La Mishnah
Data: Domenica, 26 dicembre 2004 @ 14:00:00 CET
Argomento: Il giudaismo


Consolidamento e affermazione dell’ebraismo diasporico.

di Riccardo Di Segni

Motivazioni, genesi, formazione e scrittura della Mishnah, la prima autorevole raccolta di leggi del giudaismo post-biblico.



Introduzione

Già pubblicato in E. NACAMULLI - S. ROSSO - E. TURCO (a cura di), Storia di un rapporto difficile: Ebrei e Cristiani nell’età antica, Torino, Amicizia ebraico-cristiana, 2003, pp. 81-92 (Trascrizione di una conferenza registrata all’Amicizia ebraico-cristiana di Roma, non rivista dall'autore e da lui concessa per la riproduzione in questa sede).

Una pagina di una moderna edizione del Talmud, Con la Mishnah al centro ed i commentari a lato.

La trattazione della Mishnah costituisce un tema molto vasto che non si può esaurire in una presentazione, e io dunque cercherò di dare qui almeno alcuni elementi essenziali per introdurre tale tematica.

Mishnah è un termine nel quale compare la radice shi nun-he, che in ebraico ha un significato vario, e significa ripetere o insegnare: quindi mishnah costituisce una sorta di "ripetizione" o di "insegnamento".

1. Torah scritta e Torah orale

II problema di fondo della Misnah è quello del concetto di tradizione orale, cioè tramandata "per bocca", attraverso l'insegnamento, da maestro ad allievo. Da epoca remota l'ebraismo ha fatto una distinzione fra due tipi fondamentali di insegnamento: la Torah shebbikhtav e la Torah shebe'alpé, ossia la "Torah scritta" e la "Torah orale". Anche Torah significa "insegnamento" ed è il termine col quale si intende prima di tutto la Bibbia, specialmente il Pentateuco, ma più in generale tutta la dottrina, la dottrina su cui si basa l'ebraismo. La parte, il nucleo, lo spirito essenziale di questa Torah è il Pentateuco: esso viene chiamato Torah shebbikhtav perché è l'unico testo che per secoli è stato scritto, cioè é stato tramandato attraverso la scrittura.

Contemporaneamente, contestualmente e parallelamente a questo testo, è nata però anche un'attività di interpretazione e di approfondimento. Pensiamo a un giudice che debba giudicare in base a ciò che è scritto nella Torah, in una qualsiasi causa: la Torah contiene certo un'ampia quantità di normative, si tratta però di casi particolari o di principi essenziali, di norme che non potranno mai disciplinare l'intera casistica presente nell'attualità. Un giudice che deve applicare una norma della Torah si riferisce naturalmente a quello che è scritto nel testo, ma deve avere altresì in mano dei meccanismi per poter tirar fuori dalla norma generale o particolare le istruzioni per il caso che sta affrontando. Allora o ragiona per conto proprio, o applica dei sistemi di ragionamento codificati e si riferisce a qualche cosa che ha già appreso dai suoi Maestri. Quindi l'esistenza di un testo scritto comporta la necessità di quello che possiamo chiamare la giurisprudenza, l'allargamento della problematica.

Per es. la Bibbia dice: in caso di controversia tra due persone «dovrai dare occhio per occhio, dente per dente, ustione per ustione», e il lettore moderno si scandalizza. In realtà la norma viene immediatamente interpretata dai Maestri, che ritengono necessario sviluppare il discorso (anche con una certa ironia) e dicono: «Ma se uno sdentato rompe i denti a qualcuno, che pena gli applichiamo?» oppure «E se uno che non ha oggi occhi cava gli occhi a qualcun altro, dunque egli non è punibile?». Allora interviene la tradizione orale, che viene a spiegare, applicando dei criteri particolari che sono i sistemi codificati nel Midrash giuridico, e si pensa che la norma vada intesa in senso pecuniario, cioè che bisogna stabilire il valore del bene che è stato tolto. La legge della Bibbia non prescrive brutali mutilazioni, ma è semplicemente il fondamento di qualsiasi società giusta, secondo la quale la pena deve corrispondere al danno, danno che però andrà valutato dal punto di vista pecuniario.

Tutto questo la Bibbia non lo dice, ma lo dicono i suoi interpreti: e così accanto alla Torah scritta si dovrà sviluppare la Torah orale, che è essa stessa considerata parimenti Torah, ma come una forma diversa del sacro testo, tanto che per molti secoli la Torah orale rimane tale e non viene messa sulla carta o sulla pergamena.

2. Trasmissione e insegnamento della tradizione

Della Torah sono esistiti nel tempo sistemi diversi di trasmissione e di sviluppo attraverso le varie scuole e i vari specialisti, i meturgheman (lett. "traduttore"). Questi non facevano soltanto i traduttori del testo sacro, ma erano una sorta di enciclopedia ambulante in grado di recitare a memoria tutti gli insegnamenti. Esistevano cioè in ogni scuola delle persone che avevano il ruolo precipuo di mantenere la tradizione orale, e che riferivano esattamente quanto avevano appreso. Da questo tipo di trasmissione, quando finalmente la riluttanza a mettere le cose per iscritto fu superata, finalmente nascerà un testo scritto, la Mishnah.

Se andiamo ad una pagina della Mishnah, soprattutto se la leggiamo nel testo originale, ci rendiamo però conto che lo scritto segue una costruzione logica piuttosto differente dalla logica a cui noi siamo oggi abituati.

Un qualsiasi testo di diritto dell'antichità latina, di diritto romano, che per certi versi è coevo a quelli del diritto ebraico, è indubbiamente costruito secondo uno schema logico ben preciso, con uno sviluppo e una discussione dell'argomento propri delle categorie del pensiero occidentale.

La Mishnah invece ed i testi ad essa correlati, non seguono questo tipo di struttura logica: essi hanno un modo di ragionare differente, e risentono del fatto che la trasmissione fino a quel momento era stata orale, evidenziando lo sviluppo di tecniche speciali per rafforzare e per conservare la memoria; tanto che tutta la Mishnah si può leggere anche come un trattato di mnemotecnica. Nella Mishnah la costruzione del discorso viene fatta, per esempio, per analogie, per allitterazioni, per casistiche particolari che mettono insieme delle cose che fra di loro hanno in comune pochi elementi, spesso soltanto formali: tutto questo dipende dal fatto che fino a quel momento la trasmissione era orale.

Riepilogando: esistono una Torah scritta e una Torah orale. La Torah orale ha dei motivi particolari per essere trasmessa in modo distinto dalla Torah scritta, e poiché essa si riferisce a una realtà in continua evoluzione, metterla per iscritto significherebbe in qualche modo bloccarla, congelarla, mentre invece è proprio della tradizione orale l'idea dello sviluppo permanente.

3. Il compito dei sacerdoti e degli scribi nell'interpretazione della Torah

Chi furono gli artefici dell'interpretazione della Torah?

ln tempi remoti furono probabilmente i sacerdoti, i Coanim, i discendenti di Aronne, che erano tali per condizione di nascita. ln epoca remota essi erano i detentori del potere religioso e avevano motivo di esistere come classe quando esisteva il Santuario di Gerusalemme: essi erano i destinatari delle decime, praticavano in prima persona il culto dei sacrifici nel Tempio, e furono per molti secoli anche i depositari della cultura.

La situazione cambiò radicalmente al momento del ritorno dalla cattività babilonese, nel V secolo: l'ebraismo era basato su strutture differenti, essendo il Primo Tempio stato distrutto nel 586 e non più ricostruito per 70 anni. A questo punto avvenne un cambiamento di ruoli, e accanto al sacerdote comparve un altro personaggio, che nella Bibbia è chiamato il sofer, letteralmente lo "scriba". ln realtà il termine è un po' riduttivo. ln ebraico la radice safàr, come in italiano, indica molte cose differenti: in italiano si dice "contare", nel senso del numero, e raccontare, con la stessa radice. Lo stesso concetto compare in altre lingue, come anche in ebraico. Dalla radice safàr derivano tante cose che sembrano non avere nulla in comune: c'è il numero, misfar, e quindi il contare, lispor, e il raccontare e anche il mettere per scritto un libro. La persona che svolge tecnicamente l'azione di scrivere è il sofer, ma chiaramente, come vediamo dalla pluralità dei significati, il sofer svolge un'attività pluridisciplinare.

II sofer è la persona che conserva la memoria del testo e che lo mette per scritto, ma che poi fa anche dei conti su questo testo, per quanto la cosa possa sembrare strana, i conti del numero delle parole che compongono la scrittura, e che servono prima di tutto a preservare l'integrità del testo. In una determinata pagina ci devono essere tante parole o tante lettere: se ce n'è una in più o una in meno, significa che il testo è stato manomesso. Contare il testo così come fare un controllo rigoroso del numero di lettere che esso contiene, è un'operazione che adesso fanno i computers: quando si fa un trasferimento di un programma o di un testo, facendo il conto della sua lunghezza, si ha immediatamente la prova che c'è stato un errore nella trasmissione.

Questo lavoro lo facevano in modi molto più noiosi gli antichi sofrim. Essi sono gli stessi scribi che godranno di fama sinistra nelle maledizioni evangeliche; in realtà momenti marginali di una polemica, probabilmente non diretta contro la funzione dello scriba di per sé, ma contro alcune degenerazioni possibili in questo sistema che ovviamente, come qualsiasi sistema di potere o che si presenta come detentore di verità, fu suscettibile di alterazioni e di degenerazioni.

Il sofer non era tale per condizione di nascita, a differenza del sacerdote; egli era un nuovo personaggio che emergeva dal popolo ebraico e ne cambiava la struttura, costituendo una élite non di nobiltà di nascita ma di nobiltà di cultura. Questa situazione avrà per molti secoli una storia controversa e spesso i due poli dell'opposizione verranno anche a scontri feroci.

Probabilmente all'inizio gli scribi erano sacerdoti anch'essi, con una attività "mista"; poi lentamente si creò una classe di scribi o di Maestri che era differente da quella sacerdotale. Questa creazione si accompagnò ad una opposizione di concezioni e di modi di pensare la realtà. Ad un certo punto l'opposizione si cristallizzò nella formazione di due "partiti" differenti: quello dei sadducei che esprimevano la posizione sacerdotale e quello dei farisei, comunemente conosciuto per essere l'oggetto di polemiche nella letteratura evangelica e per essere di conseguenza identificato come sinonimo d'ipocrisia, in realtà costituendo essi una classe di Maestri che avevano portato avanti la tradizione.

4. La distruzione del Tempio e la nascita dell'ebraismo rabbinico

Nel momento in cui fu distrutto il Tempio di Gerusalemme, nel 70, le basi della nuova rivoluzione imposta dalla storia erano dunque già state gettate. Fino al 70 era esistito il Tempio con tutti i suoi riti sacrificali, con i pellegrinaggi e con manifestazioni di religiosità completamente diverse dal modo attuale di concepire la religiosità: c'era, per esempio, tutto il sistema delle purità e delle impurità che vincolava enormemente la vita delle persone; ma tutto questo sistema era legato al Tempio, e quindi con la sua distruzione esso entrò completamente in crisi.

I sacerdoti (che rimangono pur sempre ancora oggi nel mondo ebraico, essendo essi i discendenti che portano nel loro cognome l'eredità sacerdotale - "cohen ": sacerdote) persero così le loro prerogative e il loro potere. Presentandosi l'ebraismo del 70 estremamente composito, il potere - più morale che materiale - passò allora in mano alla classe che per secoli si era formata in via alternativa, i Maestri.

Noi ebrei di oggi siamo discendenti di una parte di quell'ebraismo, ma all'epoca esistevano vari tipi di identificazione ebraica, sia attraverso la cosiddetta parte nobiliare (la classe sacerdotale), sia attraverso le forme di tipo sincretistico ellenistico, sia ancora attraverso la miriade di sette che coprivano l'aspetto dell'ebraismo soprattutto nella sua dispersione, più che nella parte che viveva nella terra di Israele. Tutte queste correnti sono scomparse tranne una, quella che ha portato avanti l'ebraismo, e che è stata l'anima della sua sopravvivenza. E stata questa appunto la corrente dei Maestri, che prima si raccoglievano attorno al partito dei farisei. Questo partito si sciolse in quanto non ebbe più motivo di esistere come tale, ma rimase la tradizione portata avanti dai rabbini (che a quell'epoca ancora non si fregiavano di questo titolo; il titolo di rabbino premesso al nome di una persona compare nella seconda metà del primo secolo).

5. Le scuole rabbiniche e la redazione della Mishnah

A questo punto è necessario introdurre una distinzione tra due momenti, due epoche fondamentali: l'epoca della codificazione della Mishnah e quella della codificazione del Talmud. La Mishnah viene codificata verso il 200 e.v., il Talmud tre secoli dopo, con alcune differenze di luoghi.

La redazione della Mishnah costituisce un processo che culmina nell'anno 200 circa, al quale si arriva attraverso una elaborazione da parte di varie scuole e di varie generazioni di Maestri. Secondo l'uso tradizionale di ogni Maestro che conosciamo - che ha lasciato una scuola, un influsso, una traccia di sé - non si indicano le date di nascita e di morte, ma il periodo di attività, diviso per "generazioni". Ci sono cinque generazioni di Maestri della Mishnah, di tannaim (così sono chiamati i Maestri della Mishnah).

5.1. Le scuole dei Maestri

Le date di queste generazioni sono: 1) la prima comprende i Maestri operanti e arriva fino a poco dopo la distruzione del Secondo Tempio, 2) la seconda insegna fino a circa l'anno 100, 3) la terza generazione finisce nel 135, e coincide con la fine della rivolta di Bar-Kokbà, 4) la quarta sta a metà strada fra la terza e la quinta, 5) la quinta generazione è quella che porta alla redazione definitiva della Mishnah, quindi finisce nel 200.

Prima di queste generazioni c'erano dei Maestri, che rappresentano un'epoca, a coppie, cioè due Maestri capiscuola per periodo; di tutte queste coppie esiste l'elenco nella Mishnah di Aiòth.

Una coppia celebre, per fare un esempio fra i più noti, è quella di Hillel e Shammaj. Sono i due prototipi di Maestri antagonisti, i quali nel loro periodo - che grosso modo coincide con il regno di Erode il Grande, gli ultimi decenni prima dell'era volgare - furono i due capiscuola rappresentanti di due concezioni differenti della tradizione. Genericamente vengono descritti l'uno, Hillel, come il rappresentante di un approccio popolare, di apertura, mentre Shammaj è il portavoce delle esigenze rigoristiche, elitaristiche, riduttive, anche se lo schema non è così rigoroso come appare in questa classificazione semplificatrice.

La prima generazione è quella di Johanan ben Zàkkaj, un Maestro già celebre nella prima metà del primo secolo, il quale nel momento dell'assedio di Gerusalemme compì una scelta clamorosa: trovandosi a Gerusalemme durante l'assedio di Tito si rese conto che l'ebraismo dal punto di vista statale poteva perire sotto i colpi dei Romani, e che questa disgrazia politica non doveva portare con sé anche la totale e definitiva scomparsa della cultura ebraica. Per questo egli decise di farsi portare con uno stratagemma fuori della città, si presentò a Tito che l'assediava e gli chiese e ottenne Ia possibilità di istituire un piccolo centro autonomo indipendente nel quale insediare una scuola. Questa scuola diventò in pratica il punto di partenza e di riferimento per la prosecuzione della tradizione: da quel momento in poi la scuola ebbe sede a Javne (in italiano si usa chiamarla Jamnia) nella quale dal 70 al 135 si formò il Sinedrio, la massima autorità religiosa e parzialmente anche politica dell'ebraismo in Eretz Israel (Terra di Israele), e di conseguenza in tutto il mondo ebraico.

5.2. L'Accademia di Javne

Per 65 anni dettò legge il Sinedrio o l'Accademia di Jamnia. "Sinedrio", una parola in uso in tempi rabbinici, è derivato dal greco; era il termine con cui si designavano i tribunali ebraici che governavano e disciplinavano la vita religiosa e civile dei luoghi di insegnamento ebraico. C'erano sinedri di varia autorità e livello. I sinedri che potevano comminare condanne a morte erano composti da 23 persone; c'era poi il massimo Sinedrio, composto da 70 persone, ed era in pratica l'autorità che decideva su tutto.

In questa Accademia svolsero il loro insegnamento tre generazioni: la prima era già in esaurimento, perché Johanan ben Zàkkai in quel momento era molto anziano; della seconda, conosciamo come Maestri Rabbi Eliézér, Rabbi Jehoshua e Rabban Gamliél, che fu il capo del Sinedrio. Poco dopo la morte di Hillel, la presidenza del Sinedrio diventò una prerogativa della sua famiglia; i suoi discendenti presero il potere e diressero questa Accademia per diritto di nascita.

Tra i discendenti di Hillel come presidenti del Sinedrio è frequente il nome di Gamliél. II primo Gamliél, in ebraico Rabban Gamliél, è il Gamaliele che compare negli Atti degli Apostoli ed è uno dei pochi rabbini che la tradizione evangelica tratta con rispetto: è quel Gamaliele che difende gli apostoli nel processo che viene loro fatto al Sinedrio (cf At 5,34-39), e di cui l'apostolo Paolo mena vanto di essere stato allievo (cf At 22,3).

6. Le "generazioni" dei Maestri

Il nipote (figlio del figlio) di questo Gamliél - il Gamliél di Javne, presidente del tribunale di Javne -, si trovò a gestire un momento difficilissimo. Alla seconda generazione dei tannaim, nell'epoca della repressione romana, egli cercò di ridare dignità ad un istituto che aveva perso molto a causa delle sciagure politiche. Questo tentativo lo pose in forte contrasto con antagonisti importanti, come Rabbi Eliézér (suo cognato ed erede culturale della scuola di Shàmmaj, e per questo in posizione minoritaria), e gli creò delle difficoltà anche con Rabbi Jehoshua (personalità più mite ma non meno importante), al punto che venne spodestato. Ci fu un colpo di mano e Rabban Gamliél venne cacciato dalla presidenza; alla fine ci fu un compromesso, per cui la persona nominata al suo posto fu Elazar ben Azarjah, che vantava nobili ascendenze (discendeva da Ezra il Sofén, il primo sofér), per cui in pratica la presidenza venne divisa alternativamente tra l'uno e l'altro.

La terza generazione è quella di Rabbi Aqibah e di Rabbi Jshmael, la generazione dei martiri della repressione romana e della rivolta di Bar-Kokhbà.

La quinta generazione è quella di Rabbi Jehudah Hannasì, discendente della famiglia di Rabban Gamliél: Rabbi Jehuda Hannasì, Giuda il Santo o Giuda il Principe, a seconda delle denominazioni, è la persona che portò a compimento la codificazione definitiva della Mishnah.

Nel corso di tutte queste generazioni il lavoro di trasmissione cominciò a consolidarsi lentamente, ed ogni Maestro con una certa autorità, che aveva ereditato insegnamenti dai suoi antecedenti e che aveva la sua scuola, cercò di organizzare la loro raccolta. Anche se non abbiamo più queste precedenti redazioni del testo, in ogni generazione le varie scuole hanno avuto la loro Mishnah.

In un periodo di pace, al tempo di Rabbi Jehudah Hannasì, che godeva di un certo potere restituitogli anche in termini politici, la situazione finì per apparire poi cambiata radicalmente: gli ebrei erano ormai dispersi in tutto il mondo e bisognava metterne per iscritto gli insegnamenti. Si portò così a termine questa importante impresa e nacque il testo della Mishnah.

7. Criteri redazionali della Mishnah

La Mishnah viene a raccogliere l'intero sistema dell'ebraismo rabbinico. Parlando di Mishnah non ho usato il termine di "scrittura", di "compilazione", ma di "redazione" del testo. Che vuol dire redazione? E avvenuto per essa come per la redazione di un giornale. In redazione c'è il redattore che raccoglie da varie parti le notizie, le cuce, le taglia e le mette insieme. Se entrano bene in una pagina tutto è a posto, altrimenti le taglia tenendo l'essenziale, le ricompone cercando di eliminare le contraddizioni; oppure dice almeno: «il tale ha detto così», «da altre parti apprendiamo che...», e così via. Altrettanto è stato fatto per la redazione definitiva della Mishnah. Ci sono però delle differenze.

a) E difficile che in un codice di diritto romano si trovi che Tizio la pensa così, Caio la pensa cosà, mentre la maggioranza la pensa diversamente; invece nei testi rabbinici c'è: A la pensa così, B la pensa cosà, altri la pensano diverso. Per moltissimi argomenti troviamo qui una struttura estremamente aperta e dialettica: cioè in molti casi non viene codificata la regola, ma vengono riportate le opinioni delle varie scuole. Contemporaneamente vengono tramandate anche le chiavi per risolvere le contraddizioni: il testo appare strano, perché vi sono coesistenze di questo tipo.

b) Un altro elemento caratteristico della Mishnah è l'assenza, la minore presenza o la riluttanza a dare principi generali. La Mishnah inizia dicendo: da sempre si comincia a leggere lo Shemà (la preghiera essenziale della liturgia ebraica) - dando per scontato che bisogna leggerla - : è un modo curioso di "codificare". Oppure, quando si parla di norme giuridiche elementari, non dà il principio generale, la teoria, ma preferisce dare il caso particolare: se il tale fa questo, egli è passibile di...; se invece fa quell'altro... Anche questo è un segno distintivo dell'antico diritto ebraico.

La parola Tannà, il Maestro di Mishnah, è derivata dal termine stesso che compone il nome di Mishnah nella sua variante aramaica, perché in aramaico la shin è interscambiabile con la tav: quindi ciò che da una parte si dice shanà, dall'altra si dirà tana. In quell'epoca gli ebrei parlavano comunemente l'aramaico, ma la Mishnah viene scritta in ebraico: il testo rabbinico per eccellenza viene redatto in lingua ebraica perché era in questa lingua che si trasmetteva l'insegnamento più sacro. Le cose cambieranno radicalmente con l'apparizione del Talmud.

8. Le tradizioni parallele minori

In seguito a questa opera di redazione, dalla Mishnah rimasero però fuori un'ampia quantità di insegnamenti e di tradizioni, probabilmente raccolte in una sorta di insieme di "sorelle minori".

a) Una di queste è la Toseftà (letteralmente "aggiunta"). Non si è ancora capito di che genere di testo si tratti: probabilmente essa è una Mishnah parallela di epoca più antica - precedente di una o due generazioni - ma che ha ricevuto aggiunte posteriori. Praticamente è un'opera di dimensioni simili a quelle della Mishnah, e piuttosto disordinata nella sua struttura interna perché risente dell'uso che se ne è fatto come "deposito". Questo già ne indica il ruolo ancillare rispetto alla Mishnah, ammesso che, quando si parla di Toseftà, l'aggiunta sia stata fatta alla Mishnah che abbiamo adesso. Probabilmente non è cosi, ma si tratta di aggiunte alla Mishnah di una o due generazioni precedenti, con ulteriori supplementi. La Toseftà è un testo parallelo alla Mishnah, più o meno coevo, con interpolazioni e aggiunte differenti, di struttura più disordinata perché, non essendo al centro dell'attenzione, non ha avuto quelle protezioni testuali che si danno al testo maggiore.

Oltre la Toseftà, esistono ancora numerosi altri insegna-menti che sono rimasti fuori della Mishnah.

b) In aramaico "fuori", come "figlio", si dice bar. Da questa radice nasce la parola baraità (cosa rimasta fuori). La baraità è un insegnamento rimasto fuori dalla Mishnah, ma non per questo meno importante. Esso potrà dire le stesse cose della Mishnah, sotto forma più ampia, o potrà riferire chi è l'autore di un insegnamento, o potrà affermare delle cose differenti dalla Mishnah. Tutto questo materiale (ciascun insegnamento è chiamato baraità) lo troviamo nel Talmud.

Questo materiale ad un certo punto ricompare perché la Mishnah non è un testo definitivo, ma un testo problematico, che impone chiaramente allo studioso la necessità di chiarirsi le idee. Succede allora che, mentre nella scuola si legge la Mishnah, c'è il meturghemam che afferma: «Esiste una baraità che dice così». Allora bisogna risolvere le contraddizioni e le difficoltà esistenti tra le tradizioni differenti: tutto questo non ferma il discorso, ma finisce per ampliarlo enormemente.

9. Descrizione della Misnah

La Mishnah è divisa in sei blocchi principali, chiamati sedarim, "ordini". A sua volta ogni ordine è suddiviso in trattati, ogni trattato in capitoli, ogni capitolo in distinti articoli. L'articolo singolo è chiamato mishnah, come il testo intero; talvolta questo viene chiamato anche mishnahioth, una forma di plurale del termine Mishna.

Qual è la struttura di questi sei ordini?

a) II primo ordine è chiamato Zera'im o delle sementi: è fondamentalmente centrato sulle questioni relative all'agricoltura, ossia contiene tutte le norme religiose e sociali collegate con l'agricoltura. Però il primo trattato di Zera'im è più squisitamente religioso, è quello delle benedizioni, cioè la norma religiosa di benedire Dio prima e dopo il godimento di alcuni beni.

b) II secondo trattato è chiamato Moced e si riferisce alle feste: in pratica disciplina tutto il calendario religioso ebraico.

c) Il terzo trattato è detto di Nashim, cioè le donne, e in pratica tocca tutto ciò che riguarda il diritto matrimoniale: matrimonio, divorzio, levirato, istituzione della Ketubà (contratto nuziale per impedire il facile ripudio);

d) II quarto trattato è quello di Neziqin, i danni: si occupa in pratica dei diritti, civile e penale. Fondamentale in questa parte è il trattato di Sanedrim, dedicato al funzionamento dei tribunali. Alla fine dell'ordine di Neziqin c'è un trattato del tutto particolare, autonomo (fino ad ora abbiamo parlato di una struttura essenzialmente giuridica), nel quale si condensa l'insegnamento morale dell'epoca: è chiamato Pirke Auoth, "capitoli dei Padri". Esso è stato spesso stralciato e pubblicato a parte.

e) ed f) Gli ultimi due trattati, di argomento in gran parte non più attuale già all'epoca della redazione, sono Qodashîm e Tahoroth. Qodashim sono le cose sacre, praticamente i sacrifici, ossia tutto l'ordine sacrificale. Al momento in cui questo trattato veniva redatto non esistevano più i sacrifici: probabilmente questi trattati sono quelli che sono stati meno modificati nel corso dell'evoluzione dell'insegnamento, perché sono tutti costruiti su una base fondata ad Javne dai sopravvissuti alla distruzione del Tempio, che raccontavano come nel passato si facessero i sacrifici.

g) L'ultimo ordine è quello di Tahoroth, cioè delta purità; tratta di tutte le norme relative ai riti di purificazione: di questo oggi è rimasto praticamente ben poco. Uno dei trattati che ha ancora una importanza attuale è il trattato di Niddà, che si riferisce ai riti di purificazione dall'impurità mestruale, che hanno ancora oggi una certa rilevanza nel rito ebraico.

Per quanto si tratti di un testo essenzialmente giuridico, non si può conoscere l'ebraismo ignorando la Mishnah, fondamento della vita religiosa e della cultura ebraica, base di tutti gli sviluppi successivi. In particolare, ogni conoscenza anche comparata del mondo ebraico e del mondo cristiano deve passare attraverso la Mishnah; una quantità di argomenti, di temi, di critica e di interpretazione del Nuovo Testamento si possono infatti chiarire o leggere in forma completamente differente proprio alla luce della Mishnah. Gli esempi sono tanti, ma sono esercizi che abitualmente non si fanno; si cominciano a fare in questa generazione, ma con difficoltà, perché non esistono studiosi esperti in entrambe le discipline, nella parte ebraica ed in quella cristiana. Per esempio la lettura della Mishnah di Pesàhim dell'ordine di Moced, il trattato che riguarda la Pasqua, è importante per la comprensione di tutta la sequenza della Passione, nei suoi tempi e nei dettagli, che bisogna andare a cercare e studiare; rileggendo i testi con attenzione si scoprono una quantità di dati, si aprono orizzonti completamente differenti.

Bibliografia

 

(a cura di Andrea Nicolotti)

 

Mishnaiot. Traduzione italiana e note illustrative di Vittorio Castiglioni, Roma, Sabbadini, 1962-1964.

G. STEMBERGER, Introduzione al Talmud e al Midrash, Roma, Città Nuova, 1995.

J. NEUSNER, Il Giudaismo nella testimonianza della Mishnah, trad. ital., Bologna, Dehoniane, 1996.

S. ROSSO - N. DETESCHI - E. TURCO, Quattro "porte" per conoscere l'ebraismo. Midrash, Mishnah, Talmud, Targum, Torino, Amicizia Ebraico Cristiana, 1998.







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