S. Guijarro, La prima evangelizzazione nella chiesa delle origini
Data: Domenica, 27 settembre 2015 @ 10:05:00 CEST
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


Santiago Guijarro, La prima evangelizzazione nella chiesa delle origini, EDB, Bologna, 2015 (tit. orig.: La primera evangelización, Ediciones Sígueme, Salamanca, 2013).

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

ACQUISTA ONLINE

Sostieni il progetto Christianismus

Santiago Guijarro Oporto, docente di Nuovo Testamento all’Università pontificia di Salamanca (Spagna) e attuale presidente dell’Associazione biblica spagnola, propone, in questo volume, un’analisi storico critica della prima evangelizzazione. Nell’Introduzione l’esegeta spagnolo spiega ai lettori il motivo della scelta di questa tematica e l’obiettivo che si propone attraverso la sua disamina: “La prima evangelizzazione è un avvenimento del passato che […] ha dato luogo ad un racconto che fa parte della memoria condivisa del cristianesimo. […] Il proposito è quello di realizzare una ricostruzione storica dell’avvenimento del passato, con l’obiettivo di rinnovare la memoria condivisa del presente”. A parere dell’autore, tale operazione è tanto più necessaria oggi in un contesto culturale come quello occidentale, attraversato da una profonda crisi religiosa che pone le chiese cristiane di fronte alla necessità di una “nuova evangelizzazione”; entro tale quadro, dunque, la ricostruzione storica di un evento fondativo non risponderebbe solo ad un’ esigenza di tipo intellettuale, ma sarebbe suggerita pure da un’urgenza del presente. E’ doveroso chiarire, a questo riguardo, che tutto ciò non pregiudica minimamente il rigore metodologico e scientifico con cui Guijarro affronta l’argomento.

Dopo avere definito in termini essenziali in che cosa consista la prima evangelizzazione - “Si tratta della missione svolta dai primi discepoli di Gesù”, la sua delimitazione cronologica - dall’anno 30 d.C., anno della morte di Gesù, al 70 d.C., in cui Gerusalemme e il suo tempio furono distrutti dall’esercito di Roma -, Guijarro passa ad esaminare il racconto normativo a cui essa ha dato luogo, dove per “racconto normativo” bisogna qui intendere ciò che nella letteratura sociologica anglofona viene espresso col termine master narrative, vale a dire “uno schema generale che serve a interpretare e a scrivere la storia” e che svolge “un’importante funzione sociale” poiché contribuisce a conferire un senso al vissuto dei gruppi. Una volta delineate in modo sintetico le tappe salienti dello sviluppo di tale racconto, il nostro autore ne sintetizza le caratteristiche principali: 1) La continuità tra la missione svolta da Gesù e quella dei suoi discepoli; 2) La presupposizione di un’unica missione che sarebbe stata svolta dagli apostoli; 3) L’annuncio di un messaggio come elemento essenziale dell’azione evangelizzatrice; infine, 4) Il risultato dell’evangelizzazione: la fondazione di nuove chiese. Non possiamo fare a meno, a questo punto, di mettere in evidenza da subito l’onestà intellettuale e l’equilibrio del nostro studioso. Se da una parte, infatti, egli richiama all’attenzione dei lettori che ogni “ricostruzione” implica di per se stessa anche una “interpretazione” e che l’utilizzo rigoroso degli strumenti della scienza storica non esclude una “ermeneutica credente”, dall’altra sottolinea come la ricostruzione storica conduca inevitabilmente ad una decostruzione degli elementi che compongono l’immaginario dei credenti, sedimentatisi attraverso i secoli proprio a partire dal “racconto normativo” che tende a presentare, come si è cercato di sintetizzare sopra, le tappe salienti di quell’evento storico in modo molto stilizzato. Ma proprio a questo livello, il lavoro storico dell’esegeta svela tutte le sue potenzialità pragmatiche, permettendo di ridefinire in maniera più pertinente il legame tra passato e presente per potere in tal modo “rinnovare la memoria”.

All’Introduzione, sulla quale ho ritenuto opportuno soffermarmi per rimarcare la prospettiva di fondo a partire dalla quale il problema viene affrontato, seguono sette densi capitoli più un capitolo finale con una funzione essenzialmente riassuntiva. La parte conclusiva del volume pone in risalto la sensibilità didattica dell’autore: oltre alla bibliografia citata, all’indice delle citazioni bibliche e delle fonti antiche, all’indice dei nomi e a quello generale, lo studioso spagnolo aggiunge un’interessante bibliografia commentata, costituita da “una dozzina di opere fondamentali sugli inizi del cristianesimo e sulla missione cristiana primitiva”. All’argomento trattato, poi, è associato un ineliminabile “aspetto geografico”, opportunamente illustrato attraverso l’inserimento nel testo di cartine geografiche, di cui il lettore trova un elenco completo al termine del volume in un apposito indice delle mappe.

Il primo capitolo, intitolato Una storia della prima evangelizzazione, svolge soprattutto una finalità strumentale: mostrare attraverso una schematica ricostruzione che ha come protagonisti una coppia di coniugi collaboratori dell’apostolo Paolo, Aquila e Prisca - impegnati in una missione evangelizzatrice che, dalla capitale dell’impero, da dove partono nel 49 d.C., li conduce nel Mediterraneo orientale, per fare ritorno a Roma nell’anno 54 d.C.-, i principali problemi che una ricostruzione storico critica della prima evangelizzazione si trova ad affrontare e i capisaldi su cui essa si fonda. Se la problematica principale è senza dubbio costituita dalle fonti e dalla loro natura, la pluralità della missione primitiva, insieme ad alcuni strumenti che ne favorirono una rapida diffusione - su tutti l’impegno personale sorretto da una forte motivazione, la facilità di mobilità all’interno dell’Impero romano e una rete sociale che aveva nell’infrastruttura della casa il suo punto nodale -, la conversione come elemento centrale ed il fatto che la missione si concretizzi sostanzialmente in un annuncio avente come contenuto l’avvenimento salvifico della morte e resurrezione di Gesù, sembrano invece essere, almeno ad un primo approccio suscettibile di ulteriori approfondimenti, i fattori portanti.

 Le fonti storiche sono oggetto di studio nel secondo capitolo dal titolo Le notizie sulla prima evangelizzazione. Due sono i compiti che si propone l’autore in questo capitolo: stilare un catalogo delle fonti cristiane e non e valutare la loro utilizzabilità in sede di ricostruzione storica. Fatta eccezione per le lettere di Paolo che gli studiosi considerano autentiche, tutte le restanti fonti cristiane - Atti degli apostoli, composizione pre-evangeliche, vangeli canonici, lettere deuteropaoline e altri scritti cristiani posteriori - si presentano allo sguardo dello storico come lacunose, per “la penuria delle informazioni dettagliate sui gruppi missionari” e “la quasi totale assenza di notizie dirette sulla missione in alcune regioni come la Galilea o la zona ad oriente della Palestina -. Una valutazione a parte, invece, meritano la Prima lettera di Pietro e la Lettera agli ebrei. In campo cristiano, dunque, le epistole autentiche di Paolo, benché raccontino i fatti a partire dal particolare punto di vista dell’apostolo, rappresentano le fonti più complete ed affidabili. Un giudizio differente, invece, meritano i riferimenti agli autori non cristiani: “sebbene siano poche e relativamente tardive, risultano di particolare interesse le informazioni che troviamo” in essi, “in alcuni casi, perché offrono dati non riportati da altre fonti; in altri, perché riflettono un punto di vista diverso da quello che troviamo nelle fonti cristiane”. Per tale ragione, l’autore offre in appendice al capitolo i passi di tali fonti che risultano preziosi nello studio della missione cristiana primitiva. Dalla discussione circa il valore storico delle fonti utilizzate, non può essere esclusa una precisazione importante, relativa al modo diverso di intendere la “storia” da parte degli antichi rispetto ad oggi. Senza negare che gli antichi potessero avere “un interesse genuino per il ricordo fedele degli avvenimenti del passato”, è evidente la tendenza generale, da parte degli storici di altre epoche, a non nutrire una particolare preoccupazione nel separare i “fatti” dalle “interpretazioni”, elemento che risulta invece decisivo nel modo di intendere la storia da parte degli autori contemporanei. Infine, lo studioso iberico si occupa brevemente dei criteri a cui l’esegeta fa riferimento per una valutazione critica delle fonti medesime. Stabilito che “ lo studio del cristianesimo nascente può giovarsi della criteriologia che si è sviluppata nell’investigazione storica di Gesù”, stupisce notare come Guijarro assuma come criterio quasi esclusivo quello della “plausibilità storica”, la cui formulazione originaria risale a G. Theissen e a D. Winter. Forse una trattazione più approfondita a questo riguardo, in un testo complessivamente esaustivo e puntuale, non sarebbe stata superflua.

  Col capitolo terzo, esaurita la premessa ermeneutica e le problematiche relative alla metodologia storica, si entra nel vivo della questione. La prima domanda che l’autore si pone è relativa ai fattori che hanno messo in moto la missione primitiva: Limpulso al primo invio è il titolo di questo capitolo. La tesi centrale di questa sezione del libro è che “la vera origine della missione di evangelizzazione della Chiesa si trova nell’esperienza di incontro con il Risorto”. Nonostante il racconto normativo suggerisca una continuità tra la missione di Gesù e quella svolta dai suoi discepoli dopo la sua morte, l’esegeta che operi con gli strumenti della scienza storica si trova costretto a concludere che “l’analisi dei testi che si riferiscono alla prima missione cristiana mostra che non vi fu una continuità lineare, ma un recupero creativo della missione pre-pasquale, partendo dalla nuova prospettiva aperta dall’invio post-pasquale”. Tuttavia, la prassi e il comportamento di Gesù rimangono il modello di riferimento anche dopo la Pasqua, capace di forgiare “alcuni aspetti che definiscono la missione cristiana e il modo di svolgerla”.

  Nel capitolo quarto l’autore affronta la prima evangelizzazione nella terra di Israele. In quello successivo tratta invece la prima evangelizzazione nella diaspora (in entrambi i casi l’argomento dà il nome al titolo del capitolo). Benché per evidenti ragioni espositive l’autore separi gli argomenti, ritengo che essi siano costituiti da una sostanziale unità di fondo che ci permette di esaminarli in modo congiunto. Se i primi discepoli diedero l’avvio ad un’intensa attività missionaria nella terra d’Israele e nei dintorni con Gerusalemme come centro, le fonti ci permettono di arguire la presenza di un’attività missionaria più modesta anche in Galilea. Ciò che l’autore giustamente sottolinea è la pluralità di questa attività missionaria. Il carattere plurale della missione si fa ancora più accentuato all’interno della più vasta, articolata e complessa missione al di fuori della terra di Israele. Il cristianesimo, dunque, fin dalle sue origini, si presenta come una realtà multiforme ed estremamente variegata al suo interno. Così Guijarro: “Questa missione pluralista fu una delle principali ricchezze della generazione apostolica e spiega la capacità di penetrazione del nascente movimento cristiano in ambienti molto diversi.” Certamente tale situazione “fu anche causa di confronti interni” talvolta anche aspri e causa di forti tensioni, come dimostra il noto “incidente di Antiochia” di cui l’autore si occupa nel capitolo quinto, dove vengono presentati anche gli itinerari delle due principali missioni nella diaspora: quella indipendente che faceva capo a Paolo e quella che aveva Pietro come principale punto di riferimento. Altri argomenti fortemente dibattuti in campo esegetico, come ad es. la questione relativa all’annuncio ai pagani o ai quesiti sollevati dal “concilio di Gerusalemme” non sono certo trascurati; interessante però è rilevare, accanto alle due missioni principali, il ruolo di attività missionarie “secondarie” di cui è però rimasta traccia nelle fonti; così è possibile parlare di un gruppo che ruota attorno alla figura di Apollo e di un altro legato ai misteriosi “avversari” di cui Paolo riferisce nella Seconda lettera ai Corinzi o ancora dell’attività missionaria svolta dai “fratelli del Signore”. inoltre, la missione nelle terre della diaspora ha conosciuto pure protagonisti anonimi, meno organizzati e strutturati rispetto a quelli menzionati sopra e destinati quindi, col tempo, ad essere assorbiti da questi ultimi, ma che, forse proprio a causa del loro carattere informale, hanno saputo essere, in certe circostanze, molto efficaci e pervasivi. Se il panorama qui tratteggiato dall’esegeta spagnolo nel suo tratto più caratteristico - la molteplicità delle missioni e di conseguenza dei gruppi, della teologia, dell’etica, ecc. ecc. - è ormai certamente familiare ed accettato da parte degli studiosi, esso costituisce di contro anche il dato che più di ogni altro incrina le certezza su cui si fonda l’immaginario collettivo. “Ma proprio questo - sottolinea Guijarro - è un aspetto che può contribuire a rinnovare la memoria della prima evangelizzazione”.

  Un aspetto particolarmente apprezzabile di questo testo è il ricorso alle ricerche svolte nell’ambito della sociologia, dell’antropologia culturale e della psicologia sociale come contributo alla chiarificazione di alcuni fenomeni inerenti all’argomento trattato. I dati di queste discipline sono particolarmente sfruttati nel capitolo sesto il cui titolo è Il processo di conversione. Se già nel capitolo precedente si era messo in luce come “il proselitismo universale della prima generazione cristiana era un fenomeno sconosciuto nel mondo antico”, nella prima parte di questo capitolo l’autore precisa ulteriormente tale novità inserendola nel quadro culturale e religioso del primo secolo d.C.: se “l’idea di conversione era completamente estranea al mondo greco-romano”, in quanto “l’accettazione di un nuovo rito o di una nuova pratica religiosa non richiedeva la conversione, ma soltanto l’adesione”, il giudaismo richiedeva invece una vera e propria conversione, concepita come un lungo processo costituito da più tappe (“timorati di Dio”, “proseliti”, ecc. ecc.) che raramente veniva portato a termine; ma, soprattutto, “i convertiti al giudaismo non erano nati ebrei e, pertanto, non potevano essere considerati membri del popolo di Israele in senso pieno”. Dunque, “la religione giudaica possedeva un ingrediente etnico che i non ebrei non avrebbero mai potuto ottenere”. Stando le cose in questi termini, il cristianesimo presenta, anche sul terreno della sociologia delle religioni, un’originalità che lo distingue sia dal contesto dei culti greco-romani, che da quello del giudaismo: esigeva infatti, al contrario dei primi, una conversione radicale, ma, a differenza di quanto succedeva in ambito ebraico, la conversione sanciva pure l’appartenenza piena e definitiva alla comunità, indipendentemente dal gruppo etnico di appartenenza, dal sesso, dal ceto sociale, ecc. ecc.. Prendendo le mosse da queste puntualizzazioni iniziali, il modello elaborato da Rodney Stark e le sue successive elaborazioni, rappresenta un’importante chiave ermeneutica per approfondire il tema della conversione come elemento portante della missione cristiana primitiva. Esso ci permette infatti di integrare, all’interno dell’impostazione classica che interpreta la conversione sostanzialmente come conseguenza di un annuncio, altri fattori decisivi, capaci di spiegare in modo più esauriente il processo complesso della conversione. Risultano così centrali il ruolo giocato dai legami personali e dai contatti, come anche la capacità dei gruppi cristiani di offrire un clima di protezione e di sostegno in un mondo sovente attraversato da un elevato grado di povertà, da guerre, fame e altri gravi pericoli. Di conseguenza, le dinamiche che descrivono tale processo di cui si trova traccia nella corrispondenza autentica di Paolo, basate sul contatto personale e sulla costruzione di reti sociali, devono essere giudicate storicamente più attendibili rispetto a quelle descritte negli Atti degli apostoli, dove la conversione è sovente presentata come il risultato di un annuncio pubblico rivolto a gruppi numerosi che prestano ascolto. Senza escludere dunque la rilevanza dell’aspetto intellettuale, in modo particolare per pochi privilegiati, la prospettiva di Stark ci consente di intendere l’enfasi sull’annuncio come appartenente ad una fase successiva del processo di conversione, quando i soggetti, rievocando in modo retrospettivo il loro itinerario, sono portati ad attribuire un’importanza maggiore, rispetto agli inizi, alla componente dottrinale e dogmatica delle credenze a cui hanno aderito.

  A riprova che la conversione e, più in generale, la prima evangelizzazione, vadano intese come un processo prolungato e complesso, non esclusivamente centrato sull’annuncio, contrariamente a quanto si legge nel racconto normativo dove “in maniera simile alla scena iniziale del libro degli Atti, la predicazione degli apostoli porta immediatamente alla formazione di comunità cristiane”, l’analisi del primo annuncio, oggetto del settimo capitolo, mostra chiaramente come “le circostanze in cui ebbe luogo […] ne determinarono il contenuto, il quale va immaginato non tanto come un’esposizione completa ed ordinata del kerygma, quanto come la proposta di un qualche aspetto dello stesso, il cui adattamento poteva dipendere dalla situazione e dai destinatari. In ogni caso, questo primo annuncio era una buona notizia su Gesù e sulla salvezza che apportava”. L’importanza del primo annuncio, poi, risiede nel fatto che esso “era […] l’occasione nella quale i futuri discepoli entravano in contatto per la prima volta con il messaggio cristiano”. Studiarne quindi le modalità (le circostanze, i protagonisti e i destinatari, il contenuto e le forme, i modi e le conseguenze della sua accoglienza) risulta essenziale nella comprensione di quel fenomeno estremamente variegato quale fu, appunto, la prima evangelizzazione.

  Come già accennato sopra, al capitolo conclusivo, intitolato Una memoria arricchita, è affidato il riassunto dell’analisi svolta, con un’attenzione particolare all’apporto che la ricerca storico esegetica può fornire alla “nuova evangelizzazione”.

  Il libro è ben articolato, esaustivo per il compito che si propone ma, al tempo stesso, scritto con un linguaggio accessibile a tutti. L’indiscussa competenza dell’autore si coniuga perfettamente con una preoccupazione di carattere didattico che pone anche i fruitori meno esperti in grado di comprendere le tesi esposte. Proprio a questa categoria di lettori mi sembra particolarmente raccomandabile il presente volume. La decostruzione dell’immaginario collettivo relativo alla prima evangelizzazione credo infatti che abbia come immediata ed inevitabile conseguenza la messa in discussione di una visione tanto rigida e schematica, quanto ampiamente diffusa del cristianesimo nascente. I lettori meno esperti potranno dunque trovare nel testo di Guijarro un valido strumento, in grado anche di fornire le coordinate essenziali per ulteriori approfondimenti, a partire dal quale cominciare a possedere conoscenze più solide e storicamente più fondate in merito alla complessità e pluralità interna da cui era attraversato il cristianesimo delle origini.

 







Questo articolo proviene da Christianismus - studi sul cristianesimo
http://www.christianismus.it

L'URL di questa pubblicazione è:
http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=233

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur 
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale.