Lo studio e la conoscenza della Bibbia oggi
Data: Martedì, 15 gennaio 2002 @ 12:00:00 CET
Argomento: Il Nuovo Testamento


di Clementina Mazzucco

Lo studio della Bibbia nell'università e nella scuola, rispetto all'importanza che essa riveste per la cultura e la storia dell'Occidente, è esiguo; persino tra gli stessi credenti, spesso, la conoscenza biblica non è molto diffusa. Ugualmente, la divaricazione e la separazione tra cultura religiosa e cultura laica ha fatto sì che nella cultura comune contemporanea, a tutti i livelli, l'aspetto religioso risulti alquanto marginale; la conseguenza immediata è il venir meno della conoscenza dei fondamenti della religione cristiana, e in specie della Bibbia, che precedentemente era invece patrimonio comune e alimento di tutta la produzione culturale.



La presenza della Bibbia nell’Università italiana

Nell’Università italiana in generale non è molto lo spazio che viene attribuito allo studio della Bibbia, che non ha per lo più autonomia, ma, per quanto riguarda l'Antico Testamento, è compreso nel settore di Ebraico e, per quanto riguarda il Nuovo Testamento, nel settore di Letteratura cristiana antica, che riguarda anche, e soprattutto, la produzione patristica, l'agiografia, ecc.

Del resto anche l’introduzione della Letteratura cristiana antica nell’Università italiana, come cattedra ufficiale, è relativamente recente: risale a una cinquantina di anni fa, nel 1948, e si è verificata a Torino, ad opera di Michele Pellegrino. E’ significativo che Pellegrino fosse un sacerdote (diventerà negli anni ‘60 arcivescovo di Torino e cardinale) e sacerdoti fossero prima di lui i pionieri di questo insegnamento, Paolo Ubaldi e Sisto Colombo, che incominciarono a tenere, sempre a Torino, corsi liberi di Letteratura cristiana all’interno degli insegnamenti di Letteratura greca e Letteratura latina, rispettivamente fin dal 1909 (Ubaldi) e dal 1925 (Colombo). Di fatto la prima cattedra di Letteratura cristiana antica in Italia fu istituita nell’Università cattolica di Milano, nel 1924, e fu Ubaldi il primo a ricoprirla. Una proposta, avanzata dal Consiglio della Facoltà di Lettere di Torino già nel 1913, di istituire una cattedra specifica di Letteratura greco-cristiana, fu bocciata senza giustificazioni dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione: i tempi non erano maturi perché in un’Università di Stato si insegnasse la letteratura cristiana1. In ogni caso, anche quando fu istituito ufficialmente l’insegnamento, gli stessi promotori, tra cui il famoso storico della letteratura latina Augusto Rostagni, non erano affatto convinti che la letteratura cristiana potesse stare sullo stesso piano delle altre letterature e che i testi cristiani potessero essere studiati al di fuori dell’ottica storica e teologica...

In Italia ha pesato, e non si può dire del tutto superata, l'antica frattura tra il mondo dell’Università di Stato e le discipline di carattere religioso, che si è prodotta nel 1873, quando nelle Università di Stato fu abolito l’insegnamento della teologia, che da quel momento divenne appannaggio esclusivo degli istituti ecclesiastici. Di fatto oggi è particolarmente nei Seminari, nelle Facoltà di Teologia, nelle Università Pontificie, in primo luogo nel Pontificio Istituto Biblico, negli Istituti Superiori di Scienze Religiose, e così via, che si trovano insegnamenti specifici sulla Bibbia. Alcuni anni fa è stata salutata come una novità rivoluzionaria l’iniziativa presa dalla Facoltà di Lettere dell’Università del Friuli di aprire una convenzione con l’Istituto superiore di scienze religiose del Nord-est, in base alla quale nel curriculum storico-religioso dell’Università sarà possibile acquisire una parte dei crediti presso l’Istituto ecclesiastico, e, reciprocamente, l’Istituto riconoscerà la laurea in lettere nel curriculum storico-religioso dell’Università come titolo valido per essere ammessi al quarto anno di Magistero in scienze religiose2.


1 Sulla situazione attuale degli insegnamenti universitari di letteratura cristiana antica, e di Filologia ed esegesi neotestamentaria, in Italia, c’è un volume: La letteratura cristiana antica nellUniversità italiana. Il dibattito e l’insegnamento, a cura di M. P. CICCARESE, Firenze, Nardini, 1998.

2 Cfr. F. DAL MAS, Ti laurei su Gadda? Allora non dimenticare la teologia, in «Avvenire», 25 luglio 2000, p. 22.

Assenza della Bibbia nella scuola

Forse più che di "presenza" si dovrebbe parlare di "assenza". Non sembra che la Bibbia abbia occupato finora molto spazio nella cosiddetta "ora di religione", di competenza della Confessione cattolica e gestita dalle Curie, e non si è riusciti ad organizzare un insegnamento laico e scientifico, simile a quello delle altre materie. Neppure nelle altre materie viene in genere dedicata attenzione ai temi religiosi, se non per certi aspetti particolari (ad esempio, nell'ambito della storia, per la Riforma protestante); sarebbe interessante farne la verifica sui manuali in uso nelle scuole. Comunque tale carenza della Scuola secondaria risale a molto tempo addietro e si ripetono nel corso del tempo le deprecazioni anche da parte di rappresentanti del pensiero laico.

Più di un secolo fa era lo storico della letteratura Francesco De Sanctis ad affermare: «Mi meraviglio come nelle nostre scuole, dove si fanno leggere tante cose frivole, non sia penetrata un’antologia biblica, attissima a tener vivo il sentimento religioso, ch’è lo stesso sentimento morale nel suo senso più elevato»1. E per parte sua spiegava il grande effetto che provò lui e provarono i suoi allievi quando, volendo trattare della lirica, affrontò da profano («Non avevo mai letto la Bibbia, e i giovani neppure») anche la lirica ebraica (il libro di Giobbe, il cantico di Mosè, i salmi, i profeti): «Rimasi atterrito. Non trovavo nella mia erudizione classica niente di comparabile a quella grandezza». Più recentemente (1989) il semiologo Umberto Eco si è domandato sulle pagine di un periodico popolare: «Perché i ragazzi debbono sapere tutto degli dei di Omero e pochissimo di Mosè? Perché debbono conoscere la Divina Commedia e non il Cantico dei Cantici (anche perché senza Salomone non si capisce Dante)?»2. Qualche anno fa (1993) è stato pubblicato un libro, risultato di un convegno precedente, a cura del Comitato Bibbia Cultura Scuola, dal titolo emblematico: Bibbia: il libro assente (ed. Marietti). Brunetto Salvarani ha scritto, richiamandosi a quel volume, A scuola con la Bibbia. Dal libro assente al libro ritrovato (Bologna, EMI, 2001), in cui, nonostante il nuovo titolo, si sostiene che la Bibbia è ancora troppo assente nella cultura italiana, specialmente scolastica, e si suggeriscono idee per illustrare l'importanza della Bibbia in tanti ambiti culturali moderni.

Ha suscitato scalpore la dichiarazione del ministro dell’istruzione, Tullio De Mauro, fatta in un’intervista al periodico Famiglia cristiana e pubblicata il 10 settembre 2000. Egli manifesta il desiderio di imporre la Bibbia come libro di testo nelle scuole e, all’obiezione dell’intervistatore: «Ma come, lei, ministro ‘comunista’ ...», giustifica tale proposta dicendo: «Dal punto di vista didattico la Bibbia è una bomba conoscitiva. Non si capisce la nostra storia, né l’arte, senza Bibbia». Alla successiva domanda: «Dovrebbe essere il libro di testo dell’ora di religione?», risponde: «E perché no? L’ho detto anche al cardinale Ruini e ai suoi collaboratori esperti di problemi di scuola ... E il discorso è finito sull’insegnamento delle religioni». Osserva inoltre che in base a una verifica fatta dal ministero sull’ora di religione risulta che «quell’ora non è occupata al meglio».

Commentando la battuta del ministro, una studiosa ebrea, esperta e divulgatrice di cultura ebraica, Elena Loewenthal (su La Stampa del 12 settembre 2000) ha di nuovo rilevato la contraddizione insita nel fatto che «il corpus della letteratura biblica sta alla base della civiltà europea non meno della cultura classica. Eppure la Bibbia è il libro assente per eccellenza nei piani educativi nazionali». Giustamente poi ella nota che «il fatto che gli studenti liceali abbiano tanta - e benedetta - dimestichezza con la levità dei lirici e il carico esistenziale dei tragici greci, senza nulla sospettare del fatto che nella lingua di aoristi e spiriti molesti s’esprimono anche gli abissi apocalittici di Giovanni e il ritmo lento e primitivo dei Vangeli sinottici, ha profonde radici storiche e culturali». E richiama il fatto che in Italia, a differenza dell’Inghilterra e della Germania, è mancata una traduzione in lingua corrente del testo sacro, al di fuori di quella di G. Diodati (1607), che era un calvinista proveniente da una famiglia italiana esule a Ginevra: per questi motivi la sua traduzione non ebbe vasta diffusione al di fuori dell’ambito protestante e non contribuì a diffondere la lettura della Bibbia nella popolazione. In Italia «nella formazione religiosa comune si è badato sempre più al dogma che alla conoscenza, alla catechesi piuttosto che al racconto e alla ricerca dentro il testo sacro». Solo le minoranze religiose, ebrei e protestanti, posseggono una certa familiarità con la Parola sacra.


1 F. DE SANCTIS, La giovinezza, Milano, Garzanti, 1981, p. 193. Il testo fu pubblicato postumo e De Sanctis morì nel 1883.

2 Su «L’Espresso» del 10 settembre 1989. Gli fa eco R. UGLIONE, in L’insegnamento della Letteratura cristiana antica nella Scuola media superiore, in AA.VV., Per una cultura dell’Europa unita. Lo studio dei Padri della Chiesa oggi. Atti dei Colloqui di Torino e Roma, 30-31 ottobre 1991, Torino, Sei, 1992, pp. 20-21: «È mai ammissibile che ci siano docenti di latino e greco che sanno tutto sulla questione omerica e nulla sulla questione sinottica? Ben consci che i poemi omerici non sono dei poemi scritti a tavolino nell’VIII secolo a.C. da un poeta chiamato Omero, e nel contempo convinti, invece, che i Vangeli siano la vita di Gesù scritta a tavolino da quattro biografi di nome Marco, Matteo, Luca, Giovanni?».

Scarsa famigliarità dei cattolici con la Bibbia

I cattolici, anche quelli praticanti, non possono vantare conoscenze davvero soddisfacenti per quanto riguarda la Bibbia, sebbene siano stati fatti enormi progressi a partire dal Concilio Vaticano II (40 anni fa circa), in particolare dalla costituzione dogmatica Dei verbum (1965), che ha affermato autorevolmente: "E' necessario che i fedeli cristiani abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura" (DV 22). La riforma liturgica, se non altro, ha introdotto letture bibliche durante la Messa che, seguendo cicli triennali, consentono di accostarsi a numerosi testi dell’AT e del NT. E tuttavia si tratta di letture frammentarie, non sempre seguite da un commento adeguato nelle omelie, e che difficilmente vengono comprese e ricordate. Inoltre chiaramente il commento è di tipo pastorale ed edificante. Un accostamento diretto e più approfondito ai testi è affidato ad eventuali gruppi biblici, o ad ancora più eventuali letture personali, e in questo caso crea difficoltà la mancanza di strumenti critici e di metodo, e continua a prevalere l’attualizzazione («ciò che il testo mi dice») rispetto all’analisi del significato che i testi originariamente potevano avere.

Tale situazione poco rosea è dovuta al fatto che il clero non ha spinto, fino a tempi recenti, alla conoscenza della Bibbia nei fedeli. Oggi è in corso un deciso cambiamento di rotta, come segnalano le numerose iniziative degli organi ufficiali della Chiesa: l’istituzione, a partire dal 1988, di un settore di Apostolato biblico a livello nazionale; la promozione, a partire, dal 1993, di una collana apposita, Bibbia. Proposte Metodi, presso la LDC, Leumann, Torino, destinata ad accogliere studi pertinenti; un documento della Pontificia Commissione Biblica del 1993 su L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa; la Nota pastorale della Commissione episcopale per la dottrina della fede e la catechesi su La Bibbia nella vita della Chiesa, nel 1995 (in occasione del trentennale della costituzione conciliare Dei verbum dedicata appunto alla Bibbia); il Sinodo dei vescovi italiani sulla Bibbia, tenuto nel 1997, dichiarato dal Giovanni Paolo II «anno della Bibbia» (di questo sinodo sono usciti nel 1998, nella collana sopra menzionata, gli Atti: La Bibbia nel Magistero dei Vescovi italiani). In tutti questi documenti e iniziative è ben viva la consapevolezza del ritardo da recuperare in vista della diffusione della conoscenza della Bibbia.

La radice storica risale alla questione della Riforma protestante e della polemica tra cattolici e protestanti, che invece ponevano la Bibbia al centro della loro fede in modo esclusivo, a scapito anche della tradizione, e incoraggiavano l’accostamento diretto al testo con traduzioni. Il timore che letture bibliche a ruota libera facessero incorrere i fedeli in fraintendimenti ed errori dogmatici è prevalso a lungo nella chiesa cattolica: ancora nel ‘700 si ribadivano i divieti di leggere individualmente la Bibbia e di tradurla in lingua moderna. Ma anche la ricerca scientifica sui testi biblici fu vista per molti secoli con diffidenza: solo con l’enciclica Divino afflante Spiritu del 1943 fu ufficialmente approvata l’applicazione del metodo storico-critico alla Bibbia.

Il senso di tante cautele si può capire: la Bibbia è un testo sacro, è il testo fondante della religione cristiana (l’AT lo è anche, e ancor prima, per la religione ebraica), è considerata «parola di Dio», ispirata da Dio. In una prospettiva religiosa, che le è propria, non si può abbandonarla all’arbitrio di ciascuno. Si può notare che già all’interno dei libri biblici è presente la preoccupazione di salvaguardare l’integrità del testo da possibili manipolazioni: da un capo all’altro della Bibbia risuonano minacce in questo senso: cfr. Deut 4,2: «Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla»; Apoc 22,18-19: «Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro». E, per quanto riguarda le traduzioni, già la traduzione latina di Gerolamo, quella che divenne la versione ufficiale della Chiesa, la Vulgata, suscitò agli inizi perplessità e critiche da parte di Agostino (possediamo un interessante carteggio tra i due a questo proposito), il quale temeva che le variazioni apportate alla forma del testo, che era divenuta familiare ai fedeli attraverso le versioni latine correnti, potesse provocare in loro sconcerto e confusione.

E oggi rimane aperta la discussione sulla possibilità di una lettura davvero laica e aconfessionale della Bibbia. C’è chi afferma che la Bibbia stessa esige una lettura in chiave di fede, e ne deduce che perciò debba essere esclusa una lettura diversa; c’è chi invece ritiene - e noi siamo tra questi - che possa anche essere studiata come qualsiasi altro libro, tenuto conto che è, sì, parola di Dio, ma espressa attraverso le parole di uomini, con un linguaggio e secondo schemi culturali propri del suo tempo. La risposta di fede è un’esigenza degli autori biblici; ma una lettura condotta secondo metodi critici è un potente strumento per penetrare a fondo nel messaggio del testo. Altrimenti il rischio - oggi presente in molti gruppi e sètte - è quello di una lettura «fondamentalista», ossia strettamente letterale, che è il peggiore di tutti, anche in un’ottica di fede, come denuncia il documento della Pontificia Commissione Biblica dedicato a L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (Città del Vaticano 1993, pp. 62-65).

Marginalità della Bibbia nella cultura contemporanea

Allargando ulteriormente lo sguardo, potremmo rilevare che la divaricazione e la separazione tra cultura religiosa e cultura laica si verificano anche nei campi dell’editoria (una stampa cattolica distinta), delle librerie, ecc. Si direbbe che la religione sia concepita come una faccenda per «addetti ai lavori», per una élite di appassionati e che la Bibbia e i testi della tradizione cristiana siano cose «da preti» e basta.

La conseguenza è che nella cultura comune contemporanea, a tutti i livelli, l’aspetto religioso risulta alquanto marginale, ed è venuta meno la conoscenza dei fondamenti della religione cristiana, e in specie della Bibbia, che precedentemente era invece patrimonio comune e alimento di tutta la produzione culturale, dalle arti figurative (pittura, miniatura, scultura, ecc.) 1, alla letteratura, al teatro, alla musica, ma anche alla filosofia, al diritto, ecc 2. C’è chi fa notare che ignorare la Bibbia significa non rendersi conto dell’enorme debito che tutto il pensiero del nostro mondo occidentale ha verso di essa; per citare solo alcuni aspetti: la centralità della storia, l’idea di progresso, la secolarizzazione, il pluralismo culturale, che ci appaiono caratteristici della modernità, hanno radici nella Bibbia e nel cristianesimo, e non nel mondo classico. Il saggio famoso di un critico nordamericano, Northrop Frye, intitolato Il grande codice (trad. ital., Torino, Einaudi, 1986) ha sottolineato come siano di derivazione biblica i modelli e gli archetipi del mondo di immagini, miti e metafore che è l’essenza della letteratura anglosassone (ma non solo di quella letteratura). Un interessante contributo di Fortunato Pasqualino, uscito nell’ottobre ‘98 sulla rivista Studi cattolici, segnala come nelle opere di Verga si registri «un numero di metafore e di modi di dire biblici maggiore» che in Manzoni.

Ignorare la Bibbia fa perdere perfino il senso di numerosi modi di dire che ne derivano, come, «essere il beniamino», «folgorato sulla via di Damasco», «vendersi per un piatto di lenticchie», «il vitello d’oro», «una babele», «sepolcri imbiancati», ecc. Certamente il linguaggio delle generazioni passate, soprattutto a livello popolare, ne era più fortemente impregnato di quanto non avvenga oggi, grazie alla mediazione della liturgia ecclesiale (che oggi è diventata evanescente rispetto all’influsso della televisione): di recente un bel saggio di G. L. Beccaria ne ha illustrato la ricchezza e la complessità3. Eppure non c’è dubbio che tracce del patrimonio biblico sopravvivano ancora nella comunicazione corrente, come indicano espressioni usuali nel linguaggio giornalistico (almeno dei giornalisti più acculturati) e perfino certi vezzi di politici, che cercano di nobilitarsi con reminiscenze bibliche. Anche qui, come già avveniva nei tempi passati, non di rado i riferimenti si intrecciano alle deformazioni. Parafrasando un detto famoso di Benedetto Croce («non possiamo non dirci cristiani»), potremmo dire: «non possiamo non dirci eredi della Bibbia», ma siamo eredi che non conoscono, o conoscono poco, la loro eredità e, per il fatto di non conoscerla abbastanza, la stanno dilapidando.

Perso il contatto con le fonti autentiche, che cosa dànno al pubblico comune oggi i mezzi di comunicazione di massa, quando càpita che inseriscano nel loro tritatutto anche materiale biblico? Attraverso i film e gli sceneggiati televisivi, la cui fiumana non accenna ad esaurirsi (ne sono continuamente programmati su Gesù), filtra un mondo biblico hollywoodiano e mistificante, in cui i personaggi della storia sacra (Abramo, Salomone, Davide, ecc.) sono raffigurati in modo non molto diverso dai vari Rambo, Indiana Jones, e così via, in un enorme pastiche che tutto appiattisce, fatto per solleticare curiosità superficiali e per soddisfare grossolanamente il gusto dell’avventuroso e del fantastico. La pubblicità ricorre a episodi e frasi bibliche facendo di Dio e di Gesù dei testimonial commerciali: estrema e beffarda degenerazione di una familiarità perduta nella sua serietà4. Adesso la moda porta in auge nella produzione libraria i romanzi del filone fanta-biblico, di cui l'insuperato campione è Il codice da Vinci di Dan Brown, bestseller del 2004 che è rimasto a lungo nei primi posti delle classifiche di vendita, nonostante i numerosi tentativi di smascherare le falsità di cui è intriso (anche questi tentativi hanno avuto la loro parte di gloria) e che ha suscitato una versione cinematografica nel 2006. Il filone oggi continua con una trilogia di thriller di Kathleen McGowan, pubblicati dalla casa editrice Piemme, di cui sono usciti Il Vangelo di Maria Maddalena (2007) e Il libro dell'Amore (2009), quest'ultimo incentrato su uno scritto di mano dello stesso Gesù. Ma abbiamo avuto anche clamorosi successi editoriali di interviste (Inchiesta su Gesù, di C. Augias-M. Pesce, 2006), saggi divulgativi di tono polemico (Perché non possiamo essere cristiani, di P. Odifreddi, 2007), anche studi seri dal titolo mistificante (Gesù non l'ha mai detto. Millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzione dei Vangeli, di B. Ehrman, 2007), che cercano di cavalcare l'onda del successo sfruttando l'ignoranza delle fonti e insieme il desiderio di conoscere verità inedite diffusi tra la gente. A questi eventi va aggiunto anche il clamore sollevato nel 2006 dalla pubblicazione delle prime traduzioni dell'apocrifo Vangelo di Giuda.

Qualche anno fa (settembre 2001) il quotidiano "La Stampa" dedicò notevole spazio ai manoscritti di Qumran, che furono scoperti in grotte vicino al Mar Morto, in Palestina, tra il 1946 e il 1947, e che, dopo essere stati pubblicati e tradotti, continuano a suscitare curiosità e interesse per i possibili rapporti della comunità, a cui tali manoscritti appartenevano, con la figura di Gesù e con le concezioni cristiane primitive. Il modo in cui l'argomento veniva trattato sulle pagine del giornale rivela una buona dose di approssimazione, la tendenza ad esagerare e il gusto del sensazionale (già nei titoli: "Dai manoscritti di Qumran la vera voce di Gesù"; "Cadrà l'ultimo mistero sulla vita di Cristo", "I misteri di Gesù svelati nei Rotoli"). Di nuovo vediamo come temi attinenti alla Scrittura vengano trattati con la stessa impostazione con cui si presentano le notizie scandalistiche sui fatti del giorno, senza alcuna preoccupazione di correttezza e rigore documentario. E ormai anche in saggi scientifici può albergare uno spirito simile: R. Eisenman-M. Wise, nel loro volume Manoscritti segreti di Qumran, uscito in inglese nel 1992, tradotto in italiano nel 1994 e inserito nella collana "Piemme Bestseller" nel 2007 (volume che fornisce una raccolta di testi, in ebraico e in traduzione), cercano di solleticare gli interessi del pubblico presentando abusivamente la loro opera come una novità assoluta e dando per assodato un collegamento dei testi con le origini del cristianesimo tutt'altro che sicuro.

Si possono ancora segnalare due recenti collane di volumi, promosse dalle case editrici Einaudi e Mondadori (Oscar), dedicati a libri della Bibbia: i libri sono presentati in traduzione italiana, con introduzione e note integrative. Il tentativo è quello di offrire prospettive laiche e moderne, di presentare i libri della Bibbia come "romanzi". I volumetti di Einaudi si caratterizzano per il fatto che le introduzioni (piuttosto brevi) sono affidate a scrittori contemporanei italiani e stranieri, che portano le loro impressioni e le loro suggestioni.

 


1 Sul Supplemento a «Il Sole 24 ore» di domenica 3.10.1999 veniva riportato il testo di una conferenza del critico d’arte Federico Zeri, in cui si raccontava il caso curioso di un quadro attribuito al Botticelli e intitolato La derelitta. Con fatica venne scoperto che si tratta in realtà di una figura maschile che appartiene alla storia di Ester e Assuero, narrata nel libro biblico di Ester. Solo la famigliarità con la Bibbia permette di comprendere la stragrande maggioranza dei dipinti della nostra tradizione.

2 Per una panoramica sulla presenza della Bibbia nelle varie espressioni culturali del mondo contemporaneo, si veda Le monde contemporain et la Bible, a cura di C. SAVART e J.-M. ALETTI, nella collana «Bible de tous les temps» 8, Paris, Beauchesne, 1985, con saggi sull’arte, sulla musica, sul cinema. I curatori constatano una scarsa presenza della Bibbia, soprattutto nella cultura di massa e nelle conoscenze dell’uomo comune.

3 Cfr. G. L. BECCARIA, Sicuterat. Il latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell’italiano e nei dialetti, Milano, Garzanti, 1999.

4 E. BENEDETTO, in un articolo dal titolo Dio? ora fa il testimonial, su «La Stampa» del 19.10.1997, p. 22, che a sua volta commentava la pubblicazione di un volume di R. WALBAUM e J. COTTIN, Dieu et la pub, Cerf-Pbu, mostrava che gli episodi più citati nella pubblicità risultano quelli della creazione dell’uomo, del Paradiso terrestre, del frutto proibito (la mela). Per quanto riguarda le frasi di Gesù, chi non ricorda il «Chi mi ama mi segua» della Jesus jeans? Ma notevole è anche il «Venite, tutto è pronto», che era l’invito del padrone di casa nella parabola del banchetto e divenne lo slogan delle Olimpiadi di Atlanta. Da citare la campagna «Beati i citroënisti», che sfruttava la formula delle Beatitudini evangeliche. Sull’argomento dell’attualità del linguaggio biblico-evagelico e sul rapporto tra spiritualità e mezzi di comunicazione di massa si è svolto nel settembre 1998, a Roma, un convegno internazionale dal titolo «Dio è morto in televisione», con la partecipazione di esperti dei media, di cinema, di linguistica.







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