Cronologia degli scritti del Nuovo Testamento
Data: Sabato, 22 marzo 2003 @ 12:00:00 CET
Argomento: Il Nuovo Testamento


di Clementina Mazzucco e Andrea Nicolotti

La corretta datazione degli scritti neotestamentari consente di apprezzare e studiare lo sviluppo del pensiero e della teologia della primitiva comunità cristiana; essa può anche rivestire una certa importanza in relazione all’attendibilità dei fatti narrati dai testi stessi. Con questo contributo si intende presentare la sistemazione cronologica che gli studiosi hanno assegnato ai vari libri del NT, discutendo le principali motivazioni e le problematiche connesse.



L'articolo è opera di Clementina Mazzucco. Ad Andrea Nicolotti si devono: l’ampliamento della parte riguardante la datazione specifica di ciascuna lettera paolina (con le allegate note); la parte su Vangeli e Atti; l’ampliamento della parte sull’Apocalisse; gli ultimi due paragrafi della sezione su J. Carmignac; la parte su J. Robinson.

Introduzione

La cronologia degli scritti del NT è stata discussa soprattutto in tempi moderni ed è tuttora oggetto di ripensamenti, perfino di tentativi di completa revisione. Le difficoltà nascono dal fatto che sono scarse e imprecise le notizie esterne e talora contrastanti: ad es., per il Vangelo di Mc, alcune testimonianze (Papia, Ireneo) suppongono che sia stato composto dopo la morte di Pietro, altre (Clemente Alessandrino) quando era ancora in vita. Quanto ai dati interni, si prestano a interpretazioni non univoche.

Lettere di Paolo

Solo per Paolo abbiamo informazioni più precise, grazie agli Atti degli apostoli che forniscono a proposito delle sue vicende giudiziarie i nomi di magistrati romani noti per altra via e consentono di fissare un punto di partenza cronologico, e grazie ad altre informazioni tratte dalle lettere paoline (in particolare Gal 1-2), che permettono di tracciare uno schema della sua attività e della sua vita, e quindi una cronologia relativa.

Il principale punto di riferimento cronologico è il proconsolato di Gallione in Acaia: davanti a lui Paolo fu portato in giudizio durante il primo soggiorno a Corinto (At 18,12-17), che durò un anno e mezzo (At 18,11). Da un’iscrizione trovata a Delfi nel 1905 si può dedurre che Gallione fosse proconsole d’Acaia nel 51-52 o 52-53; quindi Paolo dovette essere a Corinto tra il 50 e il 53. Meno sicuro è il riferimento alla sostituzione del procuratore romano di Palestina Felice con Festo, davanti al quale Paolo doveva comparire, quando era prigioniero a Cesarea (At 24,27): le date possibili oscillano tra il 55 e il 60.

Attraverso gli Atti e le lettere siamo in grado di ricostruire con buona approssimazione le vicende della vita di Paolo, le cui tappe principali sono: la conversione sulla strada di Damasco, la visita a Gerusalemme, tre viaggi missionari, l’arresto a Gerusalemme, la prigionia a Cesarea, il trasferimento e la prigionia a Roma (del martirio di Paolo a Roma, insieme a Pietro, parlerà più tardi la I Lettera ai Corinzi di Clemente Romano).

Quasi tutte le lettere pervenute risalgono al 2º e al 3º viaggio missionario, databili, rispettivamente, tra il 49/50 e il 52/53 (il 2º) e tra il 53/54 e il 57/58 (il 3º): perciò tutte le lettere devono essere state composte tra il 50/51 e il 58, in un arco di tempo piuttosto breve. Le oscillazioni di due anni nelle date proposte dipendono dall’oscillazione della data di partenza; la cronologia delle singole lettere viene stabilita in base a dati forniti dalle lettere stesse.

Secondo l’ordine di composizione, all’inizio, nel 50/51 (per alcuni 52) abbiamo I Tessalonicesi (2º viaggio missionario); i cenni 2,21 inducono a collocare la lettera dopo la persecuzione subita a Filippi e di cui parlano At 16,19-242. La II ai Tessalonicesi, se autentica, non può essere stata scritta molto dopo, e la sua intestazione è simile a quella della I (menziona Timoteo e Silvano). Entrambe sono state redatte a Corinto, ove Paolo si trovava e dove venne raggiunto da Timoteo, che era stato a Tessalonica in sua vece e che gli riportava notizie dalla Chiesa fondata dall’Apostolo, fornendo l’occasione per lo scritto3.

Più complessa è la situazione di Galati, che deve essere stata scritta a Efeso tra il 54 e il 58, data della redazione dell’epistola ai Romani, durante il 3º viaggio missionario. Da 4,13 risulta che Paolo la scrive dopo essere stato due volte in Galazia4, e probabilmente la seconda visita è quella ricordata da At 18,235. Alcuni identificano la Galazia visitata da Paolo non con quella settentrionale, come fanno i commentatori antichi, ma con quella meridionale6; essi propongono una data anteriore (51-53), ma entrambe queste teorie non hanno trovato molti sostenitori.

Al soggiorno primaverile di Efeso si fa risalire anche I Corinti, secondo le indicazioni dell’autore medesimo7; per quanto riguarda l’anno, si oscilla tra il 54 e il 57. Anche Filippesi (una lettera composita) è ormai quasi comunemente datata al periodo efesino, contro la datazione tradizionale legata alla prigionia romana (61-63). II Corinti invece è stata scritta dopo la partenza da Efeso, in Macedonia (fine del 57)8, partenza ricordata anche da At9. Da Corinto, in un secondo soggiorno, è stata scritta Romani nel 58 (ma c’è chi la data nel 55/56 o nel 57), prima dell’ultimo viaggio paolino a Gerusalemme10. Se si accetta la paternità paolina di Colossesi, essa è datata tradizionalmente tra il 60/61 e il 63 a Roma, ma c’è chi pensa che risalga alla prigionia di Cesarea (57-59 o 58-60), o, assai più probabilmente, al periodo del soggiorno a Efeso, quindi verso il 55. Filemone è stata scritta al padrone dello schiavo Onesimo dallo stesso luogo e assieme a Colossesi11. La data di Efesini può essere posticipata, anche fino all’80-100, se non la si ritiene autentica (cioè scritta da Paolo).

Le Pastorali, autentiche o no che siano, sono comunque le più tarde; per alcuni, la Lettera a Tito dovrebbe precedere le due lettere a Timoteo. I dati interni, che non trovano conferma altrove (non c’è corrispondenza negli Atti), rinviano a un periodo posteriore alla liberazione di Paolo dalla prigionia romana; c’è poi chi fa notare che queste lettere presuppongono una organizzazione ecclesiastica avanzata rispetto alle precedenti e la presenza di eretici di tipo gnostico (che si diffusero nel II sec.). La congettura più verosimile cade tra l’ultimo decennio del I sec. e il primo del II.

La Lettera agli Ebrei, ritenuta generalmente non di Paolo né di un suo discepolo, era già citata da Clemente Romano e quindi deve essere anteriore al 96.


1 “Ma dopo avere prima sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte”.

2 “Vedendo i padroni che era partita anche la speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella piazza principale davanti ai capi della città; presentandoli ai magistrati dissero: «Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono Giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare». La folla allora insorse contro di loro, mentre i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in prigione e ordinarono al carceriere di far buona guardia. Egli, ricevuto quest'ordine, li gettò nella cella più interna della prigione e strinse i loro piedi nei ceppi”.

3 At 18,5: “Quando giunsero dalla Macedonia Sila e Timòteo, Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo”.

4 “Sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il vangelo”, il che presuppone una seconda visita già avvenuta al momento della scrittura.

5 “Trascorso colà un pò di tempo, partì di nuovo percorrendo di seguito le regioni della Galazia e della Frigia, confermando nella fede tutti i discepoli”.

6 A partire da J. J. Schmidt (1748), seguito da E. Renan, T. Zahn e W. M. Ramsay.

7 16,8 “Mi fermerò tuttavia a Efeso fino a Pentecoste”.

8 2,12-13: “Giunto pertanto a Troade per annunziare il vangelo di Cristo, sebbene la porta mi fosse aperta nel Signore, non ebbi pace nello spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedatomi da loro, partii per la Macedonia”.

9 20,1 “Appena cessato il tumulto, Paolo mandò a chiamare i discepoli e, dopo averli incoraggiati, li salutò e si mise in viaggio per la Macedonia”.

10 15,25: Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio a quella comunità;

11 In Colossesi 4,9 si cita Onesimo: “Con lui verrà anche Onèsimo, il fedele e caro fratello, che è dei vostri”.

Lettere cattoliche

Ancora maggiori sono i problemi di cronologia delle lettere cattoliche, intrecciati peraltro coi problemi di attribuzione.

La datazione della Lettera di Giacomo è una delle questioni critiche più controverse del NT. C’è chi pensa che sia posteriore a Paolo, perché sembra in polemica con lui (a proposito del valore delle opere in rapporto a quello della fede). Le proposte di datazione, rese incerte dai dubbi sull’identità di questo Giacomo, vanno dal 40 (sarebbe in tal caso lo scritto più antico del NT) al 60, al 100 e oltre (a Gerusalemme, Antiochia o Alessandria).

Non si può fissare una data precisa per la I di Pietro, la cui attribuzione a Pietro non è accettata da tutti (chi la accetta la colloca nel 64, da Roma); la II di Pietro invece, che generalmente non è ritenuta petrina, viene datata tardi, sicuramente dopo il 70 più verso il 100, ma anche dopo (potrebbe allora essere l’ultimo degli scritti del NT; i sostenitori della paternità petrina invece la datano all’inizio o alla metà degli anni ‘60). Risulta dipendere dalla Lettera di Giuda, di cui sono incerti autore e data (tra 70 e 100). Ma c’è chi inverte il rapporto.

Per le tre lettere di Giovanni la questione della data dipende da quella dell’autore: è il Giovanni evangelista? È questi è l’apostolo? Le date oscillano tra il 90 e il 100.

Vangeli e Atti degli Apostoli

Per i Vangeli, si è d’accordo fin dall’antichità sul fatto che il Vangelo di Giovanni sia il più tardo (tra il 90 e il 100). Due frammenti papiracei databili tra il 115 e il 125, provenienti dall’Egitto1, oltre ad aver dimostrato inaccettabili le datazioni tardive proposte da alcuni nel XIX secolo2, ci confermano l’ipotesi tradizionale che la redazione risalga all’ultimo decennio del I secolo. Anche se l’identità di Giovanni è dibattuta, Ireneo3 e Clemente Alessandrino4 dicono che l’Apostolo dal 96 visse ad Efeso fino ai primi anni dell’impero di Traiano (98-117), confermando da questo punto di vista i dati precedenti. Per la regione di provenienza, la tradizione indica Efeso in Asia Minore; alcuni studiosi hanno proposto invece la Siria.

Per quanto riguarda i sinottici la cronologia oscilla tra prima e dopo il 70, l’anno della distruzione di Gerusalemme e del Tempio ad opera dei Romani, in base alla presenza o all’assenza di allusioni a questo avvenimento cruciale. Spesso si analizza da questo punto di vista il discorso escatologico, o «apocalisse sinottica» (si trova in Mt 24, Mc 13 e Lc 21), che prende spunto proprio dall’annuncio della distruzione del tempio («non rimarrà pietra su pietra»). E se ne deduce che Marco sia anteriore al 70, perché la profezia nel suo Vangelo risulterebbe più generica, mentre Matteo e Lc sarebbero posteriori, anche perché dipenderebbero da Mc.

Per il vangelo di Luca e gli Atti degli Apostoli, alcuni antichi (Eusebio5, Gerolamo6) supponevano - a partire dalla conclusione degli Atti (scritti dal medesimo Luca) che si fermano al periodo della prigionia di Paolo a Roma - che Luca avesse scritto quando Paolo era ancora in vita, e perciò all’inizio degli anni ‘60. Altri invece (Ireneo7) pensavano a un periodo posteriore alla morte di Paolo, dopo il 67-68.

I moderni oscillano tra varie datazioni, ma in genere ritengono che Luca abbia scritto il Vangelo dopo il 70, l’anno dell’assedio e della distruzione di Gerusalemme, perché notano che in Lc sono molto più precisi, nel discorso escatologico e altrove, i riferimenti all’avvenimento. Ad esempio, in 21,20 (nel discorso escatologico), il passo in cui i paralleli sinottici si limitano a dire: «quando vedrete l’abominio della desolazione stare dove non deve ...» (Mt 24,15; Mc 13,14), Luca afferma: «quando vedrete Gerusalemme circondata dagli eserciti», e in 21,24 spiega la «grande tribolazione», di cui parlano Mc e Mt, così: «cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli, e Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti». Ma anche in 19,43-44, al momento in cui Gesù si avvicina a Gerusalemme, Luca, e solo lui, fa sì che Gesù pianga pensando alla sorte che attende la città e dica: «Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra ...».

Questo argomento è in genere considerato piuttosto forte, anche se c’è chi fa notare che descrizioni o profezie di distruzione della città, talora in termini molto simili, già circolavano nei profeti antichi (cfr. Ger 52,4-11; Zc 12,3 LXX) e che altri particolari descritti da Luca nel discorso escatologico non corrispondono alla realtà della caduta storica di Gerusalemme (ad es., la fuga verso i monti di 21,21).

Un altro argomento che induce a datare Lc dopo il 70 è la sua dipendenza da Mc, che a sua volta non dovrebbe essere anteriore alla metà degli anni ‘60. Il 70 sarebbe il terminus post quem, mentre per il terminus ante quem si pensa al 90, perché più avanti doveva ormai circolare una raccolta di lettere di Paolo, che Lc non sembra conoscere nel narrare simili avvenimenti nei suoi Atti. Tenuto conto del fatto che Luca ha scritto in questo arco di tempo sia il Vangelo sia gli Atti (prima il Vangelo e poi gli Atti), è possibile datare il Vangelo tra il 70 e l’80 e gli Atti tra l’80 e il 90.


1 Papiro Egerton 2 e Papiro Rylands 52.

2 Ripetute ancora dal Loisy negli anni ’30 del XX secolo..

3 Adversus Haereses II,25,5: “Rimase tra loro fino all’epoca di Traiano”; III,3,4: “La Chiesa di Efeso, che Paolo fondò e in cui Giovanni rimase fino all’epoca di Traiano”.

4 Quis dives salvetur XLII,2: “Dopo la morte del tiranno [Domiziano, nel 96, n.d.r.], Giovanni ritornò a Efeso dall’isola di Patmo”.

5 Historia Ecclesiastica II,22: “È perciò probabile che Luca abbia scritto gli Atti in quel tempo, limitando la sua esposizione al periodo in cui era con Paolo”.

6 De viris illustribus VII, rifacendosi a Eusebio.

7 Adversus haereses III,1,1: “Dopo la loro morte [di Pietro e Paolo, n.d.r] Luca, compagno di Paolo, mise per iscritto il vangelo da lui predicato”..

Apocalisse

Apocalisse 5,1-2. Apocalisse di Trier, StadtbibliothekPer quanto riguarda l’Apocalisse, la data di composizione sarebbe il 94-96; l’autore dichiara di aver ricevuto la visione mentre si trovava nell’isola di Patmos «a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù» (1,9) e questa dichiarazione viene interpretata nel senso che Giovanni fosse stato relegato là dai persecutori in quanto cristiano. Si identifica dunque questa persecuzione con quella di Domiziano, che regnò fino al 96 (nello stesso anno sarebbe stata composta la Lettera ai Corinzi di Clemente Romano, che accenna pure a una persecuzione in atto e ne conosce una più antica, quella in cui sarebbero morti martiri Pietro e Paolo, dunque quella di Nerone). Ireneo di Lione, che attribuiva lo scritto all’apostolo Giovanni, indica appunto come data di composizione il 96 o poco prima: «La visione [dell’Apocalisse] ha avuto luogo non molto tempo fa, quasi nella nostra generazione, verso la fine del regno di Domiziano»1. L’espressione “quasi nella nostra generazione” (sub nostro saeculo) male s’adatta a Ireneo, che scriveva 90 anni dopo Domiziano; risulta invece precisa se la si considera come una citazione attinta da una fonte più antica, verosimilmente Papia di Gerapoli, che scriveva intorno al 130, al quale spesso Ireneo si rifà nel suo scritto. Eusebio di Cesarea richiamando il passo di Ireneo specifica anche l’anno, il quattordicesimo di Domiziano, ovvero il 94-952, e così Girolamo3.

Nondimeno, sappiamo da altri autori meno importanti che esisteva una tradizione secondaria secondo cui la visione dell’Apocalisse avvenne non sotto Domiziano, ma prima o dopo; così Epifanio di Salamina4 (regno di Claudio, 41-54), Teofilatte5 (Traiano, 98-117) i titoli delle due versioni siriache dell’Apocalisse e Tertulliano6 (Nerone, 54-68). Tra i commentatori moderni, M. E. Boismard ha ipotizzato l’esistenza di una duplice recensione del testo dell’Apocalisse, la prima redatta sotto Nerone, la seconda sotto Domiziano; intorno al 96 il testo sarebbe stato edito in forma definitiva, con la fusione delle due parti7. La proposta, però, è stata ritenuta poco probabile, in quanto solleva diverse difficoltà. Recentemente, sulla base di considerazioni interne, si è proposto anche il 698.


1 Adversus Haereses V,30,3.

2 Historia Ecclesiastica III,18,1.

3 De Viris Illustribus 9.

4 Adversus Haereses LI,12,32.

5 In Matthaeum 20,22.

6 Scorpiace 15.

7 L’Apocalypse ou les Apocalypses de saint Jean, in «Revue Biblique» LVI (1949) pp. 507-541.

8 Cfr. T. B. SLATER, Dating the Apocalypse to John, in http://www.bsw.org/project/biblica/bibl84/Ani04.html

Diverse datazioni dei Vangeli

In tempi recenti da più parti si è tentato di rivedere, ed anticipare, la datazione dei Vangeli, sulla base di altri argomenti: la scoperta di papiri di Mt e Mc che sarebbero anteriori al 68; l’ipotesi che Mt e Mc siano traduzioni di Vangeli precedenti scritti in ebraico.

1) O’ CALLAGAN E THIEDE

Negli anni ‘70 il papirologo gesuita José O’ Callaghan (1922-2001) si occupò di un frammento papiraceo rinvenuto in una grotta di Qumràn (scoperta nel 1947), la settima (donde la sigla di 7Q5 per il frammento): lo studioso arrivò ad identificare il passo riportato (in tutto neanche una ventina di lettere disposte su cinque righe) con Mc 6,52-53 e, in base al fatto che la grotta dovette essere stata chiusa nel 68 (nel periodo della guerra), suppose che il Vangelo fosse stato composto anteriormente. Anzi, la forma della scrittura (Zierstile), attestata in altri documenti databili tra il 50 a.C. e il 50 d.C., induceva ad anticipare a prima del 50. Fece molto scalpore questa datazione, che contraddiceva l’opinione dominante, ma anche il fatto che in queste grotte, dove si sono trovati scritti giudaici e veterotestamentari, e che sono state collegate con una comunità essena, risultasse presente uno scritto cristiano. Se ne discusse molto e ancora se ne discute. Successivamente, anche riagganciandosi a questa scoperta, data per certa, abbiamo avuto gli studi di C. P. Thiede su tre frammenti di Mt (Papiro Magdalen greco o P64), che appaiono simili a 7Q5 e quindi databili nello stesso periodo: è significativo il titolo di un volume scritto da Thiede, in collaborazione con M. D’Ancona: Testimone oculare di Gesù1.

Contro queste ipotesi sono però state sollevate obiezioni, che riguardano sia l’identificazione stessa del frammento col passo di Mc (sono molto poche le lettere di lettura sicura), sia il fatto che la grotta sia stata effettivamente chiusa nel 68 e non più utilizzata: esistono indizi di una sua utilizzazione posteriore, e inoltre questa grotta presenta troppe peculiarità rispetto alle altre: contiene solo frammenti greci, mentre tutte le altre contengono testi in ebraico.

Ci siamo occupati ampiamente di questi frammenti nella sezione dedicata a Qumràn.

2) JEAN CARMIGNAC.

Padre Jean Carmignac (1914-1986), specialista di ebraico ed aramaico e fondatore della Revue de Qumrân, pubblicò nel 1984 lo studio La nascita dei Vangeli sinottici2, nel quale arrivò alle seguenti conclusioni (pp. 103-104):

A proposito dei Vangeli di Matteo e Marco Carmignac (insieme ad altri) utilizzava la presenza di semitismi, ossia di costrutti che non appartengono alla lingua greca, ma risentono della struttura della lingua ebraica, per dedurne l’ipotesi che si tratti di traduzioni dall’ebraico o dall’aramaico. Queste ipotesi, tuttavia, non hanno finora potuto scalzare le tesi più tradizionali e sono rimaste pure ipotesi. Una confutazione sistematica di queste tesi, con rilettura di tutta la documentazione, è stata elaborata da Pierre Grelot e pubblicata in italiano nel 19893. In questa chiave di lettura, la presenza dei semitismi può essere spiegata anche in altri modi: come traccia del fatto che l’autore ha l’aramaico come lingua madre, o come risultato di una cosciente imitazione dello stile della traduzione dei Settanta, che ricalca volutamente l’ebraico, per fedeltà al testo sacro.

Carmignac era dunque persuaso che i vangeli sinottici, specie quelli di Matteo e Marco, fossero una traduzione greca di un originale semitico. Egli giunse a questa conclusione dopo aver tentato alcune retroversioni dal greco in ebraico, che a suo parere dimostravano una pedestre dipendenza da un originale semitico. La sopraggiunta morte gli impedì di dar alle stampe queste retroversioni commentate, assieme alla documentazione tecnica (in grossi volumi) di cui parlava nel suo volumetto; quest’ultimo infatti costituiva, a detta sua, solamente una presentazione divulgativa delle tesi alle quali stava lavorando da vent’anni. Purtroppo, a distanza di quindici anni, il materiale già pronto non è ancora stato pubblicato, né è accessibile agli studiosi4.

3) JOHN A. T. ROBINSON

Nel 1976 il vescovo anglicano John Arthur Thomas Robinson (1919-1983)5 pubblicò un volume dal titolo Ridatare il Nuovo Testamento6. Il libro è altrettanto provocante di quello di Carmignac. Robinson, dopo aver analizzato le varie ipotesi di datazione degli scritti del Nuovo Testamento che si sono succedute nel tempo, è del parere che le cronologie preparate dai diversi studiosi non rispondano a criteri oggettivi interni ed esterni, ma piuttosto seguano punti di vista soggettivi e a priori sull'evoluzione teologica del cristianesimo nascente. Dal suo punto di vista invece la datazione più probabile per questi scritti è antecedente al 70. La caduta di Gerusalemme del 70 secondo l'autore fu un avvenimento così importante, che avrebbe dovuto lasciare impronte molto evidenti negli scritti ad essa successivi; Robinson non ritiene di poter ritrovare nulla di ciò nei discorsi apocalittici dei Vangeli sinottici, che la maggioranza degli studiosi ritiene in parte profezie ex eventu della catastrofe.

Che la maggior parte delle epistole paoline siano precedenti al 70 è un dato comunque acquisito. Per quanto riguarda le altre lettere, la pseudoepigraficità delle epistole normalmente considerate non paoline è qui messa in discussione. L'interruzione improvvisa degli Atti degli Apostoli viene spiegata a motivo della loro redazione nell'anno 62, quando ancora il processo di Paolo doveva essere concluso; di conseguenza, il Vangelo che li precede non potrebbe essere posteriore. Matteo e Marco sarebbero anch'essi antecedenti il 70, e parti di Giovanni sarebbero addirittura state scritte prima dell'anno 407. La lettera di Giacomo, datata molto diversamente dagli studiosi, sarebbe un'arcaica testimonianza del 47-48; se la prima lettera di Pietro è autentica, la seconda sarebbe stata scritta da Giuda a suo nome. L'epistola agli Ebrei sarebbe anch'essa anteriore al 70, forse attribuibile a Barnaba; l'Apocalisse, riferita alla persecuzione neroniana, andrebbe datata al 68-70, e la sua attribuzione a Giovanni non potrebbe essere dimostrata né rigettata. La paternità giovannea del Vangelo e delle lettere invece sarebbe molto più credibile.

Ecco un prospetto delle datazioni proposte da Robinson (p. 352):

Giacomo

c. 47-8

I Tessalonicesi

inizio 50

II Tessalonicesi

50-51

I Corinzi

primavera 55

I Timoteo

autunno 55

II Corinzi

inizio 56

Galati

fine 56

Romani

inizio 57

Tito

fine primavera 57

Filippesi

primavera 58

Filemone

estate 58

Colossesi

estate 58

Efesini

fine estate 58

II Timoteo

autunno 58

Marco

c. 45-60

Matteo

c. 40-60+

Luca

-57-60+

Giuda

61-62

II Pietro

61-62

Atti

-57-62+

II, III e I Giovanni

c. 60-65

I Pietro

primavera 65

Giovanni

c. -40-65+

Ebrei

c. 67

Apocalisse

fine 68 (-70)

 

 

L'opera di Robinson, sebbene vada contro l'esegesi dominante, è stata comunque accolta con interesse, ed è stato riconosciuto il valore delle argomentazioni e la serietà dell'approccio8. Le sue tesi, spesso messe in relazione con quelle indipendenti di Carmignac, sono state accettate da alcuni studiosi; in Italia ne abbiamo un rappresentante nella persona di Paolo Sacchi.


1 Casale Monferrato, Piemme, 1996; si veda anche Il papiro Magdalen, 1997, per i tipi della stessa casa editrice.

2 Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1986.

3 P. GRELOT, L’origine dei Vangeli. Controversia con J. Carmignac, Città del Vaticano, Libreria ed. Vaticana, 1989.

4 Su questo punto è sorta una grossa polemica: è noto che Carmignac aveva già completato le retroversioni commentate almeno del Magnificat (Lc 1,46-55) e del Benedictus (1,68-79). La documentazione, assieme a tutto ciò a cui l’autore stava lavorando, è stata lasciata per volontà del defunto all’Institut Catholique di Parigi, perché potesse essere consultata dagli studiosi. Ma tuttora non ne è concessa la visione a chi ne faccia richiesta. Una raccolta di interviste, articoli e commenti in proposito in S. ALBERTO (a cura di), Vangelo e storicità. Un dibattito, Milano, 1995, pp. 223-282.

5 Dedicato al nuovo Testamento, anche il libro Possiamo fidarci del Nuovo Testamento?, trad. ital., Torino, Claudiana, 1980; ediz. orig. Can we Trust the New Testament?, London, Mowbrays, 1977.

6 Redating the New Testament, London, SCM Press, 1976; trad. franc. Re-dater le Nouveau Testament, Paris, Lethielleux, 1987.

7 Cfr. la sua monografia successiva The Priority of John, London, SCM Press, 1985.  

8 Cfr. Ad esempio l'equilibrata recensione di Pierre Benoit in «Revue Biblique» LXXXVI (1979), pp. 281-287.







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