Qumràn: ritrovamento e studio dei manoscritti
Data: Mercoledì, 15 agosto 2001 @ 12:00:00 CEST
Argomento: Qumràn


di Andrea Nicolotti

La storia del fortuito ritrovamento dei rotoli, gli scavi archeologici, i curatori delle pubblicazioni. Cinquant'anni di studi e dibattiti su Qumràn.



Sommario

 

Introduzione

Presso l’angolo nord ovest del Mar Morto, l’altipiano del deserto di Giuda precipita a strapiombo per circa 350 metri sotto il livello del Mediterraneo; la parete rocciosa, di colore rossastro, è perforata da numerose caverne naturali. Era nota da tempo l’esistenza in quel luogo di rovine, dette appunto “Rovine di Qumràn” (Khirbet Qumràn); ma si ignorava quale tesoro archeologico potessero nascondere.

Zona di Qumràn
Veduta della zona di Qumràn

Storia dei ritrovamenti

Nell'inverno del 1946 o nel gennaio-febbraio del 1947 un giovane pastore che si trovava in quei luoghi, Mohammed edh Dhib (= lo sciacallo), raccontò che mentre seguiva una capra che si allontanava dal gregge gli capitò di gettare un sasso verso un pendio roccioso. Il sasso finì nell’apertura di una roccia, e ne scaturì il il rumore di cocci infranti; ritornato sul posto il giorno dopo, spinto dalla curiosità, si introdusse assieme ad un cugino nell’anfratto e trovò all’interno della caverna diverse giare di terracotta, una delle quali conteneva dei rotoli di cuoio manoscritto. Di questa storia esiste anche un'altra versione, secondo la quale il giovane non stava inseguendo una capra, ma più prosaicamente stava esplorando la zona alla ricerca di un anfrato dove nascondere merce di contrabbando. Esiste anche una terza versione, più fantasiosa, per cui Mohammed si era nascosto nella grotta perché inseguito da demoni del deserto.

Giare ritrovate a Qumràn Giare ritrovate a Qumràn

I rotoli manoscritti ritrovati, invece di essere consegnati alle autorità, vennero portati ad un antiquario di Betlemme, Khalil Iskander Shahin, soprannominato Kando; egli, che credette di riconoscere su di essi una scrittura siriaca, ne vendette una parte al metropolita Athanasius Yeshua Samuel del monastero siro di S. Marco di Gerusalemme. Una parte, con l'intermediazione del mercante armeno Nasri Ohan, fu acquistata dal prof. Eleazar Sukenik dell’Università Ebraica di Gerusalemme, il primo a identificare l'antica scrittura ebraica. Quando quest’ultimo comprese quello che aveva di fronte, cercò di acquistare anche la parte in possesso del metropolita, che però si rifiutò di vendere i suoi manoscritti; Athanasius si rese conto del loro effettivo valore e della loro antichità dopo averli fatti esaminare da due membri della American School of Oriental Research di Gerusalemme, William Brownlee e John Trever, i quali poterono anche scattare le prime fotografie. Nel frattempo, non mancarono le incursioni notturne nella grotta per cercare altro materiale, ed il clima politico del neonato stato di Israele complicava ogni trattativa; i rotoli divennero ben presto una sorta di materiale di contrabbando.

Il primo comunicato pubblico che attestava il ritrovamento risale all’11 aprile 1948, apparso il giorno dopo sul Times di Londra, nel quale si parlava del rinvenimento di un rotolo di Isaia (poi identificato con la sigla 1QIsaa , del 125-100 a.C.), di un Manuale di Disciplina di una comunità ignota, forse di Esseni (quello che oggi è chiamato Regola della Comunità, 1QS del 100-75 a.C.), di un commento al profeta Abacuc (1QpAbac, metà del I sec. a.C.), e di un codice non ancora identificato perché in pessimo stato di conservazione (identificato poi nell’Apocrifo della Genesi, 1QgenAp, I sec. a.C.- inizio I sec. d.C.).

Il rotolo di Isaia, lungo più di sette metri, è di oltre mille anni antecedente al manoscritto più antico fino ad allora conosciuto; il mondo era venuto così a conoscenza di quella che è stata definita come la “scoperta archeologica del secolo”. Si trattava di testi probabilmente nascosti nelle grotte della comunità degli Esseni prima dell'invasione romana del 70, poi mai più riportati alla luce.

Inserzione: vendo i rotolo di Qumràn 1 Giugno 1954.
Sul Wall Street Journal compare un'inserzione: si mettono in vendita alcuni rotoli di Qumràn

La pubblicazione dei tre codici leggibili di proprietà del metropolita avvenne tra il 1950 e il 1951, a cura dell’American School1. Nel 1954 uscì postuma la pubblicazione dei testi nelle mani del prof. Sukenik2. Nel frattempo, a causa della difficile situazione palestinese (era stato appena proclamato lo Stato di Israele ed era terminato il protettorato britannico), il metropolita si era recato in America con i suoi manoscritti, cercando di rivenderli: arrivò persino a offrire i rotoli tramite un’inserzione su un numero dello Wall Street Journal (1 giugno 1954). Yigael Yadin, figlio di Sukenik, tramite la mediazione di una banca statunitense acquistò i rotoli per conto del neonato Stato di Israele, che era già entrato in possesso degli altri; essi così furono tutti depositati al museo di Gerusalemme, conosciuto come Museo Rockefeller, ove tuttora si trovano. Yadin pubblicò nel 1956 il rotolo danneggiato dell’Apocrifo della Genesi3.

Conclusasi la guerra arabo-ebraica con l’istituzione in Palestina dei due stati di Giordania e Israele, il territorio di Qumràn era venuto a cadere nello stato giordano; nel gennaio 1949, quando la situazione politica permise di riprendere le ricerche, venne ritrovata la grotta scoperta dai pastori (da allora identificata come 1Q). Il Department of Antiquities of Jordan tramite l’ispettore generale G. Lankester Harding, e l’École Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme (che allora si trovava nella parte giordana di Gerusalemme) tramite il suo direttore, il domenicano padre Roland Guérin de Vaux, si preoccuparono di effettuare la prima esplorazione sistematica della grotta (dal 15 febbraio al 5 marzo 1949); furono asportate giare, vasi, manufatti, stoffe e frammenti, pubblicati a cura del padre J. D. Barthélemy e di padre J. T. Milik in quello che sarebbe stato il primo volume della collana Discoveries in the Judaean Desert che la Oxford University Press dedicò ai manoscritti4.

Beduini I Due beduini che per primi identificarono le grotte. Vi fu una sorta di corsa al rotolo tra i beduini e gli archeologi

Nel 1951, mentre de Vaux e Harding conducevano un nuovo scavo sistematico del sito di Qumràn, alcuni beduini della tribù Ta‘âmirah, che avevano compreso che era possibile ricavare qualche guadagno dalla vendita di reperti archeologici, scoprirono un altro lotto di oggetti provenienti da Wâdi Murabba‘ât, a 25 km a sud di Gerusalemme, alcuni pertinenti al periodo della seconda rivolta giudaica (132-135 d.C.). Gli stessi beduini nel febbraio del 1952 trovarono un’altra grotta a Qumràn, con altri frammenti manoscritti (fu chiamata allora 2Q, e conteneva oltre a testi piuttosto frammentari biblici ed apocrifi, un interessante frammento ebraico del Siracide (2Q18= 2QSir). Iniziò così una sorta di “corsa al rotolo”. A marzo gli archeologi trovarono la grotta 3, con 14 manoscritti e due rotoli di rame incisi a caratteri ebraici (3Q15), una lista di tesori sepolti. I beduini da parte loro scoprirono la cosiddetta grotta 4, con innumerevoli frammenti, quelli che daranno più problemi nella pubblicazione; il giorno successivo arrivarono sul posto il de Vaux e Milik per raccogliere e catalogare il materiale che i beduini non avevano toccato, ed il resto dovette essere recuperato più avanti. Gli archeologi rinvennero poco più in là un’altra grotta (5Q) con alcuni manoscritti tra i quali ricordo una descrizione della Nuova Gerusalemme (5Q15 = 5QJN ar), i frammenti della Regola della comunità e del Documento di Damasco. I beduini, da parte loro, riportarono alla luce la cosiddetta grotta 6Q con frammenti di testi biblici e apocrifi, tra cui meritano menzione quelli del libro enochico dei Giganti (6QEnGiants = pap6Q8) e il Documento di Damasco (6Q15), l’Allegoria della vigna (6Q11) ed un calendario (6Q17). Al 1952 risale anche la scoperta dei manoscritti del monastero bizantino di Khirbet Mird. Più avanti saranno compiuti altri ritrovamenti nelle valli tra En-gedi e Masada, e a Masada stessa (Vedi).

Nel frattempo, i frammenti della grotta 4Q, già rivenduti dai beduini, dovettero essere riacquistati: concorsero alla spesa lo Stato di Giordania, l’università McGill di Montreal, le università di Manchester e di Heideberg, il Mc Cormick Seminary di Chicago e la Biblioteca Apostolica Vaticana. Eccetto qualche frammento, caduto nelle mani dei privati, tutto confluì nel Museo di Gerusalemme assieme al materiale già collezionato. Lì venne allestita una vasta sala dedicata alla conservazione e allo studio dei testi, chiamata poi scrollery (dall’inglese scroll, rotolo).

Nel 1955 vennero ritrovate dagli archeologi le grotte da 7 a 10; la settima conteneva alcuni frammenti di papiri greci, tra cui un frammento dell’Esodo 28, 4-7 (7Q1) e della Lettera di Geremia 143 (7Q2). La grotta 8 conteneva pochi frammenti, la nona grotta un solo frammento di papiro, la decima un coccio iscritto; nel 1956 i beduini da parte loro trovarono la grotta 11Q, ricca di manoscritti ben conservati, sul genere di quelli di 1Q. In essa, tra l’altro, il manoscritto paleo-ebraico del Levitico (11QpaleoLev), i rotoli dei Salmi e dei Salmi apocrifi (11QPsa; 11QPsApa), il Targum di Giobbe (11QTgJob), un antico esempio di targum (11QMelch), (11Q ShirSabb) e infine il Rotolo del Tempio (11QT). Gli scavi terminarono nel 1958: 800 circa sarebbero stati i manoscritti, di cui ci restano almeno 15.000 frammenti. Circa 225 manoscritti contengono testi biblici, mentre circa 300, per il loro pessimo stato di conservazione, con frammenti minutissimi, sono praticamente inservibili. Di qui cominciava il duro lavoro della ricomposizione e della interpretazione.


NOTE AL TESTO

1 M. BURROWS – J. C. TREVER – W. H. BROWNLEE, The Dead Scroll of St. Mark’s Monastery, New Haven 1950-1951, 2 volumi. Contengono Isaia, il Commentario di Abacuc e il cosiddetto manuale di Disciplina.

2 In ebraico, tradotta l’anno successivo in inglese: E. L. SUKENIK, The Dead Sea Scroll of the Hebrew University, Jerusalem, 1955.

3 N. AVIGAD – Y. YADIN, A Genesis Apocryphon. A Scroll from the Wilderness of Juda, Jerusalem, 1956.

4 J. D. BARTHÉLEMY - J. T. MILIK, Qumràn Cave I, Oxford, 1955.

I primi 40 anni di studi

Il secondo volume della serie Discoveries in the Judaean Desert uscì a cura di P. Benoit, J. Milik e R. de Vaux nel 1961, in due tomi, con i resti delle grotte di Murabba‘ât1; il terzo sotto la direzione di M. Baillet, Milik e de Vaux, anch’esso in due tomi, uscì l’anno successivo, con tutti i frammenti delle “grotte minori”, la 2, la 3 e dalla 5 alla 102. I rotoli della grotta 11 furono pubblicati nel 19653.

Per lo studio sui reperti del Mar Morto ritrovati nella grotta 4Q, tra il 1953 e il 1954 fu creata una équipe internazionale di studiosi, sotto la guida del de Vaux e di Harding: ne facevano parte il sacerdote polacco Jòzef Milik ed il rev. Jean Starcky del Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, mons. Patrick W. Skehan della Catholic University di Washington, John Strugnell dello Jesus College di Oxford, Frank M. Cross del Mc Cormick Seminary di Chicago, John M. Allegro assistente alla Manchester University e Hunno Hunzinger dell’Università di Göttingen. I membri dell’équipe erano tre cattolici, due protestanti, un anglicano ed un agnostico.

Gruppo internazionale di studiosi Gruppo internazionale degli editori dei mss. di 4Q: a sin. Strugnell, di spalle Allegro, Hunzinger seduto, dietro Skehan, Milik di profilo,Starcky dietro.

Nel 1958 si aggiunse padre Maurice Baillet dell’Institut Catholique di Tolosa il quale dopo qualche tempo sostituì Hunzinger, che si ritirò e lasciò a quest’ultimo il proprio materiale. Ognuno ricevette un lotto di manoscritti da ricomporre e pubblicare. Espressamente non era stato inserito alcun studioso ebraico, per divieto del governo giordano.

Il noioso lavoro di ripulitura, classificazione e lettura dei frammenti ci viene così descritto da Cross:

Diversamente dai vari rotoli della prima e dell’undicesima grotta, che si sono conservati in buone condizioni, i manoscritti della grotta 4 sono in un avanzato stato di deterioramento. Molti frammenti sono così fragili e friabili che si possono appena toccare con una spazzola di pelo di cammello. Molti sono deformati, increspati o ristretti, incrostati di sostanze chimiche sporche, anneriti dall’umidità e dal tempo. Molto ardui sono i problemi che si devono affrontare per pulirli, spianarli, identificarli e congiungerli assieme4.

Rotolo di Qumràn chiuso Un rotolo di Qumràn ancora chiuso. Delicato fu il lavoro di pulizia, spianatura e recupero.

Nel 1957 Milik pubblicò un rapporto intermedio che informava sullo stato dei lavori, tradotto in tre lingue5.

Nel frattempo si iniziò a compilare una concordanza di tutte le parole che si trovavano nei frammenti che ognuno stava esaminando, in modo da permettere a tutti di sapere in quali altri testi poteva eventualmente ricorrere una parola. Sino alla fine degli anni ’50, continuarono ad arrivare frammenti al museo; nel 1960 cessarono i finanziamenti di J. D. Rockefeller, che aveva sostenuto economicamente i lavori del gruppo: a quel punto più di 500 frammenti erano stati identificati, e registrati nella concordanza, in attesa di essere pubblicati.

Nel 1967, con la guerra dei sei giorni, Israele conquistò la parte giordana di Gerusalemme, ed anche il Museo archeologico; il de Vaux ottenne di poter continuare ugualmente i lavori con la sua équipe, senza modificazioni.

Per vari motivi, il progetto di pubblicazione dei testi della grotta 4Q andava un po’ a rilento: gli studiosi prepararono tra gli anni ’50 e ’60 alcune edizioni preliminari dei testi loro affidati, che comparvero in riviste specializzate quali la Revue biblique, il Bulletin of the American Schools of Oriental Research ed il Journal of Biblical Literature. Mancavano però le edizioni definitive della collana di Oxford.

Un’eccezione fu l’uscita nel 1968 del quinto volume della collana Discoveries in the Judaean Desert a cura di John Allegro, che pubblicava una trentina di frammenti6. Purtroppo, pur essendosi guadagnato ampia stima per aver dato alle stampe questi testi con largo anticipo rispetto agli altri membri dell’équipe, egli sacrificò la qualità alla celerità, e il lavoro risultò infarcito di errori; il prof. Karlheinz Müller dell’Università di Würzburg, lo commentò in questo modo: “Senz’altro la peggiore e la più inaffidabile edizione di Qumràn che il lettore possa aspettarsi dall’inizio dei ritrovamenti”7.

Strugnell, per incarico dell’équipe, preparò una recensione riparatoria (che purtroppo risultò lunga quasi quanto il libro recensito) nella quale correggeva riga per riga il lavoro di Allegro8; è possibile capire a questo punto come stessero nascendo alcune tensioni all’interno del gruppo. I rapporti di Allegro con i suoi colleghi andarono sempre più deteriorandosi, dopo il rilascio da parte sua di alcune interviste e accuse su come il lavoro di pubblicazione stava procedendo; in preda a problemi di salute psichica, già licenziato dall’Università di Manchester per cui lavorava, abbandonò negli anni successivi lo studio dei rotoli e si dedicò a studi di storia delle religioni, per i quali perse ogni credito in ambito accademico. Le sue posizioni, assieme alle insinuazioni di altri, furono abilmente sfruttate e riutilizzate negli anni successivi, nell’ambito di una campagna di diffamazione dei membri dell’équipe che ancora non si è sedata, e sulla quale avremo modo di soffermarci altrove.

Starcky Il rev. Jean Starcky, membro dell'equipe internazionale per lo studio dei rotoli di Qumràn

Roland De Vaux morì improvvisamente nel 1971, e venne sostituito dal nuovo direttore dell’École Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme, padre Pierre Benoit. Lo stesso anno, al di fuori della collana ufficiale, usciva l’edizione della traduzione aramaica del libro di Giobbe, proveniente dalla grotta 11Q9. Il volume successivo delle Discoveries apparve solo nel 1977, e conteneva anche i testi sui quali de Vaux aveva lavorato prima della morte10. Ma nel frattempo anche Milik aveva pubblicato al di fuori della collana delle Discoveries un ampio commentario sui frammenti della 4Q riguardanti il libro di Enoc11, e Yadin aveva fatto lo stesso con il grande Rotolo del Tempio, recuperato dall’antiquario di Betlemme di cui avevamo parlato: lo aveva nascosto sotto le mattonelle di casa12. Queste eccellenti opere segnarono un cambiamento di rotta: gli studiosi non si accontentavano più di preparare semplici trascrizioni e brevi trattazioni dei testi, ma preferivano scrivere commenti ampli ed esaustivi. Questo ebbe inevitabilmente effetti disastrosi sulla già non invidiabile celerità delle pubblicazioni. Ad esempio, il lavoro di Milik su Enoc è accompagnato da una laborioso retroversione aramaica dall’etiopico, e da un lunghissimo commentario. Certo se egli si fosse limitato alla trascrizione ed alla traduzione, avrebbe impiegato molto meno tempo, senza sacrificare gli altri lavori in attesa di essere intrapresi.

La successiva edizione delle Discoveries è del 1982, a cura di Baillet13. Nel 1985 uscirono, da studiosi non facenti parte dell’équipe, la recensione paleo-ebraica del Levitico14 e gli inni per l’Offerta del Sabato15, provenienti da 11Q.

Alla morte di Patrick Skehan, nel 1980, subentrò Eugen Ulrich della statunitense Notre Dame University, il quale già aveva ricevuto alcuni testi di competenza di Cross. John Strugnell, membro dell’équipe fin dall’inizio, divenne il nuovo direttore responsabile alla morte di Benoit, nel 1987; erano passati ormai 40 anni dalla fortuita scoperta della prima grotta.


NOTE AL TESTO

1 P. BENOIT - J. MILIK - R. DE VAUX, Les grottes de Murabbacat; Oxford, 1961.

2 M. BAILLET - J. T. MILIK - R. DE VAUX, Les 'petites grottes' de Qumrân, Oxford, 1962.

3 J. A. SANDERS, The Psalms Scroll of Qumrân Cave 11 (11QPsa), Oxford, 1965.

4 F. M. CROSS, The Ancient Library of Qumràn & Modern Biblical Studies, 19802, p. 35.

5 Dix ans des découvertes dans le desert de Juda, Paris, 1957; Dieci anni di scoperte nel deserto di Giuda, Casale, 1957; Ten Years of Discoveries in the Wilderness of Judaea, London, 1959.

6 J. M. ALLEGRO, Qumrân Cave 4. I (4Q158-4Q186), Oxford, 1968.

7 In J. SCHREINER, Einführung in die Methoden der biblischen Exegese, Würzburg, 1971, p. 310.

8 J. STRUGNELL, Notes in marge au volume V des «Discoveries in the Judaean Desert of Jordan», in «Revue de Qumràn» VII (1969-71), pp. 163-276.

9 J. P. M. VAN DER PLOEG – A. S. VAN DER WOUDE – B. JONGELING, Le Targum de Job de la Grotte XI de Qumràn, Leiden, 1971.

10 R. DE VAUX - J. T. MILIK, Qumrân Grotte 4. II: (4Q128 - 4Q157), Oxford, 1977.

11 J. T. MILIK – M. BLACK, The Books of Enoch: Aramaic Fragments of Qumràn Cave 4, Oxford, 1976.

12 Edizione ebraica del 1977, trad. inglese Y. YADIN, The Temple Scroll, Jerusalem, 1983.

13 M. BAILLET, Qumrân Grotte 4. III: (4Q482-4Q520), Oxford, 1982.

14 D. N. FREEDMAN – K. A. MATHEWS – R. S. HANSON, The Paleo-Hebrew Leviticus Scroll (11Q paleoLev), Philadelphia, 1985.

15 C. NEWSOM, Songs of the Sabbath Sacrifice: A Critical Edition, Atlanta, 1985.

Ultimi anni di studi e questioni dibattute

L’ingresso di Strugnell come responsabile dell’équipe internazionale coincise con il sorgere delle prime lamentele sulla lentezza dei lavori.

Alcune insinuazioni di Allegro erano state ignorate dal mondo accademico, ma c’era la sensazione che i frammenti mancanti della grotta 4 non sarebbero comunque stati pubblicati in breve tempo; Strugnell cercò di allargare il gruppo, fino ad arrivare a circa venti persone, in modo da accelerare i lavori. Furono anche invitati per la prima volta studiosi israeliani, quali Emanuel Tov e Elisha Qimron.

C’erano diverse motivazioni che avevano reso il lavoro così lento: della volontà di pubblicare testi ampiamente commentati (a discapito della celerità) si è già detto. Poi, la difficoltà di rimettere assieme e decifrare centinaia di frammenti manoscritti, che spesso sono grandi come francobolli.

Un esempio di come la fretta sia cattiva consigliera, fu la lettura precipitosa del cosiddetto frammento 4QTherapeia. Il frammento, contenente i resti di undici linee, era stato affidato a Milik. Ma Allegro, ritenendolo un testo assai importante, la cui divulgazione era stata mantenuta artificiosamente segreta, lo pubblicò nel 1979 in appendice al suo volume sul mito cristiano1. Secondo la sua lettura, si sarebbe trattato di annotazioni di un medico esseno, Ormiel, il quale avrebbe prescritto ad un certo Caifas una cura a base di liquido seminale di capretto. Questo confermava, secondo Allegro, l’ipotesi di un rituale di iniziazione misterico-cristiana compiuto per mezzo dell’unzione con lo sperma, rito al quale Gesù avrebbe sottoposto i suoi discepoli. Lo studio approfondito del frammento, però, ha dimostrato che si trattava solamente di un esercizio di scrittura di uno scriba su un rimasuglio di pelle; le parole vergate non erano altro che nomi ebraici ricopiati in ordine alfabetico2.

In secondo luogo, il costume inveterato per cui un reperto archeologico è quasi una proprietà personale di chi l’ha ritrovato, ed è difficile mettervi le mani senza l’autorizzazione dello scopritore (in questo caso, dell’affidatario); d’altra parte, in alcuni casi certi membri dell’équipe avevano maturato una tale esperienza da sembrare quasi insostituibili. Milik, ad esempio, aveva una ottima capacità da tutti riconosciuta nel ricomporre i frammenti, cosa di cui si sentì la mancanza quando egli si ritirò dal gruppo.

Milik che lavora su dei frammenti Milik mentre rimette assieme e decifra frammenti grandi quanto un francobollo.
Un lavoro lento e paziente.

Alcuni dei membri dell’équipe, inoltre, continuavano a detenere regolari cattedre universitarie all’estero, e dedicavano solo i periodi di ferie all’esame dei rotoli; taluni, piuttosto che perdere i frammenti loro assegnati, li passavano a propri allievi, in modo che il lavoro restasse per così dire «in famiglia»: è il caso del prof. Frank M. Cross, ad esempio. In ogni caso, non era mai stato permesso a nessun esterno all’équipe di prendere parte alla pubblicazione, senza l’autorizzazione di colui al quale erano stati assegnati.

Gran peso ebbero poi difficili situazioni umane: Milik abbandonò il sacerdozio ed ebbe problemi d’alcool per un certo periodo, prima di riprendere una vita regolare a Parigi. Strugnell cadde in una forte depressione, aggravata dalla separazione dalla moglie: fu una decisione poco felice affidargli la direzione dei lavori. Allegro, come già detto, aveva avuto problemi psichici che peggiorarono con l’età.

Dal 1985, dopo che per anni si era pazientemente attesa la pubblicazione ufficiale, iniziarono le prime proteste. Il prof. Geza Vermes definì la situazione “lo scandalo accademico par excellence del XX secolo”3. Non è possibile non sottoscrivere tale affermazione; ma questa giusta constatazione ha dato spesso vita a reazioni e illazioni prive di ogni senso della misura.

L’editore della rivista Biblical Archeological Review iniziò a pubblicare articoli stigmatizzando la lentezza dei lavori4.

Prof. Eisenman 
Robert Eisenman

Il prof. Robert Eisenman della California State University ebbe un ruolo predominante nel sollecitare il mondo accademico e le autorità israeliane, proprietarie dei manoscritti, a trovare una soluzione. Purtroppo, se il lavoro di Eisenman in questo senso fu encomiabile, lo furono meno i metodi con i quali sfruttò la sua posizione per divulgare le sue strane interpretazioni sul contenuto dei rotoli. Egli inoltre, servendosi di certa stampa scandalistica, creò l’idea dell’esistenza di una sorta di monopolio culturale intorno ai manoscritti, gestito dall’équipe internazionale, a formare un intaccabile consensus, per nascondere all’umanità certi testi che avrebbero minato le basi del cristianesimo. Egli fece trapelare persino l’accusa di un complotto del Vaticano per occultare i rotoli. Di queste accuse, tratteremo nel capitolo "Qumràn. Questioni scottanti".

Le autorità israliane, sollecitate, iniziarono ad intervenire: il direttore dell’Israel Antiquities Authority Amir Drori creò nel 1990 un comitato per sollecitare il lavoro di edizione dei testi. L’équipe da parte sua affiancò a Strugnell nella direzione dei lavori uno studioso dell’Università Ebraica, Emanuel Tov, nella speranza che la sua presenza accelerasse i lavori; questa mossa, in un momento di debolezza personale, non poté certo piacere a Strugnell. Dopo una intervista rilasciata ad un giornale, in cui avrebbe criticato lo stato di Israele e avrebbe definito quella ebraica una “religione orribile originalmente razzista” (ma è difficile capire come realmente andarono le cose; certo Strugnell al tempo era gravemente malato)5, venne sostituito nella sua carica di direttore dei lavori, pur restando membro del gruppo. I membri dell’équipe allora nominarono tre nuovi responsabili: l’israeliano Emanuel Tov, già chiamato da Strugnell medesimo, padre Émile Puech dell’École biblique ed Eugene Ulrich. Essi allargarono inoltre il gruppo a 50 membri. Nello stesso anno usciva un nuovo volume delle Discoveries6.

Un passo inaspettato fu compiuto nel 1991 dal prof. Ben Zion Wacholder dell’Hebrew Union College di Cincinnati; stanco della lunga attesa di avere una edizione dei frammenti, che sembrava non apparire mai, tentò con l’aiuto di Martin G. Abegg di ricostruirne il testo senza possederne né le trascrizioni né le fotografie, ma utilizzando quella concordanza che gli studiosi avevano creato nel corso dei loro studi. Tramite l’uso dell’elaboratore, egli estrapolò tutte le frasi presenti nella concordanza, le collocò in ordine e cercò di ricreare con esse il testo intero, ricostruendo il contenuto dei frammenti inediti7. Tale operazione, complessivamente ben riuscita, non era però priva di errori: la concordanza infatti non era più stata aggiornata dagli anni ’60, e molte letture erano state migliorate. Inoltre ci si poneva il problema se fosse legittimo stampare un’edizione servendosi di trascrizioni ancora inedite frutto del lavoro di altri.

Nel settembre dello stesso anno, un’altra notizia inaspettata: il direttore William A. Moffet della Huntington Library di San Marino in California annunciò di essere in possesso delle fotografie dei frammenti della grotta 4Q, e che ne avrebbe lasciato libero accesso a chiunque ne avesse fatto richiesta. Il governo israeliano, irritato da questa iniziativa, prese le difese dei diritti dell’équipe, e fu sul punto di intentare una azione legale; ma il tutto venne a cadere, per non aumentare il disappunto di coloro che da tempo criticavano le lentezze dell’edizione. Eisenman sfruttò subito tale situazione, e curò per la Biblical Archeological Society una edizione in fac simile delle fotografie, alcune illeggibili, altre invece utilizzabili8. L'editore negò che le foto provenissero dalla Huntington, ma non ne fornì la fonte; per gli strascichi legali, il volume venne persino ritirato per un certo periodo di tempo dal commercio. Grande scandalo provocò la riproduzione di una trascrizione di una lettera trovata nella grotta 4 (4QMMT): la trascrizione era opera di un membro dell’équipe, l’israeliano Elisha Qimron, ed era stata stampata senza la sua autorizzazione, e senza neppure indicarne il nome. Si trattava in parole povere di un furto di anni di lavoro altrui.

Occorre menzionare anche altri due libri, che hanno contribuito al crearsi di una “leggenda nera” attorno all’équipe internazionale e ai suoi presunti tentativi, appoggiati dal Vaticano, di occultare materiale “destabilizzante”. Il primo è dovuto a due giornalisti inglesi, Michael Baigent e Richard Leigh9, con l’aiuto di Eisenamn, ed è stato definito da uno degli editori dei manoscritti “un penoso esempio di giornalismo giallo”10. Il secondo è la trascrizione e traduzione di alcuni manoscritti dovuta a R. Eisenman e M. Wise, presentati falsamente al pubblico come del tutto inediti e trattati in maniera assai discutibile11. Anche di questi due libri, e delle reazioni che suscitarono, ci occuperemo nel capitolo "Qumràn. Questioni scottanti".

Tutto ciò perché ci si renda conto del clima del periodo: non mancarono infatti le pubblicazioni frettolose ed inaccurate dei testi, o lo sfruttamento del lavoro di altri in barba ai diritti d’autore.

James J. Charlesworth James J. Charlesworth

Di fronte a questo “assalto ai rotoli”, inutile ormai frenare le aspettative: la stessa Autorità Israeliana per le Antichità, che sovrintendeva all’équipe internazionale, fece curare nel 1993 da E. Tov un’ottima riproduzione in microfiches di tutti i testi del deserto di Giuda12, ed un elenco di tutti i testi non pubblicati, con l’indicazione degli editori previsti13. Nel frattempo, la velocità nella pubblicazione ufficiale dei testi da parte dell’équipe era aumentata considerevolmente: una concordanza fu preparata da James J. Charlesworth14, e decine di volumi della serie Discoveries in the Judaean Desert sono apparsi in questi ultimi anni, a firma di decine di studiosi diversi15.

Dagli anni ’90, quindi, tutto il materiale conosciuto è disponibile per gli studiosi che desiderino visionarlo, ed è possibile verificare sugli originali stessi il valore delle ricostruzioni di Allegro, Eisenman, Baigent e Wise; tuttavia, ancora continua al di fuori dei circoli accademici la tendenza a presentare al pubblico l’esistenza di “congiure” o “complotti”, o di letture falsate dei testi, spesso anche con il sostegno di giornalisti palesemente impreparati ma ben disposti a pubblicizzare materiale “scottante”.

Da questa vicenda, si spera che in futuro, qualora avvenissero altre scoperte del genere, il lavoro di edizione sia impostato in modo diverso, allo scopo di evitare fin dall’inizio il sorgere di tensioni e interpretazioni fuorvianti.



NOTE AL TESTO

1 J. M. ALLEGRO, The Dead Sea Scrolls and the Christian Myth, London, 1979.

2 J. NAVEH, A Medical Document or a Writing Exercise? The So-called 4QTherapeia, in “Israel Exploration Journal” XXXVI (1986), pp. 52-55.

3 Sulla copia del 3 maggio 1985 del Times Literary Supplement, p. 502.

4 Gli articoli sono raccolti in H. SHANKS, Understanding the Dead Scrolls. A Reader from the Biblical Archeology Review, Washington, 1992.

5 L’intervista apparve il 9 novembre 1990 sul giornale Ha’aretz di Tel Aviv. Strugnell giura di non aver mai detto quelle parole, e di essere stato vittima di un inganno-fraintendimento. Sarebbe stata confusa la sua ostilità allo Stato di Israele con l’antisemitismo. Cfr. intervista riportata in S. ALBERTO, Vangelo e storicità, un dibattito, Milano, 1995, p. 425.

6 E. TOV, The Greek Minor Prophets Scroll from Nahal Hever (8HevXIIgr), The Seiyal Collection I, Oxford, 1990.

7 Il primo volume è B. Z. WACHOLDER – M. G. ABEGG, A Preliminary Edition of the Unpublished Dead Sea Scroll, Washington, 1991.

8 R. EISENMAN – J. M. ROBINSON (a cura di), A Facsimile Edition of the Dead Sea Scroll, Washington, 1991.

9 The Dead Sea Scroll Deception: Why a Handful of Religious Scholars Conspired to Suppress the Revolutionary Contents of the Dead Sea Scrolls, New York, 1991. Tradotto in italiano: Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997.

10 J. C. VANDERKAM, Manoscritti del Mar Morto, Roma, 1995, p. 217.

11 Trad. italiana: Manoscritti Segreti di Qumràn. Tradotti e interpretati i 50 rotoli del Mar Morto finora tenuti segreti, Casale Monferrato, 1994; importante la prefazione del prof. Elio Jucci.

12 The Dead Scrolls on Microfiche. A Comprehensive Facsimile Edition of the Texts from the Judaean Desert, Leiden, 1993.

13 E. TOV, The Unpublished Qumràn Texts from Caves 4 and 11, in «Journal of Jewish Studies» XLIII (1992), pp. 101-136.

14 Graphic concordance to the Dead Sea Scroll, Louisville, 1991.

15 Elenco della collana:

D. Barthélemy and J. T. Milik, Qumran Cave 1 ( DJD I ; Oxford: Clarendon, 1955). xi + 163 pp. + xxxvii plates.

P. Benoit, J. T. Milik and R. de Vaux, Les grottes de Murabba'at ( DJD II ; 2 vols; Oxford: Clarendon, 1961). xv + 314 pp. + cvii plates.

M. Baillet, J. T. Milik and R. de Vaux, Les 'petites grottes' de Qumrân ( DJD III ; 2 vols.; Oxford: Clarendon, 1962). xiii + 315 pp. + lxxi plates.

J. A. Sanders, The Psalms Scroll of Qumrân Cave 11 (11QPs a ) ( DJD IV ; Oxford: Clarendon, 1965). xi + 97 pp. + xvii plates.

J. M. Allegro with A. A. Anderson, Qumrân Cave 4.I (4Q158–4Q186) ( DJD V ; Oxford: Clarendon, 1968). xii + 111 pp. + xxxi plates.

R. de Vaux and J. T. Milik, Qumrân grotte 4.II: I. Archéologie, II. Tefillin, Mezuzot et Targums (4Q 128–4Q157) ( DJD VI ; Oxford: Clarendon, 1977). xi + 91 pp. + xxviii plates.

M. Baillet, Qumrân grotte 4.III (4Q482–4Q520) ( DJD VII ; Oxford: Clarendon, 1982). xiv + 339 pp. + lxxx plates.

E. Tov with the collaboration of R. A. Kraft, The Greek Minor Prophets Scroll from Nahal Hever (8HevXIIgr) ( DJD VIII ; Oxford: Clarendon, 1990; reprinted with corrections 1995). x + 169 pp. + xx plates.

P. W. Skehan, E. Ulrich, and J. E. Sanderson, Qumran Cave 4.IV: Palaeo-Hebrew and Greek Biblical Manuscripts ( DJD IX ; Oxford: Clarendon, 1992). xiii + 250 pp. + xlvii plates.

E. Qimron and J. Strugnell, Qumran Cave 4.V: Miqsat Ma'ase ha-Torah ( DJD X ; Oxford: Clarendon, 1994). xiv + 235 pp. + viii plates.

E. Eshel et al., in consultation with J. VanderKam and M. Brady, Qumran Cave 4.VI: Poetical and Liturgical Texts, Part 1 ( DJD XI ; Oxford: Clarendon, 1998). xi + 473 pp. + xxxii pl.

E. Ulrich , F. M. Cross, et al., Qumran Cave 4.VII: Genesis to Numbers ( DJD XII ; Oxford: Clarendon, 1994; reprinted 1999). xv + 272 pp. + xlix plates.

H. Attridge et al., in consultation with J. VanderKam, Qumran Cave 4.VIII: Parabiblical Texts, Part 1 ( DJD XIII ; Oxford: Clarendon, 1994). x + 470 pp. + xliii plates.

E. Ulrich, F. M. Cross, et al., Qumran Cave 4.IX: Deuteronomy, Joshua, Judges, Kings ( DJD XIV ; Oxford: Clarendon, 1995; reprinted 1999). xv + 183 pp. + xxxvii plates.

E. Ulrich et al., Qumran Cave 4.X: The Prophets ( DJD XV ; Oxford: Clarendon, 1997). xv + 325 pp. + lxiv plates.

E. Ulrich et al., Qumran Cave 4.XI: Psalms to Chronicles ( DJD XVI ; Oxford : Clarendon, 2000). xv + 302 pp. +xxxviii plates.

F. M. Cross, et al., Qumran Cave 4.XII: 1-2 Samuel ( DJD XVII ; Oxford : Clarendon, 2005). 332 pp. + xxviii plates.

J. M. Baumgarten, Qumran Cave 4.XIII: The Damascus Document (4Q266–273) ( DJD XVIII ; Oxford: Clarendon, 1996). xix + 236 pp. + xlii plates.

M. Broshi et al., in consultation with J. VanderKam, Qumran Cave 4.XIV: Parabiblical Texts, Part 2 ( DJD XIX ; Oxford: Clarendon, 1995). xi +267 pp. + xxix plates.

T. Elgvin et al., in consultation with J. A. Fitzmyer, Qumran Cave 4.XV: Sapiential Texts, Part 1 ( DJD XX ; Oxford: Clarendon, 1997). xi + 246 pp. + xviii plates.

S. Talmon, J. Ben-Dov, U. Glessmer, Qumran Cave 4.XVI: Calendrical Texts ( DJD XXI ; Oxford : Clarendon, 2001). xii + 263 pp. + xiii plates.

G. J. Brooke et al., in consultation with J. Vanderkam, Qumran Cave 4.XVII: Parabiblical Texts, Part 3 ( DJD XXII ; Oxford: Clarendon, 1996). xi + 352 pp. + xxix plates.

F. García Martínez, E. J. C. Tigchelaar, and A. S. van der Woude, Qumran Cave 11.II: (11Q2–18, 11Q20–31) ( DJD XXIII ; Oxford: Clarendon, 1998). xiii + 487 pp. + liv plates.

M. J. W. Leith, Wadi Daliyeh Seal Impressions ( DJD XXIV ; Oxford: Clarendon, 1997). xxv + 249 pp. + xxiv plates.

É. Puech, Qumran Cave 4.XVIII: Textes hébreux (4Q521–4Q528, 4Q576–4Q579) ( DJD XXV ; Oxford: Clarendon, 1998). xii + 229 pp. + xv plates.

É Puech, Qumran Grotte 4.XXVII: Textes en Arameen, deuxieme partie. (DJD XXXVII; Oxford: Clarendon, 2008).

P. Alexander and G. Vermes, Qumran Cave 4.XIX: 4QSerekh Ha-Yah [ ad and Two Related Texts ( DJD XXVI ; Oxford: Clarendon, 1998). xvii + 253 pp. + xxiv plates.

H. M. Cotton and A. Yardeni. Aramaic, Hebrew, and Greek Documentary Texts from Nahal H?ever and Other Sites, with an Appendix Containing Alleged Qumran Texts (The Seiyâl Collection II) ( DJD XXVII ; Oxford: Clarendon, 1997). xxvii + 381 pp. + 33 figures + lxi plates.

D. Gropp, Wadi Daliyeh II: The Samaria Papyri for Wadi Daliyeh ; E. Schuller et al., in consultation with J. VanderKam and M. Brady, Qumran Cave 4.XXVIII: Miscellanea, Part 2 ( DJD XXVIII ; Oxford: Clarendon, 2001). xv + 254 pp. + lxiii plates.

E. Chazon et al., in consultation with J. VanderKam and M. Brady, Qumran Cave 4.XX: Poetical and Liturgical Texts, Part 2 ( DJD XXIX ; Oxford: Clarendon, 1999). xiii + 478 pp. + xxviii plates.

D. Dimant, Qumran Cave 4.XXI: Parabiblical Texts, Part 4: Pseudo-Prophetic Texts ( DJD XXX ; Oxford : Clarendon, 2001). xiv + 278 pp. + xii plates.

É. Puech, Qumran Grotte 4.XXII: Textes araméens, première partie: 4Q529–549 ( DJD XXXI ; Oxford : Clarendon, 2001). xviii + 439 pp. + xxii plates.

P. W. Flint and E. Ulrich, Qumran Cave 1.II: The Isaiah Scrolls ( DJD XXXII ; Oxford : Clarendon, in preparation ).

D. M. Pike and A. Skinner with a contribution by T. L. Szink, in consultation with J. VanderKam and M. Brady, Qumran Cave 4.XXIII: Unidentified Fragments ( DJD XXXIII ; Oxford : Clarendon, 2001). xv + 376 pp. + xli plates.

J. Strugnell, D. J. Harrington and T. Elgvin, in consultation with J. A. Fitzmyer, Qumran Cave 4.XXIV: 4QInstruction (Musar leMevin): 4Q415 ff. . ( DJD XXXIV ; Oxford: Clarendon, 1999). xvi + 584 pp. + xxxi plates.

J. Baumgarten et al., Qumran Cave 4.XXV: Halakhic Texts ( DJD XXXV ; Oxford: Clarendon, 1999). xi + 173 pp. + xii plates.

S. J. Pfann, Qumran Cave 4.XXVI: Cryptic Texts ; P. S. Alexander, et al., in consultation with J. VanderKam and M. Brady, Miscellanea, Part 1 ( DJD XXXVI ; Oxford : Clarendon, 2000). xvi + 739 + xlix plates.

É. Puech, Qumran Cave 4.XXVII: Textes araméens, deuxième partie: 4Q550–575, 580–582 ( DJD XXXVII ; Oxford : Clarendon, in preparation ).

J. Charlesworth et al. in consultation with J. VanderKam and M. Brady, Miscellaneous Texts from the Judaean Desert ( DJD XXXVIII ; Oxford : Clarendon, 2000). xvii + 250 pp. + xxxvi plates.

E. Tov, ed., The Text from the Judaean Desert: Indices and an Introduction to the Discoveries in the Judaean Desert Series ( DJD XXXIX ; Oxford : Clarendon, 2002). x + 452 pp.

C. Newsom, Hartmut Stegemann, and Eileen Schuller, Qumran Cave 1.III: 1QHodayot a, with Incorporation of 4QHodayot a-f and 1QHodayot b. (DJD XL; Oxford: Clarendon, 2008).







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