I generi letterari ed il linguaggio del Nuovo Testamento
Data: Sabato, 22 marzo 2003 @ 12:00:00 CET
Argomento: Il Nuovo Testamento


di Clementina Mazzucco

Gli scritti contenuti nel Nuovo Testamento vanno esaminati anche in base al genere letterario al quale appartengono: il genere propriamente narrativo, rappresentato dai Vangeli e dagli Atti degli Apostoli, il genere epistolare e il genere apocalittico. Ciascun autore, inoltre, è caratterizzato da un uso proprio e personale della lingua greca.



Vangeli

La definizione del genere letterario dei Vangeli deve innanzitutto misurarsi con la questione del rapporto che essi hanno con la storia. A lungo si è voluto leggerli come opere storiche o biografiche e ricostruire, attraverso di essi, una «vita di Gesù» con criteri cronachistici di tipo scientifico. Ma c’è stata poi anche la tendenza opposta a vanificarne ogni fondamento storico e a ridurli al livello di leggende o racconti mitici.

Iniziale del prefazio ai Vangeli di Girolamo. Vangeli di LindisfarneConfrontati con le opere storiche o biografiche o memorialistiche tradizionali, i Vangeli si differenziano per contenuti, scopi e forme. Non si manifesta in essi un interesse spiccato per la vita, il carattere, la formazione, gli avvenimenti specifici relativi a Gesù e ai suoi discepoli. Mancano in effetti descrizioni psicologiche (pensiamo al caso del tradimento di Giuda), manca generalmente una cronologia dettagliata e una topografia precisa. E questo lo si può dire nel complesso anche per il Vangelo di Lc, che pure è quello che più somiglia a un’opera storiografica: lo si ricava dal prologo, impostato letterariamente, secondo i canoni delle prefazioni classiche (qui l’autore, che si rivolge a un destinatario, Teofilo, manifesta l’intenzione di mettere ordine nelle tradizioni esistenti per dare un solido fondamento alla verità e si rifà a scritti precedenti)1, e dalla tendenza a collocare la storia di Gesù nella storia universale ricorrendo alcune volte (2,1-2; 3,1-2) alle datazioni con menzione dei magistrati romani in carica.

In realtà queste indicazioni cronologiche, che dovrebbero essere considerate insieme a quella di Lc 1,5, hanno non tanto una funzione cronachistica, quanto una funzione soprattutto letteraria e teologica. Si può notare che c’è una progressione: in 1,5 troviamo: «nei giorni di Erode, re della Giudea»; in 2,1-2: «in quei giorni uscì un decreto da parte di Cesare Augusto secondo cui si doveva fare il censimento di tutto il mondo abitato. Questo censimento avvenne per la prima volta mentre governava la Siria Quirinio»; in 3,1-2: «nell’anno 15 del dominio di Tiberio Cesare, mentre governava la Giudea Ponzio Pilato, era tetrarca della Galilea Erode, Filippo, suo fratello, era tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, Lisania era tetrarca dell’Abilene; al tempo in cui era sommo sacerdote Anna e Caifa ...». Mentre la prima indicazione cronologica fa riferimento soltanto al governatore locale, la seconda invece si riferisce alle cariche politiche più generali (imperatore, governatore della Siria) e la terza combina tutti i possibili riferimenti, politici (imperatore, governatore della Giudea, i tetrarchi delle varie regioni), e religiosi (i sommi sacerdoti). La prima indicazione, più ristretta e pertinente alla sola Giudea, ben si adatta a un fatto che riguarda la figura di Giovanni Battista (l’annuncio della sua nascita), che rimane legato all’economia giudaica; invece la nascita di Gesù viene collocata su uno sfondo universalistico (impero, Siria), e l’inizio vero e proprio della missione è caratterizzato da indicazioni sia profane sia religiose perché la missione di Gesù riguarda entrambe le sfere.

D’altra parte, il fondamento storico dei fatti è presupposto dai Vangeli, per il motivo stesso che si vuole presentare, non una dottrina astratta, ma un avvenimento che si è svolto nel tempo, l’esistenza storica di una persona che si è articolata in tappe e momenti.

Oggi si tende a ritenere che il «vangelo» sia una creazione cristiana originale, e lo si definisce un «genere storico-kerigmatico» (da kérygma = annuncio), in quanto è il racconto di una storia avvenuta realmente nel passato, che parla al presente, una testimonianza che mira a suscitare e rafforzare la fede. Si può estendere a tutti i Vangeli la dichiarazione che l’autore del IV Vangelo fa alla fine dell’opera (nella sua prima edizione, che doveva concludersi col cap. 20): «Queste cose sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiate vita nel suo nome» (Gv 20,31).

Gli evangelisti scrivono non semplicemente per conservare e tramandare il ricordo di Gesù, non semplicemente per ricostruire una vicenda, ma cercando di cogliere e trasmettere il significato profondo di essa: ciascun evangelista prospetta, in un’ottica particolare, una interpretazione teologica dei fatti.

È Mc che definisce, indirettamente, la sua opera euaggélion (1,1) e crea il tipo del «vangelo». Il termine, molto usato da Paolo, ma già di uso classico, originariamente significava «ricompensa per una buona notizia» e quindi «buona notizia»; nell’accezione più propriamente religiosa, documentata anche nella traduzione greca dell’AT (soprattutto, però, a proposito del verbo euaggelizesthai), era arrivato a significare «annuncio della salvezza». Entra nell’uso comune dei cristiani, per indicare il vangelo scritto, nel II secolo, prima solo al singolare, poi (con Giustino, I Apologia 66,3) anche al plurale; ma per lo più si intende che c’è un solo Vangelo, in varie versioni (secondo Matteo, secondo Marco, ecc.).

La struttura di base dei Vangeli corrisponde all’intenzione di dimostrare, o piuttosto di «annunciare», che la passione di Gesù, nucleo del vangelo, rientra nella volontà di Dio, è il compimento delle promesse contenute nell’AT; che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio.

I Vangeli non si presentano come creazioni individuali, opere originali di singoli scrittori, ma come voci della comunità cristiana che vogliono restare anonime e farsi trasmettitrici e interpreti della tradizione ecclesiale. Solo Lc e Gv hanno una maggiore coscienza «letteraria» e personale e si rivolgono talora in prima persona ai loro lettori. Gli evangelisti scrivono inoltre alla comunità cristiana, a determinate e concrete comunità, per rispondere agli interrogativi attuali di queste comunità e per gli usi della predicazione, dell’insegnamento e del culto.

Affinità con generi della letteratura profana del tempo si possono riscontrare per singole parti (racconti di miracoli, aneddoti, dispute, detti, ecc.), non per il Vangelo nel suo complesso.


1 «Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto».

Atti degli Apostoli

Gli Atti risultano essere, già dal prologo, una seconda parte del Vangelo di Lc, a cui si richiamano esplicitamente: sono dedicati allo stesso personaggio (Teòfilo) e cominciano là dove finisce il III Vangelo (con l’ascensione di Gesù); presentano precise riprese concettuali e terminologiche.

Il titolo, Praxeis tôn apostolôn, probabilmente non è originario: è stato applicato successivamente, forse quando l’opera è stata separata dal Vangelo di Lc per l’inserimento del IV Vangelo. Si riferisce al fatto che nel libro si parla di azioni e detti dei primi capi della Chiesa, soprattutto Pietro e Paolo; ma non è del tutto adeguato, perché l’attenzione non è in realtà concentrata sulla vita e le azioni di questi personaggi. Del resto, gli Atti degli apostoli non hanno molto a che fare con gli «Atti» (praxeis) del mondo ellenistico, come gli Atti di Alessandro di Callistene o gli Atti di Annibale di Sosilo, che trattavano delle grandi gesta di un personaggio.

Si può dire degli Atti quello che si è detto dei Vangeli: che non sono e non vogliono essere un libro di storia: non c’è interesse per la psicologia degli eroi, non c’è cura per ricostruire scrupolosamente i fatti. Eppure la storicità dei fatti è presupposta, ma il racconto è in funzione della riflessione teologica.

Il contenuto e l’impostazione dell’opera si possono dedurre dalle parole che Gesù rivolge agli apostoli dopo la risurrezione e prima dell’ascensione, parole che sono poste programmaticamente all’inizio: «Ricevete la potenza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino alle estremità della terra» (1,8). Non tanto gli apostoli in sé sono i veri protagonisti, dunque, quanto l’azione dello Spirito Santo e l’espansione universalistica del Vangelo: gli apostoli ne sono solo lo strumento.

Visti nel loro stretto legame con il Vangelo di Lc, si coglie meglio il significato degli Atti. Essi presentano una «storia religiosa» nella linea delle storie bibliche: la storia di Gesù e la storia della Chiesa da lui fondata proseguono la storia antica del popolo di Dio. C’è unità e continuità nella storia della salvezza, per cui è anche possibile stabilire parallelismi tra le figure degli apostoli e dei ministri della prima Chiesa (Stefano, Pietro, Paolo), da una parte, e la figura di Gesù, dall’altra, ma anche tra queste e figure dell’AT. Tutto avviene secondo il piano indefettibile di Dio; lo Spirito, che si è espresso nelle profezie, continua a manifestarsi nella testimonianza degli apostoli e interviene inoltre prodigiosamente (ad esempio, con visioni, sogni, apparizioni di angeli). Costantemente si constata l’avverarsi delle Scritture, il compiersi delle profezie.

È questo quadro teologico e provvidenzialistico, in cui è centrale l’idea della necessità che l’annuncio evangelico si estenda dai giudei ai pagani, più che criteri di successione temporale, a spiegare meglio in certi punti l’ordine e la collocazione dei fatti. Ad es., la collocazione della conversione del centurione Cornelio, con la conseguente fondazione della chiesa di Antiochia, che viene descritta alla fine della sezione su Pietro (capp. 10-11) - mentre potrebbe essere posteriore -, serve a preparare l’azione di Paolo presso i pagani, secondo uno schema che prevede appunto la successione giudei-pagani nell’estensione del messaggio evangelico1.

Gli Atti degli apostoli sono dunque essenzialmente una sorta di catechesi destinata all’istruzione religiosa dei credenti. Secondariamente è possibile pensare anche a motivazioni apologetiche nei confronti del mondo romano o a proposito di Paolo.

Anche per quest’opera sono state colte analogie con la letteratura classica: ad esempio, l’importanza attribuita ai discorsi (occupano ben un terzo del libro), secondo un modulo tipico della storiografia pagana; il tema della sunkrisis o confronto, piuttosto insistito nel caso di Pietro e Paolo (con numerosi parallelismi in miracoli compiuti, situazioni di persecuzione, ecc.), e che potrebbe determinare, secondo una proposta di ripartizione, la struttura di tutto il libro, divisibile in due parti (capp.1-12: Pietro; 13-28: viaggi di Paolo; oppure; 1-12: Pietro; 13-15: assemblea di Gerusalemme e incontro di Pietro e Paolo; 16-28: Paolo).

Ma occorre anche rilevare che eventuali elementi comuni alla letteratura classica vengono profondamente modificati. Ad esempio, sarebbe alquanto approssimativo valutare come semplice sunkrisisil parallelismo tra Pietro e Paolo, se teniamo conto del significato che aveva originariamente questo topos: serviva, secondo la precettistica delle scuole di retorica, a mettere in rilievo l’importanza di un personaggio, che risultava sempre superiore ai personaggi insigni del mito o della storia con cui veniva confrontato. Ma negli Atti il significato è diverso. È possibile che si voglia attribuire a Paolo, che non era propriamente un apostolo, la medesima importanza del primo degli apostoli, ma, a parte questo eventuale scopo apologetico, le somiglianze tra i due vanno viste anche come risultato dell’imitazione dell’unico modello che è Gesù Cristo. Questo aspetto è di fondamentale importanza, non solo negli Atti, ed è in rapporto con l’uso, tipicamente cristiano, della «tipologia»: come Gesù fa rivivere figure fondamentali della storia antica (è il nuovo Adamo, il nuovo Mosè, il nuovo Giosuè, ecc.), così i suoi discepoli e i cristiani a loro volta riproducono i tratti della figura di Gesù. Già gli scritti neotestamentari si servono della tipologia nella descrizione dei personaggi (si veda, in At 6-7, anche la figura di Stefano, il cui martirio richiama da vicino la Passione), ma poi questo modulo ritorna in modo caratteristico in tutta la narrativa cristiana (nella letteratura martirologica, nelle biografie, nelle storie monastiche).


1 Cfr. Ch. PERROT, in A. GEORGE - P. GRELOT (a cura di), Introduzione al NT, vol. II, p. 270.

Lettere

La lettera è il genere più rappresentato nel NT: su 27 scritti, 21 sono qualificati come lettere, ma ci sono lettere anche negli Atti e nell’Apocalisse.

Il genere era ben noto nel mondo ellenistico, sia nella forma della lettera privata o di circostanza, che conosciamo attraverso i ritrovamenti papiracei, sia nella forma dell’epistola, cioè di composizione letteraria, con contenuto polemico o filosofico, indirizzata a un pubblico generico, ma colto, e destinata alla pubblicazione (ad es., le epistole di Seneca). La maggior parte delle lettere paoline e cattoliche sono vere lettere di circostanza inviate a destinatari precisi, e non epistole. Alcune sono biglietti a persone private (ad esempio, 3 Gv e in parte Fm), ma per lo più sono lettere rivolte a comunità o rappresentanti di comunità, hanno carattere pubblico e autoritativo. Talora dovevano essere lette nelle assemblee liturgiche. Paolo insiste qualche volta perché le sue lettere siano lette a tutti (cfr. 1 Ts 5,27) e passino di comunità in comunità (cfr. Col 4,16). Rispondono a situazioni e problemi concreti, pur superando il contingente nell’insegnamento. Lo scopo è religioso, secondo un genere molto conosciuto nel mondo giudaico (cfr. Ger 29,1-23: lettera ai deportati; 2 Mac 1 e 2: tre lettere ai giudei di Egitto).

Confrontando il procedimento degli autori neotestamentari con quello corrente in età ellenistica, possiamo appurare che le formule epistolari vengono modificate e cristianizzate. Normalmente, nell’uso greco l’intestazione comprendeva nome dello scrivente (al nominativo), nome del destinatario (al dativo) e il saluto (per lo più chairein, «salve»). Questa forma si trova in lettere riportate in At 15,23; 23,26 e in Gc 1,1. Il formulario semitico-orientale dava invece per saluto un’espressione come «la pace a voi». Paolo adotta il formulario orientale (il suo saluto diventa per lo più «grazia a voi e pace»), ma lo amplia con titoli di intonazione cristiana per il mittente e i destinatari e vi aggiunge quasi sempre (tranne che in Gal, 1 Tm e Tt) un ringraziamento, una specie di lunga preghiera eucaristica in cui sono già annunciati i motivi della lettera.

La formula conclusiva era normalmente «state bene» (Errôsthe: cfr. At 15,29); Paolo introduce una benedizione di origine liturgica, come «la grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi». Egli adatta inoltre le formule ai singoli destinatari e alle singole circostanze.

Come mittenti talora Paolo presenta anche suoi collaboratori (Silvano e Timoteo in 1 e 2 Ts; Sostene in 1 Cor, ecc.). Risulta che egli si serviva di un segretario a cui dettava (questi si nomina come Terzio in Rm 16,22), ma firmava di suo pugno (cfr. 1 Cor 16,21). In Fm 19 Paolo di aver scritto invece personalmente tutta la lettera.

L’importanza di questo genere letterario è legata, da una parte, alla situazione della missione itinerante, in cui è forte, e permane, il bisogno di mantenere il contatto tra comunità e apostolo, dall’altra, al profondo senso di unione tra le comunità di credenti.

Il contenuto delle lettere è vario e comprende elementi di genere diverso, anche appartenenti al patrimonio della tradizione: profetici, catechetici (formule e professioni di fede), omiletici, liturgici (formule eucaristiche, battesimali, preghiere, dossologie, inni), parenetici (cataloghi di virtù e vizi, «codici familiari», precetti per vescovi, presbiteri, vedove, ecc.), esegetici, ma anche autobiografici, narrativi, ecc.

Non tutte le lettere del NT però appartengono effettivamente al genere epistolare.

Eb ha solo la finale propria della lettera (13,22-25); all’inizio invece mancano i nomi dell’autore e dei destinatari e la formula di saluto. Anche nel corpo dello scritto sono assenti elementi epistolari (appelli diretti ai destinatari); presenta un’intonazione oratoria. È stata definita un’epistola e talora è stata ritenuta un trattato apologetico o un’omelia: sembra che fosse effettivamente un sermone, prima pronunciato oralmente davanti a un’assemblea, poi inviato per iscritto a una comunità con un biglietto di invio (l’attuale finale): sarebbe il solo sermone che il NT ci abbia conservato integralmente. Ha un’organizzazione più rigorosa ed accurata rispetto ad una lettera ed è un vero testo di prosa letteraria.

Non è una vera lettera neppure Gc, che offre, della lettera, solo il saluto iniziale. Contiene esortazioni morali universali che la apparentano al genere della parenesi, quale si ritrova sia nella diatriba cinico-stoica (Seneca, Epitteto) sia in scritti giudaici (Tobia, Proverbi, Testamenti dei XII Patriarchi, ecc.).

Caratteri anomali rispetto a quelli del genere epistolare sono presenti anche nelle due lettere di Pietro, in 1 Gv e in Gd: si pensa anche per queste lettere a forme omiletiche o trattatistiche.

Apocalisse

La definizione del genere letterario di questo libro è più difficile che per altri generi, perché la critica moderna, che ha tratto il termine «apocalittico» dall’inizio dello scritto canonico, che comincia con Apokalypsis Iêsou Christou, ossia «Rivelazione di Gesù Cristo» (ma «Apocalisse» è già usato come titolo nel Canone Muratoriano), ha poi individuato i caratteri del genere apocalittico soprattutto a partire da una serie di altri scritti, per lo più apocrifi giudaici del periodo intertestamentario (II sec. a.C.-II d.C.): Libro di Enoc, Assunzione di Mosè, IV Libro di Esdra, Apocalisse di Baruc, ecc., ma anche il libro di Daniele e sezioni di altri profeti veterostestamentari (Is 24-27; Ez 37 e 40; Zc 9-10), presupponendo una stretta parentela, formale e contenutistica, con l’Ap giovannea1. E questo comporta anche gravi conseguenze sull’interpretazione del significato del libro, che è tuttora molto discusso (le divergenze incominciano fin dall’antichità). In realtà, non è possibile dimostrare un rapporto di dipendenza reciproca tra apocrifi giudaici e Ap; molte somiglianze formali si possono in realtà spiegare con la dipendenza comune dall’AT, e non si può neppure escludere che l’Ap utilizzi elementi propri degli apocrifi in senso polemico.

Rispetto agli apocrifi l’Ap presenta alcune analogie formali, ma anche differenze. Sono comuni la descrizione di rivelazioni (da parte di un autore che si presenta lui stesso come veggente) attraverso visioni o audizioni, la penetrazione in regioni celesti sotto la guida di angeli, l’accentuato simbolismo (di oggetti, animali, vesti, colori, numeri, ecc.) con le connesse spiegazioni. È comune anche l’interesse per la storia della salvezza concepita come lotta e distruzione delle potenze del male da parte di Dio e dei suoi seguaci, avvento della beatitudine per i giusti. È comune il convergere dell’attesa verso la venuta del Messia, il compimento del giudizio divino e l’instaurazione del Regno.

Ma ci sono poi differenze significative. Ad esempio, mentre per lo più gli autori degli apocrifi (ma anche di Daniele) si celano sotto la pseudonimia, cioè il nome di un grande personaggio biblico del passato (Enoc, Mosè, Baruc, Esdra, ecc.), è dubbio che Giovanni sia uno pseudonimo. Mentre negli apocrifi l’interesse per la fine dei tempi e il rivolgimento escatologico della storia si esprime spesso nel tentativo di prevederne e calcolarne il momento in rapporto con la durata complessiva del mondo, e si accompagna talora a speranze millenaristiche, mancano nell’Ap speculazioni e calcoli sulla fine. Anche i cenni al regno di mille anni, secondo interpretazioni recenti accreditate2, più che in senso millenaristico dovrebbero essere intesi come una sorta di critica e correttivo al millenarismo: per l’autore il compimento della storia della salvezza, l’eschaton atteso fin dalle origini del mondo, la realizzazione del giudizio di Dio sul mondo si sono già avuti con l’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, che ha messo fine all’economia antica.

L’Ap stessa si presenta come «profezia» (cfr. 1,3; 22,7) e attinge ampiamente al materiale profetico dell’AT: ora, la profezia veterotestamentaria è fondamentalmente interpretazione della parola di Dio, rivelazione del mistero divino che si realizza unitariamente nella storia, è spiegazione degli oracoli divini in rapporto al presente e al passato più che al futuro, è richiamo alla fedeltà a Dio. Letta secondo questa chiave di lettura, che appare la più appropriata, l’Ap si mostra consonante con l’orientamento di tutti gli altri scritti del NT, dove è centrale la dimostrazione che Gesù è il Messia, la sua vita e la sua morte sono conformi alle Scritture e al piano di Dio e rappresentano il culmine della storia della salvezza. L’uso dei simboli (tutti derivati dall’AT o dalla tradizione giudaica) non corrisponderebbe, allora, all’intenzione di coprire di oscurità le rivelazioni, ma rinvierebbe a concetti e immagini note, reinterpretandole. L’Ap sarebbe, sostanzialmente, un’opera di esegesi, come gran parte del NT.

Si può anche discutere e rivedere il rapporto dell’Ap con tempi di persecuzione, rapporto che molti hanno ritenuto caratteristico di tutto il genere apocalittico: questa produzione avrebbe lo scopo di sostenere la speranza e la resistenza dei fedeli spiegando il senso della prova, promettendo la fine dei persecutori e di tutti i malvagi, la restaurazione della pace e della prosperità. Di conseguenza, quando nell’Ap si parla di uccisi per la testimonianza (martyria), si pensa comunemente ai martiri cristiani. Ma, secondo E. Corsini, i cenni alla persecuzione (thlipsis) non sarebbero sempre da leggere in rapporto con una situazione contemporanea, ma, quando si parla di «grande persecuzione», si alluderebbe all’attacco sferrato contro Gesù dai suoi avversari fino alla condanna a morte.

Problemi analoghi riguardano anche l’altro materiale «apocalittico» presente nel NT e che è costituito dal discorso escatologico dei sinottici o «apocalisse sinottica» (Mc 13, Mt 24, Lc 21), con cui l’Ap mostra affinità strutturali e tematiche. C’è chi ha pensato che la mancanza di questa sezione nel IV Vangelo sia compensata appunto dall’Ap, composta dal medesimo autore o nella stessa cerchia.


1 Uno studio tradizionale in questo senso è quello di W. SCHMITHALS, L’apocalittica, trad. ital., Brescia, Queriniana, 1976.

2 Cfr. E. CORSINI, Apocalisse prima e dopo, Torino, SEI, 1980, rist. 1993; Apocalisse di Gesu Cristo secondo Giovanni, Torino, SEI, 2002; ma anche M. SIMONETTI, L’«Apocalissi» e l’origine del millennio, in «Vetera Christianorum» XXVI (1989), pp. 337-350.

Conclusione sui generi letterari del Nuovo Testamento

I generi letterari presenti nel NT, anche quelli che sono comuni alla letteratura ellenistica (come il genere epistolare), tendono a differenziarsi e a rinnovarsi: manifestano maggiori affinità con la letteratura ebraica e giudeo-ellenistica, con cui hanno in comune la forte impronta religiosa.

È stata notata l’importanza che ha in tutto il NT la narrativa: non solo vi appartengono pienamente due generi (Vangeli e Atti), ma ne è influenzato anche il genere epistolare1. Si parla oggi di struttura narrativa come dimensione fondamentale del NT2. In effetti il messaggio che tutti i testi del NT vogliono trasmettere è incentrato su un evento storico, quello dell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, e questo evento storico è a sua volta inserito in una storia più ampia, che abbraccia tutta la durata del mondo.

Un altro aspetto caratterizzante del NT è quello di leggere gli avvenimenti della vita di Gesù e del presente alla luce della Scrittura antica, come compimento degli avvenimenti e dei personaggi dell’AT, che sono considerati perciò «tipi» e prefigurazioni di quelli. L’esegesi, e con essa il simbolismo biblico, l’allusività biblica, diventano un metodo generale di concepire la realtà e anche di comunicare e scrivere.

Tutti i generi letterari del NT hanno trovato sviluppo nella letteratura apocrifa, che però li ha anche modificati, per influenza di altri generi della letteratura profana (specialmente del romanzo, dell’aretalogia, ecc.) e per interessi di propaganda settaria. Successivamente invece la sorte dei vari generi si diversifica.

Può essere significativo il fatto che la prevalenza del genere epistolare continua anche nei cosiddetti Padri apostolici (scrittori che si collocano nel periodo immediatamente successivo a quello degli apostoli, tra fine I sec. e prima metà del II sec.): su 13 opere dei Padri apostolici 11 sono lettere (in verità la Lettera di Barnaba sembra piuttosto una predica, ma questo vale anche per alcune lettere del NT). E per tutta la letteratura cristiana il filone epistolare rimarrà costante.

Per gli altri generi, possiamo notare che il genere apocalittico continua, tra i Padri apostolici, con il Pastore di Erma, ma poi tende a sparire, anche in conseguenza dell’ostilità verso le concezioni a cui era legato (in particolare il millenarismo). Elementi tipici di esso, però (visioni, profezie, simboli), ritorneranno nella letteratura cristiana, soprattutto nelle forme narrative (passioni di martiri, biografie, ecc.). Spariscono i vangeli e gli atti degli apostoli, troppo legati a un contenuto di valore unico, ma non senza influenzare direttamente alcuni generi: così il racconto della passione e quello del martirio di Stefano negli Atti influenzano la letteratura martirologica. Vangeli e Atti sono pure i modelli del genere biografico cristiano. Anche la storiografia cristiana, a partire da Eusebio di Cesarea, risente del precedente degli Atti. L’esegesi biblica cristiana trova un iniziatore in Paolo, e così via.


1 Cfr. R. PENNA, Aspetti narrativi della Lettera di S. Paolo ai Romani, in «Rivista Biblica» XXXVI (1988), pp. 29-45.

2 Cfr. G. RAVASI, «Ciò che abbiamo udito ... lo narreremo» (Sal 78,3-4). Narrazione ed esegesi, in «Rivista Biblica» XXXVII (1989), pp. 343-350.

Lingua e stile degli scrittori del Nuovo Testamento

Il NT è tutto scritto in greco; anche i Vangeli, che pure probabilmente riutilizzano, oltre a fonti in greco, materiali trasmessi, oralmente o forse già per iscritto, in aramaico, non risultano essere versioni dirette di testi aramaici o ebraici. Rimane minoritaria l’opinione di chi, come Carmignac di cui abbiamo parlato a proposito della datazione, ritiene invece che almeno Mt e Mc possano essere traduzioni.

Il greco di questi scritti si differenzia da quello classico e da quello profano del periodo neotestamentario: lo notavano già gli antichi, e ne erano sconcertati i pagani colti, che lo accusavano di povertà e barbarie, ma anche molti cristiani di formazione classica trovavano difficoltà al primo accostamento. Un problema non completamente risolto è costituito dalla presenza di numerosi semitismi.

In tempi recenti è stato possibile appurare che la lingua di base del NT non è che la koiné, ossia la lingua volgare dell’epoca ellenistica, quale è testimoniata da papiri, iscrizioni, òstraka (= cocci usati come schede), ma anche da opere letterarie di carattere tecnico, non influenzate dall’atticismo. Non è dunque vero che gli scrittori neotestamentari siano incolti e trascurati nel linguaggio, anzi, mostrano di possedere molto bene la lingua greca. I semitismi sembrano derivare soprattutto dall’influenza del greco dei Settanta, che ne contengono molti, in quanto vogliono essere una versione molto letterale dell’ebraico e ricalcano le forme ebraiche; in qualche caso si può pensare ad influenza della lingua materna degli autori, che doveva essere l’aramaico. Ma, in generale, la lingua del NT risente parecchio del precedente dei Settanta, che è un punto di riferimento obbligato e intenzionale: nelle innovazioni semantiche di molti vocaboli di uso classico, il cui significato si modifica a contatto con termini ebraici corrispondenti (ad esempio, doxa, «opinione, fama», assume il valore di kabôd e viene a significare «gloria, potenza, maestà divina»; diathêkê, «testamento», acquista l’accezione di «alleanza, patto» propria di b erît , ecc.), in modi espressivi (ad esempio, onoma, «nome», al posto del pronome personale) e costrutti grammaticali (ad esempio, il genitivo qualificativo di un nome con funzione aggettivale).

Inoltre il linguaggio neotestamentario non è affatto omogeneo, ma varia a seconda dei singoli autori. Il greco di Mc è il più vicino alla koiné non letteraria e allo stile orale (prevalenza di paratassi, della congiunzione kai, «e», del presente storico o dell’imperfetto, dei diminutivi; uso di asindeto, di anacoluti, ecc.). Gli altri due sinottici usano il greco con maggiore proprietà e raffinatezza (sostituiscono de al kai di Mc, l’aoristo all’imperfetto, usano espressioni più eleganti e costrutti più complessi); soprattutto Lc, in quanto autore del Vangelo e degli Atti, mostra di possedere una formazione letteraria di buon livello e una vera e propria preoccupazione stilistica. Su questo piano solo l’autore di Eb, tra gli autori del NT, gli sta alla pari. Gv, sia nel Vangelo sia nelle lettere, si caratterizza per il ritmo monotono e insieme solenne, per la povertà del vocabolario e la continua ripetizione di termini teologicamente importanti, come alêtheia, «verità», zôê, «vita», doxa, «gloria», ecc., per le numerose espressioni di natura dualistica (luce e tenebre, verità e menzogna, vita e morte, ecc.), per la valenza simbolica di molti vocaboli (luce, vite, acqua, pane, ecc.). Molti suoi termini ed espressioni importanti riecheggiano elementi della cultura non cristiana (platonismo, gnosticismo, giudaismo ellenizzato, ecc.).

Il linguaggio di Paolo è originale soprattutto nello stile. Usa un lessico ricco e anche figure retoriche, ma non disdegna forme volgari e mira soprattutto all’efficacia. Talora introduce neologismi e forza la sintassi, ad esempio con anacoluti. Ricorre anche alla terminologia dell’etica filosofica popolare. Tali caratteristiche vengono meno nelle lettere pastorali. Più vicine alla koiné letteraria sono le lettere cattoliche; soprattutto 2 Pt mostra tendenza ad un linguaggio elevato, addirittura ampolloso.

Invece il greco dell’Ap si distingue per un gran numero di «errori» di grammatica: mancata concordanza di aggettivo e sostantivo in caso obliquo, i sostantivi neutri trattati come maschili, verbo all’infinito o al participio invece che in modo finito, ecc. Sembra che molte di queste irregolarità possano dipendere dall’influenza dell’ebraico. Tuttavia non si può neppure negare all’autore la capacità di usare bene il greco, e nella preferenza per alcuni termini teologicamente importanti (logos, «parola», zôê, «vita», alêthinos, «veritiero», martyria, «testimonianza») mostra affinità con gli altri scritti giovannei.

Per valutare correttamente lo stile e le tecniche compositive degli autori del NT, occorre tener presente che il modello da loro seguito è essenzialmente quello dell’AT e che la retorica biblica ha sue peculiarità: la preferenza per il parallelismo, per la ripetizione, talora in forma di «inclusione», per le strutture concentriche e chiastiche, ecc.

Inoltre, come ha riconosciuto E. Auerbach1, gli autori del NT, in generale, rappresentano una rottura rispetto alle regole formali tradizionali di tipo classico, che prevedevano rigorose distinzioni di stile in rapporto con i diversi argomenti, perché mescolano il quotidiano e il sublime, che prima apparivano inconciliabili, e applicano uno stile umile a un soggetto elevato (talora tragico), sia in conformità col punto di riferimento tematico centrale, che è l’Incarnazione e la Passione, massime espressione di «umiltà», e con il livello sociale modesto dei protagonisti, sia per adeguarsi a un pubblico, che si vuole il più ampio possibile e comprensivo anche degli strati più bassi.

Anche dal punto di vista linguistico e stilistico, il NT ha a sua volta influenzato il linguaggio dei cristiani successivi, e non solo quello dei greci, ma anche dei latini, per un processo, analogo a quello che si era verificato per i Settanta, di aderenza letterale e di imitazione dei moduli espressivi caratteristici del testo greco.


1 Cfr. E. AUERBACH, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità e nel Medioevo, trad. ital., Milano, Feltrinelli, 1974 3; Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, trad. ital., Torino, Einaudi, 1984 11, soprattutto vol. I, cap.2.

Caratteristiche dei singoli scritti

Pur a partire da una base culturale e da intenti fondamentalmente comuni, gli scrittori del NT, anche all’interno del medesimo genere letterario, lavorano in modi diversi e ottengono risultati letterari e teologici diversi, anche se non sempre si è riusciti a valutarli correttamente.

Vangelo di Marco

Un caso tipico, tra i Vangeli, è quello di Marco, a lungo considerato il più semplice, ingenuo, quasi privo di elaborazione formale e di riflessione teologica propria, o anche il più vivace, concreto e pittoresco, espressione di un fertile gusto per il racconto. Questo perché Mc spesso sembra soltanto giustapporre i materiali della tradizione, preferisce i fatti ai discorsi e descrive alcuni episodi (soprattutto miracoli) con maggiore ampiezza e ricchezza di particolari rispetto agli altri evangelisti. Ricerche più recenti riconoscono che è invece un Vangelo costruito con cura ed efficacia, sia nella struttura generale, sia nelle singole parti, ma pure che è un Vangelo enigmatico, spesso oscuro e laconico, tutt’altro che immediato e semplicistico. Molti fatti vengono presentati con tratti paradossali e sconcertanti e non ricevono spiegazioni.

Si veda, come esempio, l’episodio della chiamata dei primi discepoli: «E passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare: erano infatti pescatori. E Gesù disse loro: ‘Venite dietro di me e vi farò diventare pescatori di uomini’. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. E andando un poco oltre, vide Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello sulla barca, mentre riassettavano le reti. E subito li chiamò. E, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, andarono dietro di lui» (1,16-20). Tutto è descritto con estrema sobrietà, e quasi in forma stilizzata, sicché ne risulta evidenziata la paradossalità del contenuto. Siamo proprio all’inizio della missione e Gesù passa come uno sconosciuto, ma, al suo improvviso ordine di seguirlo, tutte queste persone rispondono prontamente lasciando tutto. Nulla ci fa comprendere le ragioni di questa decisione: siamo messi di fronte alla paradossalità della fede.

Il Vangelo di Marco è composto come un dramma a forti tinte. Le tappe fondamentali sono costellate da manifestazioni crescenti di ostilità degli avversari e di incomprensione anche da parte dei discepoli. L’interrogativo, insistentemente riproposto, su chi sia Gesù riceve solo una parziale risposta da parte di Pietro, che riconosce in Gesù il Cristo (questo episodio è una sorta di spartiacque del Vangelo), ma rifiuta subito dopo la realtà della passione. Gesù stesso sembra voler custodire il segreto della sua messianicità, perché impone più volte il silenzio ai demòni che sanno chi è e ai miracolati. Il riconoscimento più completo si ha solo alla fine, ad opera di un pagano, il centurione, che vede in Gesù morente il Figlio di Dio. Descritta con toni intensamente drammatici è tutta la passione, con la solitudine, l’angoscia e quasi la disperazione di Gesù. Anche la conclusione è sconcertante, perché il Vangelo termina con l’episodio delle donne che, dopo l’annuncio dell’angelo nella tomba vuota, fuggono spaventate senza dire nulla a nessuno; non ci sono apparizioni del Risorto. L’aggiunta della «finale canonica» (16,9-20) e della finale intermedia indicano che già i primi lettori hanno sentito il bisogno di modificare il finale troppo strano di Marco.

In vari modi gli altri due sinottici tendono ad omettere od attenuare gli aspetti più urtanti della presentazione di Mc (ad esempio, dànno un ritratto meno negativo dei discepoli, concludono diversamente il vangelo).

Vangelo di Matteo

Il Vangelo di Matteo ha un carattere prevalentemente didattico e catechetico. Lo indicano già lo spazio dedicato all’insegnamento di Gesù e la costruzione ordinata di tutto il Vangelo come un complesso di cinque parti principali, ognuna costituita da un discorso e da una narrazione di fatti. Anche nella composizione delle singole parti Mt mostra di amare la precisione, la chiarezza e le strutture armoniose (suoi numeri preferiti, per i raggruppamenti di elementi, sono sette e tre). Inoltre Mt esplicita con insistenza il fatto che tutti gli avvenimenti relativi a Gesù sono conformi alle profezie antiche e che con Gesù trova compimento e superamento l’AT, attraverso citazioni dirette e formule del tipo «Questo è accaduto perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore...», che gli sono peculiari. Secondo una tecnica tipica della predica e della catechesi, egli ricorre in generale a formule e quasi a ritornelli (ad esempio, «fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti», che ritorna almeno sei volte) e riprende più volte detti e sentenze. Un tono ieratico e solenne è conferito dall’uso di espressioni fisse e da un certo schematismo nei racconti.

Vangelo di Luca e Atti

L’opera di Luca comprende Vangelo e Atti e si caratterizza proprio per questa visione complessiva della storia della salvezza, che abbraccia unitariamente la vicenda di Gesù e quella della Chiesa. Un tema unificante è Gerusalemme, il centro e il simbolo di tutte le attese di Israele: è il punto di arrivo di Gesù, il luogo della sua morte e risurrezione, nel Vangelo, ed è poi negli Atti il punto di partenza dei missionari. Gran parte del materiale proprio del III Vangelo viene raccolto all’interno del «viaggio verso Gerusalemme», che inizia col cap. 9 e si rivela essere una costruzione letteraria e un motivo teologico e spirituale peculiari di Lc. Al centro della sezione del viaggio (che termina nel cap. 19) Lc pone due capitoli di parabole (14-15), che sono tra i materiali suoi più tipici. In particolare tipiche le cosiddette parabole della misericordia, che sono una delle espressioni della predilezione di Lc per la figura di Gesù come «salvatore» dei peccatori, dei poveri, degli esclusi.

Negli Atti, per i quali Lc non aveva più precedenti a cui ispirarsi, assume maggior rilievo l’arte del narratore e per una parte, soprattutto per i viaggi di Paolo, l’autore riporta testimonianze oculari (caratterizzate dall’uso del pronome di prima persona plurale), forse proprie. Un esempio dell’apporto originale di Lc come scrittore si devono considerare le differenze con cui viene raccontata, in tre occasioni diverse, la conversione di Paolo (9,3-19; 22,6-12; 26,6-16) Costruzioni lucane sono fondamentalmente i discorsi, che non sono strettamente legati alla situazione, ma servono a illustrare il significato dei fatti narrati.

Vangelo di Giovanni e Apocalisse

Il Vangelo di Giovanni è quello che dà maggior spazio alla riflessione teologica attraverso i numerosi discorsi posti in bocca a Gesù ed è opera, sia letterariamente, sia concettualmente, complessa, difficile da definire e che proprio per questo ha suscitato dubbi anche sulla sua unità compositiva. Ha suscitato perplessità in particolare il procedimento ripetitivo, apparentemente confuso e disordinato. Risulta evidente che l’opera originariamente si concludeva con il cap. 20 e che il cap. 21 è stato composto successivamente, forse per mano di un discepolo; ma si ipotizza che ci siano stati anche altri interventi all’interno del testo o forse redazioni successive o fonti diverse. Sicuramente non giovannea, come testimonia la tradizione manoscritta, è la famosa pericope dell’adultera (7,53-8,11). Tuttavia il Vangelo appare anche fortemente omogeneo e unitario.

Caratteristica del IV Vangelo è la lettura spirituale, simbolica, dei fatti, attraverso i quali si colgono i misteri divini: i miracoli, e più in generale le azioni di Gesù, sono «segni» (sêmeia) che fanno intravedere la realtà di Gesù e del Padre. Ai segni sono connessi i discorsi, che sono diversi da quelli dei sinottici: non raccolte di detti, ma sviluppi graduali e unitari intorno a singoli temi, con alternanza tra dialogo e monologo (famosi i dialoghi di Gesù con la samaritana, nel cap. 4, e con il cieco nato, nel cap. 9). Il tono del Vangelo è dato già dal prologo, di carattere innico, con la sua profonda meditazione sulla natura metafisica del Logos incarnato. Significativa è la tendenza ad attualizzare e interiorizzare il messaggio evangelico.

Un legame tra IV Vangelo e Apocalisse è rappresentato, oltre che dall’uso comune di alcuni termini e concetti teologici basilari (tra cui centrale è l’immagine dell’agnello), dallo sfondo liturgico presente in entrambi e anche da un analogo modo di comporre, basato sulla ripetizione e la ritrattazione via via più approfondita dei medesimi temi: tutta la struttura dell’Ap poggia infatti su quattro settenari (lettere, sigilli, trombe e coppe), che costituiscono ciascuno una ripresa e uno sviluppo del precedente, con un procedimento a spirale. Ma anche nel caso dell’Ap spesso questo procedimento ha fatto difficoltà e suscitato ipotesi di interpolazioni e stratificazioni. La suggestione del testo è dovuta soprattutto al fascino di alcuni simboli, entrati nella storia letteraria e nella cultura successive: i quattro cavalieri, il settimo sigillo, i centoquarantaquattromila segnati, la donna vestita di sole, la grande prostituta, il dragone, la nuova Gerusalemme, e così via. Una lettura attenta mostra che l’elemento simbolico è trattato con maggiore organicità e sistematicità di quanto sembri ed è funzionale al messaggio.

Lettere di Paolo

Dal punto di vista letterario, spicca, tra gli autori del NT la personalità di Paolo quale conosciamo attraverso le lettere più sicuramente sue: «il più grande scrittore del cristianesimo delle origini», è stato definito da M. Dibelius. Ma anche chi, come E. Norden, nutre perplessità di fronte al suo stile così diverso da quello dei classici greci, ammette la sua «veramente unica originalità»1. La sua arte non va tanto ricercata nell’organicità della composizione, dato il carattere spesso necessariamente frammentario della lettera: su alcune sue lettere, poi, specialmente le due ai Corinzi, gravano sospetti di mancanza di unità e di inautenticità di alcune parti. Tuttavia non mancano neppure lettere ben costruite, come quella ai Romani. Colpiscono comunque l’uso molto libero ed efficace delle risorse della lingua e della retorica, la grande varietà dei toni (contemplativo, didattico, polemico, ironico, lamentoso, supplichevole, e così via), il pathos e l’energia che pervadono il suo discorso. Per il ricorso frequente alla forma dialogica l’epistolario paolino mostra affinità con la diatriba cinico-stoica.

Paolo si mostra sempre direttamente coinvolto, anche emotivamente, nelle vicende delle comunità a cui si rivolge (è continuo il passaggio dal noi/io al voi) e nella sorte del vangelo da lui predicato: con esso tende addirittura a identificarsi. Di qui i tratti apologetici e autobiografici non rari nelle sue lettere. La passionalità lo porta poi ad usare un linguaggio spesso iperbolico, ricco di immagini e di toni forti, sia nell’entusiasmo sia nella critica o nella recriminazione. Paolo ama le antitesi (libertà/schiavitù, spirito/carne, ecc.) e le espressioni paradossali (la follia della croce, che è sapienza di Dio; la debolezza, che diventa forza in Cristo, ecc.). Il suo periodare alterna frasi ampie e complesse a frasi concise; è talora tortuoso e oscuro. Addirittura ridondante, di «stile asiano», appare Ef, di cui però è incerta la paternità paolina.

Paolo parla raramente delle vicende concrete della vita di Gesù, mentre si sofferma soprattutto su temi dottrinali ed etici. Alcuni temi gli sono peculiari: il contrasto tra opere e fede, la giustificazione per fede, la libertà del cristiano nei confronti della legge, la potenza della carità, la centralità della croce, la chiesa come corpo di Cristo, il cristiano come uomo nuovo, ecc.

Passi giustamente famosi, anche dal punto di vista letterario, sono le apologie di sé stesso che Paolo presenta nel cap. 9 di 1 Cor (che comincia: «Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo?...») e nei capp. 10-11 di 2 Cor (in particolare la sintesi finale, vv. 11,21-33); il celeberrimo cosiddetto «inno della carità» contenuto nel cap. 13 di 1 Cor («Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. ...»); l’inno all’amore di Dio di Rm 8,31-39; l’«inno cristologico» di Fil 2,6-11, ecc.

Lettera di Giacomo

Diversa stilisticamente e concettualmente dalle lettere paoline, ma pure altrettanto efficace, anche per l’uso brillante del dialogo fittizio, è la lettera di Giacomo, che deve essere stata scritta da un ellenista colto. Un passo interessante è in particolare quello sulla fede senza le opere: «Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?...» (2, 14-26).


1 Cfr. E. NORDEN, La prosa d’arte antica dal VI sec. a.C. all’età della rinascenza, trad. ital., I, Roma, Salerno, 1986, pp.488-519 (sui cristiani).







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