Autori degli scritti del Nuovo Testamento
Data: Venerdì, 15 agosto 2003 @ 12:00:00 CEST
Argomento: Il Nuovo Testamento


di Clementina Mazzucco - Andrea Nicolotti

Si discutono le attribuzioni antiche e moderne degli scritti che fanno parte del Nuovo Testamento



I capitoli su Matteo, Giovanni e Apocalisse sono stati curati da Andrea Nicolotti, a partire da una più breve trattazione di Clementina Mazzucco; tutti gli altri sono sostanzialmente opera di Clementina Mazzucco.

Introduzione

Il canone delle Scritture è l’elenco degli scritti considerati ispirati e normativi che compongono la Bibbia; a ciascun libro la tradizione ha assegnato un autore umano, sulla cui autenticità si può talora discutere. Gli elenchi dei libri canonici, compreso quello del Concilio di Trento, menzionano più volte il nome dell’autore per identificare i vari libri.

Se questo per i teologi non costituisce un problema, in quanto l’autore dello scritto non rientra nell’oggetto della definizione del canone e la sua determinazione non intacca la canonicità dello scritto, è certo un problema storico e filologico.

Cercheremo ora di prendere in esame le testimonianze antiche e i risultati della critica moderna a questo proposito.

Epistole paoline

Per quanto riguarda le lettere di Paolo, anticamente non ci fu grande discussione, in quanto Paolo stesso si nomina all’inizio delle sue lettere e si definisce «apostolo» (cfr. Rm 1,1; 1 Cor 1,1, ecc.). Sente di essere apostolo - sebbene «l’infimo tra gli Apostoli, indegno di essere chiamato apostolo» (1 Cor 15,9) in quanto un tempo fu persecutore dei cristiani - perché, come i Dodici, è stato reso degno di conoscere direttamente Gesù Cristo nella rivelazione straordinaria che ebbe sulla via di Damasco e perché, come loro, è stato inviato ad annunciare il vangelo ai pagani da Gesù stesso (cfr. Rm 11,13), dotato dei medesimi carismi degli Apostoli (cfr. 2 Cor 12,12). Si noti che i dodici Apostoli erano stati scelti da Gesù, secondo la tradizione sinottica, proprio per questi due scopi: per essere inviati ad annunciare il vangelo e per esercitare il potere di cacciare i demòni (e guarire i malati: le due cose sono strettamente unite, perché anche le malattie sono sentite come effetto dell’opera demoniaca): cfr. Mc 3,15 e par.; 6,12-13. Anche gli Atti, pur non chiamando per lo più Paolo «apostolo», gli attribuiscono un prestigio pari, se non superiore, a quello di Pietro, tanto da farne il protagonista assoluto di tutta la seconda parte dell’opera. E la tradizione successiva, fin dai primi secoli, chiama Paolo «l’Apostolo» per antonomasia.

Solo nella Lettera agli Ebrei il mittente non si presenta col nome di Paolo, e questo è stato uno degli elementi che hanno fatto dubitare della paternità paolina di essa. Altri elementi sono stati di tipo linguistico e stilistico.

I moderni comunque, a partire dal sec. XIX, hanno sottoposto a critica l’autenticità anche di tutte le altre lettere paoline, arrivando talora a negarla per tutte. Si può dire che la paternità paolina sia stata generalmente ammessa per Rm, 1 e 2 Cor, Gal; oggi si tende ad ammetterla anche per 1 Ts, Fil e Fm, mentre gravano sospetti su 2 Ts e soprattutto su Col, Ef e Pastorali. I sospetti nascono spesso dal fatto che si riconoscono incongruenze storiche e contraddizioni di contenuto tra queste ultime lettere e i testi più sicuramente paolini; talora si mettono innanzi ripetizioni, discordanze stilistiche e linguistiche, non sempre con criteri solidi e oggettivi. Per Ef i dubbi nascono anche dal problema filologico dell’intestazione, in cui la menzione dei destinatari manca nella maggior parte della tradizione manoscritta. Le Pastorali sono generalmente ritenute scritti tardi perché riflettono un’organizzazione delle comunità ecclesiali più avanzata, con la presenza di diaconi, vescovi o presbiteri, regole per la loro elezione, ecc. Inoltre sembra che siano state conosciute più tardi rispetto alle altre: pare che Marcione le ignorasse. Ma neppure questo è un argomento molto forte: si potrebbe osservare che le lettere di Ignazio, che risalgono al secondo decennio del secolo, talora mostrano somiglianze significative proprio con queste lettere.

Per le lettere la cui attribuzione a Paolo risulta dubbia si pensa all’opera di discepoli di Paolo. Si tratterebbe, cioè, di opere pseudoepigrafe o pseudonime. La pseuodoepigrafia era un’usanza piuttosto comune nella letteratura ellenistica e in quella giudaica: si tendeva, cioè, specialmente nell’ambito di scuole filosofiche o mediche o religiose, ad attribuire ai fondatori o alle personalità più insigni della scuola anche opere composte da discepoli e seguaci, senza che questo implicasse un’intenzione di falsificazione vera e propria1. Già in ambito biblico gruppi omogenei di scritti erano attribuiti a singole figure autorevoli: il Pentateuco a Mosè, la letteratura sapienziale (Pr, Sap, Ct, Eccle, Eccli) a Salomone, i Salmi a Davide. L’intera letteratura apocalittica, a partire dal libro canonico di Daniele e poi con i vari apocrifi (Apocalisse di Baruc, Apocalisse di Esdra, ecc.), è pseudonimica. L’usanza continuerà in ambito cristiano (cfr. la Lettera di Barnaba, uno degli scritti dei Padri apostolici).


1 Cfr. W. SPEYER, Die literarische Fälschung im heidnischen und christlichen Altertum, München, 1971.

Lettere cattoliche

Per quanto riguarda le lettere cattoliche (Gc, 1 e 2 Pt, 1, 2 e 3 Gv, Gd) si è cercato, nell’antichità, di ricondurle a figure di Apostoli, anche quando gli autori non si nominano esplicitamente. Le lettere di Pietro, almeno la prima, non hanno suscitato difficoltà, e lo stesso le lettere di Giovanni, almeno la prima: Pietro e Giovanni sono Apostoli. Giacomo fu identificato con l’apostolo Giacomo figlio di Alfeo (cfr. Mc 3,18 e par.), detto anche Giacomo minore per distinguerlo dal fratello di Giovanni e figlio di Zebedeo, che pure fa parte della lista ed è più noto (cfr. Mc 3,17); questo Giacomo minore veniva identificato dai Padri col Giacomo fratello di Gesù (cfr. Mc 6,3). Giuda è Giuda Taddeo (cfr. Mc 3,18), fratello di Giacomo minore, come lui stesso si definisce nell’intestazione della lettera.

Tutte queste attribuzioni sono state contestate in tempi moderni. Soprattutto è contestata l’attribuzione a Pietro della 2 Pt. Delle lettere di Giovanni si pensa che siano del medesimo autore del IV Vangelo.

Vangeli

Per quanto riguarda i Vangeli, si presentano come scritti anonimi e l’attribuzione a determinate figure dovette avvenire in un secondo tempo, in base a tradizioni orali, che vennero ridiscusse, quando la circolazione di molti vangeli richiese di selezionare quelli accettabili dalle Chiese. L’attribuzione a Matteo e a Giovanni del primo e dell’ultimo non creò difficoltà nella Chiesa antica, perché fanno parte della lista ufficiale dei Dodici trasmessa dai Vangeli stessi (Mc 3,18 e par.).

Marco

La prima testimonianza1 importante che possediamo, quella di Papia, vescovo di Gerapoli nei primi decenni del II secolo, si sofferma ampiamente sul Vangelo di Mc, mentre non parla di quello di Lc. Conosciamo il passo di Papia (tratto da una sua opera esegetica intitolata Spiegazione dei detti del Signore) da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica III,39,15) e vale la pena di soffermarsi su di essa, perché rappresenta in modo significativo il metodo seguito e perché si può dire che da esso dipenda tutta la tradizione successiva sul Vangelo di Mc, che reinterpreterà e arricchirà la notizia di nuovi particolari, per chiarirla e rafforzarla.

Ecco la traduzione del testo di Eusebio (14-17):

“Trasmette (sott. Papia) nella propria opera anche altre spiegazioni delle parole del Signore appartenenti al già citato Aristione e tradizioni del presbitero Giovanni: ad esse rinviamo coloro che desiderano conoscerle. Dobbiamo però ora aggiungere alle parole di lui prima citate una testimonianza che riporta a proposito di Marco, autore del Vangelo, e che suona così: «Anche questo diceva il presbitero (= l’Anziano): ‘Marco, divenuto interprete (ermêneutês) di Pietro, scrisse accuratamente (akribôs), ma non certo in ordine (taxei) quanto si ricordava di ciò che il Signore aveva detto o fatto’. Infatti non aveva ascoltato direttamente il Signore né era stato suo discepolo, ma in seguito, come ho detto, era stato discepolo di Pietro. Questi svolgeva i suoi insegnamenti in rapporto con le esigenze del momento, senza dare una sistemazione ordinata ai detti del Signore. Sicché Marco non sbagliò affatto trascrivendone alcuni così come ricordava. Di una cosa sola infatti si preoccupava: di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire nulla di falso in questo». Questo è quanto viene esposto da Papia a proposito di Marco”2.

Come possiamo notare, Eusebio cerca e riporta tutta una serie di notizie che ritiene significative ai fini della canonicità degli scritti del NT, non stabilita ancora definitivamente ai suoi tempi (è questo uno dei grandi temi della sua Storia ecclesiastica). In questo capitolo 39 del libro III ha dato, nei paragrafi precedenti, particolare rilievo alla questione dell’autore dell’Apocalisse, che è per lui molto spinosa, ma subito dopo dà uno spazio discreto a Marco, mentre accenna appena a Matteo, alla prima lettera di Giovanni e alla prima lettera di Pietro e al Vangelo secondo gli Ebrei (scritto poi ritenuto apocrifo).

L’importanza delle notizie di Papia deriva dal fatto che, non solo si tratta di un autore antico, ma riporta a sua volta notizie di un «presbitero» Giovanni a lui anteriore: forse, come si ricaverebbe da Ireneo, l’apostolo stesso o, come pensa Eusebio (non del tutto degno di fede su questo punto), un personaggio della generazione immediatamente successiva. In ogni caso saremmo in un’epoca pressoché contemporanea a quella della composizione del IV Vangelo.

Tuttavia la notizia presenta alcuni elementi poco chiari, soprattutto per quanto riguarda i termini usati da Papia che suscitano difficoltà di comprensione, a cominciare dal termine essenziale che qualifica il rapporto tra Marco e Pietro, ermêneutês: è stato inteso sia nel senso di traduttore, portavoce (Pietro avrebbe parlato in ebraico e Marco avrebbe tradotto in greco), sia nel senso di interprete vero e proprio, cioè di chi spiega e commenta, con allusione appunto all’opera di rielaborazione dell’insegnamento di Pietro nel Vangelo. Quest’ultimo è forse il significato più adatto, sia perché è difficile supporre che Pietro, nato in Galilea, in una regione ai margini della Palestina, a stretto contatto con genti pagane, non fosse bilingue, sia perché questo significato si adatta meglio al contesto, in cui si parla di un lavoro di ricostruzione dei ricordi lasciati dall’insegnamento di Pietro.

Il primo aspetto della notizia verte dunque sullo stretto rapporto tra Marco e l’apostolo Pietro, a proposito della composizione del Vangelo, un dato che rimarrà acquisito in tutta la tradizione successiva3. Se ne coglie meglio il risvolto apologetico da quanto Papia aggiunge, notando che Marco non fu discepolo diretto di Gesù, ma fu discepolo di Pietro, l’apostolo di Gesù.

Un secondo aspetto che salta agli occhi è l’implicita risposta ad un’obiezione sul contenuto del Vangelo, che evidentemente appariva ad alcuni non sufficientemente ordinato nell’esposizione delle parole e dei fatti del Signore. Il presbitero sente il bisogno di compensare la mancanza di ordine con un elogio per l’«esattezza», «accuratezza», del racconto. Una giustificazione può già essere quell’ osa emnêmóneusen («quanto ricordò»), che fa riferimento a un lavoro di memoria, non necessariamente completo. Papia a sua volta sviluppa questo punto e aggiunge qualcosa di suo: scagiona Marco e attribuisce a Pietro stesso un certo disordine nel suo insegnamento, che viene presentato come un po’ «occasionale», privo di preoccupazioni di sistematicità. In qualche modo, per lui il disordine di Marco diventa un pregio, una garanzia di maggiore fedeltà all’insegnamento di Pietro, che era appunto disordinato. Esplicitamente sostiene che «Marco non sbagliò» riportando «alcuni» di questi insegnamenti sulla base di quanto ricordava. Papia rivendica comunque a Marco l’esattezza («non tralasciò nulla») e l’autenticità («non mentì»), per quanto riguarda l’esposizione degli insegnamenti di Pietro.

Molte sono le questioni che gli studiosi moderni sollevano a proposito di questa notizia. In base a quali elementi il presbitero e Papia stabilivano questo rapporto di discepolato tra Marco e Pietro? Dove e quando si sarebbe svolto? Dove e quando sarebbe stato effettivamente scritto il Vangelo? E ancora: quali erano i motivi delle critiche rivolte al «disordine» di Marco? In base al confronto con quali altri Vangeli? È però possibile notare che la tradizione successiva, che dipende probabilmente in tutto dalla testimonianza di Papia, cercherà di chiarire molti punti rimasti oscuri.

Per quanto riguarda il rapporto tra Marco e Pietro, si è pensato a un riferimento alla I Lettera di Pietro, che nei saluti finali ha: «Vi salutano la Chiesa, che è stata eletta come voi e dimora a Babilonia, e Marco, mio figlio» (1 Pt 5,13). Si suppone che questa lettera, che come si vede da Eusebio (III,39,17) Papia conosceva, sia stata scritta a Roma (sarebbe definita «Babilonia» in senso polemico, apocalittico) e che Marco, che doveva essere «figlio» di Pietro in senso spirituale, convertito da lui e suo discepolo, fosse in quel momento a Roma insieme a Pietro. Che sia presupposto in Papia questo riferimento a 1 Pt è un’ipotesi: il collegamento con il Marco della lettera di Pietro sarà fatto esplicitamente in seguito, a partire da Clemente Alessandrino e da Origene4, e qualche studioso pensa che non si tratti di notizie indipendenti, ma tutte derivate da quella di Papia, perché non sarebbero esistite altre fonti, ma tutti avrebbero attinto da lui ampliando e sviluppando quanto ricavavano dalla sua testimonianza.

Anche la composizione a Roma del Vangelo di Marco verrà indicata più esplicitamente da testimonianze posteriori (Ireneo, Clemente Alessandrino)5.

Non risulta però chiaro dalla notizia di Papia quando Marco avrebbe scritto il suo Vangelo: si può solo supporre che lo abbia scritto dopo la morte di Pietro, come farebbe pensare il fatto che scrisse «quanto ricordò». Invece le fonti posteriori cercheranno di precisare, ma in modi divergenti: chi affermando più chiaramente che sarebbe stato composto dopo la partenza (exodos), ossia la morte di Pietro6 e chi invece presentando la composizione del Vangelo come avvenuta durante la vita dell’apostolo e anzi da lui approvata e ratificata7.

 

A proposito delle critiche rivolte a questo Vangelo, le opinioni dei moderni non sono concordi. In che cosa consisterebbe il «disordine» e rispetto a quale altro Vangelo questo potrebbe essere stato notato? Le ipotesi sono due: o che il confronto fosse stabilito con il Vangelo di Matteo o con quello di Giovanni, i due vangeli di origine strettamente apostolica che a quel momento e in Oriente (dove vivono il presbitero Giovanni e Papia) avevano più prestigio.

Dalle parole di Papia si potrebbe ricavare che la critica riguardasse già l’incompletezza dell’esposizione, dato che si osserva che Marco trascrisse «alcuni» dei detti del Signore. Inoltre si accenna ad un’esposizione (che Papia fa risalire a Pietro stesso) forse cronologicamente e logicamente non rigorosa, ma «occasionale», e addirittura ad «errori». Queste critiche possono adattarsi al confronto con Matteo, che si caratterizza, rispetto a Marco, per una ricchezza molto maggiore di «detti» del Signore (tipici sono i suoi cinque grandi discorsi), e inoltre presenta un racconto più completo, dato che inizia dalla nascita di Gesù. Ma si adattano anche al confronto con Giovanni (e pensiamo che queste critiche sembrano circolare in ambiente giovanneo), che si differenzia molto da tutti e tre i sinottici già per la ricostruzione cronologica della vita di Gesù (tre, ad esempio, sono in questo vangelo i viaggi a Gerusalemme, e non uno solo; anche la ricostruzione della settimana della Passione varia) e poi per l’impostazione, che è incentrata prevalentemente proprio sull’insegnamento di Gesù, rispetto al quale i fatti sono secondari. Giovanni inizia addirittura il suo Vangelo parlando della preistoria divina del Logos. C’è anche chi pensa che il confronto valga per entrambi i Vangeli o per la tradizione orale nota.

Alcuni moderni tendono però a svalutare la testimonianza di Papia e la tradizione che ne dipende, sia per il carattere leggendario di altre sue informazioni che Eusebio riporta pure, sia per il carattere apologetico delle sue affermazioni sul Vangelo di Marco. Però il fatto che l’autore si chiamasse Marco ha qualche probabilità perché si tratta di un personaggio sconosciuto (la tendenza è quella opposta: di attribuire gli scritti a personaggi molto famosi e importanti).

Molti ritengono che questo Marco si possa identificare col Giovanni Marco (talora chiamato soltanto Marco o soltanto Giovanni), di cui parlano abbastanza spesso gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di Paolo. Anzi, da questi cenni, si traggono elementi per ricostruire una vera e propria «vita» di Marco8, una vita non priva di avventure. In Atti 12,12 si racconta che Pietro, dopo essere uscito di prigione a Gerusalemme, si recò alla casa di Maria, «la madre di Giovanni chiamato Marco, dove erano radunati in preghiera un buon numero di persone». Di qui si ricaverebbe che Marco doveva essere un personaggio ben noto e di famiglia benestante, dato che la sua casa era abbastanza grande per ospitare le riunioni della comunità cristiana. Le altre informazioni desumibili dagli Atti e dalle lettere di Paolo, fanno pensare che Marco fosse cugino di Barnaba (Col 4,10) e avesse partecipato per un periodo all’attività missionaria di Paolo e Barnaba come loro «aiutante», durante un viaggio in Asia Minore (At 12,25; 13,5). Ma a Perge, in Panfilia, Giovanni Marco li lasciò e ritornò a Gerusalemme (At 13,13). Questo abbandono dovette irritare profondamente Paolo, tanto che, quando decise di intraprendere con Barnaba un secondo viaggio missionario e questi voleva ancora portare con sé Giovanni Marco, Paolo entrò in dissidio aperto con Barnaba e preferì separarsi anche da lui: si scelse un altro collaboratore, mentre Barnaba partì per diversa meta col cugino (At 15,36-41). Se si tratta sempre del medesimo Marco, si può supporre che Paolo si fosse riconciliato poi con lui, dato che in alcune lettere scritte durante la prigionia (a Roma?) lo menziona come collaboratore al suo fianco (Col 4,10; Fm 24) e, più tardi, in 2 Tm 4,11, quando Marco non si trova più accanto a lui, chiede al destinatario (che forse è a Efeso) di condurglielo. Sicché si dovrebbe dedurre che Marco sia stato prima in contatto con Pietro a Gerusalemme, poi con Paolo e infine ancora con Pietro.

Certo desta qualche perplessità la vicenda per cui Marco prima sarebbe stato in contatto con Pietro a Gerusalemme, poi con Paolo e infine ancora con Pietro, di cui avrebbe trasmesso la predicazione.

E non basta: altri autori antichi aggiungeranno ulteriori tappe alla biografia di Marco. Eusebio riporta due informazioni molto dubbie che creeranno confusione nella tradizione successiva:

- La prima (Historia Ecclesiastica II,16,1) è che Marco sarebbe stato mandato in Egitto a predicarvi il Vangelo, che già aveva scritto, e qui avrebbe fondato chiese ad Alessandria. Ma ci sarà chi, come Giovanni Crisostomo, crederà che Marco avesse scritto il Vangelo ad Alessandria; e chi, come Epifanio, cercherà di combinare questa con le altre informazioni dicendo che Marco sarebbe stato mandato da Pietro in Egitto, dopo aver scritto il Vangelo. La notizia ha scarse probabilità di essere autentica, dato che proprio gli autori alessandrini (Clemente, Dionigi, Origene) non ne parlano.

- La seconda informazione (Historia Ecclesiastica II,24) è che il suo successore nell’episcopato ad Alessandria avrebbe iniziato il ministero nell’ottavo anno di Nerone (= 62), il che dovrebbe significare anche (e fu inteso nel senso) che in quell’anno sarebbe morto. Ma il dato non si concilia con le altre notizie sul rapporto con Pietro (e Paolo) a Roma, perché il 62 è anteriore all’anno della morte dei due Apostoli (che sarebbero morti martiri durante la persecuzione neroniana, tra 64 e 68). Tuttavia Gerolamo lo riprenderà e lo tramanderà, proprio come dato relativo alla morte di Marco (ad es., in De viris illustribus VIII). Di qui nasce la tradizione che è alle origini della Basilica di S. Marco a Venezia: i Veneziani nell’828 avrebbero trafugato ad Alessandria le reliquie di S. Marco e le avrebbero portate a Venezia: per custodirle avrebbero quindi edificato la Basilica intitolata a lui9.

Anche i dati ricavabili dal Vangelo stesso non sono ritenuti dalla maggior parte degli studiosi moderni utili a confermare le notizie della tradizione per quanto riguarda il rapporto di discepolato tra Marco e Pietro e la composizione del Vangelo come trascrizione della predicazione di Pietro. Gli studiosi che difendono la validità della tradizione adducono il rilievo dato dall’evangelista alla figura di Pietro in molti casi, ma anche, talora, il fatto che proprio Pietro nel Vangelo di Marco non di rado faccia una «brutta figura» (indizio dell’umiltà di Pietro stesso!); la vivacità descrittiva di molti episodi che presupporrebbe il racconto di un testimone oculare, perfino la «spontaneità dello stile», ecc. Ma non sono in realtà elementi determinanti, perché non si può dimostrare che Pietro abbia nel Vangelo di Marco un ruolo maggiore rispetto agli altri Vangeli, anzi: sono omessi alcuni episodi importanti, come il primato di Pietro (cfr. Mt 16). La ricerca, poi, nel Vangelo, di tracce di una «teologia petrina», così come di una «teologia paolina», non dà poi frutto, anche perché una «teologia petrina» non esiste e le eventuali affinità con la teologia di Paolo, che invece conosciamo, si limitano a concetti non caratteristici. Gli studiosi adducono inoltre, come elemento negativo, il fatto che l’autore del Vangelo non sembra conoscere esattamente i luoghi della Palestina, fatto che contrasterebbe con l’ipotesi che i racconti provenissero da un testimone come Pietro. Ma questo è un punto che meriterebbe una discussione particolare: certe «inesattezze» geografiche non sempre sono indizio di ignoranza e andrebbero interpretate.

 

In ogni caso, quand’anche Marco avesse effettivamente attinto ai ricordi di Pietro, oggi si tende a pensare che non siano questi l’unica fonte utilizzata da Marco, sebbene, essendo il primo Vangelo (come oggi viene riconosciuto) e non avendo quindi termini di confronto, sia difficile sceverare nel Vangelo le diverse possibili fonti. Qualcuno ha supposto che Marco sia stato presente ad alcuni fatti della vita di Gesù e che parli di se stesso quando riporta lo strano episodio, non ripreso dagli altri Vangeli, del giovinetto che al momento dell’arresto di Gesù prima si mette al suo seguito avvolto in un lenzuolo, poi fugge nudo (Mc. 14,51-52). Ma si tratta di un’ipotesi priva di fondamento e del tutto improbabile10.

Per quanto riguarda l’ambientazione a Roma del Vangelo, le conferme interne al testo potrebbero essere i frequenti latinismi (kenturiôn = centurio; kodrantês = quadrantes, ecc.), certe spiegazioni di costumi ebraici (cfr. 7,1-4 sulle usanze di purità) e termini aramaici (cfr. 5,41; 15,34, ecc.), che sembrerebbero presupporre un pubblico non giudaico e non palestinese. Si pensa normalmente che il Vangelo di Marco, a differenza di quello di Matteo, più nettamente di carattere giudaico, si rivolgesse a fedeli di provenienza pagana. Tuttavia, neppure tutti questi elementi sono univoci: ad esempio, i latinismi, in quanto termini tecnici del gergo militare, giuridico ed economico erano diffusi in tutto l’impero e non implicano necessariamente che l’autore scrivesse a Roma o in occidente. Più forti sono gli indizi relativi a un pubblico non giudaico.

Invece si può dire che la convinzione di un’estrema fedeltà dell’evangelista Mc alla tradizione, già presente in Papia, sia tra le più diffuse ancora oggi, e anzi si sia rafforzata dal momento in cui si arrivò a supporre che questo Vangelo fosse il primo. Recentemente, uno studioso come Jean Carmignac11 ha rivalutato molto la testimonianza di Papia, che gli consente di riconoscere, dietro ai Vangeli attuali, tradizioni, o addirittura già Vangeli antecedenti, molto più antichi, scritti originariamente in ebraico. Nel caso di Mc, dà credito all’esistenza di un Vangelo di Pietro, che Mc avrebbe tradotto.


1 Quasi tutte le testimonianze antiche sui Vangeli sono riportate in appendice alle Sinossi dei quattro Vangeli (cfr. quella di K. ALAND, Synopsis quattuor evangeliorum, Stuttgart 197811, pp. 531-548).

2 Kaˆ ¥llaj d tÍ „d…v grafÍ parad…dwsin 'Arist…wnoj toà prÒsqen dedhlwmšnou tîn toà Kur…ou lÒgwn dihg»seij kaˆ toà presbutšrou 'Iw£nnou paradÒseij: ™f' §j toÝj filomaqe‹j ¢napšmyantej, ¢nagka…wj nàn prosq»somen ta‹j proekteqe…saij aÙtoà fwna‹j par£dosin ¿n perˆ M£rkou toà tÕ eÙaggšlion gegrafÒtoj ™ktšqeitai di¦ toÚtwn: «Kaˆ toàq' Ð presbÚteroj œlegen: M£rkoj mn ˜rmhneut¾j Pštrou genÒmenoj, Ósa ™mnhmÒneusen, ¢kribîj œgrayen, oÙ mšntoi t£xei t¦ ØpÕ toà Kur…ou À lecqšnta À pracqšnta. oÜte g¦r ½kousen toà Kur…ou oÜte parhkoloÚqhsen aÙtù, Ûsteron d, æj œfhn, PštrJ: Öj prÕj t¦j cre…aj ™poie‹to t¦j didaskal…aj, ¢ll' oÙc ésper sÚntaxin tîn kuriakîn poioÚmenoj log…wn, éste oÙdn ¼marten M£rkoj oÛtwj œnia gr£yaj æj ¢pemnhmÒneusen. `EnÕj g¦r ™poi»sato prÒnoian, toà mhdn ïn ½kousen paralipe‹n À yeÚsasqa… ti ™n aÙto‹j». Taàta mn oân ƒstÒrhtai tù Pap…v perˆ toà M£rkou. Ed. G. BARDY, Paris 1952.

3 Già Giustino (metà del II sec.) si riferiva al Vangelo di Marco chiamandolo «Memorie di Pietro» (Dialogo con Trifone 106). Ireneo di Lione, verso il 180, scrive: «Dopo la loro (= di Pietro e Paolo) dipartita, Marco, il discepolo e interprete di Pietro, ci trasmise anche lui per iscritto quanto veniva annunciato da Pietro» (Adersus Haereses III,1,3: cfr. EUSEBIO, Historia Ecclesiastica V,8,3). Tale notizia viene ripresa e variamente modificata poi da Clemente Alessandrino, Origene, ecc.

4 Clemente Alessandrino parla del Vangelo di Marco commentando 1 Pt 5,13, evidentemente perché identifica l’autore del Vangelo col Marco menzionato da Pietro nella Lettera. Origene scrive in Commentarium in Matthaeum. I (in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica VI,25,5): «Poi (= dopo il Vangelo secondo Matteo) è stato scritto il Vangelo secondo Marco, che fece come Pietro gli indicò e che da lui fu riconosciuto come figlio nella lettera cattolica in questi termini: «Vi saluta la chiesa eletta che dimora in Babilonia e Marco, mio figlio (1 Pt 5,13)».

5 In Ireneo si ricava indirettamente, perché afferma che Matteo scrisse il suo Vangelo mentre a Roma Pietro e Paolo predicavano e subito dopo continua dicendo che dopo la loro dipartita Marco trasmise la predicazione di Pietro (EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica V,8,3). Clemente invece è esplicito: «Quando Pietro ebbe annunciato pubblicamente a Roma la Parola e predicato il vangelo secondo lo Spirito, i presenti, che erano molti, invitarono Marco, in quanto lo aveva seguito da tempo e ricordava le cose dette, di trascrivere le sue parole. Questi lo fece e consegnò il Vangelo a coloro che glielo chiedevano» (Ipotiposi VI, in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica VI,14,6); ancora in un altro passo (Adumbrationes ad 1 Pt 5,13): «Marco, seguace di Pietro, allorché Pietro predicava pubblicamente il vangelo a Roma, alla presenza di certi cavalieri di Cesare, [...] scrisse, sulla base di quanto Pietro aveva detto, il Vangelo chiamato di Marco».

6 IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, III,1,1.

7 In due testimonianze, contenute nel libro VI delle sue Ipotiposi, Clemente Alessandrino sviluppa la notizia. Dopo aver detto che Marco trascrisse la predicazione di Pietro su richiesta di alcuni ascoltatori, in un caso (in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica VI,14, 7) riporta: «Quando lo venne a sapere, Pietro non usò esortazioni né per impedirlo né per incitarlo»; invece nell’altro passo (ivi II,15,2): «Dicono che l’apostolo, quando seppe, attraverso una rivelazione diretta dello Spirito, ciò che era avvenuto, si compiacque dell’ardore di quelle persone e convalidò il testo scritto perché fosse letto nelle chiese».

8 Cfr. in particolare F. M. URICCHIO - G. M. STANO, Vangelo secondo Marco, Torino, Marietti, 1966, pp.1-4, paragrafo intitolato: «Cenni biografici su Marco»; O. BATTAGLIA, Introduzione al Nuovo Testamento, Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pp. 91-92.

9 Cfr. F. M. URICCHIO - G. M. STANO, Vangelo secondo Marco, Torino, Marietti, 1966, p.3 n° 5. Oggi Padova vanta il possesso delle spoglie di Luca, in realtà solo del corpo, perché il cranio si trova attualmente a Praga, essendo stato là trasferito in età medievale. Proprio in questi anni si stanno facendo ricerche sull’autenticità di tali spoglie: cfr. G. LEONARDI, Sulle orme dell’evangelista Luca e visita alla sua tomba, in «O odigos- La guida» 18 (1999), pp. 7-11.

10 Su questo episodio cfr. C. MAZZUCCO (l’autrice del presente testo, n.d.r.) L’arresto di Gesù nel Vangelo di Marco (Mc 14,43-52), in «Rivista Biblica» XXXV (1987), pp. 257-282. Si deve tener conto della fuga precedente di tutti i discepoli e del rapporto, dapprima antitetico, ma alla fine simile, del comportamento di questo giovinetto rispetto a quello dei discepoli. Con questa scena aggiunta Marco sottolinea più intensamente la solitudine e l'abbandono di Gesù nel momento in cui entra nella passione.

11 J. CARMIGNAC, La nascita dei Vangeli sinottici, tr. it., Milano, Ed. Paoline, 1986 (ed. orig. Paris 1984), in part., pp. 61 ss.

Matteo

Il vangelo di Mt non dice nulla riguardo al suo autore. Gli antichi identificavano senz’altro l’evangelista Mt col pubblicano chiamato da Gesù a seguirlo, che nel Vangelo di Mt viene appunto denominato Matteo (Mt 9,9)1: del resto Mt stesso suggerisce l’identificazione, perché definisce pubblicano (telônês) l’apostolo Matteo (Mt 10,3). Mc e Lc, però, al pubblicano chiamato da Gesù danno il nome di Levi, proveniente da Cafarnao, e non di Matteo (Mc 2,142; Lc 6,153).

Il personaggio aveva forse due nomi, come càpita a molti altri (Saulo-Paolo, Simone-Pietro, ecc.)? È l’ipotesi tradizionale, che però si scontra col fatto che i due nomi Matteo e Levi sono entrambi semitici, mentre solitamente in questi casi le due denominazioni sono l’una semitica, l’altra greca. Sono state avanzate anche altre interpretazioni: Matteo sarebbe figlio di un certo Levi, e quindi si sarebbe chiamato Matteo ben (bar) Levi; oppure, Levi avrebbe ricevuto da Gesù, o si sarebbe attribuito, il nome di Matteo (= dono di Dio) dopo la vocazione. In ogni caso, è evidente che Mc considera Levi il pubblicano e Matteo l’apostolo come se fossero due persone diverse.

Forse è l’evangelista stesso che ha operato la sostituzione di Matteo a Levi nell’episodio della chiamata (che dipende chiaramente da Mc), perché Levi non compare nella lista degli Apostoli; infatti gli altri episodi di chiamata, narrati nel Vangelo per esteso, riguardavano sempre Apostoli (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni: Mt 4,18-22). Resterebbe da capire perché il primo evangelista avrebbe scelto proprio Matteo, che tra i dodici non ha una posizione di rilievo, per operare questa sostituzione.

La tradizione antica prende le mosse dalla testimonianza di Papia di Gerapoli, risalente ai primi decenni del II secolo, riportata da Eusebio di Cesarea:

“Matteo raccolse/coordinò (synetàxato) i detti (logia) in lingua ebraica/aramaica (ebraidi), e ciascuno li interpretò/tradusse (ermênêusen) come poteva”4.

Papia riferisce questa notizia senza attribuirla a Giovanni presbitero, come nel caso di Marco, ma parla a nome proprio.

I logia di cui parla, potrebbero essere una raccolta di veri e propri detti, frasi o sentenze pronunciate da Gesù, sul modello dei detti dei Padri della Mishna, o delle raccolte sapienziali, che Matteo avrebbe raccolto e curato (quindi ne risulterebbe una raccolta che non è l’attuale Vangelo); oppure, più probabilmente, l’autore intendeva dire che Matteo raccolse e mise in ordine i detti di Gesù in un suo Vangelo, riferendosi ad un originale aramaico del testo greco che non ci è pervenuto. L’espressione ebraidi indica con ogni verosimiglianza la lingua aramaica, come in At 21,40.

Altra difficoltà sorge con il verbo ermênêuô che significa interpretare ma anche tradurre. Nel primo caso si tratterebbe di un fatto generico, cioè della consueta interpretazione orale fatta nelle celebrazioni, comprendente la traduzione e la spiegazione del testo evangelico, oppure si potrebbe anche pensare ad un commento vero e proprio messo per iscritto. Nel secondo caso, più verosimile (ciò è suggerito anche dell’uso del verbo all’aoristo, piuttosto che all’imperfetto), si parlerebbe di una vera e propria traduzione. A quest’ultima lettura si oppone però l’opinione di gran parte degli studiosi moderni che considerano il vangelo di Matteo non una traduzione dall’ebraico o dall’aramaico, ma un testo scritto originariamente in greco.

Tutte le altre testimonianze patristiche sembrano dipendere da Papia: Ireneo di Lione (180 circa) scrive:

«Matteo pubblicò presso gli Ebrei, nella loro lingua, uno scritto di Vangelo, mentre Pietro e Paolo predicavano a Roma e fondavano la Chiesa»5.

In questo caso si potrebbe anche trarre una datazione per il nostro scritto, ovvero la metà degli anni ’60. Per alcuni interpreti, invece, questa citazione di Ireneo non autorizzerebbe a trarre notizie cronologiche6.

Altri autori sulla stessa scia sono concordi nel dire che Matteo fu il primo a scrivere un Vangelo: Origene scrive:

«Come ho appreso dalla tradizione riguardo ai quattro Vangeli, che sono anche i soli accettati dalla Chiesa di Dio che è sotto il cielo, per primo è stato scritto quello secondo Matteo, che prima era un pubblicano, poi apostolo di Gesù Cristo; egli l’ha redatto per i credenti provenienti dal giudaismo, e composto in lingua ebraica. Il secondo è quello secondo Marco, che lo ha fatto come Pietro gli ha indicato»7.

Eusebio è della stessa opinione:

«Matteo predicò in un primo tempo agli Ebrei. Poiché doveva rivolgersi anche ad altri, mise per iscritto nella lingua dei suoi antenati il suo Vangelo, supplendo così con lo scritto alla sua presenza diretta, nei confronti di coloro dai quali si allontanava»8.

Dall'esame comparativo con Marco, però, è risultata agli studiosi una dipendenza di Matteo da Marco, e non viceversa. Assai problematica è un’altra testimonianza di Eusebio, , il quale dice a proposito di Panteno, il fondatore della scuola di Alessandria, che in un suo viaggio in India (Arabia meridionale) trovò che vi era conservata una copia del Vangelo ebraico di Matteo, portata lì dall’apostolo Bartolomeo.

Le notizie di Girolamo, che afferma di aver visto (e ricopiato) presso i Nazareni di Berea il Vangelo ebraico di Matteo, sono state giudicate prive di valore9; egli infatti pare confonderlo con l’apocrifo dei Nazareni, un vangelo che risulta derivare da quello di Matteo, e non esserne la redazione autentica. Il Vangelo degli Ebioniti e quello degli Ebrei, pur richiamandosi al vangelo di Mc, non apportano aiuto nella questione, perché redatti in greco, e non in ebraico.

La critica moderna è abbastanza concorde nel negare un originale ebraico/aramaico di Mt dalla cui traduzione sarebbe uscito il nostro Vangelo; essa lo ritiene una composizione originariamente greca, scritta in una lingua non di traduzione e con il Marco greco come sua fonte primaria. Se la tradizione antica parla di un Mt aramaico, esso va piuttosto identificato con una fase preistorica dei vangeli, non con una base di traduzione per l’attuale Mt. Questa posizione non è condivisa però da alcuni, in testa Jean Carmignac10.

In definitiva, chi sia l’autore di questo scritto, il «Matteo» della tradizione, non ci è dato di saperlo con un sufficiente grado di certezza.

Certo è che il primo Vangelo ha visto la luce in ambiente palestinese, destinato a lettori di cultura giudaica. Lo dimostra in primo luogo il linguaggio, dal momento che l’autore usa numerosi termini di stampo semitico dei quali non crede necessario dare spiegazione ai suoi lettori. L’ambiente giudaico è inoltre testimoniato dalla citazione di usi e costumi palestinesi dei quali spesso, diversamente che negli altri vangeli, si suppone la familiarità per i lettori. C’è poi una costante preoccupazione dell’autore ad indicare in modo inequivocabile Cristo come compimento delle antiche Scritture.


1 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi».

2 Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi».

3 Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!».

4 Historia Ecclesiastica III,39,16: Perˆ d toà Matqa…ou taàt' e‡rhtai: Matqa‹oj mn oân `Ebradi dialšktJ t¦ lÒgia sunet£xato, ¹rm»neusen d' aÙt¦ æj Ãn dunatÕj ›kastoj. Ed. G. BARDY, Paris 1952.

5 Adversus Haereses III,1,1 (apud EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica V,8,2): `O mn d¾ Matqa‹oj ™n to‹j `Ebra…oij tÍ „d…v aÙtîn dialšktJ kaˆ graf¾n ™x»negken eÙaggel…ou, toà Pštrou kaˆ toà PaÚlou ™n `RèmV eÙaggelizomšnwn kaˆ qemelioÚntwn t¾n ™kklhs…an

6 J. CHAPMAN, St. Irenaeus on the Dates of the Gospels, in «Journal of Theological Studies» VI/24 (1905), pp. 563-569; Chapman è seguito da J. CARMIGNAC, La nascita dei Vangeli sinottici, tr. it., Milano, Ed. Paoline, 1986 (ed. orig. Paris 1984), p. 67.

7 Apud EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica VI,25:`Wj ™n paradÒsei maqën perˆ tîn tess£rwn eÙaggel…wn, § kaˆ mÒna ¢nant…rrht£ ™stin ™n tÍ ØpÕ tÕn oÙranÕn ™kklhs…v toà qeoà, Óti prîton mn gšgraptai tÕ kat¦ tÒn pote telènhn, Ûsteron d ¢pÒstolon 'Ihsoà Cristoà Matqa‹on, ™kdedwkÒta aÙtÕ to‹j ¢pÕ 'Ioudaismoà pisteÚsasin, gr£mmasin `Ebraiko‹j suntetagmšnon· deÚteron d tÕ kat¦ M£rkon, æj Pštroj Øfhg»sato aÙtù.

8 EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica III,24,6: Matqa‹Òj te g¦r prÒteron `Ebra…oij khrÚxaj, æj ½mellen kaˆ ™f' ˜tšrouj „šnai, patr…J glèttV grafÍ paradoÝj tÕ kat' aÙtÕn eÙaggšlion, tÕ le‹pon tÍ aÙtoà parous…v toÚtoij ¢f' ïn ™stšlleto, di¦ tÁj grafÁj ¢pepl»rou.

9 G. BARDY, in Mélanges de science religieuse III, Lille, 1946, pp. 5-36.

10 J. CARMIGNAC, La nascita dei Vangeli sinottici, tr. it., Milano, Ed. Paoline, 1986 (ed. orig. Paris 1984), in part., pp. 61 ss.

Luca (e Atti)

È ben chiaro alla tradizione antica, come alla critica moderna, che il Vangelo di Luca e gli Atti sono dello stesso autore.

Sul Vangelo di Lc le prime testimonianze antiche risalgono alla fine del II secolo e sono quelle di Ireneo di Lione (Adversus Haereses III,1,1) e del Canone Muratoriano (rr. 2-8): entrambe queste fonti accreditano l’opinione che Luca fosse il compagno di viaggio di Paolo e suo collaboratore. Sono notizie piuttosto sintetiche e forse questa sinteticità indica che il Vangelo di Lc suscitava meno problemi rispetto ad altri.

Ireneo si limita a dire: «Luca, compagno di Paolo, fissò nel suo libro il vangelo da lui annunziato»1.

Il passo del Canone Muratoriano, che appare molto corrotto nel testo latino, ribadisce comunque le stesse informazioni, precisando che è il «medico», e aggiungendo alcuni altri particolari: che scrisse dopo l’ascensione del Signore, non conobbe direttamente il Signore, e scrisse a partire dalla nascita di Giovanni Battista, in base a quanto poté appurare.

“Questo medico, Luca, preso con sé da Paolo come esperto di diritto (o esperto del viaggio, o della dottrina), lo compose dopo l’ascensione di Cristo secondo ciò che egli (Paolo) credeva. Neppure lui però vide il Signore in carne, e perciò cominciò a raccontare così come poteva ottenere (il materiale), dalla nascita di Giovanni”2.

L’autore del Canone risulta perciò più preoccupato del fatto che Luca non era stato un testimone oculare diretto.

È probabile che queste affermazioni si fondino su passi di lettere paoline in cui è menzionato un Luca, medico, come suo collaboratore: cfr. Col 4,14: «Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema»; Fm 23-24: «Ti saluta Epafra ... con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori (sunergói)»; 2 Tm 4,11: «Solo Luca è con me».

La tradizione successiva procede, come già era avvenuto per Marco, stringendo ulteriormente i rapporti tra il Vangelo di Lc e Paolo.

Tertulliano riferisce che nella Chiesa si era soliti attribuire il Vangelo di Luca all’apostolo Paolo (Adversus Marcionem IV,5,3: Nam et Lucae digestum Paulo adscribere solent): in questo caso Paolo sarebbe addirittura autore del Vangelo.

Origene, nel I libro del Commento a Matteo (in Eusebio, Historia Ecclesiastica VI,25,6) precisa che il Vangelo «fu lodato da Paolo», cioè approvato e garantito da lui e aggiunge che «fu composto per quanti provenivano dal paganesimo»3. Probabilmente Origene, dicendo che questo vangelo fu lodato da Paolo, allude a 2 Cor 8,18, in cui Paolo si esprime così: «Con lui (= con Tito) abbiamo inviato pure il fratello che riceve lode in tutte le chiese per il suo vangelo». Infatti Gerolamo, in De viris illustribus 7, citerà esplicitamente proprio questo passo. Tuttavia il testo paolino viene letto con una certa forzatura, perché qui «vangelo» non indica ancora un testo scritto, ma il messaggio predicato.

Nel prologo delle sue Omelie su Luca (che conosciamo sia in greco sia in una versione latina più ampia), Origene si sofferma sul prologo del Vangelo di Luca notando come già esso documenti l’esistenza di una moltitudine di Vangeli, specialmente di Vangeli eretici, e afferma l’ispirazione dei quattro (Mt, Mc, Gv e Lc), sottolineando che si tratta della posizione della Chiesa.

Eusebio (Historia Ecclesiastica III,4,6-7) raccoglie le varie notizie a sua disposizione e ne dà di nuove. Dice, di nuovo, che Luca era originario di Antiochia di Siria e questo dato ritornerà in Gerolamo (ad es., nel Prologo al Commento a Matteo) e in uno dei cosiddetti «prologhi antimarcioniti»4, che fu ritenuto molto antico, ma secondo le acquisizioni più recenti dovrebbe essere del IV sec.

Gli studiosi moderni si chiedono se la notizia abbia qualche fondamento, tanto più che in un passo degli Atti (11,28), che riferisce un episodio avvenuto ad Antiochia, durante una riunione ecclesiale, una parte della tradizione manoscritta riporta un’espressione alla prima persona plurale («mentre noi eravamo riuniti»), da cui risulterebbe che l’autore, Luca, era presente. Eusebio conosceva questa versione degli Atti? Certamente egli tiene conto dei numerosi passi degli Atti, soprattutto a partire dal cap. 16, in cui ricorre l’uso della prima persona plurale, perché intende che Luca fosse stato testimone oculare dei fatti qui raccontati.

Secondo Eusebio Luca avrebbe conosciuto anche gli altri Apostoli: probabilmente egli interpreta così il prologo di Lc, dove l’autore sostiene di aver consultato i testimoni oculari, dunque gli Apostoli, per redigere il suo Vangelo; forse suppone che, in quanto compagno di Paolo, lo avesse seguito anche in occasione degli incontri che egli ebbe con alcuni Apostoli a Gerusalemme. Sottolineare questo aspetto fa comunque parte della tendenza apologetica.

Nel Prologo antimarcionita, che conosciamo sia in una versione greca, sia in una latina, si arricchiscono le notizie su Luca: si dice che seguì Paolo fino al suo martirio, che non ebbe moglie né figli e che morì a 84 anni in Beozia5. Dice che compose il suo Vangelo in Acaia, per i pagani, per distoglierli dalle «favole» dei giudei e degli eretici. Si può supporre che tali notizie, come già in altri casi, derivino dalla lettura del Vangelo stesso: il fatto che Luca non avrebbe avuto né moglie né figli concorda con una tendenza ascetica che è particolarmente presente nel Vangelo6, mentre l’attività in Acaia (= Grecia) concorda con la speciale conoscenza della lingua e della cultura greca che Luca dimostra nei suoi scritti.

Queste notizie ricompaiono (talora con corrispondenza letterale, ma anche con qualche confusione) anche in Gerolamo: nel Prologo ai quattro Vangeli e nella Prefazione alla versione latina del Vangelo di Lc. Ci sono alcune variazioni: ad es., Gerolamo dice che Luca morì a 74 anni e non a 84 (ma la tradizione sui numeri è soggetta facilmente a variazione, quando erano indicati con lettere); Luca avrebbe scritto in Acaia e Beozia, sarebbe morto in Bitinia.

La scheda che Gerolamo dedica a Luca nel suo De viris illustribus, la prima «Storia della letteratura cristiana» che sia stata composta (De vir. ill. 7)7, si caratterizza per molti aspetti:

- indica esplicitamente i riferimenti ai passi paolini in cui è menzionato Luca; in più, afferma che il fratello di cui Paolo parla in tono elogiativo in 2 Cor 8,18 sarebbe Luca, una notizia che risale già ad Origene e che circolò ampiamente in seguito;

- mostra attenzione alla competenza dell’autore nella lingua greca (Graeci sermonis non ignarus);

- riporta ulteriori notizie ricavandole, come sembra, da deduzioni personali; dice, ad es., che gli Atti furono probabilmente composti a Roma, perché si concludono con il soggiorno di Paolo a Roma;

- è preoccupato di distinguere dagli Atti lucani gli apocrifi Atti di Paolo e Tecla che già Tertulliano conosceva e condannava e che ancora nel IV e V secolo avevano molto successo;

- manifesta un atteggiamento critico che lo fa dubitare (quidam suspicantur) di certe opinioni precedenti, come quella (di Eusebio) sul fatto che Paolo, quando parlava del suo «vangelo», parlasse del Vangelo di Lc;

- dà notizia della sepoltura e della traslazione delle reliquie a Costantinopoli, un tema che acquista molto rilievo nel IV secolo.

Successivamente al IV secolo la leggenda si impadronirà di Luca, come di altri autori: si dirà che era uno dei 70 discepoli inviati da Gesù (Lc 10,1 ss.), oppure il discepolo innominato di Emmaus (Lc 24,18); si dirà, dopo il VI sec., che fosse un pittore: un quadro di R. van der Weyden (1440) presenta Luca intento a dipingere Maria (probabilmente si allude all’attenzione con cui Luca nel suo racconto dell’infanzia parla di Maria). Di fatto Luca è poi diventato il santo protettore di pittori e artisti.

Gli studiosi moderni - almeno alcuni - non solo dubitano di queste notizie tarde e leggendarie, ma anche di quelle più antiche e comunemente accettate, che fanno di Luca il compagno di viaggio di Paolo e il medico. Ne dubitano soprattutto per il carattere apologetico dei tentativi di collegare i Vangeli a figure di Apostoli: essi suppongono che tali collegamenti siano stati «inventati» servendosi di dati ricavabili dagli scritti lucani stessi e dall’epistolario paolino. I primi cristiani, cioè, non conoscendo chi fosse l’autore di questo Vangelo e degli Atti, o conoscendo solo il nome Luca, avrebbero recuperato dagli scritti di cui disponevano informazioni utili a fare di questo personaggio sconosciuto un compagno e collaboratore degli Apostoli (innanzitutto di Paolo, protagonista degli Atti), in grado di avere informazioni di prima mano o personali su quanto raccontava.

I moderni dubitano anche della notizia che il Luca autore dei nostri scritti fosse davvero medico. Mentre in passato sono state fatte ricerche per convalidare questo dato e si è ritenuto che Vangelo e Atti testimonino una conoscenza specifica della materia e della terminologia medica (ad es., a proposito della descrizione di malattie), oggi si tende a riconoscere che in realtà non si riscontra nei testi nulla di più di quanto una normale persona colta di quel tempo poteva sapere. Non viene più ritenuta decisiva neppure quella che poté apparire una «prova» piuttosto forte e cioè il fatto che il Vangelo di Lc (8,43) omette le dure, anche un po’ sarcastiche, critiche alla categoria medica che invece Mc riporta all’inizio dell’episodio dell’emorroissa, ossia della donna che soffriva di perdite di sangue croniche: Mc. 2,25-26: «Una donna aveva perdite di sangue da dodici anni, e aveva sofferto molto a causa di molti medici spendendo tutti i suoi beni senza ricavare alcun vantaggio, anzi, peggiorando sempre di più ...». In realtà il testo di Lc presenta varianti nella tradizione manoscritta; secondo la forma più breve, e più diffusa, dice: «E una donna aveva perdite di sangue da dodici anni e non era riuscita a farsi guarire da nessuno»; ma altri testimoni, pochi ma autorevoli (tra cui un papiro e il codice Vaticano), dànno: «aveva dato fondo a tutte le sue sostanze per i medici e non era riuscita ...». Quest’ultima forma, che compariva in edizioni del passato (ad es. nel Merk), ma già nella Vulgata, non omette, ma attenua la critica ai medici: ultimamente gli editori Nestle-Aland la riportano tra parentesi quadre, ma nel testo, mostrando la loro incertezza. Si potrebbe omettere qualora si ritenesse che sia stata aggiunta per armonizzare maggiormente il testo di Lc a quello di Mc, ma in realtà i termini usati sono molto diversi.

Si dubita anche del fatto che l’autore del Vangelo e degli Atti fosse il compagno di Paolo nei suoi viaggi perché oggi non tutti ritengono che i passi degli Atti in cui l’autore usa la prima persona plurale (sono: 16,10-17; 20,5-21,18; 27,1-28,16) indichino necessariamente una sua presenza ai fatti narrati: potrebbe essersi servito del diario di altri senza modificarlo. In realtà la questione è estremamente complessa e suscita varie difficoltà: come mai solo ogni tanto compare questo «noi» e quasi esclusivamente in occasione di viaggi per mare? Però forse le critiche sono un po’ troppo arzigogolate. Del resto, come supporre che un autore come Lc, così abile come scrittore, si sia dimostrato tanto trasandato da non adattare al proprio racconto quei passi, se erano stati scritti da altri? A maggior ragione l’obiezione vale se Lc si è servito di racconti orali di testimoni (anche perché eventuali diari scritti dovettero andare perduti nel grande naufragio che avvenne nel mare di Malta). Perché non pensare che, dati i suoi scrupoli di esattezza documentaria, abbia voluto mettere in rilievo la propria presenza ad alcuni episodi?

Altri dubbi nascono se si confrontano le idee di Luca con quelle di Paolo, partendo dal presupposto che, se Luca è stato tanto a contatto con Paolo, dovrebbe risultarne influenzato; a maggior ragione se, come vuole Ireneo, ha trasmesso il vangelo, ossia la predicazione e l’insegnamento, di Paolo. A una verifica, risulta che le affinità di pensiero tra i due autori (universalità della salvezza, importanza della fede, amore di Dio per i peccatori, ecc.) non vanno oltre le idee più comuni ai cristiani delle origini. Mentre non compaiono, o compaiono in modo del tutto marginale, in Luca idee caratteristiche di Paolo, come il valore espiatorio della morte di Gesù Cristo, il problema del rapporto tra fede e opere, legge e vangelo. Incuriosisce però il fatto che Lc (22,15-20) e Paolo (1 Cor 11,23-25) siano vicini quando riportano le parole che Gesù pronuncia nell’istituzione dell’eucaristia, e in questo caso Lc si stacchi da Mc (14,22-25), che risulta affine a Mt (26,26-29): in particolare, solo in Lc e Paolo ricorre il comando di Gesù «fate questo in memoria di me», che ha avuto tanta importanza nella tradizione successiva. Questa somiglianza tra Lc e Paolo viene spiegata con la dipendenza da una tradizione comune, escludendo una dipendenza di Lc da Paolo.

Per quanto riguarda gli Atti, stupisce il fatto che l’autore, pur parlando molto di Paolo, non menzioni le sue lettere e non le utilizzi: un vero mistero, che finora nessuno è riuscito a spiegare. Varie difficoltà derivano dalle divergenze tra At e Gal 2 a proposito della presentazione dei rapporti tra Paolo e Pietro e a proposito del «concilio di Gerusalemme», anche se a questo proposito l’opinione comune è che dipendano dalle diverse prospettive ecclesiali dei due autori.

Concludiamo: conservano tutto il loro peso l’accordo e l’antichità delle notizie che ci parlano dell’autore del Vangelo, e degli Atti, come del medico, compagno di Paolo, di cui Paolo stesso fa menzione nelle sue lettere. Il contenuto dei due scritti conferma, inoltre, l’opinione che l’autore abbia una buona formazione classica, sia probabilmente un cristiano proveniente dal paganesimo, e scriva a un pubblico abbastanza colto.

In particolare risulta significativo il prologo del Vangelo di Luca (Lc 1,1-4), che manifesta la competenza dell'autore nell'uso della lingua greca e anche nei riferimenti ai luoghi comuni della retorica classica, in specie alla storiografia; presuppone l'esistenza di altri Vangeli (si può pensare innanzitutto a quello di Marco), mostra di rifarsi alla tradizione degli apostoli e di essersi accuratamente documentato; si rivolge a un pubblico già cristiano, di cui si sente membro.


1 Kaˆ Louk©j dš, Ð ¢kÒlouqoj PaÚlou, tÕ Øp' ™ke…nou khrussÒmenon eÙaggšlion ™n b…blJ katšqeto.

2 Lucas iste medicus, post ascensum Christi cum eum Paulus ut iuris studiosum secum adsumpsisset, nomine suo ex opinione conscripsit, Dominum tamen nec ipse vidit in carne, et ideo prout assequi potuit ita et a nativitate Iohannis incipit dicere. Ed. H. LIETZMANN, Berlin, 19332. Particolarmente difficile l’espressione ut iuris studiosum («in quanto esperto di diritto»?), che viene talora corretta in ut itineris studiosum («in quanto appassionato di viaggi» o «in quanto conoscitore della via», nel senso di dottrina) o in litteris studiosum («in quanto persona istruita»). Altri correggono in ut itineris sui socium, «come compagno del suo viaggio», che è certo più facile da capire.

3 Kaˆ tr…ton tÕ kat¦ Louk©n, tÕ ØpÕ PaÚlou ™painoÚmenon eÙaggšlion to‹j ¢pÕ tîn ™qnîn pepoihkÒta.

4Prologhi composti a introduzione del testo e delle versioni dei Vangeli, per fornire dati essenziali sull’autore e la composizione del Vangelo. Alcuni di questi prologhi manifestano un’intenzione polemica contro Marcione, donde il titolo che oggi viene loro attribuito.

5Tuttora a Tebe, in Beozia, esiste una tomba di Luca e un culto a lui dedicato. Cfr. G. LEONARDI, Sulle orme dell’evangelista Luca e visita alla sua tomba, in «O odigos- La guida» 18 (1999), pp. 7-11.

6In tutti i Vangeli viene sottolineato che diventare discepoli di Gesù comporta lasciare tutto: famiglia, beni, ecc., ma solo Luca in questi contesti aggiunge la moglie tra i parenti da cui occorre staccarsi; nella parabola del banchetto solui introduce, tra le scuse ritenute non valide per rifiutare l’invito, quella di aver preso moglie (cf Lc 14,20.26).

7 "Luca, medico di Antiochia, come indicano i suoi scritti, non inesperto della lingua greca, seguace dell'apostolo Paolo e suo compagno in tutti i suoi viaggi, scrisse il Vangelo, di cui lo stesso Paolo dice: «Abbiamo mandato con lui il fratello di cui è lode in tutte le chiese a motivo del vangelo» (2 Cor 8,18), e ai Colossesi: «Vi saluta Luca, medico carissimo» (4,14), e a Timoteo: «Solo Luca è con me» (2 Tm 4,11). Pubblicò anche un altro libro eccellente, che è noto col titolo di Atti degli apostoli, e il cui racconto arriva fino al soggiorno a Roma per due anni di Paolo, cioè fino al quarto anno di Nerone. Da ciò comprendiamo che il libro fu composto nella medesima città. Pertanto dobbiamo annoverare tra i libri apocrifi i Viaggi di Paolo e Tecla e tutta la favola del leone battezzato. [...] Certuni suppongono che, ogni volta che Paolo nelle sue lettere dice 'secondo il mio vangelo' (Rm 16,25), voglia parlare del libro di Luca e che Luca abbia appreso il vangelo non solo dall'apostolo Paolo, che non era stato con il Signore incarnato, ma anche dagli altri apostoli. E questo lo dichiara egli stesso nel proemio del libro dicendo: 'Come ci trasmisero coloro che fin dall'inizio furono testimoni oculari e ministri della Parola' (Lc 1,2). Pertanto scrisse il Vangelo in base a testimonianze orali; invece compose gli Atti sulla base di ciò che aveva visto personalmente. Fu sepolto a Costantinopoli, dove le sue ossa furono trasportate nel ventesimo anno di Costantino, insieme alle reliquie dell'apostolo Andrea". (Lucas, medicus antiochensis, ut eius scripta indicant, graeci sermonis non ignarus fuit, sectator apostoli Pauli et omnis eius peregrinationis comes, scripsit evangelium, de quo idem Paulus: 'misimus, inquit, cum illo fratrem cuius laus est in evangelio per omnes ecclesias', et ad Colossenses, 'salutat vos Lucas medicus carissimus', et ad Timotheum, 'Lucas est me cum solus'. Aliud quoque edidit volumen egregium quod titulo apostolicorum Praxeôn praenotatur, cuius historia usque ad biennium Romae commorantis Pauli pervenit, id est usque ad quartum Neronis annum. Ex quo intelligimus in eadem urbe librum esse conpositum. Igitur Periodous Pauli et Theclae et totam baptizati leonis fabulam inter apocryphas scripturas conputemus. Quale enim est, ut individuus comes apostoli inter ceteras eius res hoc solum ignoraverit? Sed et Tertullianus, vicinus illorum temporum, refert presbyterum quendam in Asia, spoudastên apostoli Pauli, convictum apud Iohannem quod auctor esset libri, et confessum se hoc Pauli amore fecisse, loco excidisse. Quidam suspicantur, quotiescumque Paulus in epistulis suis dicat 'iuxta evangelium meum', de Lucae significare volumine et Lucam non solum ab apostolo Paulo didicisse evangelium, qui cum Domino in carne non fuerat, sed et a ceteris apostolis. Quod ipse quoque in principio voluminis sui declarat dicens: 'sicut tradiderunt nobis qui a principio ipsi viderunt et ministri fuerunt sermonis'. Igitur evangelium, sicut audierat scripsit; acta vero apostolorum, sicut viderat ipse, conposuit. Sepultus est Constantinopolim, ad quam urbem, vicesimo Constantii anno, ossa eius, cum reliquiis Andreae apostoli, translata sunt. Ed. E. Richardson, 1896).

Giovanni

L’attribuzione del IV Vangelo all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo, ha suscitato infiniti dibattiti e non si può dire che sia una questione chiusa.

Il primo teste certo sulla paternità del IV vangelo è Ireneo di Lione, che verso il 180 scrive:

«Giovanni, il discepolo del Signore, colui che riposò sul suo petto (Gv. 13,3), ha pubblicato anche lui un Vangelo mentre dimorava ad Efeso in Asia»1.

Secondo Eusebio, che riporta questa notizia, Ireneo si basava sulle testimonianze di Policarpo di Smirne (morto nel 155), il quale avrebbe conosciuto e udito parlare l’apostolo Giovanni. Ciò ci è anche confermato da Ireneo medesimo, che nella sua lettera a Florino ricorda il suo incontro con Policarpo, ed il fatto che Policarpo «raccontava della sua dimestichezza con Giovanni e con le altre persone che avevano visto il Signore» (Historia Ecclesiastica V,20,4). Ireneo inoltre ricorda che Policarpo fu eletto vescovo di Smirne dagli apostoli2, e Tertulliano asserisce che egli fu fatto vescovo proprio da Giovanni3.

Per quanto riguarda la dimora in Efeso di Giovanni, si aggiunge la testimonianza di Policrate di Efeso, che in una lettera a papa Vittore (189-198) rammenta che «è in Asia che riposano i grandi astri: [...] Filippo, uno dei dodici apostoli [...] e ancora Giovanni, che ha riposato sul petto del Signore, che è stato sacerdote [...] Costui riposa ad Efeso»4. Policrate testimonia anche l’esistenza della sua tomba ad Efeso.

Anche Clemente Alessandrino verso il 200 narra che «Giovanni, dopo la morte del tiranno [Domiziano, n.d.r.] tornò dall’isola di Patmos a Efeso»5. Eusebio conferma la stessa notizia, dicendo che Giovanni viveva in Asia ancora al tempo di Traiano6.

Clemente aggiunge:

«Quanto a Giovanni, l'ultimo, vedendo che le cose corporali erano state esposte nei Vangeli, spinto dai discepoli e ispirato divinamente dallo Spirito, fece un vangelo spirituale»7.

Nella Chiesa di Roma troviamo un Prologo antimarcionita, che afferma che il vangelo di Giovanni è stato consegnato alle Chiese dall’apostolo stesso quando era ancora in vita, come testimonia anche Papia di Gerapoli8; ma questa fonte, oggi la si ritiene tardiva e poco affidabile.

Risale invece al 200 circa il Canone muratoriano, che afferma:

«Il quarto degli evangeli (è quello) di Giovanni, (uno) dei discepoli. Poiché i suoi condiscepoli e vescovi lo esortavano, disse: «Digiunate con me per tre giorni da oggi e ci racconteremo a vicenda ciò che ad ognuno verrà rivelato». In quella stessa notte fu rivelato ad Andrea, (uno) degli apostoli, che Giovanni doveva mettere tutto per iscritto in nome proprio, mentre tutti (lo) avrebbero esaminato. E perciò, sebbene diversi princìpi siano insegnati nei singoli libri dei vangeli, ciò non costituisce però una differenza per la fede dei credenti, essendo tutte le cose spiegate dall’unico e normativo Spirito: ciò che riguarda nascita, passione, risurrezione, vita sociale con i suoi discepoli, la duplice venuta, dapprima, disprezzato nell’umiltà, che è già avvenuto, la seconda volta, illustre, con potere regale, che deve (ancora) avvenire. Che c’è di strano, dunque, se Giovanni tanto costantemente presenta anche nelle sue lettere delle particolarità, dato che dice di se stesso: «Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e udito con le nostre orecchie e che le nostre mani hanno toccato, queste cose abbiamo scritto a voi» (1 Gv 1,1 ss.). Così non solo egli si professa testimone oculare ed auricolare, ma anche scrittore di tutte le cose mirabili del Signore, per ordine»9.

Il testo parla di Gv in termini leggendari e apologetici (pretende che il Vangelo sia stato composto in base ad una rivelazione e con l’autorizzazione degli altri Apostoli), il che fa supporre il bisogno di difendere questo Vangelo da critiche, anche per le sue differenze particolarmente vistose rispetto agli altri Vangeli. Del resto - e questo può essere stato motivo di diffidenza - esso fu particolarmente apprezzato dagli gnostici e proprio da uno gnostico, Eracleone, era stato commentato verso la metà del II sec.: si tratta del primo commento a un libro del NT che sia stato composto (a Eracleone risponderà successivamente Origene).

L’attribuzione a Giovanni fu accettata quasi unanimemente dalla tradizione antica, a partire da Ireneo, fonte autorevole perché a contatto con l’ambiente giovanneo, ma anteriormente non dovettero mancare dubbi: lo stesso Ireneo (Adversus Haereses III,11,9) accenna a un gruppo ereticale, non meglio identificato, che rifiutava questo Vangelo, in polemica con movimenti che esaltavano il dono dello Spirito di cui Gv parla (probabilmente questi ultimi erano i montanisti).

Apprendiamo da Eusebio e da Ippolito che un dotto ed ortodosso prete romano, di nome Gaio, vissuto sotto papa Zefirino (199-217), ripudiava Gv in quanto lo riteneva opera dell’eretico Cerinto. Epifanio ci parla di una setta eretica che respingeva questo vangelo; a costoro da il nome di Alogi, ovvero negatori del Logos annunziato nel Prologo del Vangelo di Gv. Forse Gaio aveva a che fare con questa setta, ed il canone muratoriano ad essi si rivolgeva?10.

Presto le opposizioni sparirono, per ritornare all’inizio del XIX secolo, quando si riaffacciò la cosiddetta «questione giovannea». Le obiezioni all’attribuzione del vangelo all’apostolo Giovanni sono numerose.

Anzitutto, la prima si basa sulla convinzione che il Giovanni di cui si legge in Policrate ed Ireneo, non fosse l’apostolo, ma un suo omonimo. Si presta a sostenere questa tesi una testimonianza di Papia di Gerapoli, il quale scrisse:

«Se da qualche parte sopraggiungeva qualcuno che avesse frequentato i presbiteri, mi informavo sulle parole dette dai presbiteri, chiedendo ciò che hanno detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo o qualche altro discepolo del Signore, e ciò che dicono Aristione e Giovanni il presbitero, discepoli del Signore. Ero infatti persuaso che i racconti tratti dai libri non potevano avere per me lo stesso valore delle parole di una voce viva e sonora»11.

Eusebio di Cesarea, che riporta il passo, ritiene che i Giovanni menzionati e residenti ad Efeso fossero due: uno detto apostolo e l’altro detto presbitero. Secondo Eusebio, il primo sarebbe l’evangelista ed apostolo, il secondo l’autore dell’Apocalisse; egli testimonia la presenza di due diverse tombe in Efeso.

I commentatori moderni hanno quasi in blocco accettato la distinzione proposta da Eusebio; Papia sarebbe stato in contatto personale con Giovanni il presbitero, discepolo di Gesù ma non suo apostolo, ed avrebbe invece ricevuto i detti degli apostoli (già morti) dalla bocca dei presbiteri di Efeso.

Ireneo, dunque, avrebbe confuso i due Giovanni.

Questo passo è servito a molti, anche recentemente, per ipotizzare che l’autore del vangelo di Giovanni fu il presbitero e non l’apostolo12.

Altri, invece, ritengono che quest’ultima deduzione non possa essere ricavata dal nudo testo; Papia non chiama evangelista il Giovanni presbitero, si limita esclusivamente a fornirci i nomi di due Giovanni che stavano ad Efeso. Occorre inoltre tener conto che Eusebio aveva un certo interesse a rintracciare un autore dell’Apocalisse che non fosse l’apostolo, per rafforzare la sua personale ostilità verso quello scritto: infatti Eusebio rigettava il millenarismo, che per lo più faceva appello proprio alla descrizione del regno millenario nel cap. 20 dell’Apocalisse. Minando il carattere apostolico dell’Apocalisse, Eusebio poteva in tal modo giustificare la sua avversione ad essa. In tal caso, se è possibile che Ireneo e Policrate abbiano errato scambiando l’apostolo per il presbitero, non vi sarebbero elementi sufficienti per dedurne che il secondo sia stato l’autore del vangelo.

Altri critici negano che Giovanni apostolo sia giunto e morto ad Efeso, e collocano la sua morte in Palestina negli anni ’60, sulla base di alcune testimonianze tardive che parlerebbero del suo martirio: la Historia christiana Filippo di Side (430 circa) che afferma di citare Papia, l’omelia 21 di Afraate (344) ed alcuni antichi Martirologi (anzitutto quello siro del 411). Tuttavia, l’attendibilità di queste fonti è stata fortemente messa in dubbio.

La notizia di Filippo è di incerta provenienza, in quanto sia il titolo «il teologo» utilizzato per identificare Giovanni (titolo in uso nella Chiesa greca certo non all’epoca di Papia), sia la mancanza della citazione suddetta nelle opere di Ireneo ed Eusebio, che pure utilizzano a larghe mani l’opera di Papia, la rendono poco affidabile. Filippo di Side, tra l’altro, era considerato già dai suoi contemporanei un compilatore dotato di scarso rigore storico (Cfr. Socrate). Il fatto che questa notizia venga ripresa dalla Cronaca di Giorgio Hamartolòs (XI sec.) non pare essere probante: questo passo infatti risulta solo in uno dei ventisette manoscritti disponibili, ed è opera di un interpolatore. Inoltre, il luogo del martirio è spostato da quest’ultimo da Gerusalemme ad Efeso.

Forse Papia trattava del martirio di Giovanni il Battista e Giacomo il Maggiore, e Filippo li confuse con i due figli di Zebedeo; per altri, la notizia del martirio dei due apostoli per mano dei Giudei sarebbe credibile, ma andrebbe collocata - almeno per Giovanni - ad Efeso, come riporta il manoscritto della Cronaca.

I martirologi che riportano la data della commemorazione di San Giovanni al 27 dicembre, non possono da parte loro essere una testimonianza probante: si tratta infatti di libri destinati all'uso liturgico, utilizzati per scandire l'anno cristiano secondo il calendario stabilito nella chiesa in cui furono redatti, senza pretesa storica. Peraltro, si è visto che talora quegli stessi martirologi contengono non solo nomi di martiri, ma anche di santi confessori (morti di morte naturale).

Il passo di Afraate, infine, si presta ad una interpretazione non univoca.

Alcuni hanno interpretato un passo di Marco (10,39) come profezia ex eventu della morte di Giovanni: «Voi berrete il calice che io bevo, e anche voi sarete battezzati col battesimo, col quale sono battezzato». In tal modo, il martirio di Giovanni andrebbe collocato assieme a quello di Giacomo nel 6213, o poco dopo il 66. È stato fatto notare che il passo non implica che Gesù parlasse della sua morte violenta, e che in ogni caso l’accomunamento di Giovanni al martirio di Giacomo, non essendo supportato dai testi, è arbitrario.

Per quanto riguarda i dati interni, occorrerà prender le mosse dall’ultimo capitolo, che risulta opera di una mano diversa dal resto del Vangelo, vicina a quella dell’evangelista. In esso si legge:

“Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era chinato sul suo petto [...] Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti, e sappiamo che la sua testimonianza è verace” (21,20-24).

In questo passo si vuole affermare che questo discepolo è garante di quanto scritto, ed è anche l’autore dello scritto medesimo. In un altro passo sembra certo che l’autore intenda parlare di un testimone oculare, da identificarsi con il discepolo «che Gesù amava» menzionato poche righe sopra:

“Colui che ha visto lo testimonia, e la sua testimonianza è verace ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate” (19,35).

Il fatto però che egli parli in terza persona, non permette di usare questo passo per risolvere il problema dell’autore.

Importante è l’identificazione del discepolo che Gesù amava. Dall’analisi delle citazioni di questo enigmatico personaggio si può ricavare che fosse un apostolo (13,23-26; 20,1-8), associato abitualmente a Pietro (eccetto solo 19,25-27), intimo di Gesù, uno dei tre apostoli che Gesù chiamava con sé nelle circostanze particolari (Pietro, Giacomo e Giovanni), noto al Sommo Sacerdote (18,15-16).

Perché l'identità di questo discepolo è taciuta? Forse per discrezione e modestia dell’autore? Contro l’identificazione con Giovanni figlio di Zebedeo, sono stati proposti altri nomi (Lazzaro, l'unico del quale è detto esplicitamente che Gesù lo amava; Giovanni Marco; una figura simbolica; un apostolo o discepolo anonimo, testimone oculare).

Qualora fosse accertato che il testo a noi pervenuto non possa essere opera materiale dell’apostolo Giovanni, non si potrebbe comunque escludere una derivazione apostolico-giovannea del quarto Vangelo, anche se è difficile stabilire fino a che punto l’apostolo medesimo sarebbe intervenuto nella sua redazione scritta. Essa, allora, andrebbe attribuita ad un discepolo della sua cerchia. Occorre quindi distinguere tra ciò che sta alla base della tradizione confluita nel IV Vangelo e la sua redazione, avvenuta a tappe successive.


1 Adversus Haereses III,1,1:”Epeita 'Iw£nnhj, Ð maqht¾j toà Kur…ou, Ð kaˆ ™pˆ tÕ stÁqoj aÙtoà ¢napesèn, kaˆ aÙtÕj ™xšdwken tÕ eÙaggšlion, ™n 'EfšsJ tÁj 'As…aj diatr…bwn. Ed. A. Rousseau - L. Doutreleau, Paris, 1974.

2 Adversus Haereses III,3,4.

3 De praescriptione haereticorum XXXII.

4 Citato in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica V, 24, 2-3: Kaˆ g¦r kat¦ t¾n 'As…an meg£la stoice‹a keko…mhtai [...] F…lippon tîn dèdeka ¢postÒlwn [...] œti d kaˆ 'Iw£nnhj Ð ™pˆ tÕ stÁqoj toà Kur…ou ¢napesèn, Öj ™gen»qh ƒereÝj [...] oátoj ™n 'EfšsJ keko…mhtai.

5 Citato in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica III,23,6: 'Epeid¾ g¦r toà tur£nnou teleut»santoj ¢pÕ tÁj P£tmou tÁj n»sou metÁlqen ™pˆ t¾n ”Efeson.

6 EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica III,23,1

7 Citato in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica VI,14,7: 'Iw£nnhn œscaton, sunidÒnta Óti t¦ swmatik¦ ™n to‹j eÙaggel…oij ded»lwtai, protrapšnta ØpÕ tîn gnwr…mwn, pneÚmati qeoforhqšnta pneumatikÕn poiÁsai eÙaggšlion.

8 “Secondo il racconto di Papia, il fedele discepolo di Giovanni, riportato nei suoi cinque libri di esegesi, questo Vangelo fu notificato e dato da Giovanni stesso, ancora in vita, alle Chiese dell'Asia”.

9 Testo edito da H. LIETZMANN, Das Muratorische Fragment, Berlin, 19332; traduzione di Piero Ottaviano.

10Sull’ostilità degli Alogi nei riguardi del Vangelo di Giovanni ci informa l’eresiologo Epifanio, Panarion 51; La notizia sull’attribuzione di tale Vangelo a Cerinto è riportata da uno scritto Sull’Apocalisse attribuito ad Ippolito di Roma: cfr. E. PRINZIVALLI, Gaio e gli Alogi, in «Studi storico religiosi» 5,1 (1981), pp. 55-56.

11 Citato in EUSEBIUS, Historia Ecclesiastica III,39,3: E„ dš pou kaˆ parhkolouqhkèj tij to‹j presbutšroij œlqoi, toÝj tîn presbutšrwn ¢nškrinon lÒgouj, t… 'Andršaj À t… Pštroj epen À t… F…lippoj À t… Qwm©j À 'I£kwboj À t… 'Iw£nnhj À Matqa‹oj ½ tij ›teroj tîn toà Kur…ou maqhtîn ¤ te 'Arist…wn kaˆ Ð presbÚteroj 'Iw£nnhj, toà Kur…ou maqhtaˆ, lšgousin. OÙ g¦r t¦ ™k tîn bibl…wn tosoàtÒn me çfele‹n Øpel£mbanon Óson t¦ par¦ zèshj fwnÁj kaˆ menoÚshj.

12 Da ultimo, sull’argomento si veda lo studio di M. HENGEL, La questione giovannea, tr. it., Brescia, Paideia 1998, che propone come autore il presbitero Giovanni, distinto dall’apostolo, ma appartenente alla sua cerchia.

13 At 12,2: In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni.

Apocalisse

All’inizio dell’opera, l'autore stesso ci indica il suo nome:

“Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrare ai suoi servi le cose che devono avvenire tra breve, e che egli ha fatto conoscere mandando il suo angelo al suo servo Giovanni”.

Questa autodenominazione è ripetuta altre tre volte, senza l’aggiunta di alcun titolo, come se l’autore fosse noto ai destinatari; la regione di provenienza indicata è l’isola di Patmos (1,9). Non fornendoci nessun epiteto o patronimico, l’autore per noi è ignoto.

Il primo scrittore che si è occupato della paternità dello scritto è Giustino martire, che nel suo Dialogo con Trifone (155 circa) parla dell’autore come di «un uomo di nome Giovanni, uno degli apostoli di Cristo»1.

Tra i testimoni antichissimi della paternità giovannea va considerato anche un Apocryphon gnostico di Giovanni, ove Ap viene citata e attribuita a Giovanni figlio di Zebedeo2.

Ireneo di Lione a metà del II secolo commemora l’Ap come Sacra Scrittura, e la cita spesso come opera di Giovanni; egli è il primo ad affermare che sia Ap sia il IV Vangelo sono opera di Giovanni apostolo3.

La tradizione successiva, che annovera Ippolito, Tertulliano ed Origene, accetta la posizione di Ireneo. Altri, invece, combatterono l’accettazione nel canone e la paternità giovannea dello scritto: gli Alogi ed il presbitero Gaio, già citati in proposito del vangelo di Gv, la attribuivano all’eretico Cerinto.

Nel III sec. Dionigi di Alessandria mise in dubbio l'origine giovannea dell'Ap, pur rispettandone la canonicità; egli, basandosi su un'analisi letteraria e teologica del testo, concluse che l'Ap poteva essere stata scritta da un uomo illuminato da Dio, ma non dall’apostolo Giovanni. A suo parere, essa differisce troppo, in forma e contenuto, dalle altre opere giovannee.

La posizione di Dionigi resta attuale, ed è propugnata da molti studiosi a tutt'oggi. Le differenze tra gli scritti giovannei, infatti, sono evidenti: la lingua di Ap è un greco abbastanza sgrammaticato, e mancano in essa alcuni concetti fondamentali del IV vangelo (quali Padre, Paraclito, Figlio di Dio, luce, tenebre, verità, amore, odio, pace, gioia). A queste differenze, tuttavia, è stata data diversa importanza a seconda dei commentatori, ed un accordo sulla paternità dell’Ap non è ancora stato raggiunto. Anche assumendo l’ipotesi di due autori diversi, uno per il Vangelo e uno per l’Ap, non è pacifico se vi sia e quale possa essere il ruolo di Giovanni di Zebedeo in queste due opere.

Oltre alla figura di Giovanni apostolo, è stato proposto il nome di Giovanni il presbitero, quello citato da Papia a proposito del Vangelo; per altri, invece, si tratterebbe semplicemente di un discepolo che usa l'artificio della pseudonimia. La pseudonimia era molto in uso specialmente nel genere apocalittico del tempo, del quale è quasi un fenomeno costante: l'autore reale del libro apocalittico si riferisce a un personaggio celebre del passato, nei confronti del quale sente una particolare affinità e sulla cui scia ideale egli si pone. Non sono comunque mancati i difensori dell’origine apostolica dello scritto.


1 LXXXI,4: […] ¢n»r tij, ú Ônoma 'Iw£nnhj, eŒj tîn ¢postÒlwn toà Cristoà.

2 E. W. TILL, Die gnostichen Schriften des koptischen Papyrus Berolinensis 8502, in «Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur» LX (1955).

3 Adversus haereses III,11,1-3; IV,20,11







Questo articolo proviene da Christianismus - studi sul cristianesimo
http://www.christianismus.it

L'URL di questa pubblicazione è:
http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=42

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur 
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale.