Nicolotti, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino (recensione)
Data: Giovedý, 18 dicembre 2014 @ 01:43:30 CET
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Recensione di Andrea Nicolotti, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino. Metamorfosi di una leggenda, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2011.

«Orientalia christiana periodica» 78/1 (2012), pp. 239-240.

Vincenzo Poggi, S.J.
Roma, Pontificio Istituto Orientale


È stato scritto che il mandylion di Edessa con il volto di Cristo, si debba identificare con la sindone di Torino. A diffondere questa idea ha contribuito Ian Wilson. Andrea Nicolotti elenca scritti di lui che si occupano dell'argomento e cita numerosi seguaci della stessa tesi. Il Cristo di Edessa è dipinto sul mandylion dal pittore di corte del re Abgar VIIl, regnante a Edessa dal 177 al 212 d.C. Oppure, è ottenuto da semplice contatto del mandylion con il volto di Cristo, come nel velo della Veronica. All'origine l'iniziativa è partita da Abgar, entusiasta delle prodigiose notizie del taumaturgo Gesù. Il re Abgar invia una lettera a Gesù, supplicandolo di venire a guarirlo dalla lebbra. Gesù non lascia la Palestina ma promette di mandare il discepolo Addai a guarire il re. La tradizione è elaborata. C'è l'apostolo di Gesù, Giuda Tommaso. C'è Addai e i suoi sermoni mistagogici, il suo inviato Palut, la corrispondenza di re Abgar con l'imperatore Tiberio; i contatti di Abgar con il re Narsete di Assiria. Nicolotti si oppone radicalmente a Wilson, circa l'identificazione del mandylion di Edessa con la Sindone di Torino. Basta la sola dimensione delle due reliquie per escluderne l'identità. "La Sindone è un lino sepolcrale lungo quasi 4 metri e mezzo, del peso complessivo di un kilo e mezzo. Mentre la reliquia di Edessa è un piccolo panno di stoffa delle dimensioni di un asciugamano" (p. 7), di un tovagliolo o di un fazzoletto. L'ipotesi non è neppure plausibile per le pieghe del mandylion e della Sindone (pp. 45-51). L'immagine di Edessa mostra soltanto il volto di Gesù. Invece la Sindone ha l'immagine pluridimensionale dell'intero suo corpo. Di fatto tra le due reliquie c'è un altra grande differenza: la Sindone di Torino sappiamo dove è, nonostante l'incendio subito. Invece la reliquia di Edessa non sappiamo più dove si trovi. La famosa viaggiatrice Egeria conosce la tradizione di Abgar, la risposta interlocutoria di Gesù, l'invio di Giuda Tommaso e del discepolo Taddeo. Rimangono però delle perplessità. C'è un salto dalla fase scritta alla fase dell'immagine. Il problema si complica con l'eventuale influsso dell'era iconoclasta. Forse l'assedio di Edessa si ripercuote anche sulla devozione cristiana per le icone. I tre patriarchi Cristoforo di Alessandria, Giobbe di Antiochia e Basilio di Gerusalemme scrivono all'imperatore iconoclasta Teofilo (p. 52). Nel 944 il generale bizantino Giovanni Curcus ottiene il ritorno del mandylion di Edessa conquistato dagli Arabi musulmani nel 639. È uno scambio, dietro rilascio di 200 prigionieri, pagamento di 12.000 pezzi d'argento e la promessa di non assalire la città. Il mandylion recuperato è trasferito a Costantinopoli. Il primo testimone bizantino del recupero è l'Omelia di Gregorio il Referendario, conservata nel Codex Vaticanus Graecus 511, ff. 143-150 {pp. 57-70). Altre testimonianze sono la Narratio de imagine edessena di Costantino Porfirogenito I (p. 71), il Menologio, che descrive il culto prestato alla famosa reliquia (pp. 81-83) e la versione del Sinassario costantinopolitano promossa da Porfirogenito tra il 945 e il 959 {pp. 85-88). Infine le Odi liturgiche del Libro dei Minei (pp. 89-93). L'Autore aggiunge un excursus filologico sul termine mandylium, da mantele e mantile, che in spagnolo è mantilla, in napoletano mappata o mappatella che possono corrispondere a salvietta, fazzoletto o asciugamano (pp. 94-97). Non cita invece l'arabo mandīl, plurale manādīl che nella lingua araba significa fazzoletto, asciugamano o tovagliolo. L'A. riferisce testi arabi, musulmani e cristiani che trattano del mandylium (pp. 98-103). Sottolinea pure reazioni diverse davanti al mandylium in sue riproduzioni non miracolose. Narra del culto manifestato a Bisanzio e in occasione della sommossa di Palazzo il 31 Luglio 1200, repressa nel sangue con la morte dell'usurpatore (pp. 114- 117). Robert de Clari, che partecipa all'inglorioso sacco crociato di Costantinopoli (1203-1204) narra di due riproduzioni del mandylium (pp. 118-120). E cita un Sermone latino dal quale un benedettino odierno deduce la negazione della tesi di Ian Wilson. Nicolotti ricorda anche due specialisti, Julian Chrysostomidis e Han Drijvers secondo i quali il ritratto ottenuto da Gesù, applicando il mandil sul volto, non avrebbe potuto verificarsi prima della crisi iconoclasta. Il libro è redatto con serietà e la sua confutazione della tesi di Wilson è efficace. Trovo soltanto che si poteva anche estendere l'argomento allo studio più approfondito della leggenda, come hanno fatto altri. Per esempio Alexander Mirkovic, in Prelude to Constantine. T'he Abgar Tradition in Early Christianity. Il libro pubblicato dall'editrice Peter Lang nel 2004 esamina la leggenda in Eusebio di Cesarea e le redazioni in varie lingue. Constata divergenze e somiglianze. C'è la conversione di re Abgar come ci sarà la conversione di Costantino. L'ingresso dei cristiani nell'impero romano e nella politica. I ritratti di Cristo non fatti da mano d'uomo possono aiutarci in questa prospettiva non esaurita ma ancora promettente.







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