodio dell'adultera in Gv). Invece Merk non accennava neppure a dubbi e la maggior parte dei traduttori e commentatori è favorevole ad accogliere le parole attribuite a Gesù.

Le parole "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" sono state omesse da testimoni antichi e autorevoli (il papiro 75, il primo correttore del Sinaitico, il Vaticano, la prima mano del codice D, altri manoscritti maiuscoli, alcuni minuscoli e un codice della versione latina antica e alcune versioni siriache). Riportano invece la frase altri autorevoli testimoni: la prima mano e il secondo correttore del Sinaitico (la curiosa serie di cambiamenti in questo manoscritto indica una grande incertezza già nell'antichità), l'Alessandrino (con qualche piccola differenza nelle parole), il codice maiuscolo C, la seconda mano di D (altro caso di incertezza), altri codici maiuscoli, la maggior parte dei minuscoli, una parte delle versioni latine e siriache, la versione latina di Ireneo.

Se giudichiamo in base alla prova esterna, dovremmo forse considerarla a favore dell'omissione, per l'autorità del papiro, del Vaticano e della prima mano del cod. D. Abbiamo per l'omissione l'accordo di testimoni sia del testo alessandrino (o neutrale) sia del testo occidentale.

Per quanto riguarda le prove interne, la situazione è più complessa, perché ci sono sia elementi a favore della frase, sia contro.

            Contro:

            - la frase interrompe il racconto, che prima e dopo si occupa del comportamento dei crocifissori;

            - non sembra essere questo il luogo più adatto: più avanti, subito prima di morire, Gesù di nuovo parla (23,46: "Padre, nelle tue mani pongo il mio Spirito"; cfr. At 7,59: "Signore Gesù, accogli il mio spirito"), proprio nel momento in cui anche nei Vangeli paralleli parla;

            - il fatto che in At 7,60 siano attribuite al martire Stefano parole simili ("Signore, non imputare loro questo peccato") potrebbe aver suggerito a qualche copista dotto di inserire il passo in Lc per accentuare il parallelismo tra Gesù e Stefano, che risulta chiaro in Lc 23,46 e At 7,59, or ora citati. In effetti questa sembra essere l'opinione di Nestle-Aland, che la segnalano in apparato con la sigla p) (=  influsso di un passo parallelo).

            A favore:

            - il medesimo passo parallelo di At 7,60, combinato con altri passi coincidenti (At 3,17: Pietro riconosce che i giudei uccisori di Gesù hanno agito per ignoranza) e altri tratti che la tradizione attribuisce a Gesù (il comando di pregare anche per i nemici: cfr. Mt 5,44) o al Servo sofferente di Isaia, che è il modello del racconto della passione (cfr. Is 53,12: "Intercedeva per i peccatori");

            - consonanza col ritratto di Gesù delineato da Luca: un Gesù propenso al perdono (cfr., nello stesso contesto, l'episodio del buon ladrone crocifisso accanto a Gesù, a cui viene promesso il paradiso in virtù delle parole di pentimento che pronuncia: 23,40-43; della peccatrice, a cui sono rimessi i peccati: 7,36-50);

            - si può spiegare l'omissione pensando che sia avvenuta in tempi di più nette divisioni e rancori tra cristiani e giudei, quando non era accettato facilmente che potessero essere perdonati i responsabili dell'uccisione di Gesù.

In definitiva è veramente difficile decidere, ma forse la bilancia pende un po' di più verso l'ipotesi che la frase mancasse nel testo originario: è più facile che qualcuno l'abbia introdotta, se non c'era, piuttosto che qualcuno l'abbia tolta, se c'era. Su questo problema testuale pochi si sono soffermati con ampiezza. Brown (Introduzione al NT, p. 98) pone l'esempio tra i casi in cui è difficile decidere e bisogna cercare di penetrare nella mente dei copisti: "Ad es., è stato un pio copista ad aggiungerle (= le parole) al testo originale di Luca, in cui mancavano, convinto che Gesù certamente doveva pensare in questo modo? Oppure, un copista le ha cancellate dall'originale perché perdonavano i nemici giudei di Gesù, e i padri della Chiesa andavano insegnando che non era possibile perdonare coloro che avevano messo a morte il figlio di Dio?"

Mc 1,41: Un Gesù "impietosito" o "adirato"?

Qui abbiamo il caso di una variante, che non è presa in seria considerazione dagli editori (anche il Nestle-Aland la segnala soltanto) e dai traduttori, ma viene invece discussa dai commentatori, con esiti diversi da quelli a cui inducono editori e traduttori. Si veda la nota alla traduzione italiana nell'ediz. Nestle-Aland curata da Corsani-Buzzetti. La valutazione del problema richiede un'accurata ricognizione della tradizione manoscritta, ma soprattutto del contesto e del punto di vista di Marco.

La questione riguarda il comportamento di Gesù nell'episodio della purificazione del lebbroso secondo la versione di Mc (1,40-45): subito dopo l'incontro col lebbroso che lo supplica di purificarlo (la traduzione rende con "guarirlo"), il testo dice che Gesù splangnisthèis, "mosso a compassione", stese la mano, lo toccò e gli dice: "Lo voglio, sii purificato". Ma esiste una variante: orghisthèis, "incollerito, adirato", al posto di splangnisthèis. E' una variante che non vale la pena di prendere in considerazione o merita qualche attenzione? E' abbastanza strana a tutta prima.

Se guardiamo alla prova esterna, ossia alla situazione dei testimoni delle due lezioni, constatiamo che la stragrande maggioranza riporta splangnisthèis; solo pochi attestano orghisthèis: il codice D e codici dell'antica versione latina, dunque tutti testimoni del testo occidentale. Possiamo dire che la prova esterna è a favore della lezione splangnisthèis.

Se consideriamo gli elementi interni, possiamo dire che a favore di questa lezione c'è il fatto che in molti casi di miracolo viene attribuita a Gesù la compassione, espressa con questo medesimo termine (cfr. Mt 14,14; 15,22; Mc 9,22; Lc 7,13) o con altri, mentre non sarebbe attestata una reazione di collera. Alcuni studiosi suppongono che la variante orghisthèis sia stata introdotta per indicare una reazione negativa di Gesù alla violazione della legge compiuta dal lebbroso nel momento in cui si avvicina a Gesù (per lo statuto di esclusione del lebbroso cfr. Lv 13-14). Si adduce il fatto che nello stesso episodio Gesù si mostra osservante della legge, quando invia il lebbroso risanato dal sacerdote a compiere il rito prescritto da Mosè (1,44).

Ma ci sono in realtà elementi molto forti per preferire orghisthèis: innanzitutto il fatto che si tratta inequivocabilmente di una lectio difficilior, perché si può ben immaginare che qualcuno abbia sostituito la compassione alla collera, proprio perché la compassione sembra adattarsi meglio alla figura di Gesù; è molto più difficile supporre che qualcuno abbia introdotto la collera se nel testo c'era la compassione. Una conferma in questo senso viene dall'omissione del participio in Matteo e Luca: se avessero trovato l'annotazione sulla compassione l'avrebbero certamente conservata, mentre si spiega che abbiano tralasciato la collera, più ostica da accettare nella situazione specifica di incontro con un sofferente. Ma Marco attribuisce la collera a Gesù anche in un'altra situazione di miracolo: nell'episodio della guarigione dell'uomo dalla mano inaridita (3,5: guarda i presenti "con collera" (met’orghés); e l'annotazione è conforme all'atteggiamento tenuto da Gesù di fronte al lebbroso: nell'episodio abbiamo un altro suo gesto analogo: egli scaccia il lebbroso "sbuffando, con sdegno" (embrimesàmenos, 1,43).

Come nel caso dell'uomo dalla mano inaridita, dove è chiaro l'intento di Gesù di polemizzare con un gruppo di avversari che guardano con ostilità il fatto che Gesù guarisce di sabato, così si può supporre che Gesù manifesti un intento polemico anche a proposito del lebbroso, soprattutto della condizione di emarginazione sociale e religiosa a cui era sottoposto a causa della sua impurità, secondo la normativa legale contenuta nel Levitico. Egli, non solo non condanna il gesto del lebbroso di avvicinarsi a lui, ma lo tocca con la sua mano, violando a sua volta la legge; e quando invia il lebbroso purificato dal sacerdote lo fa "a testimonianza per loro" (1,44), ossia come atto dimostrativo nei confronti dell'intera categoria sacerdotale: per far vedere che è possibile eliminare radicalmente il male della lebbra, e non limitarsi a stilare certificati di impurità o purità, come prevedevano le norme. Di qui il suo sdegno, la sua irritazione, che ovviamente non sono dirette al lebbroso, ma alla condizione in cui si trova e a quanti applicano la legge in modo rigido, a scapito dell'umanità e della misericordia.

Il capitolo 16 della Lettera ai Romani

La tradizione della dossologia finale (16,25-27)4 segnala difficoltà nella trasmissione.

La maggior parte dei codici, anche i più autorevoli (S B C), e P61 la riportano alla fine del cap. 16. Manca in alcuni codici (F G) e mss patristici, manca in Marcione. È riportata in altre collocazioni da altri testimoni: alla fine del cap. 14 (in L Y, nella maggior parte dei minuscoli, in vari Padri), sia alla fine del cap. 14 sia alla fine del cap. 16 (in A P, in alcuni minuscoli), alla fine del cap. 15 (in P46), sia alla fine del cap. 14 sia alla fine del cap. 15 (nel cod. 1506).

Si discute dell’autenticità di questa dossologia, ma gli spostamenti indicano anche che ci devono essere state più edizioni della lettera. Sappiamo che il testo noto a Marcione mancava dei capp. 15-16 e anche vari Padri (Ireneo, Tertulliano, Cipriano) non sembrano conoscerli. Un codice omette tutto il cap. 16.

Questo cap. 16, che contiene numerosi saluti a persone della comunità, fa inoltre difficoltà perché appare strano che Paolo conoscesse tanti fedeli a Roma dove non era mai stato prima di scrivere la lettera.

Un’ipotesi di spiegazione è che a Roma sia stata mandata una lettera che si concludeva col cap. 15 e la dossologia; la medesima lettera sarebbe stata inviata anche a Efeso con l’aggiunta del cap. 16. C’è poi chi pensa che il cap. 16 costituisse una lettera a sé.

L’inno degli angeli alla nascita di Gesù: Lc 2,14

I testimoni della tradizione manoscritta divergono per una sola lettera, che però determina significati diversi: molti mss maiuscoli (E F G, ecc.), la maggior parte dei minuscoli, le versioni siriaca, bohairica, Origene, Eusebio ed Epifanio testimoniano la lezione eudokía; invece la prima mano di S e B, altri codici maiuscoli (A D W 27), la Vetus Latina, la Vulgata, le traduzioni gotica e sahidica, Ireneo, Cirillo di Gerusalemme e i Padri latini hanno eudokías. Scegliendo la prima forma, il senso dell’inno è: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e in terra pace, buona volontà tra gli uomini»; scegliendo la seconda: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e in terra pace tra gli uomini di cui si compiace (lett.: della sua compiacenza)».

Anche se la lezione eudokía è forma antica e molto diffusa, la prova esterna è a favore di eudokías, lezione appoggiata dai codici più autorevoli e dalla combinazione tra testo alessandrino e testo occidentale, la più sicura. Ma anche le prove interne fanno pendere la bilancia verso eudokías: il genitivo è una costruzione più difficile ed è quindi più probabile che sia stato corretto nel nominativo che non viceversa (tant’è vero che la seconda mano di S e B hanno corretto al nominativo). Il genitivo suona come un costrutto semitico che corrisponde bene all’intonazione di questi capitoli di Lc.

Stilisticamente risulta molto più efficace la struttura bipartita dell’inno, con due soggetti (gloria, pace), due complementi di luogo (in cielo, sulla terra) - collocati chiasticamente - e due complementi che indicano i destinatari (a Dio, tra gli uomini), il secondo dei quali, su cui cade l’accento, ampliato con il genitivo qualificativo (eudokías):

Gloria nel più alto (dei cieli) a Dio

e sulla terra pace tra gli uomini che egli ama.

Sia il Merk sia il Nestle-Aland scelgono eudokías. Meglio fa il Merk a disporre l’inno su due righe, mentre il Nestle-Aland lo trascrive su tre.


NOTE AL TESTO

1 “Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

2 “Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”.

3 “E tornarono ciascuno a casa sua. Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più».

4 “A colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo che io annunzio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche, per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede, a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

Bibliografia e link

Sulla critica testuale, a parte le introduzioni al NT citate, abbiamo saggi specifici:

K. e B. ALAND, Il testo del Nuovo Testamento, trad. ital., Genova, Marietti, 1987.

A. PASSONI DELL’ACQUA, Il testo del Nuovo Testamento. Introduzione alla critica testuale, Leumann (Torino), LDC, 1994.

B. M. METZGER, Il testo del Nuovo Testamento. Trasmissione, corruzione e restituzione, ediz. ital., Brescia, Paideia, 1996 (ed. orig., Oxford 1992).

S. CINGOLANI, Dizionario di critica testuale del Nuovo Testamento: storia, canone, apocrifi, paleografia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2008.

P. D. WENGER, Guida alla critica testuale della Bibbia: storia, metodi e risultati, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

 

Per gli esercizi è utile anche il manuale di H. ZIMMERMANN, Metodologia del NT. Esposizione del metodo storico-critico, trad. ital., Torino, Marietti, 1971 che li fornisce insieme ad esercizi su tutti gli aspetti del metodo storico-critico (critica delle fonti, storia delle forme, storia della redazione).

Link di interesse:

Una breve introduzione in lingua inglese alla paleografia, ai materiali di scrittura ed alla critica testuale, con esempi tratti dal Nuovo Testamento a cura del prof. Timothy W. Seid.

Una sorta di enciclopedia della critica testuale del Nuovo Testamento a cura di Rich Elliott, della Simon Greenleaf University.

Lezioni di critica testuale del NT, con esempi pratici, a cura del prof. Filippo Belli.







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