L'apocalittica giudaica
Data: Venerdì, 15 agosto 2003 @ 12:00:00 CEST
Argomento: Il giudaismo


di Paolo Sacchi

La scoperta nel 1976 di alcuni frammenti aramaici del cosiddetto Enoc Etiopico, ed il progresso negli studi sul pensiero del medio giudaismo, obbligano ad una revisione del concetto di apocalittica.



Il problema «apocalittica».

Già pubblicato in «Credereoggi» XIV, LXXX (1994), pp. 32-44.

Besançon, Bibliothèque Municipale ms. 579 Enoc ed Elia risuscitati da un angelo

L'apocalittica giudaica appare oggi piuttosto diversa da come appariva fino al 1976. Gli elementi che la costituiscono sono i medesimi di prima, ma il loro rapporto fra di loro e soprattutto con il resto della cultura e della religiosità giudaiche è profondamente cambiato, tanto cambiato da suggerire l'opportunità di usare una terminologia nuova, che, da un lato, permetta di indicare l'esistenza di diverse correnti di pensiero all'interno di quel corpus, che sia pure con incertezze veniva detto apocalittico, dall'altro permetta di individuare e definire somiglianze e collegamenti con testi che non sono mai stati detti apocalittici, quali i testi qumranici.

Ciò che ha determinato questo cambiamento è la pubblicazione avvenuta appunto nel 1976 ad opera del Milik1 di un gruppo di frammenti qumranici, che contengono in aramaico grosse sezioni del libro apocrifo, comunemente definito apocalittico, noto come Enoc Etiopico (poi 1H). 1H è una delle più importanti opere apocalittiche sia per ampiezza, sia per estensione nel tempo, sia per l'importanza del pensiero; esso è considerato apocrifo sia dal giudaismo, sia dal cristianesimo cattolico, ortodosso e protestante, ma è canonico nella chiesa copta ed è menzionato con favore anche nel Nuovo Testamento (vedi l'epistola di Giuda, v. 14). Questo dice molte cose circa la sua importanza per capire la prima teologia cristiana.

Come si può facilmente leggere negli studi anteriori al 1976, e anche in quelli posteriori che non hanno colto l'importanza della nuova datazione, si riteneva che il libro fosse stato composto verso la fine del I sec. a.C. con materiali che risalivano al massimo alla prima metà del II sec. a.C. Opera madre dell'apocalittica era considerato il libro di Daniele e poiché la seconda grande apocalisse era quella di Giovanni, che è già cristiana, si sottolineavano soprattutto dell'apocalittica gli aspetti formali, in modo da permettere un discorso sull'apocalittica non troppo legato al pensiero religioso. L'analisi formale aveva il sopravvento su quella contenutistica, anche se non la escludeva.

Si accettava come data approssimativa dell'inizio dell'apocalittica l'anno 200 a.C. Un'apocalittica più antica non era nemmeno concepibile e la sua interpretazione storica era interamente dominata da questo dato ritenuto certo. Per quanto riguarda i contenuti, lo sforzo dei ricercatori era rivolto alla ricerca di ciò che poteva essere considerato comune a tutte le apocalissi, in modo da stabilire le linee di fondo del pensiero apocalittico, presupposto in qualche modo come un'unità. Queste linee di fondo venivano trovate o in elementi di pensiero sufficientemente diffusi così da potersi adattare a tutte (o quasi) le forme storiche del giudaismo di allora, anche quelle non apocalittiche (vedi la risurrezione e l'attesa escatologica2), o in elementi formali particolari, ma di scarso peso concettuale (vedi la «Gloria di Dio» o il «Trono di Dio»3). In altri termini, l'unità dell'apocalittica restava un presupposto che non si riusciva a chiarire. In quanto al tempo della fine dell'apocalittica giudaica si dava e si dà ancora come termine ultimo gli inizi del II sec. d.C.

I frammenti aramaici di 1H scoperti a Qumràn hanno sconvolto questo schema: in effetti uno di essi risale al III sec. a.C. (4QEnastr a) e un altro alla prima metà del II sec. a.C. (4QEn a). Questo secondo contiene perfino l'introduzione (capp. 1-5), che era ritenuta concordemente la parte scritta per ultima dal redat­tore finale. E' necessario prendere atto che almeno una parte di 1H era anteriore al II sec. a.C. Non è chiaro di quanto, ma certamente non di pochi anni: l'opera presenta, anche nelle parti conservate in 4QEn a, una stratificazione complessa, che non si può spiegare come fenomeno avvenuto nel giro di un breve volger di tempo.


1 MILIK J.T., The Books of Enoch. Aramaic Fragments of Qumrân Cave 4, Oxford 1976.

2 Cfr. SCHMITHALS W., L'apocalittica, Brescia 1976 (edizione tedesca del 1973).

3 Cfr. KOCH K., Difficoltà dell'apocalittica, Brescia 1977 (edizione tedesca del 1970).


Struttura di Enoc etiopico.

1H è un pentateuco formato, come dice la parola, da cinque libri con alcune piccole appendici. I cinque libri sono nell'ordine: il Libro dei Vigilanti (LV), il Libro dei Giganti (LG), il Libro dell'Astronomia (LA), Il Libro dei Sogni (LS) e l'Epistola di Enoc (EE)1. Di questi è chiaramente databile per elementi interni solo il LS, che fu scritto subito dopo la batta­glia di Betsur e quindi verso il 160 a.C. Poiché l'EE è con buone ragioni datata alla metà del I sec. a.C.2 e poiché il frammento qumranico del III sec. contiene parti del LA e quello della prima metà del II sec. a.C. parti dei capp. 1-12 di LV, ne consegue che il pentateuco deve essere stato strutturato su base cronologica. I libri LV, LG3 e LA devono essere tutti anteriori almeno alla fine del III sec. a.C.


1 Uno schema completo della suddivisione del LV si trova in Sacchi P., Per una storia dell'apocalittica, in Atti del III Convegno dell'AISG - S. Miniato Novembre 1982, Roma 1985, 9-34, riprodotto in L'apocalittica giudaica e la sua storia Brescia 1990, 99-130, alle pp. 100-101.

2 Il Libro delle Parabole (LP) è posteriore all'opera completa di 1H ed è datatabile agli anni immediatamente successivi al 40 a.C., in quanto ricorda un'invasione di Parti avvenuta in quell’anno come avvenimento recente. Bisogna pertanto che EE sia anteriore al 40 a.C.

3 Nella struttura attuale di 1H il LG è sostituito dal LP. Il LG, della cui esistenza già sapevamo, ci è noto solo dai frammenti qumranici. La sostituzione dovrebbe essere avvenuta nel corso del I secolo; non è chiaro per quali motivi.

Peculiarità del concetto di «apocalittica giudaica».

Dato l'uso che si fa del termine, potrebbe sembrare che l'apocalittica fosse una setta giudaica da porre sullo stesso piano di quella dei farisei o degli esseni, ma in realtà si tratta di un oggetto di studio molto diverso. Quando si parla di farisei, di sadducei, di esseni o di altri nomi di sette giudaiche, ci rifacciamo sempre a nomi che ci derivano da fonti antiche. In altri termini, i farisei e gli altri sopra menzionati erano gruppi noti agli antichi e quindi storicamente esistiti al di là di qualsiasi dubbio. Quando noi li studiamo, non facciamo altro che cercare di chiarire che cosa fossero, quale fosse la loro teologia. Al contrario gli antichi non hanno mai conosciuto né apocalittica, né apocalittici; lo stesso nome di «apocalissi», dato dalla tradizione ad alcune opere letterarie, è tardo e limitato solo a poche di esse. 1H non è mai detto dalla tradizione un'apocalisse; sono gli studiosi moderni che lo hanno classificato in questo modo. Vediamo perché?

Il termine è nato agli inizi del secolo passato, quando si cercò un termine per indicare quel qualcosa che teneva legate opere come l'apocalisse di Giovanni (dal greco apokálypsis ‘rivelazione' e da qui il termine astratto «apocalittica») e alcune altre opere coeve, che condividevano con quella certe caratteristiche di linguaggio: sono prima di tutte il Quarto libro di Ezra1 (4E) e poi l'Apocalisse siriaca di Baruc (scoperta dal Ceriani solo nel 1886). Il termine poi è stato allargato ad altre opere che avevano somiglianza con queste, almeno sul piano formale. Da qui l'idea che sia realmente esistita una corrente religioso-letteraria che potesse essere chiamata apocalittica. Da qui lo sforzo di identificare almeno gli elementi concettuali comuni a tutte le apocalissi. E' però sempre stato poco chiaro che cosa potesse considerarsi un'apocalissi, proprio perché il metodo si fondava su elementi piuttosto vaghi, essenzialmente stilistici e formali. E' già intuitivo che il libro di Daniele, ebraico canonico, e l'apocalisse di Giovanni, cristiana canonica, devono avere delle robuste differenze e non possono derivare da un medesimo ambiente. Procedendo con questo metodo, si poteva arrivare all' individuazione di uno stile apocalittico, ma difficilmente alla chiara individuazione di una corrente di pensiero apocalittica. Ogni sforzo fatto in questo senso falliva regolarmente2. In questa situazione si poneva seriamente il problema se dietro le opere dette apocalittiche esistesse veramente una qualche unità di pensiero o se fosse meglio lasciare al termine apocalittica un valore puramente formale, indicante uno stile. Il colpo di grazia all'idea che dietro le opere formalmente apocalittiche si potesse nascondere una vera unità di pensiero è stata data da Boccaccini, il quale ha mostrato che due opere, entrambe formalmente apocalittiche e per di più contemporanee, come il libro di Daniele e il LS si rifanno ad ideologie più opposte che diverse3.


1 4E è sempre stato tramandato con cura negli ambienti cristia­ni. Nelle Bibbie latine, stampate dopo il Concilio di Trento fino agli inizi di questo secolo, era prodotto in calce. La sua impor­tanza per i cristiani deriva dal fatto che esso contiene una spiegazione del peccato originale, quale è difficile trovare nei testi canonici.

2 Cfr. KOCH (op. cit., p. 23: 6 apocalissi certe); CARMIGNAC J., Qu'est-ce que l'apocalyptique? Son emploi à Qumran, in «Revue de Qumran» 10, 1979, 3-34: due apocalissi certe: Daniele e Giovanni, più altre individuabili sulla base delle due; RUSSELL D.S., L'apocalittica giudaica, Brescia 1991 (edizione inglese del 1964) ne elenca molte di più, ma con criteri più vaghi (p. 60 sgg.).

3 BOCCACCINI G., E' Daniele un testo apocalitico? Una (ri)defi­nizione del pensiero del libro di Daniele in rapporto al Libro dei Sogni e all'Apocalittica, in «Henoch» 9, 1987, 267-302.

Lo stile apocalittico.

Caratteristica dello stile apocalittico è l'esposizione del pensiero mediante simboli, normalmente abbastanza chiari per essere capiti dal lettore anche moderno. I simboli sono costituiti da numeri, da mostri cosmici, da bestie, da alberi, da parti del cosmo come mari, stelle, ecc. Questi simboli sono visti normalmente in visioni. La visione è considerata mandata da Dio e strumento unico valido della conoscenza; le struttura celesti sono spiegate come derivanti da viaggi che il visionario compie attraverso i cieli sotto la guida di un angelo, che gli mostra i fenomeni naturali e gliene spiega il funzionamento. Anche la storia è narrata con questo sistema: lo storico non scrive la sua opera perché ricorda o trova ricordi e documenti, ma perché gli avvenimenti gli vengono rivelati, anche prima che accadano.

La nuova impostazione del problema.

Adesso noi sappiamo che due libri appartenenti a una delle principali opere comunemente dette apocalittiche, cioè il LV e il LA, erano già state scritte assai prima di quanto si pensasse. Poiché questi due libri si distinguono nettamente per la loro teologia dalle opere del giudaismo coevo (IV-III sec. a.C.), vale la pena di descrivere il pensiero dei loro autori e di coglierlo nella vera e propria contrapposizione con quello del giudaismo «ufficiale», diventato poi canonico, per vedere poi che influenza abbia avuto nello sviluppo di tutto il giudaismo successivo. Questa analisi prescinde completamente dal fatto che il LV o il LA siano stati detti apocalittici. Anzi, accetto volentieri la proposta del Vanderkam di chiamare «corrente enochica» quella tradizione di pensiero che si radica in queste opere1. Con questo non è ancora dimostrato che una corrente enochica sia realmente esistita, perché si potrebbe trattare anche di opere scritte da pensatori isolati ed in effetti le differenze ideologiche tra il LV e il LS sono robuste. Ciò che fa credere che una corrente di pensiero unitaria sia esistita realmente nella storia è il fatto che nel I sec. a.C. un autore ignoto, ma che potrebbe bene essere l'autore dell'EE, l'ultimo libro del pentateuco enochico, raccolse cinque libri di età diversa e di contenuto diverso in un'unica silloge: egli evidentemente volle raccogliere cinque opere particolarmente importanti per la sua tradizione e della sua tradizione. Né la tradizione enochica finì con l'EE: perché qualche anno dopo fu scritto il LP, che si autointitola «Seconda visione di Enoc» con allusione certa a 1H come prima visione. Verso la metà del I sec. d.C. nasceva ancora un'altra opera enochica, il cosiddetto Enoc slavo (2H) e sempre in quest'epoca avvenne la sostituzione del LG col LP, cosa che attesta la vitalità della corrente.

Altre opere che introducono figure diverse di rivelatori e sembrano avere punti di vista diversi da quelli enochici, sia pure su problemi comuni di quell'epoca, non possono appartenere a questa stessa corrente di pensiero. A queste opere, che non si rifanno a Enoc e che non sono state ancora studiate nelle loro peculiarità2, potrebbe essere riservato il nome di apocalittiche: se non altro, alcune di esse si presentano come «rivelazioni», o così sono state interpretate già dalla tradizione manoscritta antica.

Possiamo, dunque, essere certi che, a parte il problema della forma che coinvolge anche libri non enochici, una corrente enochica esistette davvero. Le differenze tra i vari libri en­chici andranno spiegate sulla base dell'evoluzione storica. Qualcosa, però, che li tenesse uniti ci doveva essere, se già nel I sec. a.C. qualcuno ne riconobbe cinque come appartenenti a una medesima tradizione: ci doveva essere un'idea madre, o generativa che dir si voglia, le cui esigenze erano perdurate nel tempo anche se espresse in teologie diverse.

Ciò che è realmente storico e non frutto di nostre definizioni più o meno astratte è una massa enorme di testi, per la maggior parte non canonici, che coprono un arco di tempo vastissimo, che va dal IV sec. a.C. fino al II sec. d.C., a noi giunti sia in lingua originale (manoscritti del Mar Morto), sia in una moltitudine di lingue di traduzione (apocrifi secondo i cattolici, pseudepigrafi secondo i protestanti). Compito della ricerca odierna è scoprire all'interno di questa massa, a prima vista informe, linee di sviluppo dipendenti da ideologie diverse. E' opera non facile, perché non si appoggia su notizie degli antichi, ma è opera indispensabile per orientarci nella storia del pensiero giudaico tra III sec. a.C. e II d.C. Si può pertanto concludere questa prima parte, affermando che il problema odierno della ricerca non è scoprire che cos'è l'apocalittica (parola che abbiamo inventato noi moderni), ma individuare nella massa della documentazione letteraria giudaica del giudaismo medio (300 a.C. - 200 d.C.) linee di pensiero che si contrappongono, si intrecciano, si fondono.


1 Cfr. VANDERKAM J.C., Enoch and the Growth of an Apocalyptic Tradition (The Catholic Biblical Quarterly Monograph Series 16), Washington 1984.

2 Boccaccini ha cominciato ad individuare alcune tendenze della letteratura giudaica degli inizi dell'era cristiana: Testi apocalittici coevi all'Apocalisse di Giovanni, in R. PENNA (a cura di), Apocalittica e origini cristiane. Atti del V. convegno di Studi Neotestamentari (Seiano, 15-18 settembre 1993), “Ricerche Storico-Bibliche” 7.2, Bologna, Devoniane, 1995, pp. 151-161.

La teologia del Libro dei Vigilanti, la più antica opera enochica a noi pervenuta.

LV presenta una struttura complessa e vi si distinguono almeno cinque strati. Non potendo qui parlare delle peculiarità ideologiche di ciascuno, ne darò un quadro generale. Del resto il libro fu letto in seguito come opera unitaria; pertanto, questo tipo di lettura non è così assurdo come può sembrare a prima vista.

1) LV crede nell'immortalità dell'anima (questa credenza è chiaramente presente nei primi quattro strati). L'anima del LV si distingue dalle "larve" dell'ebraismo classico: queste scendevano allo sceol non giudicate, buoni e cattivi sprofondati nella stessa tenebra (vedi l'episodio della maga di Endor in 1 Sam 28 specialmente v. 19 e il Cantico di Ezechia in Isaia 38 specialmente v. 18); le anime del LV si raccolgono in valli dell'estremo Occidente, dove i buoni sono già separati dai cattivi (1H [LV] 22, 9) e qui attendono il Giudizio Grande e finale, che non potrà che ripetere quello particolare di Dio su ogni uomo. La vita umana comincia ad essere guardata sullo sfondo di un'altra vita, aperta sull'eterno. Nel quinto strato all'immortalità dell'anima sembra sostituirsi la risurrezione (1H [LV] 25, 5).

2) La concezione del peccato di LV è complessa. Il peccato non è più semplice trasgressione delle norme divine. Pertanto il male che è nel mondo non è, o non è soltanto, punizione divina, come è nell'Antico Testamento canonico. Alcuni angeli peccarono già prima della creazione dell'uomo (questo secondo la forma più elaborata del mito e documentata nel quarto strato dell'opera), portando i sette pianeti loro affidati fuori dell'orbita voluta da Dio (1H [LV] 18, 15). Questo fa sì che il mondo sia sottoposto a influssi malefici e non benefici; la natura è vista in ogni caso come contaminata: l'uomo non è pertanto interamente libero di scegliere tra bene e male, come presuppone la maggior parte dei testi veterotestamentari; si veda, per esempio, Deut 30, 15: «Ecco, Io oggi pongo davanti a te la vita e la morte...». Anzi in 1H (LV) 10, 8 sta scritto : «Attribuisci tutto il peccato ad Asael» (o Azazel, in ogni caso un angelo ribelle). L'uomo è pertanto più vittima che colpevole delle sue trasgressioni e queste contribuiscono a loro volta ad aumentare la contaminazione, l'impurità del mondo. Il male non è solo trasgressione: il male è qualcosa di reale che è contemporaneamente prima e dopo ogni trasgressione. Lo sviluppo ultimo di questa idea si trova nel cap. 7 di Marco, dove Gesù non nega la realtà dell'impuro, ma ne limita l'esistenza alla connessione col peccato (ovviamente secondo la Legge insegnata da lui, che non è la Torah).

3) In questa visione generale delle cose l'escatologia, cioè il destino dell'uomo oltre la morte e il mondo che lo attende, ha un'importanza nuova e centrale.

4) Nell'enochismo assume una grande importanza la figura del rivelatore (in questo caso Enoc), che è un uomo dalle caratteristiche particolari, perché è uomo che nacque, ma non morì. Così anche nella tradizione canonica (cfr. Gen 5, 24). Il giudaismo conosceva già un'altra figura di uomo nato e non morto, destinato da Dio a tornare sulla terra per svolgervi una funzione salvifica: Elia (vedi Mal 3, 23-24). In seguito avremo altre figure superumane, quella di un Melchisedek celeste (un arcangelo?), nota da Qumràn (testo 11QMelch; vedi anche Epistola agli Ebrei 7, 31) e quella più grande di tutte del Figlio dell'Uomo del LP, che è detto essere stato creato da Dio prima dell'inizio del tempo e destinato a condurre il Grande Giudizio finale (1H [LP] 48, 2 sgg.). Il Figlio dell'Uomo è identificato alla fine del libro (1H 71, 14: un'aggiunta?) con Enoc. L'enochismo aprì la via alla credenza in mediatori e rivelatori di natura superumana.

La corrente enochica portò nel giudaismo un modo completamente nuovo di intendere e vivere il rapporto uomo - Dio, cioè la religione. La base del cambiamento è la nuova antropologia: l'uomo non finisce la sua vita con la morte, ma la può continuare in una dimensione diversa e migliore; il suo colloquio con Dio non riguarda più soltanto le cose di questo mondo. I princìpi antichi riguardanti la retribuzione divina si collocano ora nello spazio, se non dell'eterno, almeno di un tempo senza fine. L'interesse per le cose di questo mondo è bilanciato e forse superato da quello per l'aldilà, dove tutto ciò che è paura, sofferenza e morte non esisterà più. L'enochismo fonda la religiosità moderna, visibile soprattutto nella derivazione cristiana.

Questa nuova concezione dell'uomo, accompagnata dalla nuova concezione del peccato, ebbe importanti sviluppi nei secoli successivi sulle linee di un pensiero che scorreva su due certezze: la necessità di un Giudizio finale di Dio che coinvolgeva il destino eterno dell'uomo e la convinzione, che si farà in seguito sempre più diffusa, dell'inesistenza del giusto, degno della ricompensa del giusto2. Speranza e disperazione, proiettate nell'eterno sono le note dominanti dell'enochismo successivo e poi di quello che ancora possiamo continuare a chiamare apocalittica in mancanza di meglio.


1 «Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita...».

2 Credo che il primo ad affermare con chiarezza l'inesistenza del giusto nel senso assoluto del termine sia stato Qohelet (7, 20). Il problema sarà particolarmente importante per altri autori successivi.

Gli influssi stranieri sulle origini enochiche.

Sulla formazione del pensiero del LV il Vanderkam ha raccolto un vasto materiale di natura prevalentemente letteraria, che mostra l'influsso della cultura mesopotamica sulla formazione dell'autore. Vale però la pena di notare che il fatto che le anime dei defunti si raccolgono all'Occidente (1H [LV] 22) trova unico supporto nella religione egiziana.

Gli antecedenti ebraici.

Molto più importante mi pare sottolineare come all'interno della tradizione ebraica vi fossero elementi che si pongono bene a monte del pensiero enochico. L'enochismo ne è solo la sistemazione razionale e coerente. Se la tradizione del Tempio (Priestercodex) fu ferma nel sostenere che tutte le cose, comprese quelle impure sono buone (cfr. Gen 1, 25), nella tradizione del Palazzo (R1 secondo la mia terminologia, Jahvista secondo la terminologia accademica comune) giravano idee diverse. Se il serpente dell'Eden fu punito con la condanna a strisciare sulla terra (Gen 3, 14), vuol dire che originariamente era un animale a quattro zampe e che fu condannato all'impurità, vista evidentemente come forza negativa (cfr. Paolo, Rom 1, 24). Uno stretto legame tra impurità e peccato appare anche in Isaia 6, 6. E anche Isaia era uomo di corte e non del Tempio.

Il primo sviluppo dell'enochismo: il Libro dei Sogni.

Lasciamo da parte il LA e passiamo al LS (circa 160 a.C.). A prima vista sembra che abbia una visione delle cose molto diversa da quella del LV. Immortalità dell'anima e contaminazione della natura a causa del peccato degli angeli sono scomparsi. Eppure la struttura del pensiero rimane la medesima. In luogo del concetto di contaminazione della natura appare quello di degenerazione della storia: i primi uomini avevano una natura diversa e superiore rispetto a quella degli uomini del tempo dell'autore. Lo scarto tra la natura primigenia e quella attuale avvenne al tempo dei tre patriarchi discendenti di Terah; Abramo e Isacco avevano ancora la natura di Adamo, che fu un giusto, creato sulla terra e mai posto nell'Eden1; Giacobbe ha già la natura degenerata. Il male è destinato a aumentare sempre nella storia, finché Dio non farà il Grande Giudizio, distruggerà il vecchio tempio e ne costruirà uno nuovo (1H [LS] 90, 28-29). Allora il mondo sarà governato da una figura messianica che tornerà ad avere la natura di Adamo e riporterà a questa natura primigenia tutti gli uomini (1H [LS] 90, 38).

Un problema particolare riguarda la causa che inserì nella storia il principio degenerativo: nel LS appare chiaramente, per la prima volta nel pensiero ebraico, il diavolo. Egli scese sulla terra al tempo di Adamo e dei suoi figli (1H [LS] 86, 1). Gli «angeli caduti» vennero dopo: caddero, perché seguirono il suo esempio (1H [LS] 86, 3)2.

Anche l'immortalità dell'anima ha nel LS soltanto un suo equivalente: la risurrezione, che è affermata in 1H (LS) 90, 33: nel nuovo tempio non si raccoglieranno solo le pecore disperse, ma anche quelle perite. In seguito immortalità dell'anima e risurrezione saranno due concetti che andranno di pari passo e non è sempre facile capire se il singolo testo parla dell'uno o dell'altro. Ma è chiaro che il mondo di là è costantemente presente nella letteratura enochica e apocrifa in genere.


1 Mi pare elemento particolarmente importante il fatto che il LS ignori il mito dell'Eden: è particolare interessante e merita di essere studiato. Nella tradizione giudaica la menzione più antica che possediamo relativa al mito dell'Eden è nel Siracide (25, 24).

2 Anche nel LV esiste una figura demoniaca e l'abbiamo già menzionata. Ciò che impedisce di chiamarla, oggi, diavolo, è il fatto 1) che la sua azione avvenne a capo di un gruppo solidale; 2) che tutti gli angeli caduti furono poi rinchiusi in una specie di prigione cosmica. Essi sono nella loro globalità principio di male, ma non più attivi nella storia.

L'Epistola di Enoc e la Seconda visione di Enoc.

L'EE può essere ricordata per aver preso una posizione diversa da quella del LV sul problema della libertà dell'uomo. Nell'EE scompare il mito della caduta degli angeli e viene affermata con vigore polemico la piena responsabilità dell'uomo nelle sue trasgressioni (1H [EE] 98, 4). Questo segna una svolta netta nel pensiero enochico. L'affermazione della libertà di scelta è fatta con forte vigore polemico. Evidentemente, l'essenismo, che aveva portato le prime concezioni enochiche relative alla mancanza di una completa libertà di scelta tra bene e male alle estreme conseguenze, cioè fino a un predeterminismo assoluto, devono aver fatto prendere alla corrente enochica coscienza della gravità del problema. La soluzione fu che il predeterminismo fu mantenuto solo a livello storico: la storia procede secondo periodi e ritmi preordinati da Dio, ma all'interno di questo quadro generale disegnato da Dio per tutti i secoli futuri l'uomo è libero e pienamente responsabile.

La soluzione della Seconda visione di Enoc: non si salva il giusto, ma il pentito.

Nella teologia di EE erano insiti due grossi problemi: uno era puramente teorico e riguardava il rapporto tra predeterminismo storico e libertà di scelta e di azione dell'uomo; l'altro investiva l'uomo in maniera vitale e diretta. Quale era la possibilità di salvezza dell'uomo, una volta rifiutato il principio essenico della giustificazione assolutamente gratuita, che però aveva le sue radici nel predeterminismo?

L'idea che destinato alla salvezza era soltanto il giusto non poteva che portare o alla disperazione per un'umanità condannata alla dannazione o alla ricerca di una nuova via di salvezza, che fosse diversa dalla giustificazione essenica, fondata sul predeterminismo. La prima via è documentata in 4E (inizi II sec. d.C.), che medita sull'inutilità della Legge in funzione della salvezza, dal momento che nessuno è in grado di osservarla tutta e sempre (cfr. Galati 3, 101): l'umanità è massa dannata a causa del peccato di Adamo, che ha prodotto una malattia insanabile2. E' lo sviluppo del pensiero di EE, ma è anche la radice del pensiero di Paolo, colta senza la redenzione del Cristo. Ma ormai 4E è fuori dall'enochismo, anche se ne ha ereditato i problemi e certi elementi di fondo, quali l'immortalità dell'anima e l'interesse per l'aldilà.

Perfettamente inserita, invece, nelle esigenze di fondo della corrente enochica è la teologia del LP riguardante la salvezza. E' certo che non c'è uomo senza peccato, destinato per questo alla salvezza, ma colui che si pente si salva. Anzi, per pentirsi c'è tempo nell'aldilà fino al momento del Grande Giudizio, davanti al trono del Figlio dell'Uomo (1H [50, 4]). Sembrerebbe che in questo modo si salvassero tutti, ma ad alcuni peccatori il Figlio dell'Uomo negherà il valore del loro pentimento: questi sono i potenti della terra, dai re ai ricchi (1H [LP] 61, 10). Forse alla base della distinzione, nota anche al Nuovo Testamento, tra peccati remissibili e peccati irremissibili, sta qualcosa di più che un populismo semplicistico. Ci può essere dietro la grande concezione isaiana che condannava soprattutto la superbia. Per il LP l'unica colpa non perdonabile è non aver messo Dio al suo posto, cosa che fanno coloro che detengono il potere, politico o economico che sia.


1 «Quelli che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione della Legge, poiché sta scritto: "Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per praticarle"».

2 Si legge in 4E 3, 20-22: «Tu (Dio) però non portasti via da loro (gli uomini) il cor malignum, in modo che la Legge desse in loro dei frutti: fu infatti per portare il cor malignum che Adamo, il primo uomo, trasgredì e fu vinto - (lui), ma anche tutti quelli che sono nati da lui. Si produsse così un'infermità permanente: la Legge era nel cuore degli uomini assieme alla mala radice; ma ciò che era buono se ne andò, e quel che era cattivo rimase».

L'Enoc slavo

La corrente enochica non finì col LP, ma ebbe un ulteriore sviluppo con 2H (stesura originaria, detta recensione B, della metà del I sec. d.C.). 2H sviluppò il tema dell'amore dovuto a tutti gli esseri viventi, animali compresi, destinati anch'essi a una certa sopravvivenza, fino al Grande Giudizio, per poter testimoniare contro coloro che li maltrattarono (2H 58, 6), ma questo ci porta verso un campo, che ha ancora bisogno di essere approfondito e, se non altro per motivi di spazio, non affronto l'argomento.

Conclusioni finali

L'enochismo ha avuto una grande importanza nello sviluppo del pensiero giudaico medio, tra correnti esseniche e correnti di tipo farisaico. Ad esso si deve la prima affermazione del destino ultramondano dell'uomo presso Dio, la complessa concezione del peccato e la necessità di concepire il Grande Giudizio in termini più di misericordia che di giustizia.







Questo articolo proviene da Christianismus - studi sul cristianesimo
http://www.christianismus.it

L'URL di questa pubblicazione è:
http://www.christianismus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=43

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur 
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale.